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Lettera Internazionale è socio CRIC
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Numero 107 - recensioni
Stringere
in un nesso forte estetica e politica si è spesso rivelato, soprattutto alla
luce delle conseguenze che ciò ha prodotto nella prima metà del Novecento, un
terreno particolarmente insidioso, tanto che, nella seconda metà dello stesso
secolo, la riflessione interna ai due ambiti si è impegnata piuttosto a
rimarcarne la reciproca autonomia. Affermare oggi la necessità di tale nesso e
tentare poi di declinarlo in senso spettacolare – proprio nell’epoca della
politica-spettacolo – appare una sorta di sfida. Sfida di cui, tuttavia, Elena
Tavani è più che consapevole, e anzi essa rappresenta la premessa stessa al suo
Hannah Arendt e lo spettacolo del mondo. Proprio oggi, infatti, sarebbe
necessario insistere sulla coappartenenza costitutiva di estetica e politica per
reagire alla degenerazione parallela a cui i rispettivi specialismi hanno
condotto politica ed estetica: apoliticità e anestetizzazione. E quale
pensatrice migliore di Hannah Arendt – ebreo-tedesca formatasi alla scuola di
Heidegger e Jaspers, costretta ad abbandonare la Germania in seguito all’avvento
del nazismo e rifugiatasi a New York, dove, a differenza di altri, rimase anche
dopo la fine della guerra – per interrogare il rapporto di estetica e politica?
Pochi come lei – testimone sia della catastrofe che colpì l’Europa, culla della
politica occidentale, sia del sorgere della società dello spettacolo – hanno, al
contempo, celebrato come modello politico per eccellenza la vita activa della
polis – quella cioè dispensata dal soddisfacimento dei bisogni materiali della
oikonomia – e anticipato, senza tuttavia avallarlo, l’affermarsi del paradigma
biopolitico, che mette radicalmente in discussione il presupposto su cui si basa
la vita activa: la distinzione tra zoe, la vita biologica, e bios, la forma di
vita propriamente umana. Ebbene proprio dalla filosofia di Arendt, di cui il
libro evidenzia l’estrema originalità pur collocandola al crocevia di tante e
diverse correnti, Tavani prova a estrapolare una concezione dello “spettacolo
della politica” che funga da antidoto alla “politica-spettacolo”.
Perché il nesso di politica ed estetica non si risolva nella ricerca del
consenso per mezzo di tecniche della comunicazione in grado di plasmare
l’apparenza, orientando così un’opinione pubblica soltanto passiva e ricettiva,
è fondamentale stabilire che cosa si intenda per “estetica”. Arendt, infatti,
per definire l’esperienza estetica non si rivolge né a una qualche filosofia
dell’arte né a una determinata concezione della bellezza; il suo rifermento è
piuttosto il Kant della Critica della facoltà di giudizio – e Tavani non manca
di sottolineare la sintonia tra l’impostazione arendtiana e la lettura che della
terza Critica kantiana ha offerto il suo maestro, Emilio Garroni.
L’estetica kantiana individua un “senso comune” proprio di un’“esperienza in
genere”; vale a dire un’esperienza non determinata a priori, ma ogni volta
determinabile dalla condivisione del medesimo spazio da parte di ogni singola
posizione che, soltanto in questa condivisione, può trovare espressione e
risonanza. Insomma, ciò che l’estetica offre alla politica è la determinazione
di uno spazio pubblico. Tale spazio pubblico è concepito da Arendt come una
scena teatrale, dove trovano posto attori e spettatori. Dal momento che, come è
facile arguire, il ruolo dell’attore è ricoperto dal politico, il quale pratica
in azioni e discorsi – i due aspetti della vita activa – la sua presenza in
scena, come evitare il rischio palese di una politica-spettacolo che releghi gli
altri a spettatori passivi della performance del politico di turno? Come non
pensare alle platee televisive – in studio e a casa – che assistono ai tanti
talk-show politici? Tavani ha ben presente il problema e, contro la
degenerazione della politica-spettacolo, fa valere ancora una volta
l’insegnamento dell’estetica kantiana appreso da Arendt: se davvero la scena
spettacolare è quella dello spazio pubblico, non solo ogni spettatore può essere
a sua volta attore, ma anche in quanto spettatore non è mai passivo – perché
giudica, e così facendo prende “posizione” nello spazio, che soltanto a queste
condizioni può definirsi “politico”. E poco importa che ciò accada negli spazi
deputati alla politica, istituzionali o televisivi che siano, perché si dà
politica ogni qualvolta si condivide uno spazio con gli altri: è il mondo stesso
a essere in potenza spettacolo. Su questa scena nulla è garantito, ma esporsi è
un rischio che bisogna correre.
Dario Gentili
Racconta Javier Cercas – nato in
Estremadura nel 1962 e già autore di romanzi tradotti in varie lingue – che
avrebbe voluto scrivere una storia inventata, un romanzo sull’episodio del 23
febbraio 1981, il giorno in cui i soldati della Guardia Civil, comandati dal
tenente colonnello Tejero, entrarono nel Parlamento e presero in ostaggio i
deputati per attuare un golpe. Ma che la vicenda del tentato colpo di Stato gli
si impose con tale drammaticità che, dopo una prima stesura “romanzesca”, si
decise a narrare gli eventi senza aggiungervi nulla, ma tentando di ricostruire
l’episodio entrando in quel complesso gioco di specchi che costituisce il
percorso obbligato di ogni vicenda in cui ciascun protagonista mette in gioco se
stesso cercando di comprendere le traiettorie altrui. Ne viene fuori un “quasi”
libro di storia, acuto e profondo, e un saggio esemplare sulla nazione spagnola
e sul percorso in parte inatteso della sua democrazia.
Inatteso innanzi tutto perché, dalla morte di Francisco Franco (novembre 1975),
la transizione democratica non era progredita attraverso un percorso concordato
tra le parti, ma attraverso la presidenza del Consiglio di Adolfo Suárez,
incaricato dal re di smantellare lo Stato franchista. Suárez era stato
determinato e impetuoso e aveva portato la ricostruzione della democrazia fino
al punto di non ritorno con la legalizzazione del partito comunista (aprile
1977). Ma nella sua corsa aveva scontentato i vecchi amici franchisti, dalle cui
fila egli stesso proveniva, senza convincere del tutto i democratici. E quando i
militari golpisti entrarono nel Parlamento, le tradizioni antiche e recenti
della Spagna non contenevano una risposta sicura al conflitto in atto.
Fatto è che nella generale, e un po’ indecorosa, resa dei parlamentari, solo tre
uomini restarono immobili e saldi a sfidare i proiettili e il destino: lo stesso
Suárez, il vicepresidente Manuel Gutiérrez Mellado e il comunista Santiago
Carrillo. Perché la placenta del golpe si alimentava di tensioni diverse e, se
era certo che il percorso di governo di Suárez fosse ormai giunto al capolinea,
pochi ebbero la consapevolezza che in quel momento era in gioco il destino del
paese, e ancor meno erano disposti a giocarsi tutto, compresa la vita.
Il vero tema del libro è dunque quel decisivo passaggio attraverso il quale i
vincitori della guerra civile, i franchisti, vengono espropriati della vittoria
– e definitivamente battuti con la demolizione dello Stato franchista – senza
essere portati sul banco degli accusati, evitando al paese nuovi drammi e nuove
violenze, sotto un’egida reale, talora incerta e incoerente, ma comunque lucida
nell’interpretare l’interesse nazionale, coincidente con la democrazia.
Infine l’ultima parte del libro è intitolata “Viva l’Italia!”. Il riferimento è
al film di Roberto Rossellini Il generale Della Rovere (1959), in cui un
truffatore e profittatore di guerra (un meraviglioso De Sica), nel Nord occupato
dai nazisti, viene infiltrato dai tedeschi, che lo spacciano per un ufficiale
badogliano, nel carcere di San Vittore per scoprire chi è il capo della
Resistenza. Nel momento decisivo, il falso generale non se la sentirà di
rispettare l’accordo con i tedeschi e preferirà la fucilazione, segno
d’istrionismo, certo, ma segno anche di quella dimensione della libertà per cui
chiunque nei momenti decisivi può essere – ed è di fatto – arbitro del proprio
destino.
Francesco M. Biscione

Magari le sue teorie non saranno
inattaccabili, ma Arthur Coleman Danto è considerato senz’altro il più noto e
autorevole filosofo prestato all’arte attualmente su piazza. Le sue riflessioni
(e i suoi scritti) hanno influenzato generazioni di studiosi e artisti a partire
dagli anni Sessanta: tutto cominciò alla Stable Gallery di New York quando, nel
1964, Danto vide il Brillo Box e gli altri lavori di Andy Warhol che
riproducevano confezioni di prodotti di consumo come i Corn Flakes Kellogg’s e
il ketchup Heinz. Fu quello il “peccato originale” dell’arte, secondo Danto. E
sì, perché da quel momento – anche se in effetti Duchamp aveva già contribuito a
scompaginare le carte – le cose cominciano a cambiare: gli oggetti comuni
potevano innalzarsi al livello di vere e proprie opere d’arte. È questo il tema
portante di Oltre il Brillo Box, una raccolta di saggi che delinea i punti
focali del pensiero di Danto. L’interrogativo che ruota attorno alla scatola
Brillo è il seguente: come si può distinguere un mero oggetto (real thing, lo
definisce Danto) da un’opera d’arte, nonostante presentino qualità formali che
li rendono praticamente identici? Il filosofo americano spiega che non bastano
le capacità percettive, i sensi, l’occhio. Bisogna rifarsi ad altre proprietà:
così Danto chiama in causa i concetti di aboutness e di embodiment, per cui
l’opera – e la sua lettura – sarebbe il “risultato” di intenzionalità artistiche
e significati (aboutness si può tradurre, usando una perifrasi, con “essere a
proposito di”) mediati da incarnazioni simboliche (embodiment, appunto). In
questa maniera è possibile sciogliere il nodo dell’indiscernibilità degli
oggetti e delle opere, come nel caso del Brillo Box: la scatola di pastiglie
Brillo che si trova al supermarket non è che un prodotto commerciale, quella di
Warhol sarebbe invece il frutto di una riflessione artistica in grado di
attribuirgli lo statuto di opera. Ma le questioni affrontate da Danto investono
per intero il modo di guardare alla produzione artistica dell’uomo. Come
anticipa il sottotitolo del libro (Il mondo dell’arte dopo la fine della
storia), lo “scherzetto” di Warhol avrebbe portato l’arte all’esaurimento dei
propri “obiettivi” (la rappresentazione mimetica, per esempio), catapultandola
in un’epoca post-storica «al di là della quale [l’arte] si trasforma in qualcosa
di fondamentalmente diverso – oltre la quale si converte in filosofia». Non ci
sono più grandi narrazioni: a dominare la scena è ormai un pluralismo per cui
«non esiste una forma particolare di fare arte che abbia priorità su un’altra» e
dove è «il criterio stesso di correttezza storica a essere diventato
inapplicabile». Naturalmente Danto non intende dire che “tutto vale”, anzi. Il
filosofo sostiene che vi siano “buone ragioni” che consentono la corretta
analisi e valutazione di un’opera, ragioni che tengono conto di fattori storici
e interpretativo-ermeneutici, avvicinando così la critica d’arte alla scienza.
Per dimostrare le proprie tesi, Danto si basa sul costante utilizzo di esempi
paradossali e divertenti (come quando afferma che, se la lettura di un’opera
d’arte si basasse sul semplice riconoscimento visivo e non sull’interpretazione
simbolica, alcuni animali sarebbero probabilmente più competenti dell’uomo): la
sua scrittura, nonostante la densità del pensiero, è vivace e brillante. Alcuni
nodi cruciali delle teorie di Danto rimangono tuttavia insoluti (siamo sicuri
che basti fare appello alle proprietà di aboutness ed embodiment? La distinzione
fra il Brillo Box warholiano e il mero oggetto di consumo non avviene forse
grazie al contesto nel quale rispettivamente si trovano – il museo e il
supermercato –, capace di ricostruire intenzionalità che altrimenti
risulterebbero illeggibili?); in ogni caso, gli spunti problematici offerti dal
testo rimangono fonte di riflessioni stimolanti, nel tentativo di colmare il
colpevole ritardo con cui la saggistica di Danto è stata presa in considerazione
in Italia.
Saverio Verini
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