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Durante le rivolte anticolonialiste
esplose nella prima metà del XX secolo, quando gli inglesi occupavano ancora lIndia
e il movimento nazionalista scuoteva limpero britannico, molti giornalisti americani
furono inviati a osservare levolversi della situazione e a intervistare il Mahatma
Gandhi. Che cosa pensa chiese uno di questi al leader indiano della
civiltà occidentale? La vecchia volpe sorrise: penso che sarebbe una buona
idea. Settantacinque anni dopo, in seguito agli abusi sofferti in un anno di
occupazione statunitense, è probabile che molti iracheni provino un sentimento simile a
quello di Gandhi.
Bush e i suoi accoliti
Per vendere la puntata irachena
sulla guerra contro il terrorismo, gli Stati Uniti si sono giustificati con la necessità
di liberare il popolo iracheno dalla dittatura. Una volta eliminato il tiranno, e dopo una
transizione governata dai funzionari locali e non da costruttori stranieri di nazioni, la
via verso la libertà sarebbe stata spianata, le spade sarebbero state trasformate in
vomeri e il deserto sarebbe diventato un giardino fiorito, in un nuovo Medio Oriente
democratico. Venditori di paura in patria, il presidente Bush e la sua cerchia di
accoliti, per giustificare le loro avventurose iniziative, si sono trasformati allestero
in venditori di speranza. Se una parte degli occidentali ha sperato
che lintervento americano potesse portare la democrazia in Iraq, ben pochi iracheni
hanno condiviso questa illusione. Sapevano fin troppo bene che, anche nei periodi più bui
della repressione, Saddam Hussein era rimasto uno dei principali alleati delle nazioni
occidentali e, in quanto tale, criticato con molta moderazione dai media americani. Quanto
è avvenuto in seguito ha confermato i dubbi degli iracheni. È bastato un cenno del capo
dei conquistatori per ricacciare nelloscurità un opportunista come Ahmed Chalabi
(efficacemente definito dal "New Yorker" come luomo che ha venduto
la guerra). Un vecchio alleato di Saddam (che lo stesso dittatore tentò in seguito
di eliminare), lex baathista Iyad Allawi, è il nuovo primo ministro fantoccio. E
tutto ciò è accolto con approvazione dalla comunità internazionale,
dimostrando ancora una volta che la potenza economica e militare degli Stati Uniti
consente loro di comprare il consenso degli stati più poveri e più deboli.
In ogni caso, con la rivelazione degli
abusi perpetrati sui prigionieri in Iraq, in Afghanistan e a Cuba, gli Stati Uniti hanno
perduto ogni residuo della loro supposta autorità morale e la conseguenza è stata lemergere
di un vero scontro di civiltà che avrebbe potuto essere facilmente evitato.
La tradizione perduta dellimpero
britannico
Anche nella primavera del 1917, quando gli
inglesi entrarono in Iraq, lintervento fu giustificato con motivazioni virtuose: i
generali e le truppe britanniche non giungevano in veste di occupanti, ma di liberatori.
Ammettere che riprendere il controllo dellIraq faceva parte di un piano più ampio
per trasformare il Medio Oriente nella via daccesso allAsia delle nazioni
europee avrebbe privato la forza di occupazione dellautorità morale necessaria per
raggiungere il suo scopo. Loccupante ha sempre bisogno di una maschera: quella del
benevolo elargitore di una vita e di una civiltà migliori.
Gli inglesi, tuttavia, potevano contare su
risorse che mancano oggi agli americani. La prima era una lunga e celebrata tradizione
colonizzatrice, radicata in una profonda vocazione allinsediamento. Legioni di
coloni lasciavano le isole britanniche per popolare il globo. In tal modo, queste persone
in patria, gli emarginati, i poveri, i reietti; allestero, i pionieri, gli
imprenditori, i pirati contribuirono in misura determinante alla costituzione di unaltra
grande risorsa: grazie agli ingegnosi meccanismi del mercantilismo, colmarono le casse di
Westminster di capitali sempre più consistenti e trasformarono la Gran Bretagna nella
banca del mondo. Ma, soprattutto, gli inglesi si identificarono con il loro Impero, che
consideravano una causa giusta e utile e una forza civilizzatrice.
A differenza degli inglesi, gli americani
odierni sembrano soffrire di unamnesia intellettuale e storica e di una tendenza
alla smentita che sconfina a volte in uno stato allucinatorio. Malgrado linsistenza
con cui gli Stati Uniti cercano di negarlo, per la prima volta nella storia, il mondo è
dominato da un unico impero, lImpero americano alle soglie del nuovo secolo
americano. Lesercito americano staziona in 138 nazioni e, in regioni
geopolitiche chiave come il Medio Oriente, può contare su alleanze strategiche, cementate
attraverso la fornitura di servizi difensivi, armamenti e investimenti finanziari. Questo
è particolarmente vero nel caso di Israele e dellArabia Saudita, le due bêtes
noires dei fondamentalisti islamici. Leconomia di Israele è falsata da una
dipendenza sempre più marcata dai flussi di capitali occidentali e la sua pretesa di
essere lunica democrazia della regione appare ogni giorno più infondata. In Arabia
Saudita, gli investimenti statunitensi superano i 400 milioni di dollari allanno e
le aziende americane hanno stabilito più di duecento joint ventures (soprattutto nei
settori petrolchimico ed energetico) con società saudite. Il sostegno a Israele fornisce
un valido avallo alle accuse di incoraggiare e favorire la politica di occupazione e di
segregazione dei palestinesi, rivolte dal mondo arabo e islamico allOccidente. Ma,
dopo lIraq, tutti i segnali sembrano indicare che lantico accordo tra gli
Stati Uniti e la famiglia reale saudita secondo i critici islamici, petrolio in
cambio di basi militari nel paese che ospita la Mecca e Medina trasformerà in
breve questa nazione in un nuovo focolaio della militanza islamica e in uno dei suoi
obiettivi preferiti.
Nonostante la posizione di massimo
debitore mondiale raggiunta dagli Stati Uniti, lattuale governo ha varato spese
militari per un ammontare superiore alla somma di quelle delle successive quindici nazioni
più ricche. Che cosa rischia di essere messo in crisi da questa politica di espansionismo
globale? Secondo molti economisti, il sistema pensionistico, lassistenza sanitaria,
il welfare state in generale, sono incompatibili con una legge di bilancio che prevede di
gettare in questa voragine 45 trilioni di dollari.
Un nuovo imperialismo della
violenza e della tortura
La prova più recente del fatto che gli
Stati Uniti soffrono di amnesia storica e di una sorta di complesso del messia è data dalla mancanza di una meditata strategia di
uscita dalloperazione Iraqi Freedom, un conflitto che ha prodotto
rapidamente risultati che avrebbero potuto essere previsti anche da un alunno delle
elementari. (Tony Blair sapeva che non sarebbe stata una passeggiata, e la complicità in
questa farsa del primo ministro inglese, cioè della nazione che ha occupato lIraq
fino al 1955, dimostra che i virus della fede cieca e dellarroganza hanno contagiato
anche laltra sponda dellAtlantico.) Ma cè dellaltro. Lassenza
di pianificazione riflette una mentalità collettiva immersa in un eterno presente e
dotata di una propensione adolescenziale a insistere sul fatto che la storia inizia
con noi.
Questa illusione di un eterno presente è
alimentata dalla televisione e da internet due risorse con cui gli
inglesi non dovevano fare i conti ed è a questi strumenti di comunicazione che si
deve la sconfitta degli Stati Uniti nella guerra di propaganda e la perdita della loro
autorità morale. (Dopo la prima guerra del Golfo, luso dei giornalisti embedded
è stato un brillante stratagemma che, tranne rare eccezioni, ha permesso di
controllare efficacemente le informazioni destinate alla platea domestica. Con il senno di
poi, questa potrebbe rivelarsi lunica missione compiuta.) Nellinterregno
tra la proclamazione della vittoria da parte del presidente Bush e il giorno della
difficile transizione a un incerto autogoverno iracheno, il conteggio delle bombe e dei
morti ha continuato a lievitare e le cattive notizie sono diventate la cronaca di tutti i
giorni. Limmagine è più potente delle parole e la situazione ha toccato il fondo
quando le foto delle torture nella prigione di Abu Ghraib sono state messe in onda dalle
televisioni arabe e diffuse su internet. Non era più possibile limitare i danni; loccupante
era stato smascherato. Improvvisamente, il comportamento sul campo dei liberatori appariva
non molto diverso da quello degli aguzzini baathisti delle forze di sicurezza di Saddam.
Linchiesta Taguba ha confermato i
rapporti indipendenti che denunciavano gli stupri delle prigioniere da parte dei militari
americani. Alcune di esse sono state costrette a farsi fotografare a seno scoperto. Nei
messaggi inviati alla resistenza, le detenute imploravano i combattenti di bombardare e
distruggere la prigione in cui erano rinchiuse, per porre fine alle loro sofferenze e alla
loro vergogna. Le prime voci erano cominciate a circolare già nel novembre del 2003. Allinizio
del 2004, "The Guardian" ha pubblicato la preghiera di una donna prigioniera:
Abbiamo figlie e mariti. Per lamor di Dio, non dite a nessuno quello che
abbiamo dovuto sopportare. Un altro prigioniero iracheno, un maschio, è stato più
esplicito: Abbiamo bisogno di elettricità nelle case, non nel culo. Questa è
civiltà occidentale allo stato grezzo, e le rappresaglie erano inevitabili.
Per le vie di Baghdad circola una foto di
un soldato americano che violenta una donna irachena. La guerra come pornografia. In
Occidente, questa immagine e altre dello stesso genere sono state soppresse. (Chissà,
forse è stato fatto per deferenza nei riguardi di John Ashcroft, il ministro della
Giustizia degli Stati Uniti, un evangelico così bigotto da aver fatto coprire perfino i
seni di pietra della florida statua della Giustizia collocata nellatrio del suo
ufficio...)
Il Pentagono aveva paura della reazione
del mondo? E che dire delle donne afghane, che, come ci hanno informati pochi anni fa le
donne della Casa Bianca Hillary Clinton e Laura Bush sarebbero state
liberate grazie allinvasione e alloccupazione del loro paese? Le donne stanno
ancora aspettando, mentre in Afghanistan stupri e torture proseguono, anche se non se ne
parla.
In questa totale assenza di moralità, la
parte avversa ha reagito con lapplicazione del principio dellocchio per
occhio. La resistenza irachena ha risposto agli stupri e alle torture delle truppe
americane con i rapimenti, le autobombe dirette indifferentemente contro obiettivi
militari americani e contro i civili e, in Arabia Saudita (dato che, per la resistenza,
questa è una guerra senza confini), la decapitazione rituale di ostaggi occidentali. In
un primo momento, vi è stato uno stillicidio di immagini di stupri e torture, ma lopportunità
di sfruttare queste orribili trasgressioni era troppo ghiotta, troppo a portata di mano, e
la lenta infiltrazione si è trasformata ben presto in un diluvio.
I mullah locali, il clero degli stati
confinanti e gli altri sostenitori dellimmediata evacuazione degli occidentali
infedeli, hanno colto al volo loccasione, affannandosi a riscrivere la breve
storia del conflitto: lOccidente ha bombardato ininterrottamente lIraq sin
dalla prima guerra del Golfo; le sanzioni economiche, e non il regime baathista, hanno
stroncato le opportunità di sviluppo economico del paese; solo noi possiamo salvare lonore
dellislam di fronte allattacco delle orde cristiane.
Qual è la civiltà che sta
affondando, vi domando, quella islamica o quella occidentale?
Quando le notizie sulle torture nella
prigione di Abu Ghraib hanno cominciato a circolare, mi trovavo in Egitto e in Libano. Non
ho incontrato nessuno (neppure tra gli europei e i nordamericani che lavoravano in quei
paesi) che ne fosse stupito. Fuori degli Stati Uniti, questa storia ha avuto uneco
molto più duratura. Le torture in Iraq hanno risvegliato i ricordi di quanto è accaduto
ad Aden, in Algeria, in Vietnam e, perché no, in Palestina. Ma come spiegare il
turbamento manifestato da tanti occidentali quando le torture sono diventate di pubblico
dominio? Si potrebbe perdonare loro di aver dimenticato lInquisizione o la prova del
fuoco o la persecuzione degli eretici catari e albigesi o, qualche secolo dopo, la
magistrale polemica di Voltaire contro la tortura. Ma come possono aver dimenticato i
cittadini dellAmerica del Nord quanto è accaduto in Centro e Sud America, in Asia e
in Africa meno di cinquantanni fa? Quando non ci si cura neppure di contare gli
iracheni morti, perché stupirsi se quelli vivi subiscono maltrattamenti? Per comprendere
questa amnesia collettiva dobbiamo, contro le pulsioni più profonde di unamministrazione
americana intossicata dal futuro, cavalcare il presente procedendo a ritroso nel tempo.
L8 giugno 2004, il "Financial
Times" riferiva che, secondo il parere degli avvocati americani, durante gli
interrogatori, i militari americani allestero possono violare legalmente il divieto
alluso della tortura, e le leggi contro la tortura non possono
sovrapporsi alle prerogative del Presidente. Alcuni documenti governativi filtrati
allesterno dimostrano che luso della tortura nella prigione di Abu Ghraib (e a
Guantanamo) era giustificato con il principio che gli irregolari di al Qaeda
non osservavano le leggi di guerra che, di conseguenza, non andavano applicate nel loro
caso. Nella battaglia contro questi combattenti anarchici e il loro diabolico piano
asimmetrico di distruzione gli Stati Uniti hanno cercato di eludere non solo la
Convenzione di Ginevra, ma la stessa legge americana sui crimini di guerra, emanata nel
1996. Sostenere che i militari implicati abbiano agito in questo modo per il loro piacere
personale è privo di senso. Questi soldati hanno avuto il torto di obbedire agli ordini,
ma chi punirà i loro comandanti?
Le responsabilità degli
intellettuali
La perdita collettiva della memoria in
Occidente potrebbe essere la conseguenza di un complesso di superiorità. Abbiamo vinto,
abbiamo sconfitto lImpero del Male. La nostra cultura e la nostra
civiltà sono infinitamente più avanzate di qualunque altra (questo spiegherebbe lo
sgomento suscitato dalle notizie delle torture ad Abu Ghraib). Una delle caratteristiche
del dominio è che chiunque non si identifichi con esso è classificato come nemico. Lingiunzione
di George W. Bush dopo l11 settembre, Se non siete con noi, siete con i
terroristi è stata accettata senza riserve in tutte le nazioni occidentali e dalle
élite dellintero pianeta. Si trattava di un semplice adattamento del passo
evangelico, Chi non è con me è contro di me. Lidea che qualcuno possa
essere non contro di voi, ma semplicemente a favore di qualcosa di più costruttivo,
era/è considerata inammissibile.
Fu Carl Schmitt, il celebre teorico del
diritto del Terzo Reich, a insistere per primo sul fatto che la totalità della politica
era comprimibile nelle due categorie fondamentali di amico e nemico.
Poiché questo principio si adatta molto bene alla maggior parte degli imperi, le opere di
Schmitt hanno suscitato grande interesse negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra
mondiale. Alcuni pensatori conservatori come Leo Strauss hanno riconosciuto apertamente di
esserne stati influenzati. Il messaggio studiato, appreso e adottato dagli straussiani
che circondano il presidente Bush era inequivocabile: se il vostro paese non serve
le ragioni del nostro impero, è un nostro nemico, deve essere occupato, i suoi governanti
devono essere rimossi e sostituiti da satrapi più arrendevoli. Più tardi, si sperava, la
presenza di una legione romana sarebbe divenuta superflua. Tuttavia, subito dopo il ritiro
dei legionari, la satrapia iniziava a vacillare. Occupazione, ritiro, ribellione, nuova
occupazione e, in alcuni casi, auto-emancipazione: uno schema ricorrente nella storia
mondiale.
I regimi imperiali hanno bisogno di
legittimatori intellettuali per giustificare i propri eccessi. Negli Stati Uniti, il
testimone è passato da Leo Strauss e dalla Chicago School a Samuel Huntington e Francis
Fukuyama. Huntington aveva lavorato come
esperto antisommossa nellamministrazione Johnson ai tempi del Vietnam. Alla sua
fertile immaginazione si deve la creazione dei villaggi strategici, unidea
ispiratagli dalla lettura dei testi insurrezionali del nemico. Tutti i principali esperti
di guerriglia Mao Zedong, Che Guevara, Fidel Castro, Vo Nguyen Giap
concordavano nellaffermare che la vittoria era impossibile senza il sostegno del
popolo. Incapace di comprendere le motivazioni dei guerriglieri o le cause della guerra e
convinto che il problema principale fossero i legami tra la resistenza e la popolazione (lacqua
in cui nuotano i pesci, secondo Mao), Huntington tentò di escogitare un modo di
separarli. Il progetto prevedeva il raggruppamento dei contadini poveri in villaggi
strategici, un eufemismo per indicare campi di concentramento rurali circondati da
reticolati e vigilati giorno e notte dai soldati americani. Il comando americano decise di
tentare questa strada. Quello che Huntington e i suoi superiori non avevano capito è che
il popolo era formato anche da membri o sostenitori della resistenza
vietnamita, che cominciarono ben presto a organizzarsi allinterno dei villaggi
strategici. I punti deboli di ogni villaggio erano identificati e trasmessi alla
guerriglia, provocando in breve il fallimento del progetto.
Fukuyama non ha mai svolto un ruolo così
drammatico, ma in qualità di funzionario del Dipartimento di Stato ha scritto un articolo
sul Pakistan negli anni della brutale dittatura del generale Zia, suggerendo che questa
nazione voltasse le spalle allIndia e rafforzasse i propri legami con il mondo
islamico, cioè con gli stati del Golfo e lArabia Saudita. I generali accolsero con
piacere il consiglio, che si adattava perfettamente alle loro esigenze strategiche e
materiali, e si mostrarono ammiratissimi della démarche di Fukuyama. Dopo la
caduta del Muro di Berlino, una nuova versione di una vecchia idea, il trionfo della
democrazia liberale, cominciò ad agitare Fukuyama.
Poi vi fu il collasso definitivo dellUnione
Sovietica e la restaurazione di una peculiare forma di capitalismo criminale nei paesi
dellex blocco socialista. Il trionfo del capitalismo e la sconfitta di unideologia
antagonista segnavano forse la nascita di un mondo senza conflitti né nemici? Sia
Fukuyama che Huntington cercarono di dare una risposta a questo mutamento del quadro
geopolitico con due importanti opere. Per Fukuyama, ossessionato da Hegel, il binomio
democrazia liberale/capitalismo rappresentava lincarnazione definitiva dello spirito
del mondo, quella che contraddistingue la fine della storia, lespressione
che dava anche il titolo al suo libro. La lunga guerra era terminata e linfaticabile
spirito del mondo poteva finalmente rilassarsi e comprarsi un appartamentino a Miami.
Secondo lautore, non vi era più nessuna alternativa allAmerican way of
life. La filosofia, la politica e leconomia dellAltro il
marxismo-leninismo in tutte le sue forme erano scomparse nelloceano, come un
continente sommerso di idee che non sarebbero mai più tornate in superficie. La vittoria
del capitalismo era irreversibile, il suo trionfo universale.
Ma questa tesi non convinse Huntington,
che mise in guardia il suo collega contro i rischi dellautocompiacimento. Dalla sua
base di Harvard, sfidò Fukuyama con una serie di tesi pubblicate inizialmente su "Foreign
Affairs" (Uno scontro di civiltà? unespressione coniata da
Bernard Lewis, un altro degli autori preferiti dallattuale amministrazione). In
seguito, gli articoli diedero origine a un libro, Lo scontro delle civiltà e il nuovo
ordine mondiale, con la soppressione del punto interrogativo. Pur ritenendo, come
Fukuyama, che non esistessero alternative ideologiche al capitalismo, Huntington non
credeva allipotesi della fine della storia. Lantagonismo era
destinato a proseguire sotto altre forme. Le grandi divisioni nel genere umano e le
principali fonti di conflitti saranno di tipo culturale
Lo scontro delle civiltà
dominerà la politica globale. In particolare, Huntington sottolineava limportanza
della religione nel mondo moderno, un particolare che ha determinato il successo del suo
libro dopo l11 settembre.
Ma che cosa intendeva esattamente lautore
con il termine civiltà? Allinizio del secolo scorso, Oswald Spengler,
il nipote di un minatore tedesco, abbandonò linsegnamento per dedicarsi allo studio
della filosofia e della storia. Da questa decisione nacque unopera fondamentale, Il
declino dellOccidente, in cui lautore contrapponeva la cultura (un termine
collegato sul piano filologico alla natura, alla campagna e alla vita dei contadini) alla
civiltà, che è per sua natura urbana e che ha portato allanarchia industriale,
costringendo sia i capitalisti che i lavoratori a unesistenza asservita alla
tirannia delle macchine. Per Spengler, la civiltà puzzava di imperialismo e di
distruzione. La democrazia era la dittatura del denaro e il denaro può essere
rovesciato e abolito solo dal sangue. Lavvento del cesarismo lo
avrebbe annegato nel sangue, inaugurando il capitolo finale della storia dellOccidente.
Se il Terzo Reich non fosse stato sconfitto in Europa, principalmente per merito dellArmata
Rossa, la profezia di Spengler avrebbe potuto realizzarsi. Egli fu tra i primi e più
fieri critici delleurocentrismo, e la sua lucida visione del mondo, postmoderna
nella sua intensità anche se non nel linguaggio, è illustrata dal seguente passo:
Vedo, in luogo della vuota finzione di
una storia universale, il dramma di un certo numero di potenti culture, ciascuna sorta con
forza primitiva dal suolo di una madrepatria a cui rimarrà fermamente legata per tutto il
suo ciclo vitale; ciascuna modellando il suo materiale, la sua umanità, a immagine di
sé; ciascuna con la sua idea, le sue passioni, la sua vita, la sua volontà, i suoi
sentimenti e la sua morte. Qui esistono colori, luci, movimenti che nessun occhio
intellettuale ha ancora scoperto. Qui culture, popoli, linguaggi, verità, dèi e paesaggi
fioriscono e invecchiano come le querce e i pini, i boccioli, i ramoscelli e le foglie.
Ogni cultura possiede le sue nuove possibilità di espressione, che nascono, maturano,
decadono e non faranno più ritorno
In opposizione a tutto questo, abbiamo il
ciclo distruttivo della civiltà:
Le civiltà sono gli stati più
esteriori e artificiali di cui lumanità sviluppata sia capace. Sono una
conclusione, la morte che segue la vita, la rigidità che segue lespansione, lepoca
intellettuale e il mondo pietrificato delle città che fanno seguito alla madre terra
sono una fine, irrevocabile, ma raggiunta di
continuo per intrinseca necessità
Limperialismo è la civiltà allo stato
puro. Il destino dellOccidente ha assunto ora irrevocabilmente questa forma
fenomenica
Lespansionismo è una condanna, qualcosa di diabolico e intenso,
che afferra, asservisce e consuma la tarda umanità dello stadio della città-mondo.
La mappa di Huntington
A quasi un secolo di distanza,
Huntington ha ripreso i temi di Spengler, invertendone il contenuto e amalgamando cultura
e civiltà. Per lui la civiltà è una metacultura, il più elevato raggruppamento
culturale e il più ampio livello di identità culturale di cui i popoli dispongono, dopo
quello che distingue gli esseri umani dalle altre specie.
La mappa tracciata da Huntington comprende
otto culture/civiltà: occidentale, sino/confuciana, giapponese, islamica, indù,
slavo-ortodossa, latino-americana e, con alcune riserve, africana (è possibile definire lAfrica
come una civiltà?). La religione è forse la principale forza in grado di motivare
e mobilitare le masse. Un fossato separa lOccidente dal resto del mondo.
Quella occidentale è lunica civiltà che difende la libertà, la democrazia e il
libero mercato, mentre il resto del mondo si oppone agli sforzi compiuti dallOccidente
per imporre questi nobili valori. LOccidente è al culmine della sua potenza e,
secondo Huntington, si serve delle Nazioni Unite e del Fondo monetario internazionale per
imporre la propria volontà a livello mondiale. La distinzione tra unilateralismo e
multilateralismo deve essere respinta, poiché lespressione comunità
mondiale è divenuta un termine collettivo utilizzato in modo eufemistico per
conferire legittimità globale alle iniziative che riflettono gli interessi degli Stati
Uniti e delle altre potenze occidentali. Su questo almeno ha ragione, ma non sulla
religione.
Personalmente non credo che la religione
rappresenti la principale forza di mobilitazione di massa a livello globale. Svolge certamente un ruolo la cui importanza può variare
notevolmente. Da questo punto di vista, lOccidente è profondamente diviso: lEuropa
non è molto religiosa, mentre negli Stati Uniti la situazione è terribile. Secondo gli
ultimi sondaggi, il 95% degli americani crede in Dio, compreso il 91% di coloro che si
professano liberal. (Solo il 70% crede negli angeli, il che mi dispiace. Avrei preferito
che la fede negli angeli fosse più diffusa, perché questo avrebbe conferito alla
questione una sfumatura surreale. Mi consolo con un recente comunicato Gallup [25 febbraio
2003], che rivela una credenza bipartisan nel maligno: i democratici sono così pii che
ben il 67% di loro crede nellesistenza del diavolo, appena 12 punti percentuali
sotto i repubblicani. Perché consolante? Chi crede nel diavolo ha scritto
Thomas Mann nel Doctor Faustus già gli appartiene).
La religione non gode di un seguito
altrettanto significativo né in Russia né in Cina e sono convinto che vi siano molti
più increduli nel mondo islamico di quanti hanno il coraggio di dichiararlo
pubblicamente, ma questo è un punto su cui tornerò più avanti.
Nel mondo di Huntington, la combinazione
più pericolosa sarebbe lalleanza tra la civiltà confuciana e quella islamica, che
non condividono il rispetto occidentale per i diritti umani e che, avrebbe potuto
aggiungere, sono entrambe in grado di ricattare lOccidente. (Diffidando della Cina,
gli Stati Uniti tentano di convincerla ad aprirsi al mercato, sperando che lo
schiacciasassi della cultura americana e del consumismo prendano piede e che lo shopping
possa ammansire le masse). La strategia globale americana richiede il controllo delle
riserve petrolifere mondiali, mentre allinterno la sua economia appare sempre più
dipendente dalle importazioni a basso costo dalla Cina.
La pubblicazione del libro di Huntington
è stata rapidamente seguita da quella di opere di altri autori che si sono gettati nella
mischia per sottolineare limportanza delle differenze culturali nello studio della
politica, delleconomia, della statistica e così via. Molte di queste idee sono
state superate dall11 settembre, che ha messo al centro del dibattito la minaccia
dellIslam radicale e la guerra al terrorismo. Invece dellOccidente
contro il resto del mondo, il nuovo corso prevede il conflitto del mondo contro lislam.
Va a merito di Huntington il fatto di non aver mai sottoscritto le tesi neo-con che
dominavano lideologia della Casa Bianca prima della débâcle irachena. Modificando
la propria precedente opinione, egli è passato a sostenere lidea che il problema
principale del nostro tempo non sia lo scontro della civiltà, ma un conflitto interno allislam
tesi peraltro discutibile quanto la precedente e difficilmente conciliabile con laffermazione
secondo cui la religione e la famiglia, il sangue e la fede sono ciò in cui le
persone si identificano e per cui sono disposte a combattere e a morire.
Ma cosè questo islam, questo nuovo
uomo nero utilizzato per far paura ai bambini? Lidea dellIslam come matrice
istituzionale che organizza il terrore e la resistenza allOccidente in tutto il
mondo è una parodia del passato e del presente. Per la maggior parte del XX secolo, i
movimenti islamici sono stati quasi sempre alleati dellimpero britannico e, più
tardi, del suo erede americano. Sono stati una forza sociale conservatrice, che agitava le
catene della superstizione e del fanatismo per reprimere sul nascere il minimo accenno a
un cambiamento radicale. Durante la Guerra fredda, i predicatori wahabiti dellArabia
Saudita (attualmente considerati come il nemico pubblico numero uno) furono inviati nel
mondo musulmano per predicare le virtù della religione e della controrivoluzione e,
quando la verità rivelata non riusciva ad avere la meglio sulla ragione, si reclutavano
nuovi adepti facendo ricorso a borse piene di petrodollari. Se entrambi i metodi
fallivano, gli Stati Uniti organizzavano un colpo di stato, come in Indonesia.
Lesperienza del Pakistan e
dellAfghanistan
Ricordo che quando frequentavo il liceo in
Pakistan, allinizio degli anni Sessanta, vi erano continue dispute tra i socialisti
musulmani, di cui facevo parte, e i fondamentalisti islamici, che affermavano linseparabilità
della religione e dello Stato, perché lIslam è un codice di vita completo.
A noi socialisti questa formula appariva ridicola, al punto che avevamo preso labitudine
di declamarla noi stessi a pappagallo, prevenendo i nostri avversari. A volte, quando il
dibattito si faceva particolarmente acceso, chiedevamo: Qual è il più grande paese
islamico del mondo? LIndonesia, era la risposta; e noi: Qual
è il più grande partito comunista del mondo non comunista? Silenzio. Allora
scandivamo in coro: Il partito comunista indonesiano!
Queste discussioni giovanili non erano
semplici canzonature. Volevamo dimostrare che era perfettamente possibile far parte della
cultura musulmana, apprezzarne gli aspetti migliori, senza essere credenti. La Sinistra
indonesiana (a cui aderiva oltre un milione e mezzo di persone) fu cancellata per sempre
nel 1965 dal generale Suharto, in uno dei peggiori massacri della Guerra fredda,
pienamente sostenuto dagli Stati Uniti. A distanza di trentanove anni, il vuoto prodotto
da quella carneficina ha lasciato via libera allesercito e ai fondamentalisti
islamici. Lo stesso schema, anche se su scala ridotta, è stato applicato altrove.
Ricordo bene il clima che si respirava in
Pakistan tra il 1969 e il 1970. Tre mesi di proteste contro una dittatura militare
filoamericana, messe in atto da studenti, operai e contadini, avevano innescato una
rivolta sociale. Un giorno le strade erano invase dagli avvocati, quello successivo dalle
prostitute. La dittatura cominciò a dare segni di cedimento e furono indette le prime
elezioni politiche generali nella storia del paese. La campagna elettorale fu dominata
dalle formazioni laiche e socialiste, mentre i gruppi religiosi apparivano totalmente
isolati e non esitavano a far uso della violenza. Durante una visita accademica, mi recai
a Multan per parlare a un raduno di quasi cinquantamila operai e contadini; in quelloccasione,
i membri dellorganizzazione studentesca del partito Jaamati-Islami attaccarono
fisicamente il gruppo di studenti che era venuto ad accogliermi allaeroporto e a
scortarmi al luogo del raduno, lanciandoci pietre mentre la polizia osservava senza
intervenire. Simili tentativi di intimidazione erano piuttosto comuni allora, ma non
servirono a nulla. Le elezioni pakistane del 1970 segnarono la scomparsa del
fondamentalismo islamico come forza politica. Nel 1972, il primo ministro Zulfikar Ali
Bhutto fu insultato da un gruppo di mullah durante un comizio a Lahore. Bhutto, che spesso
doveva parlare in pubblico molte volte nello stesso giorno, aveva incaricato un suo
assistente di tenere sempre pronta una fiaschetta di whisky e, quando la voce del primo
ministro diventava troppo rauca, un bicchiere di liquido ambrato giungeva tempestivamente
a confortarlo. Al comizio di Lahore era presente mezzo milione di persone, oltre a
diplomatici e a giornalisti stranieri. Bhutto aveva appena accostato le labbra al
bicchiere, quando un uomo con la barba si alzò in piedi, gli puntò contro lindice
e gridò: Guardate, gente. Guardate cosa sta bevendo! Bhutto, che era un uomo
spiritoso, alzò in alto il bicchiere e disse: Sì, guardate. È succo di frutta.
Risate tra il pubblico. Ma diversi mullah, posizionati in punti strategici, si alzarono
tutti in piedi e replicarono: È sharab (alcol)! Allora Bhutto perse
la pazienza e rispose, alzando la voce: E va bene. Sì, figli di puttana, è sharab.
A differenza di voi, io non bevo il sangue del mio popolo. La folla andò in
visibilio. Un canto spontaneo si levò tra la gente: Lunga vita a Bhutto! Che possa
bere ancora a lungo!.
Ho voluto ricordare questi due episodi
molto diversi in Indonesia e in Pakistan per dimostrare come i due maggiori paesi
musulmani del mondo fossero soggetti allora alle stesse tempeste e tendenze politiche che
agitavano i paesi non musulmani. Non cerco scuse per il radicalismo islamico, per la
corruzione delle monarchie islamiche, per loscurantismo dei mullah e dei fautori
dellinterpretazione letterale del Corano, per la sordida venalità della famiglia
reale saudita etc. Ma se la civiltà islamica appare del tutto esaurita e bisognosa di una
riforma radicale, dobbiamo mettere da parte la politica e decostruire quanto è realmente
accaduto. È necessaria una visione sociale che trascenda il conservatorismo religioso nel
mondo islamico, ma il modello americano non funziona, si è rivelato unalternativa
impraticabile. In Indonesia e in Pakistan esisteva una spinta spontanea verso il
riformismo. Gli individui etichettati come comunisti o socialisti
da tutte le amministrazioni americane, democratiche o repubblicane, erano in realtà dei
moderati che avevano a cuore la democratizzazione del loro paese, riformisti in cerca di
un sostegno dallestero. Ma, ogni volta, la miopia da Guerra fredda ha indotto la
Casa Bianca a sostenere la parte sbagliata. La situazione del Medio Oriente non potrà
migliorare finché lOccidente non risponderà alle semplici domande che circolano
tra la gente: Perché lIraq e non lArabia Saudita? Perché il sostegno
incondizionato a Israele e lindifferenza per le sofferenze dei palestinesi? È per
questo che respingo le tesi di Huntington e degli ideologi islamici, entrambi convinti che
le differenze di religione e di sangue costituiscano il reale spartiacque del mondo
moderno. E ripudio anche la stirpe sradicata dei musulmani emigrati in Europa e in
America, tanto preoccupati di piacere, tanto ansiosi di integrarsi a qualunque
titolo da essere disposti a inginocchiarsi per unirsi al coro generale, sperando di
ricevere in cambio un po di attenzione da parte dei media. In cima a questa lista
metterei Ahmed Chalabi, questa cameriera irachena degli agenti della Casa Bianca.
Per giustificare gli interventi
occidentali, comprese linvasione e loccupazione dellIraq, i professori
di diritti umani delle università americane o gli esponenti delle associazioni della
società civile ricorrono spesso allargomento per cui ciò che
caratterizza la cultura occidentale sarebbero la democrazia e la pluralità delle
istituzioni indipendenti dallo Stato, ma fondate sul capitalismo. Nel 1919, lAfghanistan
fu percorso da unondata antimperialista e la confederazione tribale accettò di
farsi guidare dal re Amanullah, un modernizzatore seguace di Kemal Ataturk. Sua moglie
Soraya era una proto-femminista. Gli intellettuali progressisti vicini ad Amanullah
stilarono una bozza di costituzione, che prevedeva il suffragio universale. Se fosse stata
approvata, le donne afghane avrebbero ottenuto il diritto di voto prima delle loro sorelle
inglesi e occidentali. La ragione per cui rimase
sulla carta è che gli inglesi incaricarono uno dei loro migliori agenti T. E.
Lawrence di sobillare e corrompere i capi di alcune tribù e di spargere la voce
che la nuova costituzione incoraggiava le donne a prostituirsi. Poco dopo, lesercito
inglese intervenne per rovesciare Amanullah.
DallIraq allIran
Mentre in Occidente la cultura della vita
democratica si va deteriorando, per ironia della storia nel mondo musulmano si registra un
crescente bisogno di partecipazione. I cittadini di Egitto e Arabia Saudita, per non
parlare della Siria e degli staterelli del Golfo, sarebbero felici di poter scegliere chi
li governerà, ma cè un problema, quello che Huntington ha definito il
paradosso democratico, ovvero, in parole povere: dalle elezioni democratiche
potrebbero uscire governi ostili agli Stati Uniti. È vero. È possibile. È per questo
che Washington continua ad appoggiare la cleptocratica dinastia saudita e il decrepito
regime militare egiziano.
E in Iraq? La designazione di Iyad Allawi,
un ex agente della CIA, a Primo ministro e quella del famigerato falco della guerra fredda
John Negroponte ad ambasciatore, fanno intuire quale futuro tormentato attenda i cittadini
iracheni. La richiesta di unassemblea costituente eletta dal popolo (avanzata per
primo dallayatollah Sistani) discende in linea diretta dalla Rivoluzione francese,
ma avrebbe come probabile risultato la riunificazione del paese intorno a due obiettivi
ben definiti: il ritiro di tutte le truppe straniere e la restituzione agli iracheni del
controllo sul loro petrolio. Aver occupato un paese e vederlo disdegnare la protezione
americana sarebbe troppo doloroso per Washington. Si nominano così dei governi fantoccio
e la resistenza prosegue.
Nel frattempo, nel vicino Iran, un
decrepito regime clericale appare sempre più isolato dalla popolazione. Il 63% degli
iraniani ha meno di trentanni ed è sempre vissuto sotto il regime teocratico. La
voglia di cambiamento è molto forte e, malgrado la repressione clericale, essa ha dato
origine a una vivace cultura semiclandestina. Accanto a una rigogliosa nouvelle vague
cinematografica, si registra un uso sempre più diffuso di internet, dove i blogger
iraniani dominano il ciberspazio. Il regime clericale continua a perseguitare le voci
libere (con la chiusura di giornali indipendenti come Neshat), ma i responsabili di queste
rappresaglie sono chiamati a risponderne nelle aule di giustizia. LIran offre ancora
una speranza. Quando il regime clericale sarà rovesciato, il popolo iraniano, che ha
accettato la guida dei mullah pur di liberarsi dello Shah, potrebbe dar vita a un processo
riformista che avrebbe enormi conseguenze. Non mi sorprenderei se una nuova insurrezione
dovesse condurre alla definitiva separazione tra Stato e Moschea. Nella situazione
attuale, il processo di autoemancipazione del popolo iraniano verrebbe seriamente
compromesso o interrotto da un intervento straniero.
Le culture e le civiltà sono, e sono
sempre state, creature ibride. Sostenere il contrario significa farsi soggiogare dai
demoni gemelli dellideologia e dello sciovinismo. La conseguenza più tragica degli
abusi di Abu Ghraib è lemergere di uno scontro di civiltà là dove non era mai
esistito in precedenza. La miopia occidentale ha regalato al radicalismo islamico le
munizioni di cui aveva un disperato bisogno.
Traduzione di Stefano Salpietro
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