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Dan Ciocca


Il sogno d'Europa
Àgnes Heller (L.I. n. 17-1988)

È la modernità, creatura dell’Europa, ad aver creato l’Europa – e questo è più di un paradosso. L’identità europea non era un’identità “naturale”, così come si parla di un’identità greca, romana o ebraica. Il genio europeo ha creato la modernità e l’ha poi sviluppata fino alle sue estreme conseguenze. Il progetto era intrinsecamente orientato verso il futuro e, di conseguenza, l’immaginario sociale si orientò anch’esso nella stessa direzione. Il credo fondamentale divenne così il progresso che sembrava potesse essere illimitato. L’immagine di un progresso illimitato è accompagnata da quella dell’accumulazione.
[...]
Anche se le sommiamo insieme, le culture europee non producono come risultato la “cultura europea”. Queste culture sono state spesso in conflitto e in competizione tra loro, e a volte semplicemente si sono ignorate. Che cosa esportavano le nazioni europee nelle loro colonie? Astrazioni come la “pittura europea” o il “romanzo europeo”? No. Esse esportavano una religione, un’arte del governo, un’economia, una tecnologia: tutti ingredienti – esclusa in parte la religione – della modernità.
[...]
Ciò che possiamo attenderci da un nuovo quadro europeo è l’emergere della virtù civica, del gusto, dell’educazione dei sensi, della civiltà, dell’urbanità, della gioia, della nobiltà, della capacità di vivere dignitosamente, della sensibilità verso la natura, artificiale o protetta, come anche una nuova produzione di poesia, musica, pittura, religiosità, cultura erotica e molto altro ancora. Inoltre, ciò che abbiamo detto di una futura cultura europea può riferirsi anche a qualunque altra cornice culturale possibile.


Peter Brookes

Le radici culturali della Costituzione europea
Étienne Balibar (L.I. n. 81-2004)

Risulta evidente che quello che è oggi il problema più grande e di maggiore urgenza per gli europei non è soltanto sapere quale Costituzione redigere per l’Unione Europea, ma prima di tutto quello di stabilire che cosa sia una Costituzione, in quale senso una comunità politica, che sia mediata o immediata – cioè che si costruisca a partire da entità storiche preesistenti o che le dissolva per rivolgersi direttamente agli individui, ai cittadini – abbia bisogno di una dimensione giuridica per definire il suo principio di unità, per conferire un valore di impegno o, se si vuole, di fondazione, alla sua creazione e alla sua durata.

[...]
L’Europa a due velocità dimostra una vocazione profondamente autodistruttiva: l’Europa ricca, quella delle società finanziarie, si transnazionalizza, situandosi tendenzialmente al di là dell’Europa; mentre l’Europa povera, quella dei disoccupati e dei lavoratori precari, quella degli studenti inseriti nelle filiere senza mezzi e senza riconoscimento internazionale, quella degli insegnanti incaricati dallo Stato di gestire il malessere delle periferie, resta fissata al di qua dell’Europa, in uno spazio “nazionale” o addirittura locale che è quello dell’immobilità coatta, delle solidarietà private che suppliscono bene o male alle protezioni sociali in declino, e del sentimento di impotenza sociale che segna la sua caduta al di fuori dello spazio della cittadinanza.

Editoriale

n. 119, I trimestre 2014

di Biancamaria Bruno
 

Cari amici, cari lettori, Il 2014 è un anno importante per Lettera Internazionale: compiamo trent’anni. Nel giugno del 1984 nascevano l’edizione francese e l’edizione italiana, grazie all’impegno di Antonín Liehm a livello internazionale e di Federico Coen in Italia. Liehm, costretto all’esilio dopo la Primavera di Praga – esilio trascorso in larghissima parte a Parigi – è tornato in patria da qualche tempo, e ha celebrato il suo novantesimo compleanno nel marzo scorso. Coen è scomparso nel luglio di due anni fa – alla sua memoria è dedicata questa antologia, a cominciare dalla copertina, liberamente tratta dalla combinazione di due opere di Jiří Kolář, artista ceco anche lui esule a Parigi dal 1980: la prima, il collage di sfondo con la carta geografica in basso, è stata per lungo tempo la copertina sia dell’edizione francese che di quella italiana della nostra rivista; su questo sfondo, Emanuela De Santis ha appoggiato il volo “svuotato” (che speriamo venga colmato – e per il meglio) di L’un des commencements, opera del 1991. Il numero è composto da molti testi di intellettuali e scrittori che operavano nei paesi della Cortina di ferro o nelle sue vicinanze e che, dopo il crollo del Muro di Berlino, avvenuto venticinque anni fa, hanno continuato a interrogarsi – e a interrogare l’Occidente – sull’Europa e sul suo potenziale. L’istanza che ricorre in questi testi è: quanto è difficile essere liberi? Quanto è difficile essere europei? E siccome sappiamo che la risposta, allora come adesso, è: “tanto!” non sarebbe male se azzerassimo tutte le discussioni, se abbassassimo i toni urlanti, e ripartissimo dal valore della possibilità: quello di dare per acquisito che ciò che abbiamo costruito non va distrutto e deve anzi servire come base da cui ripartire, raddrizzando ciò che di storto è stato fatto. All’origine del valore della possibilità c’è una componente morale importante che non deve essere dimenticata: l’Europa ha una grande responsabilità nei confronti del resto del mondo, se non altro per via della sua storia millenaria, del suo ruolo di colonizzatrice di altre culture, della sua cultura dei diritti. A questa responsabilità non può sottrarsi per mere ragioni economico-finanziarie. Bisognerebbe che qualcuno facesse lo sforzo di mettere insieme un paio di date e ricordasse, per esempio, che negli stessi mesi del 1941 in cui Spinelli e Rossi redigevano, al confino sull’isola, insieme a Eugenio Colorni e a Ursula Hirschmann, la prima stesura del Manifesto di Ventotene, andavano a regime Auschwitz e i campi ad essa collegati. Nonostante l’orrore, il pensiero non si è fermato e tanto è andato avanti da rendere possibile il Trattato di Lisbona nel 2007. È vergognoso che quel pensiero si fermi ora, dopo tanti anni di pace continentale. È vero, la guerra l’abbiamo spostata più in là, a sud e a est – viene da dire che, oltre alle aziende, abbiamo delocalizzato anche la guerra – e neanche per interessi economici “europei”, ma biecamente nazionali. Abbiamo tanta paura della libertà da tornare a essere gretti difensori degli spazi ristretti, dei privilegi da recinto. La lettura di questo numero della rivista servirà, ci auguriamo, a rimettere a posto un po’ le cose, a restituire il giusto valore alle idee intorno alle quali è stato costruito il mondo cosiddetto civile. Ecco il richiamo caldo che lancia, senza retorica, Emmanuel Lévinas nel testo che ripubblichiamo: «La prossimità del prossimo – la pace della prossimità – è la responsabilità dell’io per un altro, l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte al mistero della morte. […] Pace dell’amore del prossimo in cui non si tratta – come nella pace del mero riposo – di confermare se stessi nella propria identità, ma di mettere sempre in questione questa stessa identità, la sua libertà illimitata e la sua potenza».

 

Buona cultura a tutti!

 


Done Stan

 

 
 

 


In libreria
n. 119

 

 

 

 

 

 

 

Trent'anni di cantiere Europa: un'antologia

Una finestra attraverso il Muro, Peter Schneider (1985)
  #Guerra fredda  #né russi né americani  #intellettuali e potere
Pace e prossimità,
Emmanuel Lévinas (1986)
  #reciprocità  #altro  #relazione etica Per un concetto etico di pace, Fabio Ciaramelli (1986)
 
#Lévinas  #responsabilità soggettiva di fronte all’altro
Il sogno d’Europa, Ágnes Heller (1988)
 
#mitologia europea  #modernità  #mentalità cumulativa
L’Europa, giocattolo delle lobbies,
Hans Magnus Enzensberger (1988)
   #società civile europea  #sabotaggio dell’Europa da parte delle istituzioni europee
Elogio della terra di nessuno, Harry Mulisch (1988)
 #Muro  #Europa come patria  #repubblica mondiale federativa  Uomini e cani, Marin Sorescu (1990)
  #scuola di violenza  #sterminio  #terrore
Poesia dell’Est, poesia dell’Ovest
, Czesław Miłosz (1990)
  #impegno del poeta  #poesia contro il tiranno  #soggettivizzazione occidentale
Securitas, Zbigniew Herbert (1990)   #divinità che veglia sull’imperatore  #mostro dal volto umano
Incidenti di frontiera, István Eörsi (1991)
 
#Muro  #dittatura  #libri  #ipocrisia occidentale
Le nuove frontiere della sinistra, intervista con Norberto Bobbio,
di Federico Coen (1991)

 #crollo del comunismo  #sinistra dei diritti
Il Marzo polacco e la Primavera di Praga, Adam Michnik (1993)  #speranza e delusione  #socialismo dal volto umano  #nazionalismo
Due Europe senza identità,
Aleš Debeljak (2002)

  #narrazione comune  #l’altra Europa  #nazionalismo del portafogli pieno
La nuova Europa vista da Praga, Antonín J. Liehm (2003)
  #Unione Europea  #eredità storica  #identità ceca

Le radici culturali della Costituzione europea, Étienne Balibar (2004)
 #politica e diritti  #processo costituente  #cittadinanza sociale vs neoliberismo

I Libri

Recensioni a cura di
Luigi Ferrajoli, Leonardo Caffo, Lorenzo Carlucci, Manuela Coppola