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Annata 2004 @ segnala a un amico


L’imperialismo americano
    di Tariq Ali


Durante le rivolte anticolonialiste esplose nella prima metà del XX secolo, quando gli inglesi occupavano ancora l’India e il movimento nazionalista scuoteva l’impero britannico, molti giornalisti americani furono inviati a osservare l’evolversi della situazione e a intervistare il Mahatma Gandhi. “Che cosa pensa – chiese uno di questi al leader indiano – della civiltà occidentale?” La vecchia volpe sorrise: “penso che sarebbe una buona idea”. Settantacinque anni dopo, in seguito agli abusi sofferti in un anno di occupazione statunitense, è probabile che molti iracheni provino un sentimento simile a quello di Gandhi.

Bush e i suoi accoliti

Per vendere la puntata irachena sulla guerra contro il terrorismo, gli Stati Uniti si sono giustificati con la necessità di liberare il popolo iracheno dalla dittatura. Una volta eliminato il tiranno, e dopo una transizione governata dai funzionari locali e non da costruttori stranieri di nazioni, la via verso la libertà sarebbe stata spianata, le spade sarebbero state trasformate in vomeri e il deserto sarebbe diventato un giardino fiorito, in un nuovo Medio Oriente democratico. Venditori di paura in patria, il presidente Bush e la sua cerchia di accoliti, per giustificare le loro avventurose iniziative, si sono trasformati all’estero in venditori di speranza. Se una parte degli occidentali ha sperato che l’intervento americano potesse portare la democrazia in Iraq, ben pochi iracheni hanno condiviso questa illusione. Sapevano fin troppo bene che, anche nei periodi più bui della repressione, Saddam Hussein era rimasto uno dei principali alleati delle nazioni occidentali e, in quanto tale, criticato con molta moderazione dai media americani. Quanto è avvenuto in seguito ha confermato i dubbi degli iracheni. È bastato un cenno del capo dei conquistatori per ricacciare nell’oscurità un opportunista come Ahmed Chalabi (efficacemente definito dal "New Yorker" come “l’uomo che ha venduto la guerra”). Un vecchio alleato di Saddam (che lo stesso dittatore tentò in seguito di eliminare), l’ex baathista Iyad Allawi, è il nuovo primo ministro fantoccio. E tutto ciò è accolto con approvazione dalla “comunità internazionale”, dimostrando ancora una volta che la potenza economica e militare degli Stati Uniti consente loro di comprare il consenso degli stati più poveri e più deboli.
In ogni caso, con la rivelazione degli abusi perpetrati sui prigionieri in Iraq, in Afghanistan e a Cuba, gli Stati Uniti hanno perduto ogni residuo della loro supposta autorità morale e la conseguenza è stata l’emergere di un vero scontro di civiltà – che avrebbe potuto essere facilmente evitato.

La tradizione perduta dell’impero britannico

Anche nella primavera del 1917, quando gli inglesi entrarono in Iraq, l’intervento fu giustificato con motivazioni virtuose: i generali e le truppe britanniche non giungevano in veste di occupanti, ma di liberatori. Ammettere che riprendere il controllo dell’Iraq faceva parte di un piano più ampio per trasformare il Medio Oriente nella via d’accesso all’Asia delle nazioni europee avrebbe privato la forza di occupazione dell’autorità morale necessaria per raggiungere il suo scopo. L’occupante ha sempre bisogno di una maschera: quella del benevolo elargitore di una vita e di una “civiltà” migliori.
Gli inglesi, tuttavia, potevano contare su risorse che mancano oggi agli americani. La prima era una lunga e celebrata tradizione colonizzatrice, radicata in una profonda vocazione all’insediamento. Legioni di coloni lasciavano le isole britanniche per popolare il globo. In tal modo, queste persone – in patria, gli emarginati, i poveri, i reietti; all’estero, i pionieri, gli imprenditori, i pirati – contribuirono in misura determinante alla costituzione di un’altra grande risorsa: grazie agli ingegnosi meccanismi del mercantilismo, colmarono le casse di Westminster di capitali sempre più consistenti e trasformarono la Gran Bretagna nella banca del mondo. Ma, soprattutto, gli inglesi si identificarono con il loro Impero, che consideravano una causa giusta e utile e una forza civilizzatrice.
A differenza degli inglesi, gli americani odierni sembrano soffrire di un’amnesia intellettuale e storica e di una tendenza alla smentita che sconfina a volte in uno stato allucinatorio. Malgrado l’insistenza con cui gli Stati Uniti cercano di negarlo, per la prima volta nella storia, il mondo è dominato da un unico impero, l’Impero americano alle soglie del “nuovo secolo americano”. L’esercito americano staziona in 138 nazioni e, in regioni geopolitiche chiave come il Medio Oriente, può contare su alleanze strategiche, cementate attraverso la fornitura di servizi difensivi, armamenti e investimenti finanziari. Questo è particolarmente vero nel caso di Israele e dell’Arabia Saudita, le due bêtes noires dei fondamentalisti islamici. L’economia di Israele è falsata da una dipendenza sempre più marcata dai flussi di capitali occidentali e la sua pretesa di essere l’unica democrazia della regione appare ogni giorno più infondata. In Arabia Saudita, gli investimenti statunitensi superano i 400 milioni di dollari all’anno e le aziende americane hanno stabilito più di duecento joint ventures (soprattutto nei settori petrolchimico ed energetico) con società saudite. Il sostegno a Israele fornisce un valido avallo alle accuse di incoraggiare e favorire la politica di occupazione e di segregazione dei palestinesi, rivolte dal mondo arabo e islamico all’Occidente. Ma, dopo l’Iraq, tutti i segnali sembrano indicare che l’antico accordo tra gli Stati Uniti e la famiglia reale saudita – secondo i critici islamici, petrolio in cambio di basi militari nel paese che ospita la Mecca e Medina – trasformerà in breve questa nazione in un nuovo focolaio della militanza islamica e in uno dei suoi obiettivi preferiti.
Nonostante la posizione di massimo debitore mondiale raggiunta dagli Stati Uniti, l’attuale governo ha varato spese militari per un ammontare superiore alla somma di quelle delle successive quindici nazioni più ricche. Che cosa rischia di essere messo in crisi da questa politica di espansionismo globale? Secondo molti economisti, il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il welfare state in generale, sono incompatibili con una legge di bilancio che prevede di gettare in questa voragine 45 trilioni di dollari.

Un nuovo imperialismo della violenza e della tortura

La prova più recente del fatto che gli Stati Uniti soffrono di amnesia storica e di una sorta di “complesso del messia” è data dalla mancanza di una meditata strategia di uscita dall’operazione “Iraqi Freedom”, un conflitto che ha prodotto rapidamente risultati che avrebbero potuto essere previsti anche da un alunno delle elementari. (Tony Blair sapeva che non sarebbe stata una passeggiata, e la complicità in questa farsa del primo ministro inglese, cioè della nazione che ha occupato l’Iraq fino al 1955, dimostra che i virus della fede cieca e dell’arroganza hanno contagiato anche l’altra sponda dell’Atlantico.) Ma c’è dell’altro. L’assenza di pianificazione riflette una mentalità collettiva immersa in un eterno presente e dotata di una propensione adolescenziale a insistere sul fatto che “la storia inizia con noi”.
Questa illusione di un eterno presente è alimentata dalla televisione e da internet – due “risorse” con cui gli inglesi non dovevano fare i conti – ed è a questi strumenti di comunicazione che si deve la sconfitta degli Stati Uniti nella guerra di propaganda e la perdita della loro autorità morale. (Dopo la prima guerra del Golfo, l’uso dei giornalisti embedded è stato un brillante stratagemma che, tranne rare eccezioni, ha permesso di controllare efficacemente le informazioni destinate alla platea domestica. Con il senno di poi, questa potrebbe rivelarsi l’unica “missione compiuta”.) Nell’interregno tra la proclamazione della vittoria da parte del presidente Bush e il giorno della difficile transizione a un incerto autogoverno iracheno, il conteggio delle bombe e dei morti ha continuato a lievitare e le cattive notizie sono diventate la cronaca di tutti i giorni. L’immagine è più potente delle parole e la situazione ha toccato il fondo quando le foto delle torture nella prigione di Abu Ghraib sono state messe in onda dalle televisioni arabe e diffuse su internet. Non era più possibile limitare i danni; l’occupante era stato smascherato. Improvvisamente, il comportamento sul campo dei liberatori appariva non molto diverso da quello degli aguzzini baathisti delle forze di sicurezza di Saddam.
L’inchiesta Taguba ha confermato i rapporti indipendenti che denunciavano gli stupri delle prigioniere da parte dei militari americani. Alcune di esse sono state costrette a farsi fotografare a seno scoperto. Nei messaggi inviati alla resistenza, le detenute imploravano i combattenti di bombardare e distruggere la prigione in cui erano rinchiuse, per porre fine alle loro sofferenze e alla loro vergogna. Le prime voci erano cominciate a circolare già nel novembre del 2003. All’inizio del 2004, "The Guardian" ha pubblicato la preghiera di una donna prigioniera: “Abbiamo figlie e mariti. Per l’amor di Dio, non dite a nessuno quello che abbiamo dovuto sopportare”. Un altro prigioniero iracheno, un maschio, è stato più esplicito: “Abbiamo bisogno di elettricità nelle case, non nel culo”. Questa è civiltà occidentale allo stato grezzo, e le rappresaglie erano inevitabili.
Per le vie di Baghdad circola una foto di un soldato americano che violenta una donna irachena. La guerra come pornografia. In Occidente, questa immagine e altre dello stesso genere sono state soppresse. (Chissà, forse è stato fatto per deferenza nei riguardi di John Ashcroft, il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, un evangelico così bigotto da aver fatto coprire perfino i seni di pietra della florida statua della Giustizia collocata nell’atrio del suo ufficio...)
Il Pentagono aveva paura della reazione del mondo? E che dire delle donne afghane, che, come ci hanno informati pochi anni fa le donne della Casa Bianca – Hillary Clinton e Laura Bush – sarebbero state liberate grazie all’invasione e all’occupazione del loro paese? Le donne stanno ancora aspettando, mentre in Afghanistan stupri e torture proseguono, anche se non se ne parla.
In questa totale assenza di moralità, la parte avversa ha reagito con l’applicazione del principio dell’occhio per occhio. La resistenza irachena ha risposto agli stupri e alle torture delle truppe americane con i rapimenti, le autobombe dirette indifferentemente contro obiettivi militari americani e contro i civili e, in Arabia Saudita (dato che, per la resistenza, questa è una guerra senza confini), la decapitazione rituale di ostaggi occidentali. In un primo momento, vi è stato uno stillicidio di immagini di stupri e torture, ma l’opportunità di sfruttare queste orribili trasgressioni era troppo ghiotta, troppo a portata di mano, e la lenta infiltrazione si è trasformata ben presto in un diluvio.
I mullah locali, il clero degli stati confinanti e gli altri sostenitori dell’immediata evacuazione degli “occidentali infedeli”, hanno colto al volo l’occasione, affannandosi a riscrivere la breve storia del conflitto: l’Occidente ha bombardato ininterrottamente l’Iraq sin dalla prima guerra del Golfo; le sanzioni economiche, e non il regime baathista, hanno stroncato le opportunità di sviluppo economico del paese; solo noi possiamo salvare l’onore dell’islam di fronte all’attacco delle orde cristiane.
“Qual è la civiltà che sta affondando, vi domando, quella islamica o quella occidentale?”
Quando le notizie sulle torture nella prigione di Abu Ghraib hanno cominciato a circolare, mi trovavo in Egitto e in Libano. Non ho incontrato nessuno (neppure tra gli europei e i nordamericani che lavoravano in quei paesi) che ne fosse stupito. Fuori degli Stati Uniti, questa storia ha avuto un’eco molto più duratura. Le torture in Iraq hanno risvegliato i ricordi di quanto è accaduto ad Aden, in Algeria, in Vietnam e, perché no, in Palestina. Ma come spiegare il turbamento manifestato da tanti occidentali quando le torture sono diventate di pubblico dominio? Si potrebbe perdonare loro di aver dimenticato l’Inquisizione o la prova del fuoco o la persecuzione degli eretici catari e albigesi o, qualche secolo dopo, la magistrale polemica di Voltaire contro la tortura. Ma come possono aver dimenticato i cittadini dell’America del Nord quanto è accaduto in Centro e Sud America, in Asia e in Africa meno di cinquant’anni fa? Quando non ci si cura neppure di contare gli iracheni morti, perché stupirsi se quelli vivi subiscono maltrattamenti? Per comprendere questa amnesia collettiva dobbiamo, contro le pulsioni più profonde di un’amministrazione americana intossicata dal futuro, cavalcare il presente procedendo a ritroso nel tempo.
L’8 giugno 2004, il "Financial Times" riferiva che, secondo il parere degli avvocati americani, “durante gli interrogatori, i militari americani all’estero possono violare legalmente il divieto all’uso della tortura”, e “le leggi contro la tortura non possono sovrapporsi alle prerogative del Presidente”. Alcuni documenti governativi filtrati all’esterno dimostrano che l’uso della tortura nella prigione di Abu Ghraib (e a Guantanamo) era giustificato con il principio che gli “irregolari” di al Qaeda non osservavano le leggi di guerra che, di conseguenza, non andavano applicate nel loro caso. Nella battaglia contro questi combattenti anarchici – e il loro diabolico piano asimmetrico di distruzione – gli Stati Uniti hanno cercato di eludere non solo la Convenzione di Ginevra, ma la stessa legge americana sui crimini di guerra, emanata nel 1996. Sostenere che i militari implicati abbiano agito in questo modo per il loro piacere personale è privo di senso. Questi soldati hanno avuto il torto di obbedire agli ordini, ma chi punirà i loro comandanti?

Le responsabilità degli intellettuali

La perdita collettiva della memoria in Occidente potrebbe essere la conseguenza di un complesso di superiorità. Abbiamo vinto, abbiamo sconfitto “l’Impero del Male”. La nostra cultura e la nostra civiltà sono infinitamente più avanzate di qualunque altra (questo spiegherebbe lo sgomento suscitato dalle notizie delle torture ad Abu Ghraib). Una delle caratteristiche del dominio è che chiunque non si identifichi con esso è classificato come nemico. L’ingiunzione di George W. Bush dopo l’11 settembre, “Se non siete con noi, siete con i terroristi” è stata accettata senza riserve in tutte le nazioni occidentali e dalle élite dell’intero pianeta. Si trattava di un semplice adattamento del passo evangelico, “Chi non è con me è contro di me”. L’idea che qualcuno possa essere non contro di voi, ma semplicemente a favore di qualcosa di più costruttivo, era/è considerata inammissibile.
Fu Carl Schmitt, il celebre teorico del diritto del Terzo Reich, a insistere per primo sul fatto che la totalità della politica era comprimibile nelle due categorie fondamentali di “amico” e “nemico”. Poiché questo principio si adatta molto bene alla maggior parte degli imperi, le opere di Schmitt hanno suscitato grande interesse negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. Alcuni pensatori conservatori come Leo Strauss hanno riconosciuto apertamente di esserne stati influenzati. Il messaggio – studiato, appreso e adottato dagli “straussiani” che circondano il presidente Bush – era inequivocabile: se il vostro paese non serve le ragioni del nostro impero, è un nostro nemico, deve essere occupato, i suoi governanti devono essere rimossi e sostituiti da satrapi più arrendevoli. Più tardi, si sperava, la presenza di una legione romana sarebbe divenuta superflua. Tuttavia, subito dopo il ritiro dei legionari, la satrapia iniziava a vacillare. Occupazione, ritiro, ribellione, nuova occupazione e, in alcuni casi, auto-emancipazione: uno schema ricorrente nella storia mondiale.
I regimi imperiali hanno bisogno di legittimatori intellettuali per giustificare i propri eccessi. Negli Stati Uniti, il testimone è passato da Leo Strauss e dalla Chicago School a Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Huntington aveva lavorato come esperto antisommossa nell’amministrazione Johnson ai tempi del Vietnam. Alla sua fertile immaginazione si deve la creazione dei “villaggi strategici”, un’idea ispiratagli dalla lettura dei testi insurrezionali del nemico. Tutti i principali esperti di guerriglia – Mao Zedong, Che Guevara, Fidel Castro, Vo Nguyen Giap – concordavano nell’affermare che la vittoria era impossibile senza il sostegno del popolo. Incapace di comprendere le motivazioni dei guerriglieri o le cause della guerra e convinto che il problema principale fossero i legami tra la resistenza e la popolazione (“l’acqua in cui nuotano i pesci”, secondo Mao), Huntington tentò di escogitare un modo di separarli. Il progetto prevedeva il raggruppamento dei contadini poveri in “villaggi strategici”, un eufemismo per indicare campi di concentramento rurali circondati da reticolati e vigilati giorno e notte dai soldati americani. Il comando americano decise di tentare questa strada. Quello che Huntington e i suoi superiori non avevano capito è che il “popolo” era formato anche da membri o sostenitori della resistenza vietnamita, che cominciarono ben presto a organizzarsi all’interno dei “villaggi strategici”. I punti deboli di ogni villaggio erano identificati e trasmessi alla guerriglia, provocando in breve il fallimento del progetto.
Fukuyama non ha mai svolto un ruolo così drammatico, ma in qualità di funzionario del Dipartimento di Stato ha scritto un articolo sul Pakistan negli anni della brutale dittatura del generale Zia, suggerendo che questa nazione voltasse le spalle all’India e rafforzasse i propri legami con il mondo islamico, cioè con gli stati del Golfo e l’Arabia Saudita. I generali accolsero con piacere il consiglio, che si adattava perfettamente alle loro esigenze strategiche e materiali, e si mostrarono ammiratissimi della démarche di Fukuyama. Dopo la caduta del Muro di Berlino, una nuova versione di una vecchia idea, il trionfo della democrazia liberale, cominciò ad agitare Fukuyama.
Poi vi fu il collasso definitivo dell’Unione Sovietica e la restaurazione di una peculiare forma di capitalismo criminale nei paesi dell’ex blocco socialista. Il trionfo del capitalismo e la sconfitta di un’ideologia antagonista segnavano forse la nascita di un mondo senza conflitti né nemici? Sia Fukuyama che Huntington cercarono di dare una risposta a questo mutamento del quadro geopolitico con due importanti opere. Per Fukuyama, ossessionato da Hegel, il binomio democrazia liberale/capitalismo rappresentava l’incarnazione definitiva dello “spirito del mondo”, quella che contraddistingue la “fine della storia”, l’espressione che dava anche il titolo al suo libro. La lunga guerra era terminata e l’infaticabile spirito del mondo poteva finalmente rilassarsi e comprarsi un appartamentino a Miami. Secondo l’autore, non vi era più nessuna alternativa all’American way of life. La filosofia, la politica e l’economia dell’Altro – il marxismo-leninismo in tutte le sue forme – erano scomparse nell’oceano, come un continente sommerso di idee che non sarebbero mai più tornate in superficie. La vittoria del capitalismo era irreversibile, il suo trionfo universale.
Ma questa tesi non convinse Huntington, che mise in guardia il suo collega contro i rischi dell’autocompiacimento. Dalla sua base di Harvard, sfidò Fukuyama con una serie di tesi pubblicate inizialmente su "Foreign Affairs" (“Uno scontro di civiltà?” – un’espressione coniata da Bernard Lewis, un altro degli autori preferiti dall’attuale amministrazione). In seguito, gli articoli diedero origine a un libro, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, con la soppressione del punto interrogativo. Pur ritenendo, come Fukuyama, che non esistessero alternative ideologiche al capitalismo, Huntington non credeva all’ipotesi della “fine della storia”. L’antagonismo era destinato a proseguire sotto altre forme. “Le grandi divisioni nel genere umano e le principali fonti di conflitti saranno di tipo culturale… Lo scontro delle civiltà dominerà la politica globale”. In particolare, Huntington sottolineava l’importanza della religione nel mondo moderno, un particolare che ha determinato il successo del suo libro dopo l’11 settembre.
Ma che cosa intendeva esattamente l’autore con il termine “civiltà”? All’inizio del secolo scorso, Oswald Spengler, il nipote di un minatore tedesco, abbandonò l’insegnamento per dedicarsi allo studio della filosofia e della storia. Da questa decisione nacque un’opera fondamentale, Il declino dell’Occidente, in cui l’autore contrapponeva la cultura (un termine collegato sul piano filologico alla natura, alla campagna e alla vita dei contadini) alla civiltà, che è per sua natura urbana e che ha portato all’anarchia industriale, costringendo sia i capitalisti che i lavoratori a un’esistenza asservita alla tirannia delle macchine. Per Spengler, la civiltà puzzava di imperialismo e di distruzione. La democrazia era la dittatura del denaro e “il denaro può essere rovesciato e abolito solo dal sangue”. L’avvento del “cesarismo” lo avrebbe annegato nel “sangue”, inaugurando il capitolo finale della storia dell’Occidente. Se il Terzo Reich non fosse stato sconfitto in Europa, principalmente per merito dell’Armata Rossa, la profezia di Spengler avrebbe potuto realizzarsi. Egli fu tra i primi e più fieri critici dell’eurocentrismo, e la sua lucida visione del mondo, postmoderna nella sua intensità anche se non nel linguaggio, è illustrata dal seguente passo:

Vedo, in luogo della vuota finzione di una storia universale, il dramma di un certo numero di potenti culture, ciascuna sorta con forza primitiva dal suolo di una madrepatria a cui rimarrà fermamente legata per tutto il suo ciclo vitale; ciascuna modellando il suo materiale, la sua umanità, a immagine di sé; ciascuna con la sua idea, le sue passioni, la sua vita, la sua volontà, i suoi sentimenti e la sua morte. Qui esistono colori, luci, movimenti che nessun occhio intellettuale ha ancora scoperto. Qui culture, popoli, linguaggi, verità, dèi e paesaggi fioriscono e invecchiano come le querce e i pini, i boccioli, i ramoscelli e le foglie. Ogni cultura possiede le sue nuove possibilità di espressione, che nascono, maturano, decadono e non faranno più ritorno…

In opposizione a tutto questo, abbiamo il ciclo distruttivo della civiltà:

Le civiltà sono gli stati più esteriori e artificiali di cui l’umanità sviluppata sia capace. Sono una conclusione, la morte che segue la vita, la rigidità che segue l’espansione, l’epoca intellettuale e il mondo pietrificato delle città che fanno seguito alla madre terra… sono una fine, irrevocabile, ma raggiunta di continuo per intrinseca necessità… L’imperialismo è la civiltà allo stato puro. Il destino dell’Occidente ha assunto ora irrevocabilmente questa forma fenomenica… L’espansionismo è una condanna, qualcosa di diabolico e intenso, che afferra, asservisce e consuma la tarda umanità dello stadio della città-mondo.

La mappa di Huntington

A quasi un secolo di distanza, Huntington ha ripreso i temi di Spengler, invertendone il contenuto e amalgamando cultura e civiltà. Per lui la civiltà è una metacultura, “il più elevato raggruppamento culturale e il più ampio livello di identità culturale di cui i popoli dispongono, dopo quello che distingue gli esseri umani dalle altre specie”.
La mappa tracciata da Huntington comprende otto culture/civiltà: occidentale, sino/confuciana, giapponese, islamica, indù, slavo-ortodossa, latino-americana e, con alcune riserve, africana (è possibile definire l’Africa come una civiltà?). La religione è “forse la principale forza in grado di motivare e mobilitare le masse”. Un fossato separa “l’Occidente dal resto del mondo”. Quella occidentale è l’unica civiltà che difende la libertà, la democrazia e il libero mercato, mentre il resto del mondo si oppone agli sforzi compiuti dall’Occidente per imporre questi nobili valori. L’Occidente è al culmine della sua potenza e, secondo Huntington, si serve delle Nazioni Unite e del Fondo monetario internazionale per imporre la propria volontà a livello mondiale. La distinzione tra unilateralismo e multilateralismo deve essere respinta, poiché “l’espressione ‘comunità mondiale’ è divenuta un termine collettivo utilizzato in modo eufemistico per conferire legittimità globale alle iniziative che riflettono gli interessi degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali”. Su questo almeno ha ragione, ma non sulla religione.
Personalmente non credo che la religione rappresenti la principale forza di mobilitazione di massa a livello globale. Svolge certamente un ruolo la cui importanza può variare notevolmente. Da questo punto di vista, l’Occidente è profondamente diviso: l’Europa non è molto religiosa, mentre negli Stati Uniti la situazione è terribile. Secondo gli ultimi sondaggi, il 95% degli americani crede in Dio, compreso il 91% di coloro che si professano liberal. (Solo il 70% crede negli angeli, il che mi dispiace. Avrei preferito che la fede negli angeli fosse più diffusa, perché questo avrebbe conferito alla questione una sfumatura surreale. Mi consolo con un recente comunicato Gallup [25 febbraio 2003], che rivela una credenza bipartisan nel maligno: i democratici sono così pii che ben il 67% di loro crede nell’esistenza del diavolo, appena 12 punti percentuali sotto i repubblicani. Perché consolante? “Chi crede nel diavolo – ha scritto Thomas Mann nel Doctor Faustus – già gli appartiene”).
La religione non gode di un seguito altrettanto significativo né in Russia né in Cina e sono convinto che vi siano molti più increduli nel mondo islamico di quanti hanno il coraggio di dichiararlo pubblicamente, ma questo è un punto su cui tornerò più avanti.
Nel mondo di Huntington, la combinazione più pericolosa sarebbe l’alleanza tra la civiltà confuciana e quella islamica, che non condividono il rispetto occidentale per i diritti umani – e che, avrebbe potuto aggiungere, sono entrambe in grado di ricattare l’Occidente. (Diffidando della Cina, gli Stati Uniti tentano di convincerla ad aprirsi al mercato, sperando che lo schiacciasassi della cultura americana e del consumismo prendano piede e che lo shopping possa ammansire le masse). La strategia globale americana richiede il controllo delle riserve petrolifere mondiali, mentre all’interno la sua economia appare sempre più dipendente dalle importazioni a basso costo dalla Cina.
La pubblicazione del libro di Huntington è stata rapidamente seguita da quella di opere di altri autori che si sono gettati nella mischia per sottolineare l’importanza delle differenze culturali nello studio della politica, dell’economia, della statistica e così via. Molte di queste idee sono state superate dall’11 settembre, che ha messo al centro del dibattito la “minaccia dell’Islam radicale” e la “guerra al terrorismo”. Invece dell’Occidente contro il resto del mondo, il nuovo corso prevede il conflitto del mondo contro l’islam. Va a merito di Huntington il fatto di non aver mai sottoscritto le tesi neo-con che dominavano l’ideologia della Casa Bianca prima della débâcle irachena. Modificando la propria precedente opinione, egli è passato a sostenere l’idea che il problema principale del nostro tempo non sia lo scontro della civiltà, ma un conflitto interno all’islam – tesi peraltro discutibile quanto la precedente e difficilmente conciliabile con l’affermazione secondo cui “la religione e la famiglia, il sangue e la fede sono ciò in cui le persone si identificano e per cui sono disposte a combattere e a morire”.
Ma cos’è questo islam, questo nuovo uomo nero utilizzato per far paura ai bambini? L’idea dell’Islam come matrice istituzionale che organizza il terrore e la resistenza all’Occidente in tutto il mondo è una parodia del passato e del presente. Per la maggior parte del XX secolo, i movimenti islamici sono stati quasi sempre alleati dell’impero britannico e, più tardi, del suo erede americano. Sono stati una forza sociale conservatrice, che agitava le catene della superstizione e del fanatismo per reprimere sul nascere il minimo accenno a un cambiamento radicale. Durante la Guerra fredda, i predicatori wahabiti dell’Arabia Saudita (attualmente considerati come il nemico pubblico numero uno) furono inviati nel mondo musulmano per predicare le virtù della religione e della controrivoluzione e, quando la verità rivelata non riusciva ad avere la meglio sulla ragione, si reclutavano nuovi adepti facendo ricorso a borse piene di petrodollari. Se entrambi i metodi fallivano, gli Stati Uniti organizzavano un colpo di stato, come in Indonesia.

L’esperienza del Pakistan e dell’Afghanistan

Ricordo che quando frequentavo il liceo in Pakistan, all’inizio degli anni Sessanta, vi erano continue dispute tra i socialisti musulmani, di cui facevo parte, e i fondamentalisti islamici, che affermavano l’inseparabilità della religione e dello Stato, perché “l’Islam è un codice di vita completo”. A noi socialisti questa formula appariva ridicola, al punto che avevamo preso l’abitudine di declamarla noi stessi a pappagallo, prevenendo i nostri avversari. A volte, quando il dibattito si faceva particolarmente acceso, chiedevamo: “Qual è il più grande paese islamico del mondo?” “L’Indonesia”, era la risposta; e noi: “Qual è il più grande partito comunista del mondo non comunista?” Silenzio. Allora scandivamo in coro: “Il partito comunista indonesiano!”
Queste discussioni giovanili non erano semplici canzonature. Volevamo dimostrare che era perfettamente possibile far parte della cultura musulmana, apprezzarne gli aspetti migliori, senza essere credenti. La Sinistra indonesiana (a cui aderiva oltre un milione e mezzo di persone) fu cancellata per sempre nel 1965 dal generale Suharto, in uno dei peggiori massacri della Guerra fredda, pienamente sostenuto dagli Stati Uniti. A distanza di trentanove anni, il vuoto prodotto da quella carneficina ha lasciato via libera all’esercito e ai fondamentalisti islamici. Lo stesso schema, anche se su scala ridotta, è stato applicato altrove.
Ricordo bene il clima che si respirava in Pakistan tra il 1969 e il 1970. Tre mesi di proteste contro una dittatura militare filoamericana, messe in atto da studenti, operai e contadini, avevano innescato una rivolta sociale. Un giorno le strade erano invase dagli avvocati, quello successivo dalle prostitute. La dittatura cominciò a dare segni di cedimento e furono indette le prime elezioni politiche generali nella storia del paese. La campagna elettorale fu dominata dalle formazioni laiche e socialiste, mentre i gruppi religiosi apparivano totalmente isolati e non esitavano a far uso della violenza. Durante una visita accademica, mi recai a Multan per parlare a un raduno di quasi cinquantamila operai e contadini; in quell’occasione, i membri dell’organizzazione studentesca del partito Jaamati-Islami attaccarono fisicamente il gruppo di studenti che era venuto ad accogliermi all’aeroporto e a scortarmi al luogo del raduno, lanciandoci pietre mentre la polizia osservava senza intervenire. Simili tentativi di intimidazione erano piuttosto comuni allora, ma non servirono a nulla. Le elezioni pakistane del 1970 segnarono la scomparsa del fondamentalismo islamico come forza politica. Nel 1972, il primo ministro Zulfikar Ali Bhutto fu insultato da un gruppo di mullah durante un comizio a Lahore. Bhutto, che spesso doveva parlare in pubblico molte volte nello stesso giorno, aveva incaricato un suo assistente di tenere sempre pronta una fiaschetta di whisky e, quando la voce del primo ministro diventava troppo rauca, un bicchiere di liquido ambrato giungeva tempestivamente a confortarlo. Al comizio di Lahore era presente mezzo milione di persone, oltre a diplomatici e a giornalisti stranieri. Bhutto aveva appena accostato le labbra al bicchiere, quando un uomo con la barba si alzò in piedi, gli puntò contro l’indice e gridò: “Guardate, gente. Guardate cosa sta bevendo!” Bhutto, che era un uomo spiritoso, alzò in alto il bicchiere e disse: “Sì, guardate. È succo di frutta”. Risate tra il pubblico. Ma diversi mullah, posizionati in punti strategici, si alzarono tutti in piedi e replicarono: “È sharab (alcol)!” Allora Bhutto perse la pazienza e rispose, alzando la voce: “E va bene. Sì, figli di puttana, è sharab. A differenza di voi, io non bevo il sangue del mio popolo”. La folla andò in visibilio. Un canto spontaneo si levò tra la gente: “Lunga vita a Bhutto! Che possa bere ancora a lungo!”.
Ho voluto ricordare questi due episodi molto diversi in Indonesia e in Pakistan per dimostrare come i due maggiori paesi musulmani del mondo fossero soggetti allora alle stesse tempeste e tendenze politiche che agitavano i paesi non musulmani. Non cerco scuse per il radicalismo islamico, per la corruzione delle monarchie islamiche, per l’oscurantismo dei mullah e dei fautori dell’interpretazione letterale del Corano, per la sordida venalità della famiglia reale saudita etc. Ma se la civiltà islamica appare del tutto esaurita e bisognosa di una riforma radicale, dobbiamo mettere da parte la politica e decostruire quanto è realmente accaduto. È necessaria una visione sociale che trascenda il conservatorismo religioso nel mondo islamico, ma il modello americano non funziona, si è rivelato un’alternativa impraticabile. In Indonesia e in Pakistan esisteva una spinta spontanea verso il riformismo. Gli individui etichettati come “comunisti” o “socialisti” da tutte le amministrazioni americane, democratiche o repubblicane, erano in realtà dei moderati che avevano a cuore la democratizzazione del loro paese, riformisti in cerca di un sostegno dall’estero. Ma, ogni volta, la miopia da Guerra fredda ha indotto la Casa Bianca a sostenere la parte sbagliata. La situazione del Medio Oriente non potrà migliorare finché l’Occidente non risponderà alle semplici domande che circolano tra la gente: Perché l’Iraq e non l’Arabia Saudita? Perché il sostegno incondizionato a Israele e l’indifferenza per le sofferenze dei palestinesi? È per questo che respingo le tesi di Huntington e degli ideologi islamici, entrambi convinti che le differenze di religione e di sangue costituiscano il reale spartiacque del mondo moderno. E ripudio anche la stirpe sradicata dei musulmani emigrati in Europa e in America, tanto preoccupati di piacere, tanto ansiosi di integrarsi – a qualunque titolo – da essere disposti a inginocchiarsi per unirsi al coro generale, sperando di ricevere in cambio un po’ di attenzione da parte dei media. In cima a questa lista metterei Ahmed Chalabi, questa cameriera irachena degli agenti della Casa Bianca.
Per giustificare gli interventi occidentali, comprese l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, i professori di diritti umani delle università americane o gli esponenti delle associazioni della “società civile” ricorrono spesso all’argomento per cui ciò che caratterizza la cultura occidentale sarebbero la democrazia e la pluralità delle istituzioni indipendenti dallo Stato, ma fondate sul capitalismo. Nel 1919, l’Afghanistan fu percorso da un’ondata antimperialista e la confederazione tribale accettò di farsi guidare dal re Amanullah, un modernizzatore seguace di Kemal Ataturk. Sua moglie Soraya era una proto-femminista. Gli intellettuali progressisti vicini ad Amanullah stilarono una bozza di costituzione, che prevedeva il suffragio universale. Se fosse stata approvata, le donne afghane avrebbero ottenuto il diritto di voto prima delle loro sorelle inglesi e occidentali. La ragione per cui rimase sulla carta è che gli inglesi incaricarono uno dei loro migliori agenti – T. E. Lawrence – di sobillare e corrompere i capi di alcune tribù e di spargere la voce che la nuova costituzione incoraggiava le donne a prostituirsi. Poco dopo, l’esercito inglese intervenne per rovesciare Amanullah.

Dall’Iraq all’Iran

Mentre in Occidente la cultura della vita democratica si va deteriorando, per ironia della storia nel mondo musulmano si registra un crescente bisogno di partecipazione. I cittadini di Egitto e Arabia Saudita, per non parlare della Siria e degli staterelli del Golfo, sarebbero felici di poter scegliere chi li governerà, ma c’è un problema, quello che Huntington ha definito “il paradosso democratico”, ovvero, in parole povere: dalle elezioni democratiche potrebbero uscire governi ostili agli Stati Uniti. È vero. È possibile. È per questo che Washington continua ad appoggiare la cleptocratica dinastia saudita e il decrepito regime militare egiziano.
E in Iraq? La designazione di Iyad Allawi, un ex agente della CIA, a Primo ministro e quella del famigerato falco della guerra fredda John Negroponte ad ambasciatore, fanno intuire quale futuro tormentato attenda i cittadini iracheni. La richiesta di un’assemblea costituente eletta dal popolo (avanzata per primo dall’ayatollah Sistani) discende in linea diretta dalla Rivoluzione francese, ma avrebbe come probabile risultato la riunificazione del paese intorno a due obiettivi ben definiti: il ritiro di tutte le truppe straniere e la restituzione agli iracheni del controllo sul loro petrolio. Aver occupato un paese e vederlo disdegnare la protezione americana sarebbe troppo doloroso per Washington. Si nominano così dei governi fantoccio e la resistenza prosegue.
Nel frattempo, nel vicino Iran, un decrepito regime clericale appare sempre più isolato dalla popolazione. Il 63% degli iraniani ha meno di trent’anni ed è sempre vissuto sotto il regime teocratico. La voglia di cambiamento è molto forte e, malgrado la repressione clericale, essa ha dato origine a una vivace cultura semiclandestina. Accanto a una rigogliosa nouvelle vague cinematografica, si registra un uso sempre più diffuso di internet, dove i blogger iraniani dominano il ciberspazio. Il regime clericale continua a perseguitare le voci libere (con la chiusura di giornali indipendenti come Neshat), ma i responsabili di queste rappresaglie sono chiamati a risponderne nelle aule di giustizia. L’Iran offre ancora una speranza. Quando il regime clericale sarà rovesciato, il popolo iraniano, che ha accettato la guida dei mullah pur di liberarsi dello Shah, potrebbe dar vita a un processo riformista che avrebbe enormi conseguenze. Non mi sorprenderei se una nuova insurrezione dovesse condurre alla definitiva separazione tra Stato e Moschea. Nella situazione attuale, il processo di autoemancipazione del popolo iraniano verrebbe seriamente compromesso o interrotto da un intervento straniero.
Le culture e le civiltà sono, e sono sempre state, creature ibride. Sostenere il contrario significa farsi soggiogare dai demoni gemelli dell’ideologia e dello sciovinismo. La conseguenza più tragica degli abusi di Abu Ghraib è l’emergere di uno scontro di civiltà là dove non era mai esistito in precedenza. La miopia occidentale ha regalato al radicalismo islamico le munizioni di cui aveva un disperato bisogno.

Traduzione di Stefano Salpietro

 

 

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