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Le recensioni
Numero 102 - IV Trimestre 2009


Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica. Introduzione di Nadia Urbinati, Donzelli 2009, pp. 128, euro 7,00.

Biagio de Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?, Marsilio 2009, pp. 190, euro 12,50.

Jacques Derrida, Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione. A cura di E. Castanò, D. De Santis, L. Fabbris, M. Guidi, A. Lo Deserto, Mimesis 2008, pp. 296, euro 18,00.

Enrique Dussel, Venti tesi di politica. Per comprendere e partecipare. Introd. e trad. di Antonino Infranca, Asterios 2009, pp. 200, euro 19,00.

Gad Lerner, Scintille. Una storia di anime vagabonde, Feltrinelli 2009, pp. 224, euro 15,00.

 

 

 

 

Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica.
Introduzione di Nadia Urbinati, Donzelli 2009, pp. 128, euro 7,00.

Copertina | Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica Strano successo quello di Destra e sinistra di Bobbio. Trecentomila copie vendute nei primi dieci mesi, traduzioni in ventisette lingue negli anni successivi alla prima edizione del 1994, recensioni, dibattiti televisivi, libri di altri autori in replica rappresentano alcune delle cifre del suo successo da best seller. Eppure, a rileggere oggi quelle originarie cento pagine, appare chiaro che non si trattasse propriamente di un’opera divulgativa. La prosa, l’articolazione del testo, il metodo seguito, le note a pie’ di pagina erano quelle di un professore che si voleva esprimere a un pubblico selezionato. Quali, dunque, le ragioni del successo? Fu probabilmente il nome autorevole dell’ottantacinquenne autore – professore emerito all’Università di Torino e senatore a vita della Repubblica italiana – e l’argomento affrontato, ma segnatamente il frangente storico nel quale si collocava la pubblicazione a richiamare su di sé un fascio di luce davvero particolare. L’implosione dell’URSS qualche anno prima e la conseguente scomparsa in Italia di tutto un mondo politico avevano lasciato molti nel disorientamento generale. Il successo di vendite di Destra e sinistra può ben rappresentare, in effetti, quella ricerca di identità politica che connotò i primi anni Novanta del secolo scorso.
Se la storia era lì a ricordare l’importanza fondamentale della libertà all’interno dei regimi politici nati dal popolo e rivolti al bene del popolo, Bobbio con le sue pagine esprimeva una tesi lucida quanto controversa: la distinzione tra destra e sinistra aveva ancora un suo significato pregnante e questo ruotava intorno al problema non della libertà, bensì dell’eguaglianza. L’apparente contraddizione tra la contestuale eguaglianza e diseguaglianza delle persone era risolta da lui rilevando che il giudizio differente derivava dal porre l’accento su ciò che esse hanno in comune o su quanto le distingue: «Ne segue che quando si attribuisce alla sinistra una maggiore sensibilità per diminuire le disuguaglianze non si vuol dire che essa pretenda di eliminare tutte le diseguaglianze o la destra le voglia tutte conservare, ma tutt’al più che la prima è più egualitaria e la seconda più disegualitaria».
Al fine di comprendere il significato dell’eguaglianza, occorreva porlo in rapporto all’altro ideale sommo della libertà, constatando quindi che «una buona convivenza non può essere fondata se non su un compromesso fra l’uno e l’altro, per evitare il limite estremo, o dello Stato totalitario o dell’anarchia ». Nell’attuale introduzione al libro, Nadia Urbinati ritiene che «storicamente, i nemici dell’eguaglianza sono anche stati i nemici della democrazia». Era invece chiaro a Bobbio che «la storia di recente ci ha offerto la drammatica testimonianza di un sistema sociale in cui il perseguimento dell’eguaglianza non solo formale, ma sotto molti aspetti anche sostanziale, è stato ottenuto [...] a scapito della libertà in tutti i suoi significati». In altre parole, non vale a nulla insinuare che i principali fautori dell’eguaglianza siano anche gli autentici interpreti della democrazia: al suo sviluppo l’anelito per la libertà storicamente non è stato certo meno importante. Con Bobbio sembra plausibile limitarci a sostenere che se «il comunismo storico è fallito», senz’altro «la sfida che esso aveva lanciato è rimasta».

Davide Cadeddu

 

Biagio de Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?
Marsilio 2009, pp. 190, euro 12,50.

Copertina | Biagio de Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? Nonostante la verve polemica, Biagio de Giovanni non sa rinunciare nemmeno in un pamphlet alla passione ragionante e dunque propositiva. Intende argomentare sul perché dello stallo in cui si è bloccata la sinistra e della nascente egemonia della destra italiana, che a lui sembra «non di breve periodo». È presto detto, noi assistiamo oggi alla fine di un sistema egemonico, quello ispirato a un’idea unificatrice della storia italiana a partire dall’analisi della “questione meridionale” proposta da tutta una classe dirigente intellettuale. Infatti, spiega de Giovanni, «i dati oggettivi non fanno mai la storia da soli. Le egemonie non si costruiscono mai per il solo affluire di dati economici e sociali. Esse hanno bisogno di forze attive, soggetti che entrano in campo, culture, per quanto si voglia primitive, ma capaci di mettere insieme persone e gruppi altrimenti dispersi, senza direzione… non è necessario ricordare Gramsci per comprendere questo». E oggi la “questione settentrionale” è «un altro punto di vista sulla storia italiana» che nasce «su mutamenti profondi dello scenario nazionale e mondiale, sulla crisi degli stati nazionali, sull’internazionalizzazione dell’economia, sull’irrompere del nord-est come nuova chiave di lettura dello sviluppo produttivo italiano».
Nel blocco strategico del pensiero meridionalista, il centrosinistra si ritrova erede impotente del vecchio sistema egemonico, ora divenuto «corporativismo sindacale». Gioca di rimessa sotto i «vecchi simboli, visibilmente sopraffatto nell’agenda politica, impantanato in una visione della politica cui non di rado manca il lessico per esprimersi». In una società divenuta «un grumo di resistenze corporative», paradossalmente la sinistra ha perduto ogni spirito di riforma, resiste e basta, mentre il centrodestra coltiva il cambiamento: federalismo, protezionismo, settentrionalismo, populismo. Soprattutto quest’ultimo sembra incidere, addirittura in termini culturali: «Berlusconi ha introdotto un altro livello della comunicazione politica, veloce, diretto, non gergale, magari scandaloso per chi vive del vecchio linguaggio togato».
E forse, viene da osservare, il leaderismo berlusconiano va anche più in là, giacché tende a negare la politica stessa riassorbendola anche in idea dentro il campo economico. Qui il “popolo” non ha sovranità, non è popolo in senso stretto (storico-politico, direbbe de Giovanni), è una massa che gioca un ruolo limitato, quello del recettore di offerte da parte di uno o più leader, un ruolo simile a quello del pubblico, del consumatore e dunque dipendente dalle performances della persuasione pubblicitaria. Di qui lo specifico linguaggio manipolatorio, affatto assente quanto a etica del discorso, dunque pragmatico, assai adeguato alla “realtà delle cose” del quotidiano, ma, appunto come tale sfera, sprovvisto in essenza di dimensione strategica e dunque produttivo di mode, non di egemonia. Mero carisma, se si vuole, che è entrato nel vuoto del crollo egemonico della sinistra, lasciandolo vuoto. Non per nulla il problema del dopo Berlusconi si presenta come scelta fra Bossi-Tremonti o Fini.
Il centrodestra va cambiando alcune cose in Italia, scuola, giustizia, princìpi contrattuali, parlamento, federalismo, fisco, ma quanto al cambiamento complessivo per adeguare il Paese al mondo in trasformazione, de Giovanni dubita che nella cultura del centrodestra abiti davvero la volontà occorrente. Ciò, sebbene la fase attuale chieda una «ricollocazione complessiva rispetto a una fisionomia consolidata della storia italiana, in vista di cambiamenti legati anche alla lettura del mondo globale». Cosicché per l’interlocutore diretto di questo «apolide della sinistra» «si riaprono le categorie di comprensione del mondo, e c’è pane per una sinistra che voglia pensare». Riuscire a sostituire Keynes con Schumpeter, tornare dalla politica del debito «alla forza del lavoro effettivo senza far di quest’ultimo un mito unificante, è una grande occasione per ripensare le società, per ricostituire un afflato etico-politico». Qui, e viene detto senza mezzi termini, si è inspiegabilmente bloccato il lavoro iniziato da Walter Veltroni, il quale ha enunciato ben sì il bisogno di una grande ricostruzione culturale della sinistra, ma senza attivare il conseguente concreto lavoro intellettuale. Probabilmente – sembra dimostrare questo libro – perché i compiti culturali spettano alla cultura.

Alberto Scarponi

 

Jacques Derrida, Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione. A cura di E. Castanò, D. De Santis, L. Fabbris, M. Guidi, A. Lo Deserto, Mimesis 2008, pp. 296, euro 18,00.

Copertina | Jacques Derrida, Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione Nel 1993, la pubblicazione di Spettri di Marx innescò un acceso dibattito a livello globale: all’indomani del crollo dei regimi comunisti in Europa – accompagnato dalla sanzione della morte di Marx e del marxismo – Jacques Derrida non soltanto stabilisce una profonda solidarietà tra la sua decostruzione e un “certo marxismo”, ma teorizza una vera e propria alleanza di natura sia filosofica che politica. Un’alleanza, prima di tutto, contro il trionfo imperante del capitalismo neoliberista e della società dello spettacolo – contro l’idea di un’ineludibile pacificazione e conciliazione finale che estingueranno lo sfruttamento e l’ingiustizia –, ma anche un’alleanza che rievochi un certo “spirito” del marxismo, il cui spettro si aggira ancora per il mondo. Nel 1999, è pubblicato Ghostly Demarcations, che raccoglie le reazioni più significative a Spettri di Marx e la replica di Derrida; con dieci anni di ritardo, il libro è stato finalmente tradotto in italiano, intitolato come la replica derridiana: Marx & Sons.
Il titolo dell’edizione italiana, sulla scorta dell’aspetto che Derrida stesso ha polemicamente rilevato come decisivo, intende evidenziare quale sia, con il senno di poi, la principale posta in gioco di Ghostly Demarcations: la prelazione sull’eredità di Marx che certi marxisti avanzano; e, come suggerisce la titolazione in inglese, quale sia la scena in cui tale disputa si svolge: gli Stati Uniti. Marx & Sons: Marx e i suoi figli; o meglio: il padre-Marx e i suoi figli legittimi, ovvero i soli a poterne vantare l’eredità. Infatti, gli interventi di alcuni di quelli che da sempre si riconoscono nella tradizione marxista (Eagleton, Ahmad, Lewis) concordano nell’accusare Derrida d’intempestività («dov’era quando Reagan e la Thatcher ponevano le basi dell’attuale neoliberismo?»), di opportunismo («la decostruzione, in quanto erede di un marxismo defunto, si vuole arrogare il primato nella critica della globalizzazione neoliberista») e di inefficacia politica («che capacità d’intervento sulla realtà ha il marxismo salvandone esclusivamente l’aspetto teorico e critico e screditandone le organizzazioni politiche?»). E accusano, inoltre, di voler seppellire Marx una volta per tutte («il lavoro del lutto», uno dei temi principali di Spettri di Marx, consiste nel vigilare affinché gli spettri non si reincarnino).
Marx & Sons parla inglese, dicevamo – un inglese accademico. Agli occhi dei suoi detrattori, infatti, Derrida finisce per rappresentare tout court quella French Theory che ha invaso le Università nordamericane: egli è, di volta in volta, un esponente del decostruzionismo americano (spesso anti-marxista), del poststrutturalismo e del postmoderno. La replica di Derrida si dilunga pertanto nel controbattere ai suoi critici più accaniti, ai più defraudati tra gli eredi del marxismo, e a smarcarsi da parentele filosofiche che non riconosce; ma, senza sorvolare sulle differenze sia nell’impostazione teorica che negli esiti politici, non si sottrae al dialogo con quei post-marxisti che condividono la sua analisi della situazione attuale (Negri, Jameson, Montag, Hamacher). Emerge allora il contributo più positivo che Spettri di Marx ha lasciato al marxismo e alla filosofia post-moderna: il tema della spettralità. Spesso frainteso come una sorta di “indebolimento” della rivendicazione (di giustizia, prima di tutto) che Marx e il marxismo hanno lasciato in eredità, la spettralità ne vuole piuttosto rappresentare un “rafforzamento”: è, del resto, dal Freud di Totem e tabù che la psicoanalisi continua a ribadire che da morto il padre è ancora più forte che da vivo. A condizione, appunto, che rimanga uno spettro.

Dario Gentili

 

Enrique Dussel, Venti tesi di politica. Per comprendere e partecipare.
Introd. e trad. di Antonino Infranca, Asterios 2009, pp. 200, euro 19,00.

Copertina | Enrique Dussel, Venti tesi di politica. Per comprendere e partecipare La vita stessa di questo intellettuale è indizio della condizione complessa in cui si trova oggi la cultura politica (e talora anche la cultura letteraria) del subcontinente latinoamericano. Enrique Dussel, nato in Argentina, oggi insegna (Etica e Storia della Chiesa) a Città del Messico dopo un percorso avventuroso di studi (per un decennio fra Spagna, Francia, Germania e Israele), un attentato dinamitardo subìto nel 1973 in Argentina e infine il golpe militare del 1976, da cui si salva con l’esilio. E sono forse proprio tali condizioni complicate, non sempre perspicue all’occhio europeo, che hanno indotto Dussel a redigere questa sorta di manuale istituzionale diretto «innanzi tutto ai giovani, a coloro che devono comprendere che la nobile funzione della politica è un compito patriottico, comunitario, appassionante».
In queste poche parole preliminari è sintetizzata l’intera visione metodica di Dussel, dai fondamenti agli obiettivi, dall’impianto alle aporie. Fondamento della politica è, qui, la volontà di vita e quindi la funzione di autogoverno della comunità (con le sue dinamiche e strategie e i suoi interessi e conflitti), la quale comunità ovvero popolo non solo è titolare della sovranità ma letteralmente la esprime da sé come propria qualità intrinseca, sotto il concetto spinoziano di potentia. Quello che “appare” come carattere specifico della politica, cioè l’esercizio del potere istituzionale o potestas, non è altro che lo strumento con cui l’originaria potentia appunto si articola empiricamente. Conseguenza: la politica è funzione nobile in sé, ma solo fin quando si intende potere obbedienziale (il funzionario pubblico come servitore non dello Stato ma della comunità) e dunque mantiene esplicito il senso della sua originefinalità; la politica è corrotta invece quando crede che e si comporta come se il potere istituzionale sia l’origine-finalità della sua funzione.
Va da sé che un tale impianto implica un chiaro contenuto etico del comportamento politico (il riferimento alla comunità) e un impegno individuale non limitato all’intelletto, ma coinvolgente anche il terreno emotivo, la passione. Con tutte le complicazioni del caso. Né Dussel manca di affrontare tali temi nel quadro della “decostruzione” a cui successivamente sottopone lo schema astratto della prima parte del libro. L’aporia di fondo tuttavia, che apre illuminanti ragionamenti quando si discute di populismo, consiste nella determinazione concreta, storica, della comunità di riferimento. Se, come sembra di capire, il popolo è comunità politica in quanto prodotto della ragione pratico-discorsiva, vale a dire è quella comunità comunicativa (anzitutto linguistica) in cui i membri «possono darsi ragioni gli uni agli altri per arrivare ad accordi» (p. 48), si aprono problemi non solo quanto alla formazione storica dei popoli, ma anche – con fortissima attualità nella società globale dei grandi numeri – di comunicazione (verbale e materiale) interna alla comunità stessa.
Ed è interessante che tali sollecitazioni problematiche ci vengano da società in apparenza così altre rispetto alle nostre, così avanzate, così europee.

Alberto Scarponi

 

Gad Lerner, Scintille. Una storia di anime vagabonde.
Feltrinelli 2009, pp. 224, euro 15,00.

Copertina | Gad Lerner, Scintille. Una storia di anime vagabonde Leggo Scintille e penso all’ebreo-non-ebreo di Isaac Deutscher. Anche un gentile può riuscire a essere ebreo, ma non riuscirà mai a essere un ebreo-nonebreo. L’essere non-ebreo è un concetto profondamente ebraico, ed è quello che, secondo me, domina il libro dall’inizio alla fine.
La storia che Lerner racconta è arcinota, ormai. E non mi pare si debba tornarci su ancora. Certo, va ricordato che sullo sfondo c’è l’incanto qabbalistico e un po’ fantasmatico del gilgul, del «movimento delle anime vagabonde che ruotano intorno a noi quando la separazione dal corpo è dovuta a circostanze ingiuste o dolorose». E non è certo un concetto secondario. Ma mi pare altrettanto importante cercare di capire, da gentile quale sono, curiosa del pensiero degli altri, il percorso interiore dell’autore, percorso dal quale il lettore è facilmente distratto, visti tutti i luoghi, tutte le persone, tutte le storie che egli incontra sulle tracce delle storie silenziose della sua famiglia. Il movente del libro è il nondetto, la necessità di muoversi alla ricerca di una conferma o di una smentita di storie sottaciute, di impressioni mai condivise appieno, di itinerari interrotti perché dolorosi. Ma il tutto avviene con una lucidità quasi fredda – non è freddezza, è desiderio di giustizia –; con un distacco, anche questo molto ebraico, che è necessità di proteggersi da emozioni grandi e di certo terribili di cui, peraltro, l’autore va alla ricerca; con una levità che, a tratti, sembra stridere con lo sfondo che è, comunque la si rigiri, la guerra. La guerra è solo una, e continua al di là del tempo e dello spazio, attraversa l’Ucraina o la Polonia, non ha importanza, per emigrare sulle coste meridionali del Mediterraneo – Libano, Israele o Palestina che sia.
«Da solo», dice Lerner. I suoi giri tra il nord e il sud li fa da solo, anche se fisicamente non lo è quasi mai. «Da solo» ma non per se stesso. Lerner è curioso di capire da dove viene veramente, ma soprattutto vuole capire dove sta andando. Questa ricerca gli impone un passaggio attraverso le falle della memoria famigliare, che sono poi le stesse della memoria collettiva, spesso semplificante e sommaria. Ma l’obiettivo finale non è, credo, una pacificazione appagante e fine a se stessa, una riconciliazione con padri approssimativi e fuorvianti: è, piuttosto, lo slancio verso la vita in questo mondo e con il mondo. È un passaggio dal «deserto al libro», per riprendere Edmond Jabès – «deserto» della memoria che va verso la scrittura come testimonianza transitoria, ma al tempo stesso definitiva, di un percorso umano di crescita. Ecco la grande forza del pensiero ebraico-non-ebraico, sempre profondamente religioso e al tempo stesso impareggiabilmente laico, sia che venga coniugato alla prima persona che in senso più lato: il passato serve per proiettarsi verso il futuro, per dare senso alla vita in sé, come concetto, come valore intrinseco, come dono – poi, certo, ci sono le persone a cui Lerner vuole bene, verso le quali sente la responsabilità di svelarsi per quello che è, con tutte le sue contraddizioni e le sue storie parallele.
Lechain, dunque! Alla vita! E sempre e comunque shalom.

Biancamaria Bruno

 

 

 

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