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Annata 2010 Sommario n. 104

     

Numero 104 - recensioni


Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida, Quodlibet 2009, pp. 235, euro 20,00.

Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos. Stampa Alternativa 2010, pp. 240, euro 13,00.

Marco Palladini, Iperfetazioni (la linea non c'è). Prefazione di Francesco Muzzioli, Zona 2009, pp. 148, euro 15,00.

Valdo Spini, Vent'anni dopo la Bolognina, Rubbettino 2010, pp. 198, euro 14,00.

 

 

 

 

Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida. Quodlibet 2009, pp. 235, euro 20,00.

Copertina | Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida Assumere la topografia politica come una delle fondamentali chiavi interpretative della globalizzazione e della crisi dello Stato moderno consente il ripensamento e la riformulazione di categorie che per secoli hanno vincolato la definizione della cittadinanza e dell’identità politico-giuridica ai confini dello Stato-nazione. Il recente volume di Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida, offre uno scavo in profondità di tale prospettiva, non solo sottoponendo a una sapiente analisi filosofica la ricostruzione storica della topografia politica fino alla sua configurazione contemporanea, ma anche indicando una direzione di senso legata a uno specifico punto di vista: il “punto di vista del fuori, dello straniero e dell’esclusione”, che stabilisce una sostanziale continuità tra la riflessione dell’Autore e i principali referenti della sua opera, Walter Benjamin e Jacques Derrida.
Il progressivo venir meno della distinzione tra dentro e fuori i confini dello Stato-nazione impone al mondo globalizzato interrogativi fondamentali – «Che cosa resta dello straniero? Di chi viene da fuori? E del cittadino? Di chi è dentro? Chi è cittadino senza lo straniero che da fuori lo definisce? Chi ha effettivamente la potenza di definire la cittadinanza: lo straniero o il sovrano? E se la “potenza di definire” l’appartenenza all’interno provenisse da fuori?» Per fornire una possibile risposta a queste domande, occorre considerare e dar vita a una nuova concezione della spazialità. Si tratta di individuare uno spazio – lo spazio lasciato vuoto dalla progressiva “spettralizzazione” dell’autorità fondativa e delle figure da questa definite – e, al contempo, di far spazio, “creare” lo spazio che tanto la concezione derridiana della revenance quanto il destruktive Charakter benjaminiano, fino all’idea di creatio ex nihilo fornita da Jean-Luc Nancy, sembrano indicare all’orizzonte della post-sovranità. Tale spazio presenta il vantaggio della propria Zweideutigkeit (“ambiguità”, “ambivalenza”), ponendosi al di fuori delle categorie di esclusione/inclusione imposte dal confine per configurarlo come quella “soglia” che, per Derrida, «è quindi sempre un cominciamento, il cominciamento del dentro e il cominciamento del fuori» – la soglia su cui l’analisi di Gentili intende soffermarsi. A una spazialità che metta radicalmente in discussione l’identità di figure come il sovrano, il cittadino, lo straniero, corrisponde un soggetto alternativo a quello politico-giuridico tipico del Moderno, imposto dalla de-cisione del confine: chiunque. «Chiunque è il cittadino in assenza del sovrano, ma chiunque è anche il sovrano fuori dai confini della sua giurisdizione e chiunque è lo straniero dentro i confini del Paese che lo ospita. Tuttavia il chiunque presuppone ancora una topografia, in cui il fuori non rimanda a una dimensione ultra-terrena, bensì è situato in questo spazio, non al di là, ma appena fuori la porta: una condizione in cui, oggi, potrebbe trovarsi chiunque, in ogni momento».
Una realtà politica così configurata non può non avere rilevanti implicazioni giuridiche che, a partire dall’apporto di Benjamin e di Derrida, convergono nella necessità di tener ferma la distinzione tra diritto e giustizia, tra legalità e legittimità. L’analisi di Gentili spazia allora con coerenza dal confronto inevitabilmente critico con Carl Schmitt all’analisi benjaminiana e derridiana della Gewalt (sia “violenza” che “autorità legittima”), fino alle implicazioni messianiche di una concezione politica che Benjamin pone a confronto con quella artistica. È il caso del saggio su Kafka del 1934, con la sua problematica ricezione da parte di Gershom Scholem e Bertolt Brecht.

Ludovica Malknecht

 

Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos
Stampa Alternativa 2010, pp. 240, euro 13,00.

Copertina | Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos Louis Ferdinand Destouches, uno che si diede come nom de plume il dolce nome della nonna, Céline, e però si programmò scrittore delle cose peggiori degli uomini, uno così non è facile capirlo. Infatti fu fascista, ma insieme è, sebbene con qualche sussulto, uno degli scrittori cult della sinistra colta. Ora un libro “alternativo” tenta di rispondere alla difficile domanda: come mai, uno così, interessa tanto anche a sinistra? E fa due cose: sottolinea che si tratta di uno scrittore, non d’un politico, un grande scrittore che «inventa una lingua letteraria nuova», e poi per chiarire esempla questo suo Maledetto Céline su tale nuova scrittura. Una scrittura che io direi performativa.
I periodi spezzati, interrotti da puntini, il saltare di palo in frasca, il farsi trascinare dall’immagine, insomma il parlato della scrittura di Céline è qualcosa di più dell’argot mimetico usato dalla tradizione letteraria a fini ideologici. Non è realismo, se non in senso fortissimo, non stilistico, ma cognitivo. Far vivere le infinite verità della situazione, che si aprono proprio negli scatti gergali, possibili soltanto fra interlocutori che abbisognano appena d’una piega, d’un lampo, per toccare ciò che il bon ton letterario non toccherebbe, e su cui il gruppo argotico (tipico quello giovanile) tende a chiudersi criptico, mentre qui paradossalmente va espandendosi verso un lettore complice e non più ipocrita. Al fondo c’è una volontà di far sapere (può considerarsi simile al senso che il coetaneo Antonin Artaud dava alla parola crudeltà? o alla visceralità arguta del dialetto in Pasolini?), una feroce volontà che produce un discorso di verità non concettuale, ma vitalistico, appunto performativo.
Ferdinand che tredicenne viene mandato nel mondo a imparare le lingue nella prospettiva magnifica e progressiva del successo nel commercio, a diciotto anni va militare e si scontra di colpo con la totalità della guerra. È la belle époque che s’affloscia in un nichilistico clima luttuoso. Da cui verità impreviste: l’ordine è ipocrisia, la vita può essere davvero sperimentata solo al grado zero della materialità. Di qui una vera passione per la medicina, per la cura dei corpi, e parallela una autentica vocazione per la scrittura, ma una scrittura che non tollera i discorsi sopra il vissuto. Il cartesiano cogito è sentito come impostura, i suoi cultori risultano solo «ladri di esperienze». Céline dirà: «Tutto il mio lavoro è consistito nel cercare di rendere la prosa francese più sensibile, tesa, precisa, sferzante e cattiva, iniettandole un linguaggio parlato, il suo ritmo, il suo tipo di poesia e di tenerezza malgrado tutto». In realtà inventa una scrittura nuova, plasmata sì sull’autobiografico parlare quotidiano per coglierne la resa emotiva, ma poi lo rivoluziona, gli cambia il soggetto: l’io di quella chiacchiera al singolare qui è sempre inteso come un noi, un plurale cui nessuno si sottrae, neppure il narratore nella sua miseria. La forma è l’aperta, ambigua performatività del parlare semanticamente inventivo del quotidiano, dove ogni parola è insieme detta e non detta, precisa e allusiva, illimite e distinta, concettuale ed emotiva, vera e non vera, il suo terreno però è il grado zero della vita (quello della fame), disvelato come condizione umana.
Non si tratta di Weltanschauung regressiva, antimoderna. È un metodo. Céline aspira a rinascere, a rinascere nella verità, sapendo che «la vita profonda di qualsiasi bambino è la difficile armonia di un mondo in via di creazione. In questo mondo devono entrare, giorno per giorno, tutte le tristezze e tutte le bellezze della terra. È l’immenso lavorìo della vita interiore». Ma «attorno a noi, tutto è soltanto meccanico, aggressivo, abominevole ». «Dai dieci, dodici anni finisce la magìa della spontaneità.» Cosa possono i maîtres à penser, i letterati e filosofi di fronte a questa seconda nascita, dove tutto è mistero? Nel migliore dei casi, possono «quasi niente».
Quel quasi significava per lui lavorare al libero esprimersi e parlare della vita stessa. In questa ingenuità programmatica Céline credette assurdamente persino a un «pacifismo» del nazismo. Alla fine orgoglioso disse: «Nella mia vita, lo stesso vizio di Rabelais. Anch’io ho passato il tempo a mettermi in situazioni disperate. Come lui, niente che mi aspetti dagli altri. Come lui, non rimpiango niente».
Alla fine, notevole contributo questo di Lanuzza a intendere non solo un grande scrittore del secolo scorso, ma anche il nostro tempo e noi stessi, oggi.

Alberto Scarponi

 

Marco Palladini, Iperfetazioni (la linea non c'è).
Prefazione di Francesco Muzzioli, Zona 2009, pp. 148, euro 15,00.

Copertina | Marco Palladini, Iperfetazioni (la linea non c'è) «Iscritto d’ufficio» e da sempre «all’agra stirpe dei poeti Impuri et Invettivi», Marco Palladini con la poesia ha un rapporto in dinamica dialettica. Nessun orizzonte consolatorio, nessuna indulgenza, né verso di lei né verso se stesso. La sua scrittura è «impura» e per fortuna anche «infettiva»: contagia il sospetto per il bello scrivere, per le derive estetizzanti. E contagia anche, fin dalla prima lettura, il morbo della scrittura civile. Non altrimenti potrebbero essere lette le numerose epigrafi apposte al suo recente Iperfetazioni (la linea non c’è): se per Gadamer «i poeti risolvono più problemi di quante soluzioni si trovino in Wittgenstein», per Manganelli «i poeti hanno orrore della poesia » e i grandi del Novecento cercano di «rendersi illeggibili, anzi, direi... “brutti”». L’unica strada per vincere quella «ripugnanza» che poeta e poesia ispirano al Carmelo Bene citato ancora in epigrafe è l’impegno civile, quello che faceva tuonare il Dante della «serva Italia» e fa scagliare oggi Palladini, con intensa vis polemica, contro guasti politici e letterarie presunzioni di un’Italia che «non s’è desta», un’«itaglia» – scrive al modo di Villa – che «s’addorme», che quando è «poetante» si sogna «nella vacua posa di vate in gloria» mentre al più è «poetabonda, per nulla pudibonda, / anzi scaciata e ineducata».
Essendo la nostra una patria mancata, per un poeta che come Palladini non s’induce a «barattare la decenza con la gloria», fatalmente «l’unica patria possibile è il linguaggio». Iperfetazioni mostra davvero quanto per lui la scrittura sia patria esosa di «dazi e tributi» e quanto sia «giuoco a perdere, cancro mortale». Giuoco serissimo d’inabissamento nel politico e nel rapporto tra l’io e la dimensione politica. Il testo, che nel titolo denuncia una abnormità pericolosa e inutile – la “superfetazione” è un secondo concepimento quando n’è in corso già uno –, ha struttura tripartita che meglio diremmo dialettica e materialista sto(r)ica. La scansione va dal privato al pubblico, fermo restando che sempre in Palladini i due campi si intersecano, attraversando una sezione mediana che funziona da cerniera e che quell’intersezione rende palese: Ricognizioni private (l’io «irritante » esposto anche graficamente in testi tutti giustificati al centro); Interzone (la zona che non è linea di confine ma ampio territorio di contatto e scambio); Pubbliche escursioni (la prevalenza dell’esterno in brechtiano straniamento). L’io cambia rimanendo se stesso. È l’«obliquo, inquieto flâneur» che nella prima sezione, «ospite sospetto», vive «la vita come una casa in affitto» facendo della precarietà uno stigma non solo esistenziale ma anche politico. Si condensa in quella perfetta allegoria della mediazione interno-esterno che è un verso d’ironia esemplare come «L’Io ha sgamato, l’Es è uno svitato, il SuperIo fa lo svagato» nella sezione centrale. E apertamente denuncia il «neo-tardo capitalismo satollo e saturo», il «fascismo vecchio e nuovo», i Couvre-feux che soffocano le rivolte dei «folletti sporchi delle banlieues» parigine, e i bombardamenti israeliani che portano la morte come un sinistro miracolo e «tramutano i vivi in cadaveri, i molti piccini / in corpi fossili, le donne in sudari imbiancati».

Cecilia Bello Minciacchi

 

Valdo Spini, Vent'anni dopo la Bolognina.
Rubbettino 2010, pp. 198, euro 14,00.

Copertina | Valdo Spini, Vent'anni dopo la Bolognina Valdo Spini, di cultura protestante e cioè, qui in Italia, portatore di una cultura, per così dire, di frontiera, rappresenta bene le opinioni di chi, animato da spirito critico in senso alto, ha sempre creduto che le critiche dovessero tradursi non in ideologie ma in programmi. Nel Partito Socialista Italiano tale spirito a un certo momento si consolidò nelle idee di Riccardo Lombardi ed ebbe anche un momento di possibile rilievo storico quando, con i governi di centro-sinistra degli anni Sessanta, tentò di introdurre nel sistema socio-economico italiano l’idea appunto di “programma”, come qualcosa di distinto dagli inefficienti, oltre che totalitari, “piani” sovietici e, simmetricamente, dagli invece efficienti, ma disumani, “liberismi”. Le riluttanze concrete e congiunte dei poteri economici, degli apparati amministrativi e delle forze politiche maggiori impedirono che il progetto si realizzasse.
Tra queste forze ci fu anche a suo modo il Partito Comunista Italiano, il quale tuttavia dopo una ventina d’anni, nel 1989, alla Caduta del Muro che divideva il mondo ormai non più sovietico dal mondo occidentale, decise per forza di cose di dedicarsi a un “nuovo inizio”. La cosa – che assunse la forma di cambiamento del nome del Partito – viene oggi sinteticamente detta Bolognina, dal nome della sezione di partito dove l’idea fu espressa come linea politica. Ed ecco che Valdo Spini, a questo punto forte dell’esperienza di un ulteriore ventennio che lo ha visto politico attivo, sebbene ancora di frontiera, nel farsi di tale lungo “nuovo inizio”, scrive un instant book per fissare il punto della situazione.
La situazione finisce per essere da lui descritta nelle ultime pagine come «assenza della sinistra », ormai in piena «confusione ideologica ed organizzativa». Dirimpetto, il quarto governo Berlusconi, devoto del dio “fare”, che prosegue presuntivamente immortale nella sua strana nonpolitica di (auto)sussistenza. Mentre l’economia, per suo conto, quella là d’altronde traballa.
A ciò hanno condotto, secondo Spini, – quando sarebbero servite pazienza e cautela – quattro «impazienze» di politici (Occhetto, D’Alema, Fassino, Veltroni) i quali, trovatisi a condurre i giochi decisivi nel campo del centrosinistra, hanno scelto mosse sbrigative, pur essendo, in realtà, incerti se costruire un partito all’americana (senza una reale struttura democratica di legame col territorio durante le attese tra le scadenze elettorali) o un partito all’italiana (strutturato ma pure impacciato da mediazioni politiche interminabili, per giunta rese inutili dalla istantaneità comunicativa dei mass media), in ogni caso dubbiosi se pensarlo, tale partito, a intenzione maggioritaria, quindi culturalmente leggero, oppure amalgama di culture forti, quindi minoritarie, dunque costretto a una politica di alleanze con altre culture politiche altrettanto forti, anche se più minoritarie.
Un pericoloso vicolo cieco. Però, se ne può ancora uscire, sostiene Spini, in primo luogo riconoscendo che per andare al nuovo non era necessario «distruggere il vecchio» della sinistra, cioè il tradizionale modo di essere, nelle loro varie versioni, dei partiti europei di matrice socialista. Anzi, primario è, divenire parte del Partito Socialista Europeo. E qui, insediati in una solida tradizione e attualità continentale, definire i valori e le idee di «un progetto o programma per l’alternativa» in Italia, centrato su quattro assi fondamentali: la laicità delle istituzioni politiche (incluso il partito da costruire) in quanto strutture praticabili da una varietà di culture; il lavoro come referente socio-economico, vale a dire progettare una politica che privilegi e tuteli quelle figure sociali la cui attività intellettivo- manuale si svolga nell’economia produttiva (non nei campi «della rendita o della speculazione finanziaria fine a se stessa»); le riforme necessarie per eliminare gli squilibri economici e sociali del paese, infatti «una sinistra che vuole vincere deve dimostrare di essere capace di portarsi dietro il paese», in particolare i giovani, «sulla strada di cambiamenti effettivi»; infine progettare un rapporto partito-paese articolato in meccanismi di partecipazione democratica e ispirato a una nuova eticità, a «una nuova “stagione dei doveri”».
Come avviare una dinamica tanto ragionevole ma, in apparenza, anche tanto irreale? Il suggerimento di Valdo Spini è che il Partito Democratico lanci «una sorta di assemblea costituente… articolata territorialmente, in cui, alla luce di princìpi chiari e precisi e di una propositiva elaborazione programmatica», l’intero campo del centro-sinistra possa concretamente ricomporsi in un’attendibile alternativa al centro-destra.
Ottimismo della volontà, sempre necessario e dunque benvenuto. Il pessimismo dell’intelligenza, d’altra parte, condurrebbe troppo lontano e forse fuori tema, infatti indurrebbe a concludere la lettura di queste pagine di elegante, stringente ragionamento politico con una domanda: sarà poi certo che le dinamiche tecnico-economiche, socio-culturali, psichiche, insomma antropologiche delle società contemporanee – fondate sui grandi numeri e su individui drammaticamente immersi nella lotta contro la manipolazione dei grandi apparati – siano governabili nelle forme e tramite i dispositivi e con i criteri elaborati dalla politica finora? In altri termini: siamo certi che il successo dell’impolitica berlusconiana non indichi qualcosa di più di uno spazio vuoto occupato dal nulla? Non è che il “nuovo” di cui abbiamo bisogno dovrebbe essere molto, molto più nuovo di quanto non sappiamo?
Troppo lontano. Fuori tema. Sarà bene perciò tenere i piedi per terra (ammesso che la Terra sia ancora ciò che fino a oggi abbiamo creduto). Ritiriamo la domanda. Chiudiamola con il pessimismo, anche se dell’intelligenza. Mettiamoci con volontà a lavorare pieni di speranza e pazienza.

Alberto Scarponi

 

 

 

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