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Abituiamoci al predominio degli Stati
Uniti dAmerica. Nel campo politico, economico, militare e culturale, gli USA hanno
oggi una potenza tale da non temere rivali. Finanche vecchi scettici come Paul Kennedy
che, ancora nel 1987, ritenevano che gli Stati Uniti potessero in un futuro non troppo
remoto perdere il proprio dominio, si sono dovuti ricredere: oggi legemonia
americana è più solida che mai.1
Negli anni Ottanta, legemonia
americana era sfidata da due fattori. Da una parte cera il rivale politico-militare,
lUnione Sovietica, ancora caposaldo di un vasto impero, dotata di arsenali nucleari
capaci di annientare per centinaia di volte gli Stati Uniti e lintero pianeta. La
vecchia URSS era pur sempre un avversario temibile. In gran parte, lantagonismo con
il sistema sovietico era astratto: Est e Ovest erano due blocchi tanto rivali quanto
distanti. Le sovrapposizioni quotidiane in termini di scambi commerciali, culturali o
turistici erano scarse. Meno temibile ma più diretta e abituale era la sfida allegemonia
americana che proveniva dalla sfera economica e proprio dai principali partner
commerciali: i due vecchi sconfitti della Seconda guerra mondiale Giappone e
Germania avevano deciso di ingaggiare la gara non sul terreno militare, ma su
quello della competitività industriale, dimostrandosi agguerritissimi concorrenti.
Sfidando gli Stati Uniti sul campo che ne aveva consentito il predominio linnovazione
tecnologica riuscivano a esportare quote sempre maggiori di prodotti, soprattutto
nei settori high-tech.
In quegli anni, i Requiem sulla fine dellimpero
americano sono stati numerosi. Si diceva, in poche parole, che mentre gli Stati Uniti
spendevano le proprie risorse per difendere lintera civiltà occidentale dal
comunismo (investendo in armamenti, eserciti ed esplorazioni spaziali), gli alleati
potevano in tutta tranquillità migliorare la qualità dei propri prodotti, e saturare il
mercato mondiale incluso quello americano di automobili, televisori e
computer. In poco tempo il gigante americano non avrebbe più sostenuto tanto peso.
Ma tutti i requiem arrivati agli
albori del Terzo millennio sono risultati prematuri. Per quanto riguarda lorso
sovietico è sparito dal panorama politico senza che fosse necessario sparare neppure un
colpo. Oggi come non mai, la Russia è dipendente dagli Stati Uniti ed è ben disposta a
vendere i suoi, una volta temutissimi, missili intercontinentali per un piatto di
lenticchie. La grande America si è ripresa anche nellambito della tecnologia civile
e, mentre Giappone e Germania si sono imbattute in poderose crisi economiche, nellultimo
decennio ha iniziato a riprendere in mano saldamente anche il suo strumento di dominio
privilegiato, la tecnologia, riaffermando la supremazia nel settore manifatturiero e nelle
sempre più importanti tecnologie post-industriali dellinformazione e della
comunicazione.
Una nuova stagione di guerre
Tutto il mondo osserva legemonia
americana con un certo timore. Ciò che fa paura della potenza egemone non è tanto il suo
potere economico o culturale, quanto soprattutto quello militare. Da quando si è dissolta
lUnione Sovietica, gli Stati Uniti sono stati protagonisti di almeno quattro
principali conflitti armati: in Iraq (1991), in Kosovo (1999), in Afghanistan (2001-2) e
di nuovo in Iraq (2003). Tralasciamo qui gli interventi in Somalia (1991-92) e in Bosnia
(1995-96), che hanno assunto il carattere, almeno in parte, di missioni di pace. Se negli
anni Ottanta la potenza militare americana era immaginaria ma non schierata su
un effettivo campo di battaglia, dopo la caduta del Muro di Berlino è diventata
estremamente reale. Questi conflitti si configurano come quattro tappe di un percorso che
ha consentito agli Stati Uniti di capitalizzare progressivamente il proprio peso
egemonico.
Quali sono le caratteristiche di questi
conflitti? In primo luogo, la sproporzione delle forze in campo. Non era mai accaduto che
il rapporto delle perdite tra le due parti fosse così squilibrato: durante la
prima guerra del Golfo, le vittime irachene furono circa centomila, quelle americane e
inglesi poche decine. In secondo luogo, si tratta di guerre che gli Stati Uniti hanno
guidato contro paesi poveri. La Jugoslavia il più ricco dei paesi contro cui gli
Stati Uniti hanno combattuto ha un reddito complessivo pari a un millesimo di
quello americano. In terzo luogo, gli Stati Uniti non hanno agito in auto-difesa,
ma sono stati gli iniziatori della guerra. Anche nel caso della guerra del Golfo del 1991,
sebbene Saddam Hussein abbia iniziato la guerra annettendosi il Kuwait, non cera una
minaccia diretta nei confronti degli Stati Uniti. Nel caso della guerra in Afghanistan,
considerata necessaria per impedire nuovi attacchi terroristici, il rapporto esistente tra
il paese e i criminali dell11 settembre era alquanto tenue: essi non avevano agito
in qualità di agenti di uno Stato.
In quarto luogo, tutte e quattro le guerre
hanno anche avuto motivazioni umanitarie. Esse sono state deboli nella guerra
allIraq del 1991, preponderanti nel caso della guerra del Kossovo, associate insieme
alla motivazione dellautodifesa nellinvasione dellAfghanistan nel
2001-02, confuse con un guazzabuglio di giustificazioni (armi di distruzione di massa,
connessioni con il terrorismo, attacco preventivo) nellinvasione dellIraq del
2003. Insomma, in tutti e quattro questi conflitti, il governo americano ha presentato le
cose (soprattutto allopinione pubblica interna) come se fosse dovere degli abitanti
dei paesi bombardati ringraziarli per la guerra condotta contro il proprio
governo.
Laltro fattore rilevante è che il
consenso internazionale raccolto dagli Stati Uniti è stato progressivamente in
diminuzione. Durante la prima tappa (Iraq, 1991), gli Stati Uniti hanno messo insieme una
grande coalizione benedetta dallONU e dalla NATO; nella seconda (Kosovo, 1999) la
coalizione è stata a ranghi ridotti, con lassenso unanime della NATO ma senza
quello delle Nazioni Unite; nella terza (Afghanistan 2001-02) gli USA hanno condotto lavventura
unilateralmente, anche se le vittime dell11 settembre hanno tacitato gli scettici.
Durante lultima guerra, gli Stati Uniti si sono trovati soli con la Gran Bretagna,
senza NATO e senza ONU. Grandi potenze come la Russia e la Cina, alleati tradizionali come
la Francia e la Germania, paesi rivali dellIraq come la Turchia e lArabia
Saudita si sono con toni più o meno decisi opposti allinvasione.
Legemonia USA e le sue
contraddizioni
Non sorprende che nei confronti della
nuova egemonia i paesi europei si trovino disorientati. Si erano abituati negli anni della
Guerra fredda a vivere allombra della grande America, che si comportava come un
fratello maggiore spesso prepotente, ma in fondo benevolo. Le angherie subite venivano
perdonate per il fatto che il fratello maggiore garantiva la sua protezione contro il ben
più brutale pericolo sovietico. Raramente era successo che gli Stati Uniti si fossero
imbattuti in una scelta politica cruciale umiliando lEuropa.
Lo sgomento nel vecchio Continente è
stato tanto maggiore anche per le speranze coltivate in un passato assai recente. Le
democrazie avevano vinto la guerra fredda insieme, ed era legittimo aspettarsi che ciò
avrebbe avuto effetti positivi anche nelle relazioni transatlantiche. Contrariamente alle
aspettative, le relazioni Stati Uniti/Europa hanno invece conosciuto una brusca sterzata
con lascesa di Bush junior alla Casa Bianca e lo shock dell11 settembre.
Quella che sembrava una presidenza orientata allisolazionismo e che aveva mandato in
questo senso inequivocabili messaggi ritirandosi da trattati e convenzioni internazionali
(Kyoto, Corte penale internazionale, Trattato anti-mine), non ha fatto più mistero di
voler usare la forza per imporre le sue scelte. Se per combattere la guerra del Kosovo
aveva avuto bisogno di incastrare gli europei con la Conferenza di
Rambouillet, lamministrazione Bush non ha avuto remore ad agire contro i vecchi
alleati e invadere lIraq.
Continuo a pensare che il problema non
risieda tanto in unintrinseca ribalderia americana, il problema risiede
in un fatto assai semplice: concentrare troppo potere nelle mani di una sola potenza è
pericoloso. Questo vale per qualsiasi potenza, compresa quella americana. È invece
diffusa una retorica secondo cui, poiché gli Stati Uniti hanno una costituzione
democratica al proprio interno, questo rappresenta un naturale correttivo
contro possibili degenerazioni autoritarie. Senonché il correttivo che funziona nella
politica interna purtroppo non funziona affatto nella politica estera. Le democrazie
occidentali continuano a essere pericolosamente schizofreniche. Mentre al proprio interno
diventano sempre più esigenti, fino al punto che accendere una sigaretta, tirare la coda
a un gatto o usare il pronome maschile sono considerati atteggiamenti asociali, se non
addirittura criminali, allesterno continuano a usare il terrore e la rappresaglia.
Mai tale schizofrenia è stata tanto
profonda come oggi negli Stati Uniti. Nel caso dellattacco terroristico di Oklahoma
City, gli USA hanno proceduto con le indagini e lindividuazione dei colpevoli,
mentre dopo l11 settembre hanno bombardato indiscriminatamente un intero paese,
provocando un numero di vittime civili (afghane) superiore a quelle assassinate nelle
Torri Gemelle e al Pentagono. Allinterno del paese mentre vengono rispettati in
maniera intransigente i diritti della difesa, per i prigionieri di guerra vengono
sistematicamente violate le più antiche convenzioni internazionali. Combattenti talebani
sono rinchiusi a Guantanamo e, dopo un anno e mezzo dalla loro cattura, non hanno ricevuto
né unincriminazione né la possibilità di conferire con un avvocato. Apprendiamo
poi dalla stampa che tra di loro ci sono numerosi minorenni.2 In Iraq, le forze di
occupazione continuano a sparare e ad arrestare senza rispondere ad alcuna norma
giuridica. Negli Stati Uniti, un Presidente ha rischiato addirittura di essere rimosso se
mentiva sulla sua relazione erotica con una stagista, ma ne esce indenne se coscientemente
inganna lintera nazione sulle presunte armi di distruzione di massa in un paese
ostile.
Eppure, nonostante queste insufficienze
che è doveroso denunciare se si vuole che un sistema democratico liberi i propri
anticorpi e generi le necessarie correzioni, oggi non è facile trovare un paese che dia
più garanzie degli Stati Uniti. Qui non ci riferiamo solo ai diritti civili e politici
riconosciuti a propri cittadini, ma anche alla stessa politica estera. Se una Fata Morgana
ci chiedesse di trasferire il potere concentrato nelle mani USA in un altro Stato, quale
potremmo indicare? Nella sola Europa, ci sarebbero ottime ragioni per diffidare dallegemonia
delle vecchie e spesso brutali potenze coloniali quali Gran Bretagna, Francia e Olanda. La
Germania incute ancora timore. Danno poche garanzie i paesi in cui, fino a pochi decenni
fa, masse entusiastiche inneggiavano a dittatori fascisti, quali lItalia, la Spagna,
il Portogallo e la Grecia. Rimangono solo i paesi scandinavi a non essersi macchiati di
crimini efferati nella storia recente, tutte comunità talmente piccole da dubitare che
possano reggere il carico di potenze egemoni.
Le rivalità nazionali nella
storia dEuropa
Per egemonia non intendo qui il concetto
gramsciano, ma quello ancor più antico usato da Tucidide in poi per spiegare latavica
tendenza degli Stati a dominare e a opporsi alla dominazione. Qualche anno fa ho avuto la
fortuna di usare come libro di testo, per un corso di Storia dellEuropa, il saggio
di Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia?3 Lo storico, colpevole di aver una nonna ebrea,
era riuscito a sopravvivere al nazismo e alla guerra nascondendosi negli archivi.
Pubblicò questo lavoro il più importante della sua carriera già nel 1948,
solo tre anni dopo la caduta di Berlino e appena concluso il processo di Norimberga. Si
tratta di riflessioni che oggi possono aiutare a individuare una strategia anti-egemonica.
In questopera, Dehio reinterpretava
la moderna storia europea come un susseguirsi di successive ondate egemoniche e ne
enumerava sei, identificandole con altrettanti celebri personaggi: Carlo V, Filippo II,
Luigi XIV, Napoleone, Bismarck e infine lultima, la più recente e anche la più
dolorosa sia per lui che per i suoi lettori, quella impersonata da Adolf Hitler. Lo
storico ricerca sempre simmetrie, e in questa sfilza di personaggi illustri troviamo tre
coppie: spagnoli i primi, poi due francesi e infine due tedeschi. Ognuno di loro aveva
tentato di unificare lEuropa sotto il proprio impero.
Come mai, mentre nel neonato sistema degli
Stati europei si stava faticosamente affermando il dogma della sovranità, fondato sul
riconoscimento reciproco e sulla non-interferenza, sopraggiungevano forze che miravano a
unificare il continente con la forza? Dehio faceva presente che, già sul nascere, lo
Stato si dimostrava politicamente insufficiente, e che le interconnessioni economiche e
sociali (oggi diremmo la globalizzazione) spingevano verso unorganizzazione su scala
diversa. Le ondate egemoniche non scaturivano, insomma, solo da un desiderio perverso di
potere, ma anche dalla necessità di giungere, sia pure con mezzi sbagliati, a una
soluzione necessaria, quella dellunione del continente.
Una volta stabilita la scena, Dehio
conduce per mano il lettore a unimplicita conseguenza: nessuna di queste ondate
egemoniche ha avuto successo soggiogando il continente sotto un unico Impero. LEuropa
ha continuato a mantenersi divisa, e anzi le varie ondate non hanno fatto altro che
rafforzare lidentificazione dei vari popoli con la propria nazione, anche quando allorigine
mancava un sentimento chiaro didentità nazionale. Nulla come uninvasione
sviluppa la necessità di gruppi diversi di riconoscersi in un popolo e di istituirsi in
Stato sovrano: Carlo V e Filippo II hanno creato non solo lidentità spagnola, ma
anche quella olandese. Nessun Mazzini è stato capace di creare identità nazionali
profonde e durature quanto grandi conquistatori come Napoleone e Hitler.
Ma lassalto egemonico produceva
soprattutto anticorpi nel sistema degli Stati. Le aspirazioni di ciascuno Stato di
dominare gli altri sono fallite perché hanno provocato alleanze trasversali tra gli altri
Stati, che hanno nuovamente ricondotto a una condizione dequilibrio. In particolare,
le potenze geograficamente laterali o marittime quali la
Gran Bretagna e la Russia sono di volta in volta scese in campo e, tralasciando
vecchi dissapori e le loro differenze interne, si sono coalizzate contro il nemico comune.
Londata egemonica veniva respinta e lequilibrio tra le potenze ristabilito.
Non mancano le pecche in un tentativo di
ricostruzione storica così ambizioso. In primo luogo, Dehio trascura come il sistema
degli Stati europei abbia fin dal Cinquecento guardato al di fuori dei propri confini,
come lepopea delle avventure coloniali testimonia. Ma, soprattutto la tesi sostenuta
poteva essere vista come un tentativo di giustificare le responsabilità tedesche:
soggiogare lEuropa sotto il dominio del Reich millenario appariva solo una variante
del perverso desiderio che nel corso dei secoli era stato coltivato dagli spagnoli e dai
francesi prima che dai tedeschi. Come se il Führer potesse appartenere alla stessa
categoria di Carlo Magno o del Re Sole.
Che cosa ci dice lanalisi di Dehio a
proposito dellespansionismo politico americano? In primo luogo, non sarebbe
interamente convincente lequiparazione delle spinte egemoniche di Spagna, Francia e
Germania con quelle degli Stati Uniti doggi. LAmerica aspira al dominio
assai più che alla conquista tramite annessione. Uno storico avveduto come
Hobsbawm ha, infatti, ritenuto più opportuno confrontare lattuale dominio americano
con quello britannico: entrambi fondati non sulla conquista di terra, ma su avamposti
strategici sparsi in tutto il mondo.
Ma la storia sembra ripetersi per quanto
riguarda la reazione degli altri Stati: anche oggi, le potenze laterali sono
obbligate ad allearsi senza andare tanto per il sottile rispetto alle proprie differenze
nella politica interna. Man mano che lala oltranzista di Richard Cheney e Donald
Rumsfeld prosegue la sua ascesa, il fronte comune tra gollisti e socialisti, sceicchi e
burocrati riformati è destinato a consolidarsi. Il fronte tra Chirac, Schroeder e Putin
è insomma la risposta attesa nei confronti di una spinta egemonica.
Cè semmai da sorprendersi che la
coalizione contraria alla politica espansionistica di Bush sia stata, finora, così
esigua: perché Stati che avevano ben poco da guadagnare nella guerra la Gran
Bretagna, il Giappone, diversi paesi europei si sono astenuti o hanno addirittura
preso posizione a favore dellinvasione dellIraq? Legemone incute timore,
specie quando non nasconde di usare i propri muscoli per punire i disobbedienti. Ma
Napoleone dovette imparare sulla propria pelle che gli alleati sotto ricatto sono poco
fedeli.
Una fusione riequilibratrice a
livello mondiale
Oggi lEuropa non rischia di essere
invasa militarmente. Ma le relazioni tra le due sponde dellAtlantico non sono mai
state così avverse dalla crisi di Suez del 1956. Gli Stati Uniti stanno ora elargendo
prebende agli alleati più fedeli e hanno annotato nella lista nera i nomi di coloro che
si sono opposti allinvasione in Iraq. Molti Stati europei, sia tra i più anziani
membri dellUnione che tra quelli più giovani, hanno gareggiato per ingraziarsi lappoggio
dellamministrazione americana. Non solo Blair, ma anche Aznar e Berlusconi hanno
infranto lunità europea. I membri candidati che si sono schierati a favore dellintervento
hanno aperto il conto in banca a Bruxelles, ma aspirano ad attaccare sulla livrea appena
ritirata da Mosca i galloni di Washington.
Eppure, non sembra che questo fondamentale
cambiamento di scenario abbia infranto il sogno dellunità europea. Le stesse
élites europee, così abili nellusare lappoggio americano nelle loro piccole
rivalità, sono oggi più unite che nel passato. Le proiezioni egemoniche dellamministrazione
Bush hanno portato a una rara unità non solo la Lega Araba, ma anche lEuropa. La
campagna acquisti americana sembra fermarsi in Europa al breve periodo. Come mai nel lungo
periodo riesce a essere così poco attraente?
Le offerte degli Stati Uniti allEuropa
sono sostanzialmente due e per brevità le chiamerò la visione repubblicana e quella
democratica. Nella visione repubblicana, esemplificata da Paul Kagan, lEuropa deve
prendere atto dei nuovi rapporti di forza e capire che gli Stati Uniti non hanno bisogno
del suo appoggio per raggiungere i loro obiettivi. Marte (gli Stati Uniti), può far la
guerra senza Venere (lEuropa). Senza alcuna ipocrisia, persone come Rumsfeld e
Wolfowitz richiedono agli alleati europei di non ostacolare i piani americani e di fornire
il proprio sostegno quando richiesto. Rumsfeld ha incoronato questa dottrina quando, con
uno sgarbo del tutto gratuito, dichiarò pubblicamente, pochi giorni prima dellinizio
della guerra contro lIraq, che gli Stati Uniti potevano fare a meno del supporto
militare inglese, assestando lultimo ceffone a un Tony Blair desideroso come non mai
di compiacere i suoi alleati doltre Atlantico.
Non è molto più allettante la
prospettiva offerta dalla visione democratica. Andrew Moravcsik,4 ad esempio, ha suggerito
un nuovo accordo nel quale Stati Uniti e Europa si debbano dividere i ruoli
sulla base di ciò che sanno fare meglio. Tradotto in volgare, la divisione del lavoro
prevede che gli Stati Uniti combattano contro gli Stati canaglia e gli europei
ricostruiscano. I primi dovrebbero avere le mani libere per sfasciare, i secondi accorrere
ad aggiustare. Con limplicita clausola che sarebbero sempre gli Stati Uniti a
decidere chi, dove e quando bombardare. Né i falchi né le colombe lasciano agli europei
un ruolo di cui andare orgogliosi. Ma gli europei, a cosa aspirano per se stessi?
Cè una diffusa consapevolezza nel
vecchio Continente sul fatto che non si può diventare unalternativa allegemonia
americana. Il progetto di un super-Stato europeo, che accentri un potere analogo a quello
degli Stati Uniti, e che, se necessario, sia in grado di contrapporsi alle sue politiche,
è oggi impraticabile e anche insensato. Si vede in modo esplicito quando si mette mano al
nodo principale su cui scorre qualsiasi super-Stato: quello delle forze armate. Nessuno
Stato europeo è disposto a mettere in via definitiva le proprie forze armate sotto un
controllo sopranazionale, né i singoli Stati sono disposti a dedicare alla difesa una
quota analoga a quella degli Stati Uniti.
Solamente i due vecchi imperi Gran
Bretagna e Francia spendono una cifra pari al 2,5 per cento del loro prodotto
interno lordo per la difesa. Gli altri paesi si attestano su quote inferiori e distanti
dal 3,1 per cento degli Stati Uniti.5 Ma poi, contro chi dovrebbe indirizzarsi una più
efficace forza militare? Contro gli Stati Uniti o contro la Russia? È tanto poco
probabile quanto poco auspicabile. Contro qualche Stato canaglia? Cè da sperare che
lEuropa sia capace di raggiungere i propri obiettivi politici senza ricorrere alla
forza.
Tuttavia, anche senza avere una potenza
militare comparabile con quella degli Stati Uniti, lEuropa può riuscire a svolgere
una funzione equilibratrice, specie nei momenti oggi più frequenti in cui
gli Stati Uniti si abbandonano spudoratamente ai propri sogni di dominio. LEuropa
dispone di strumenti sufficienti per avere un ruolo e di primo piano nella
politica mondiale. Se il bastone non è efficace, bisogna sapere usare la carota. Sappiamo
che la bontà della carota è anche connessa alla durezza del bastone, e che se il bastone
è marcio, lo diventa pure la più saporita carota. Ma è vero anche il contrario: la
quantità e qualità delle carote rendono più temibile anche il bastone.
Pregi e difetti della nuova
Costituzione
Guardiamo, ad esempio, laiuto allo
sviluppo, la carota più significativa offerta dai paesi ricchi a quelli poveri. Tutti i
paesi europei, inclusi la Grecia e lItalia, destinano ai paesi in via di sviluppo
maggiori risorse, in proporzione al prodotto interno lordo, degli Stati Uniti.
Complessivamente, lUnione Europea fornisce un aiuto allo sviluppo pari a 26 mila
milioni di dollari, mentre gli Stati Uniti non arrivano a 11 mila milioni di dollari.6
Eppure, non sembra che ciò abbia implicazioni reali sulla capacità dellEuropa di
ottenere ciò che desidera dai paesi in via di sviluppo.
La lista delle carote a disposizione della
politica estera europea è lunga. Si prenda il caso della oramai perenne crisi
medio-orientale. Il maggiore partner commerciale non solo della Siria e dellEgitto,
ma anche dIsraele è lUnione Europea. Eppure, quando nellaprile 2002 il
Commissario responsabile dellUnione Europea per gli Affari Esteri, Javier Solana,
intendeva visitare Yasser Arafat, il governo Sharon glielo proibì, facendogli passare
lunghe ore nelle sale daspetto degli aeroporti prima di rispedirlo, senza saluto, a
Bruxelles. Il governo israeliano sapeva che il proprio comportamento non avrebbe provocato
alcuna ritorsione: neppure un pompelmo è stato bloccato alle dogane europee.
Le stesse politiche comunitarie non sono
state utilizzate per ottenere vantaggi politici. I paesi dellEst Europa, mentre
premono alle porte per entrare nellUnione Europea, spesso a seguito di dure
trattative commerciali, sono i primi ad allinearsi ai voleri di Washington nelle questioni
militari. La diplomazia europea si è guardata bene dal richiedere ai membri futuri di
aderire anche a un progetto politico comune del vecchio Continente.
Le carote europee, insomma, esistono. Ma
sono usate terribilmente male. E lo sono perché ogni Stato preferisce usare il suo
piccolo tubero per difendere i propri interessi nazionali piuttosto che per difendere la
causa comune europea. Anche nel caso di Solana, levento fu percepito con maggior
clamore in Spagna, semplicemente perché si trattava di un uomo politico di provenienza
spagnola. Lumiliazione è stata avvertita molto di più per il paese di provenienza
delluomo che non per la carica che egli ricopriva. Come se Clinton fosse prima di
tutto un cittadino dellArkansas e Bush junior un uomo del Texas.
Gli europei sono consapevoli di questi
pericoli. La bozza di Costituzione Europea introduce due innovazioni, che intendono
salvaguardare lUnione Europea da ulteriori umiliazioni in politica estera: la prima
riguarda listituzione di un Presidente fisso per il Consiglio Europeo in
sostituzione dellattuale Premier a rotazione. La seconda, la figura di un Ministro
degli esteri e della difesa. Saranno sufficienti queste innovazioni per usare più
efficacemente gli strumenti a disposizione dellUnione Europea? Purtroppo, nella
bozza della Costituzione Europea approvata dalla Convenzione non è stata recepita la
terza innovazione che avrebbe rafforzato le altre due: il principio del voto a maggioranza
per le questioni di politica estera e della difesa.
Ma, al di là di questa indispensabile
ingegneria dellintegrazione, sembra di poter dire che oggi lunità europea non
è più questione che riguarda solo i diplomatici. La crisi irakena ha introdotto con
forza un nuovo soggetto politico: i movimenti globali. In Europa, negli Stati Uniti e in
tutto il mondo, il 15 febbraio 2003 milioni di persone hanno manifestato contro la guerra
di Bush. Secondo la CNN, sono scese in piazza 110 milioni di persone, il 2% della
popolazione mondiale. Il giorno dopo, il New York Times ha definito i movimenti globali
una super-potenza contrapposta allamministrazione americana. Forse è nata quel
giorno la convinzione in Europa che fosse necessaria unaccelerazione decisiva al
processo dintegrazione. È nata una spinta dal basso per lEuropa, intesa non
solo come unità culturale, ma come istituzione politica. Gli intellettuali europei si
sono assunti il compito di esprimere questo sentimento, da ultimo tramite liniziativa
sullidentità europea promossa da Jürgen Habermas.7
Una strategia antiegemonica
Sarebbe un imperdonabile errore di
provincialismo pensare che la politica mondiale sia una partita tra Stati Uniti ed Europa.
Troppo spesso europei e americani hanno lo stesso vizio: quello di pensare di essere
se non gli unici i privilegiati abitanti di questo pianeta. Ma il mondo è
ben più vasto di quanto lo siano due sole regioni: USA e UE accentrano poco più del 10
per cento della popolazione mondiale. A soffrire dellegemonia americana oggi non
sono solamente gli europei ne soffrono di più gli altri continenti, a cominciare
da quelli che rischiano di essere bombardati pericolo che, almeno oggi, lEuropa
non corre più.
Una strategia anti-egemonica è quindi
destinata a fallire se viene intesa esclusivamente come europea. I primi e più naturali
alleati sono le altre nazioni democratiche. Basti pensare al ruolo che possono svolgere i
canadesi, vicini fedeli degli Stati Uniti che però in più occasioni hanno tentato di
frenare i loro eccessi. Resta il problema delle altre potenze, quali la Cina, lIndia,
il Giappone, aree nei confronti delle quali lUnione Europea brilla per lassenza
di politiche strategiche.
Non bisogna nascondersi, tuttavia, che in
molti casi i vari paesi europei e la stessa UE sono stati pragmatici almeno quanto gli
Stati Uniti per quanto molto meno efficaci nel ricercare le proprie alleanze
internazionali. LEuropa è stata molto meno aggressiva degli USA nel
denunciare le violazioni dei diritti umani e la mancanza di democrazia in paesi esterni.
È pur vero che gli Stati Uniti hanno applicato alquanto selettivamente i
propri criteri, e che nel corso degli anni abbiamo visto paesi come lIraq e il
Pakistan trasformarsi da amici in nemici e viceversa e come, a ogni occasione, le
violazioni dei diritti umani siano state gonfiate o sgonfiate. LUnione Europea è
stata certamente meno ipocrita, ma anche meno sensibile alla protezione dei diritti umani.
Una Scandinavia del mondo?
Vediamo allora quale potrebbe essere una
strategia volta a fare dellUnione Europea una sorta di Scandinavia del
mondo, una grande area che non sia necessariamente una grande potenza.
Aiuti allo sviluppo Prima
di tutto, aumentare sia la quantità degli aiuti allo sviluppo che il loro impatto. Per
quanto riguarda la quantità, basterebbe che i paesi europei almeno loro
mantenessero gli impegni che hanno già preso. Allo stato attuale, i paesi europei
destinano come assistenza netta allo sviluppo solo lo 0,33 per cento del loro prodotto
nazionale lordo. Se si impegnassero a raggiungere l1% (cifra raggiunta oggi solo
dalla Danimarca, e a cui si avvicinano gli altri paesi scandinavi), il peso contrattuale
dellEuropa sullo scenario mondiale sarebbe assai maggiore, e senza bisogno di
ricorrere a bombardamenti aerei.
Cè anche un problema di efficacia e
di efficienza di queste risorse: nella maggior parte dei casi, i fondi destinati al Terzo
mondo sono un sostegno alle imprese nazionali almeno quanto un aiuto allo sviluppo.8 Un
maggiore coordinamento della gestione a livello dellUnione (che oggi invece gestisce
poco più di un quarto degli aiuti forniti dai paesi europei) potrebbe avere effetti
notevoli.
Apertura del mercato europeo
Leconomia europea continua a essere una delle più chiuse del mondo. Il
sostegno dato allagricoltura è pari all1,4% del prodotto interno lordo,
contro lo 0,9 degli Stati Uniti. Aprire di più i mercati riducendo le tariffe e i sussidi
sui prodotti agricoli renderebbe effettivamente lUE il più ampio mercato del mondo
non solo per gli europei, ma anche per i paesi in via di sviluppo.
Consolidamento della democrazia e
protezione dei diritti umani Gli incentivi economici sia in aiuti che
in apertura dei mercati devono essere più direttamente collegati allevoluzione
dei sistemi politici interni. LUnione Europea ha svolto un compito titanico, e
troppo spesso misconosciuto, nellaiutare il consolidamento della democrazia nei
paesi dellEst. Ma finora è stata molto più timida a usare i suoi strumenti per i
paesi in via di sviluppo.
Il potere delleuro
Siamo ancora allinizio dallaver tratto dalleuro tutti i possibili
benefici. In particolare, la sua utilità come strumento di politica estera non è stata
ancora percepita. Probabilmente, i governi europei hanno voluto mantenere un tono minore
per evitare eccessivi risentimenti nel regno del dollaro. Ma con lintroduzione delleuro,
è terminato il monopolio del dollaro come riserva di valore. Gli europei dovrebbero
valorizzare di più questo vantaggio, aumentando considerevolmente i beni e i servizi, a
cominciare dalle materie prime, denominati in dollari. Ancora oggi, tutti gli organismi
internazionali denominano le proprie contabilità e le proprie statistiche in dollari. Non
sarebbe il caso di richiedere almeno la doppia denominazione?
Forze di pace Il fatto che
lUnione Europea non debba essere condannata a ricostruire con le missioni di pace
ciò che gli Stati Uniti demoliscono con la guerra non significa che lUE non si
debba impegnare maggiormente in missioni di pace. È uno scandalo che gli Stati europei
abbiano dovuto attendere larrivo degli Stati Uniti, nel luglio 1995, per porre fine
alla guerra nellex-Jugoslavia. Al fine di prevenire avventure militari, lUnione
Europea deve essere capace di prevenire i conflitti, con forze di pace sufficientemente
attrezzate da essere credibili.
Riforma delle organizzazioni
internazionali Oggi che il multilateralismo e le organizzazioni internazionali
sono state umiliate dallamministrazione Bush, lEuropa deve prendere in mano le
redini per farle tornare al centro delle decisioni politiche globali. La coalizione
anti-egemonica si costruisce oggi nelle istituzioni volte a far valere la legalità
internazionale e la cooperazione.
Dalla sfera pubblica europea alla
sfera pubblica mondiale Una delle caratteristiche essenziali dellintegrazione
europea è di aver coinvolto nel processo non solo i governi, ma anche i cittadini. Oggi i
cittadini europei fanno sentire la propria voce in un Parlamento eletto, dove si discute e
si delibera nonostante la presenza di 11, e presto 20, diverse lingue ufficiali. Sta
crescendo una società civile europea. Per questa sua fisionomia, lUnione Europea è
oggi nella condizione migliore per prestare ascolto anche a unopinione pubblica
mondiale spesso più progredita dei propri governi. UnEuropa che si ponesse come
potenza civile al servizio del mondo avrebbe il merito storico di opporsi a unegemonia,
diventando in cambio la paladina di un progetto di una democrazia cosmopolitica.
1 Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze,
Garzanti, 1988; Paul Kennedy, The Eagle has landed, Financial Times, February
2nd 2002.
2US
detains children at Guantanamo Bay, The Guardian, April 23, 2003,
http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,941876,00.html
3 Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia?
Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna,
a cura di Sergio Pistone, Biblioteca del Federalista, Il Mulino, 1988.
4 Andrew Moravcsik, Striking a New Transatlantic
Bargain, Foreign Affairs, July/August 2003, vol. 82, no. 4, pp. 74-89.
5 World Bank, World Development Indicators, Washington, D.C., 2003, table 5.8, p. 286.
6 Organization for Economic Co-operation and Development,
Net Official Development Assistance Flows in 2001, Paris, 2003.
7 Jürgen Habermas e Jacques Derrida,
LEuropa alla ricerca dellidentità perduta, La Repubblica, 4
giugno 2003. Altri intellettuali sono interventi sul tema, tra i quali gli italiani
Umberto Eco (La Repubblica, 31 maggio 2003) e Gianni Vattimo (La Stampa, 31 maggio 2003).
8 Giulio Marcon, Le ambiguità degli
aiuti umanitari, Feltrinelli, 2002.
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