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Numero 102 - IV Trimestre 2009

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Copertina Lettera Internazionale n. 102
In copertina: Jan Dibbets, Santa Creus, 1994.
Fotografia a colori e acquerello su carta montata su pannello, 183 x 183 cm, (part.).
La scheda dell’artista è a cura di Aldo Iori

Illustrazioni all'interno: Evgen Bavčar, Jan Dibbets e Raffaella Toffolo

Schede: Aldo Iori, Jan Dibbets: aperture dello sguardo
Massimo Donà, Raffaella Toffolo: ovvero l'immagine e la sua pietas
Biancamaria Bruno, Fotografare per condividere

In collaborazione con Gallerja di Roma

Editoriale
 

Politica e antipolitica

Cornelius Castoriadis, Elogio della politica
Carlo Galli, Politica e teatro
Roberto Esposito, Per una critica dell’idea di persona

 

Cultura oeconomica

Émile Zola, La città felice
Giorgio Ruffolo, Ordine e disordine
David Held, Per un new global deal. Intervista di Giuliano Battiston
Saskia Sassen, Le città come zone di frontiera
Lorenzo Dellai, Identità e internazionalizzazione. Intervista di Biancamaria Bruno
Karl Schlögel, Arcipelago Europa

 

Vuoti di memoria

Marcel Cohen, Il peso del vuoto
Aleida Assmann, La Storia siamo noi
Daniel Libeskind, Architetture dell’assenza
Evgen Bavčar, Memoria, un vissuto fragile
Norman Manea, Monumenti alla vergogna
Slavenka Drakulić, Mai più a Belgrado
Vercors, Il comandante della Prometeo
Marcel Cohen, Perdere il mare
Michail Ryklin, I bambini nella casa in fiamme

 

I libri

Recensioni a cura di Biancamaria Bruno, Davide Cadeddu, Dario Gentili e Alberto Scarponi





Cari amici, cari lettori,
diceva Edward Said nel 2001: «Ho capito che i popoli fanno la loro storia. Che la storia non è come la natura. È un prodotto umano. Ho capito inoltre che noi possiamo creare le nostre stesse origini. Non sono date, sono atti di volontà». Ma in che modo i popoli si sono “creati” e si “creano”? La risposta più classica ce la fornisce Cornelius Castoriadis nel testo che pubblichiamo in apertura di questo numero: attraverso le istituzioni democratiche che assicurano l’autonomia della società che deve essere regolata solo e unicamente su basi politiche. È una risposta che, a noi lettori del XXI secolo, appare, se non provocatoria, quanto meno in aperto contrasto con quanto vediamo intorno a noi, in Italia ma anche fuori. Quello che vediamo è un vuoto. Ma sbaglieremmo a pensare che sia un vuoto non ideologico, determinato cioè solo da una sorta di ineludibile deriva storico-sociale-tecnologica che spinge all’indifferenziazione, all’appiattimento e all’omologazione. Cercare di comprimere le istituzioni della Politica fino a renderle vacue, cioè vuote, sostituendole con personalismi inevitabilmente temporanei ma non per questo meno distruttivi; puntare a uno sviluppo insostenibile, dettato dalla globalizzazione, nonostante la crisi economica e ambientale, aggravando il divario tra un Primo mondo “ troppo pieno” e un Terzo mondo “troppo vuoto”, in cui la coscienza collettiva viene lavata dai vari G8 e G20, inutilmente costosi; cercare di ricostruire fittiziamente la Storia dei popoli, facendo leva sui vuoti di conoscenze, di coscienza e di memoria delle persone, memoria che diventa un contenitore in cui si mischia Storia e «controstoria», come diceva Foucault: sarebbe pura follia pensare che tutto questo non sia voluto. Le ideologie non sono morte con il crollo del Muro di Berlino; forse, sono solo cambiate e ancora non disponiamo degli strumenti e delle categorie più adatti a riconoscerle – oppure preferiamo pensare che il pensiero ideologico, che ha segnato tanto duramente la Storia, sia ormai acqua passata, anche se il terrorismo nelle sue varie forme starebbe a dimostrare ampiamente il contrario. Così non vediamo che l’ideologia è diventata «la base e la trama del consenso», come dice Sacvan Bercovitch, citato da Aleida Assmann nel testo che qui presentiamo.
L’intero numero 102 ruota dunque intorno al tema della responsabilità – personale, collettiva, civile, storica. Responsus, in latino, vuol dire “che risponde”. Noi non stiamo dando risposte, né capiamo che, rifiutando un confronto onesto con il passato, non saremo in grado, né noi né tanto meno le giovani generazioni, di costruire un futuro decente. Siamo diventati bravissimi a erigere monumenti all’eroismo, dimenticando però che a ogni eroismo corrisponde una vergogna, indegna di essere ricordata, come ci avverte Norman Manea nel suo testo; abilissimi nell’esercizio dell’auto-assoluzione, della non-scelta, per cui la pratica dell’aut-aut di kierkegaardiana memoria, del questo o quello, non funziona più, come ci dice Daniel Libeskind; espertissimi nella costruzione di capri espiatori, di nemici più o meno interiori, per cui anche l’innocenza diventa una colpa, come afferma Marcel Cohen. Al responsus ormai preferiamo l’inventio che non è più il “ritrovamento” della nobile tradizione retorica latina, cioè la riscoperta di esperienze passate riorganizzate in modo da dotarle di un senso nuovo buono per il futuro, ma improvvisazione, navigazione a vista – pura e semplice invenzione.
Buona lettura a tutti,

Il Direttore,
Biancamaria Bruno


 

 

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