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      INCONTRI    

Mercoledì 16 maggio 2012, alle ore 17.00, presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma

il direttore Bianca Maria Bruno sarà presente alla presentazione dell'ultimo numero dei “Quaderni del Circolo Rosselli” (1/2012): Una donna nella storia. Vita e letteratura di Amelia Pincherle Rosselli), dedicato alla madre di Carlo e Nello Rosselli e zia di Alberto Moravia.
Intervengono:

• Giovanna Amato, autrice del Quaderno
• Bianca Maria Bruno, direttrice di Lettera Internazionale
• Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis
• Biancamaria Frabotta, poeta e saggista;
• Valdo Spini, direttore dei Quaderni del Circolo Rosselli

Nell’occasione sarà presente Silvia Rosselli, figlia di Nello Rosselli.


 

La lingua
dà forma alle idee

Benjamin Lee Whorf

 



Flavio Favelli, Planisfero II, 2007
 

 Il sistema linguistico di sfondo, cioè la grammatica di ogni lingua, non è solo uno strumento di riproduzione per esprimere le idee, ma è piuttosto ciò che forma le idee, è il programma e la guida per l’attività mentale dell’individuo, per la sua analisi delle impressioni, per la sintesi del suo magazzino mentale. La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma è parte di una grammatica particolare, e differisce da poco a molto, a seconda delle grammatiche.
Noi tutti sezioniamo la natura lungo le linee stabilite dalla nostra lingua madre.

 

Misura e dismisura.
Il pensiero del tremore

Édouard Glissant


Flavio Favelli, Disney, 2010

Il pensiero del tremore sorge da ogni dove – dalle musiche e dalle forme suggerite dai popoli. Musiche dolci e lente, pesanti e battenti. Bellezze a gola spiegata. Esso ci     difende dai pensieri di sistema e dai sistemi di pensiero. Non presuppone la paura o l’irresoluto, ma si estende infinitamente come un uccello innumerabile, le ali cosparse del sale nero della terra. Esso ci raccoglie nell’assoluta diversità, in un turbine di incontri. Utopia che mai si fissa e che apre il domani, come un sole e un frutto condivisi. Il tremore dà enfasi al nostro istinto di questa diversità del mondo. Gli sconvolgimenti del mondo non ci smarriscono più.

 

Come non tremare?
Jacques Derrida
 


Flavio Favelli, Lotta continua, 2011

Non si può non tremare nel momento in cui si pensa, si scrive e in particolare si prende la parola, soprattutto quando, per mancanza di forza e di tempo, lo si fa in modo più o meno improvvisato; e soprattutto quando si tratta di interrogarsi, come ho tentato di fare spesso in passato, esplicitamente, letteralmente, e in maniera sistematica, sul senso, i sensi, i diversi sensi, talvolta eterogenei, così come sull’essenza del tremore, su ciò che vuol dire tremare. “Io tremo” deve innanzitutto voler dire che l’“io” stesso non è più sicuro di essere ciò che è.

 

Poesia al microfono
George Orwell
 

Sauro Cardinali, Madre delle viscere, 2010

È difficile credere che la poesia possa mai tornare a essere popolare senza un deliberato sforzo educativo
del gusto del pubblico che contempli una qualche strategia e forse anche qualche stratagemma.
T.S. Eliot ha suggerito una volta che la poesia drammatica potrebbe essere ricondotta alla coscienza
della gente comune attraverso i music-hall. Come medium più promettente,
io invece suggerisco la radio, soprattutto dal punto di vista del poeta.

 

n. 111, aprile 2012
Geografie della Parola

Editoriale

Cari amici, cari lettori,

la lingua – diceva Gramsci – viene inevitabilmente considerata  dalle classi dominanti più come uno strumento di politica culturale  per la conservazione del potere che non come una risorsa da valorizzare. I pochi che hanno un effettivo controllo sull’uso  della propria lingua la piegano ai loro scopi. Quei pochi, consapevoli della loro superiorità “linguistica”, e quindi politica, non hanno interesse alcuno a che la gente alimenti la propria consapevolezza sulla lingua che parla e che scrive – è la storia dell’umanità a dircelo, e anche la storia italiana degli ultimi anni. Bloccare la crescita linguistica della gente di fatto vuol dire privare la sfera pubblica della sua prima e principale arma di difesa e di controllo politico e sociale.

E, d’altro canto, il fatto che la comunità civile fatichi a capire quanto sia importante coltivare lo strumento della propria lingua e sottoporlo a verifica nel confronto con altre, o studiandone la storia, porta a uno scollamento dal mondo, a gettare la spugna di fronte alla possibilità di formarsi come cittadini responsabili – significa, in molti casi, accettare di temere il mondo, invece di aprirgli le porte, di tremare di paura di fronte ad esso, invece di fremere di fronte agli stupori che può portare. Significa, soprattutto, inibire la forza del proprio pensiero. È solo comunicandolo attraverso la lingua che il pensiero può formarsi, sciogliere i suoi nodi, esplicarsi, affinarsi e diventare, così, sempre più condiviso e democraticamente creolo.

Opponiamo una resistenza che appare naturale al concetto di creolizzazione, perché ogni uomo pensa che la sua lingua, e quindi la sua cultura (per non parlare della sua “razza”), sia in qualche modo pura e universale, che le categorie di quella lingua e di quella cultura siano rintracciabili e applicabili in tutte le altre. Non è così. Credere questo non significa affatto riconoscere che le lingue siano tutte equivalenti nella loro diversità – come scriveva Roman Jakobson – ma rivendicare implicitamente la superiorità della propria.

Le lingue occidentali, quasi tutte di discendenza indoeuropea, tendono a pensare la lingua come se fosse una logica naturale, portatrice di ragione e di razionalizzazione. Pensiero e parola si  separano così in un dualismo insanabile e paradossale che rende opaca una verità lapalissiana: non c’è pensiero senza un linguaggio e non si dà parola senza un pensiero. E il pensiero deve prima di tutto riflettere sulla parola stessa, sulla lingua, svelandone i misteri, forzandola nella sua capacità associativa e comunicativa. E qui entrano in gioco due arti che da sempre resistono al dualismo pensiero/parola: la poesia e la traduzione – arti “marziali” contro l’omologazione di massa.

Si tratta in entrambi i casi di tecniche miste di ascolto della voce e dei rumori prodotti dal mondo, dall’uomo, dal pensiero/parola stesso, dalla scrittura, che vengono ricomposti nella lingua che è sempre un processo: di “traduzione”, alla ricerca di una sintesi armoniosa tra strati di immagini, di simboli, di suoni e di significati diversi per restituire il respiro e il ritmo delle lingue; e di “poesia”, per restituire il respiro e il ritmo del mondo. Questo è ciò che ha fatto anche Sauro Cardinali nell’immagine di copertina, assemblando lettere per formare parole, ma bloccandole in contenitori di resina per poi liberarle, creando così un magico e coloratissimo “Pasto delle farfalle” – la parola che si fa altro.

Come tutte le arti, anche la traduzione e la poesia sono creole: forme meticce che vivono e si cibano del continuum tra pensiero e parola, tra grammatiche del mondo e grammatiche della  lingua, che devono sempre essere intese come sistemi aperti e ospitali. E se qualcuno pensa che tutto questo sia solo cultura e non politica, si sbaglia di grosso.

 

P.S. Diamo il benvenuto alla neonata edizione russa, per ora solo online su www.letterra.org.

 

Buona cultura a tutti e continuate a leggere e a sostenere L.I. !

Il Direttore

Biancamaria Bruno

 

 

 

 


 
Sommario n.111



Geografie della parola
Creoli o eurocentrici?

La lingua dà forma alle idee
,
Benjamin Lee Whorf
Luoghi in comune, Armando Gnisci
Il solitario occidentale, Franco Farinelli
Il pasto e l'amore tra i Merinas,
Jean Paulhan
Gli omini di filo, Henri Michaux
Misura e dismisura. Il pensiero del tremore, Édouard Glissant
Come non tremare, Jacques Derrida
Frammenti di una conversazione, 
Édouard Glissant e Jacques Derrida
Il primo uomo. Il Nord, la letteratura e il colonialismo,
Stefan Jonsson     
              

Po-etici
Per la poesia e attraverso la poesia, Henri Meschonic  
La forza e il mistero delle parole, Walter J. Ong
Cinque menti per il futuro, Howard Gardner
Poesie al microfono, George Orwell