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Editoriale n. 120,
II trimestre 2014

Cari amici, cari lettori,
l’Europa sta cedendo. La bandiera perdutamente bianca di Fabio Mauri, che abbiamo scelto per la nostra copertina, sventola su un progetto che non c’e più. Ci siamo arresi al passato, al vecchio modo di pensare, alle vecchie categorie oppositive con cui siamo andati avanti per secoli, tornando a percorrere solchi culturali e memoriali seguiti da generazioni di europei e di occidentali. Questa operazione, che e massimamente ideologica, determina l’incapacità di gestire il presente e il futuro.
Primo esempio: in questo 2014, tra le altre cose, dovremmo celebrare i venticinque anni dal crollo del Muro di Berlino. In questo tempo il mondo e cambiato parecchio – il bipolarismo, con la sua opposizione capitalismo/comunismo, ha ceduto il passo a un mondo policentrico globalizzato, in cui un modello come quello cinese, che trent’anni fa sarebbe apparso a dir poco inconcepibile, ora e accettato. Eppure, di fronte alla crisi ucraina, ragioniamo come se il Muro non fosse mai venuto giù: i filoamericani se la prendono con i filorussi, mercenari e servizi segreti sono tornati in auge – un passato che non passa, che non vogliamo far passare, anche se l’obiettivo, viste le conseguenze economiche che tutta questa tensione può generare, dovrebbe essere una
pax europea allargata, considerato che e per ragioni di pace che a suo tempo l’Unione Europea e nata.
Secondo esempio: la recente guerra israelo-palestinese, capace ancora di generare, nonostante i Giorni della Memoria e tutto lo sforzo che si fa per evitare che ciò accada, una confusione assurda e pericolosa tra politica israeliana ed ebraismo, con la tragica conseguenza di una ripresa di antisemitismo a livello europeo. Tanto che il dibattito sull’antisemitismo di Martin Heidegger, riacceso dalla recentissima pubblicazione in Germania dei
Quaderni Neri, acquisisce una valenza politica e culturale che travalica la sfera filosofica.
Terzo esempio: il caso dell’Albania, pur ufficialmente candidata per l’adesione all’Unione Europea dal giugno di quest’anno, malgrado il suo impegno, resta una terra ai margini, europea-noneuropea, di difficile collocazione nell’immaginario occidentale. Questo nostro disinteresse può alla lunga avere un prezzo: il progressivo radicamento dell’estremismo islamico in Albania, fatto per ora minoritario ma non per questo meno pericoloso, soprattutto di questi tempi.
Quarto esempio: il caso della Grecia, la cui storia recente e paradigmatica di come si ribaltino i meccanismi di controllo senza che cambino i dispositivi culturali. Prima della crisi, l’accumulazione del debito era permessa e perfino stimolata in base allo spirito del capitalismo consumistico piu aggressivo tanto che la capacita virtuale di spesa del consumatore aveva assunto il ruolo che, nel sistema fordista, apparteneva al welfare state. Poi, quasi da un giorno all’altro, quelle stesse istituzioni hanno spacciato il debito per una forma patologica di fallimento da punire “con profili post-moderni di servitù debitoria” (Yannis Stavrakakis).
Detto ciò, la vera sostenibilità starebbe nella messa in
comune di tutte le risorse, non solo quelle ambientali, economiche ed energetiche, ma anche la cultura, la storia, la memoria, i diritti, le categorie di analisi del reale, a cui tutti devono avere accesso e a cui tutti devono poter contribuire affinché crescano.
A quel punto, il bianco della bandiera, non più segno di sconfitta, potrebbe diventare nuovo luogo di accoglienza. Come scriveva Fabio Mauri, “una certa misura di resa può scoprire forse alternative inedite di pace”.

Buona cultura a tutti!
Biancamaria Bruno

Cambiare l’Europa o cambiare Europa?
Pierre Dardot e Christian Laval

L’unica “cittadinanza” riconosciuta come “comune” a tutti i cittadini europei è quella del consumatore preoccupato del funzionamento del principio della concorrenza. È ora di lottare per fare dell’Europa un comune politico. Solo una sinistra autenticamente internazionalista può farsi carico di questa battaglia. A modo suo, la manifestazione nazionale del 17 maggio scorso a Roma in difesa dei beni comuni ha dato la parola d’ordine per questa sinistra che invochiamo: Commoners of Europe, rise up!
[...]
La crisi europea è di natura strutturale, certo, ma non nel senso attribuito a questo aggettivo dalla lingua ufficiale delle classi dirigenti. Il funzionamento attuale dell’Europa, infatti, obbedisce ai princìpi dell’ordoliberalismo, forma specifica di neoliberismo sposata già a partire dagli anni Cinquanta dagli artefici della costruzione europea. L’ordoliberalismo si definisce, in sintesi, con tre “regole d’oro”: stabilità monetaria, pareggio di bilancio e regime di libera concorrenza. Queste tre regole d’oro sono state di fatto “costituzionalizzate” dai trattati fondativi dell’Unione Europea e iscritte nel DNA delle sue istituzioni.
[...]
Per affrontare la crisi della moneta e del debito, i politici europei hanno intensificato il regime di concorrenza consustanziale alla fondazione dell’Unione. Lungi dall’intraprendere una via più sociale, più cooperativa e più solidale, l’orientamento neoliberista europeo si è dunque radicalizzato: la crisi dei debiti pubblici, seguita alla crisi finanziaria, è stata utilizzata addirittura come mezzo d’accelerazione delle trasformazioni degli stati e delle società secondo i princìpi neoliberisti del mercato e dell’impresa.

L’Ucraina tra due mondi
Georges Nivat

La nuova Ucraina dovrebbe aiutarci a costruire un giorno una terza Europa, dopo la prima dei padri fondatori, nata dalla catastrofe del 1939-1945; dopo la seconda, quella della caduta del Muro e dell’integrazione delle vecchie democrazie popolari, più le repubbliche baltiche. Questa terza Europa non potrà che essere, nel lungo periodo, un’estensione delle prime due. Un giorno o l’altro ci sarà anche quella della Russia. Gli accordi di associazione dell’Unione Europea con l’Ucraina avrebbero dovuto essere negoziati molto tempo fa (abbiamo perduto ventiquattro anni), e la Russia avrebbe dovuto essere invitata anche lei a definire questa terza Europa


In libreria
n. 1
20

 Europa ai margini

Cambiare Europa o cambiare l’Europa?
Pierre Dardot e Christian Laval

Il caso Grecia
Il sintomo greco, Yannis Stavrakakis
Il confronto con l’Antico,
Vassilis Vassilikos

Alla ricerca della tomba del super re, Victor Tsilonis

Il caso Albania
Fare il contadino della poesia, Gëzim Hajdari
Valori di scarto, Ardian Vehbiu**
Ma l’Albania guarda a Occidente?, Natale Parisi  

Il caso Ucraina
L’Ucraina tra due mondi,
Georges Nivat
Ucraina e disinformazione,
Sandro Teti
 
Diari e memorie del Maidan, Timothy Snyder e
Tatiana Zhurzhenko

Quando c’era il Muro
Il 1989 e l’imprevedibilità della Storia, Václav Havel
Caserme abbandonate,
János Deme

Tutta la verità sul caso Mercader, Nuria Amat
Compagna Ana. Il paradosso Pauker, Norman Manea

La colpa antisemita
Xenofobia, antisemitismo e i Quaderni Neri di Martin Heidegger, interventi di Dario Giugliano, Jean-Luc Nancy,
Fabio Ciaramelli, Aldo Masullo, Sergio Givone, Carlo Galli, Daniela Calabrò
 

I libri e gli eventi
Recensioni a cura di
Partrizia Mello e

Mara Montanaro