Sì, viaggiare…
George Santayana, La filosofia del viaggio
Pico Iyer, Viaggiare è innamorarsi
Julien Gracq, Le acque strette
Alberto Manguel, Come divenni un anarchico moderato 1
Henning Mankell, Lunga è la strada per Timbuctu 2
L’uomo e l’altrove
Franco Farinelli, Geometrie del potere
Marc Augé, Paesaggi planetari 3
Sergio Frau e Biancamaria Bruno, Le prime Colonne d’Ercole. Conversazione
Ex-stasis
Hans Christian Andersen, In viaggio con gli elfi
Guy de Maupassant, Cronache dalle altitudini
Edmondo De Amicis, La tentazione della bicicletta
Herbert G. Wells, Il mio primo volo 4
A teatro: Lessing/Fallai
Paolo Fallai, Emilia Galotti
I Libri
Gli artisti di questo numero
A cura di Aldo Iori
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Questo numero di Lettera Internazionale è stato
segnalato su "Left" di venerdì 16 luglio 2010;
"La Gazzetta del Mezzogiorno" di martedì 20 luglio 2010;
"Europa" di giovedì 22 luglio 2010 e su "Il Manifesto"
di domenica 25 luglio 2010
1Con questo testo di Alberto Manguel, "La Repubblica"
di lunedì 19 luglio 2010 ha segnalato ai suoi lettori la nostra rivista
2Con questo testo di Henning Mankell, "La Stampa"
di domenica 11 luglio 2010 ha segnalato ai suoi lettori la nostra rivista
3Con questo testo di Marc Augé, "Il Corriere della Sera"
di lunedì 12 luglio 2010 ha segnalato ai suoi lettori la nostra rivista
4Con questo testo di Herbert G. Wells, "Avvenire"
di giovedì 8 luglio 2010 ha segnalato ai suoi lettori la nostra rivista
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Cari amici, cari lettori,
José Saramago ha scritto una volta che «il viaggio non finisce mai.
Solo i viaggiatori finiscono», intendendo che il viaggio è una disposizione
universale dell’animo umano, legato in origine al fatto che «la
locomozione, privilegio degli animali, è forse la chiave dell’intelligenza
», come ci ricorda il filosofo George Santayana nel testo di apertura
di questo numero.
Per noi che abitiamo nei “paesi ricchi”, il viaggio è diventato essenzialmente
uno “spostamento fisico” che non comporta alcuno spaesamento,
alcuno sforzo di adattamento particolare. Sforzo, cioè travaglio,
travail, travel: questo era in passato il viaggio. Ma era anche viaticum,
voyage, viaje, cioè “provvista per viaggiare”, la cosa più importante per
chi si metteva in cammino. Decine di migliaia di anni in cui l’uomo è
stato nomade. E quando ha smesso di esserlo, il viaggio è diventato
metafora: viaggio nel tempo, viaggio di fantasia, viaggio iniziatico;
soprattutto, viaggio di scoperta, in cui la dimensione fisica e quella fantastica
si mescolano, basti pensare a Cristoforo Colombo… E da qui
nasce forse l’idea che viaggiare sia come innamorarsi: infatti, scrive
Pico Iyer, «se il viaggio è come l’amore, lo è alla fine soprattutto perché
è una condizione superiore di consapevolezza» alla quale, però, accediamo
solo indirettamente, facendoci orientare da guide e da mappe che
attutiscono il rischio di smarrirci. Non è un caso che il mito di Ulisse, al
quale noi moderni assomigliamo più di quanto non si pensi, si fondi sul
nóstos, sul ritorno a casa…
Ma quelle stesse mappe o carte che ognuno di noi tiene sempre a portata
di mano, sia che debba solo attraversare la propria città o orientarsi
in un Paese lontano, hanno un grave difetto di cui non ci rendiamo
più neanche conto, tanto l’idea della mappa è interiorizzata: sono
predittive, segnano percorsi obbligati, scelgono al posto nostro. Diventano
cioè codici, come il codice civile o quello penale, o come la Bibbia
o il Corano; cancellano ogni riferimento al passato e al futuro: sono cioè
l’emanazione di un’idea di controllo del territorio, a sua volta derivato
da una concezione «prospettica» e centralistica dello Stato. Pensiamo al
fiorentino Ospedale degli Innocenti, o alla Parigi di Haussmann o alla
Bucarest di Ceauşescu. Questo modello, scrive Farinelli, «è fondato
sulla paralisi ideale dei sudditi, sull’immobilità dei suoi abitanti» che
sono come presi in una rete, grande, oggi, quanto il mondo intero. Ed è
questo che rende tanto difficile gestire i flussi migratori del globalitarismo.
«Da un capo all’altro della Terra, a dare un’aria di familiarità alle
situazioni più diverse dal punto di vista storico, è l’incessante scontro
tra coloro che si nascondono e coloro che li cercano… in un mondo diviso
tra il desiderio di controllare e il timore di vedere», sostiene Marc
Augé, riportandoci, in chiave moderna, al conflitto tra cacciatore e
preda – solo che il cacciatore di oggi è infinitamente più potente di quello
del passato.
La perversione del controllo del territorio e dei “sudditi” è alla base
anche del rapporto che troviamo nel dramma Emilia Galotti di Paolo
Fallai, liberamente inspirato alla tragedia omonima di Lessing, in cui il
desiderio inappagato del Principe porta la giovane di cui è “innamorato”
a preferire la morte. Come a dire che, in una geografia del potere
che preclude ogni reale libertà di movimento, e dunque di spirito, Emilia,
per la sua vita, sceglie un biglietto di sola andata.
Buona lettura a tutti,
Il Direttore,
Biancamaria Bruno
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