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Le due principali guerre con cui si è aperto il terzo
millennio, quelle in Afghanistan e in Iraq, sono state giustificate dagli Stati
Uniti e dai loro alleati con argomentazioni miste. La prima e forse principale è
stata l’autodifesa: sradicare le basi terroristiche in Afghanistan e distruggere
le presunte armi di distruzione di massa in Iraq. Ma a queste motivazioni
tradizionali se ne è aggiunta un’altra: quella di imporre un cambiamento di
regime e di esportare la democrazia. Ma la democrazia è un bene esportabile come
le banane? In quali condizioni la sua esportazione è fattibile e legittima?
Il sogno e la realtà
Esportare la democrazia è un sogno americano. Non solo, è
un sogno che gli americani hanno permesso anche ai popoli europei. Un italiano
non può non rammentare le gloriose giornate dell’estate del 1944 e della
primavera del 1945, quando le principali città del paese furono liberate dalle
truppe alleate. Usiamo il termine “liberate” perché questo era il sentimento
della stragrande maggioranza degli italiani, che con l’arrivo degli alleati
vedevano arrivare la fine delle brutalità naziste e fasciste, della guerra
civile, dei bombardamenti aerei. Spesso dimentichiamo, tuttavia, che all’epoca
gli alleati si riferivano all’Italia come a un paese “occupato”, e a ragione,
perché fino a pochi mesi prima era stato attivo alleato della Germania
hitleriana.1 Ma anche se l’Italia era un nemico
del giorno prima, nella penisola non ci fu un solo colpo sparato contro gli
alleati. Come arrivarono sul terreno, finirono le ostilità. Si dimenticò
immediatamente che gli alleati avevano bombardato massicciamente le città
italiane, causando probabilmente un numero di morti tra la popolazione civile
maggiore di quello seminato dalle spietate rappresaglie naziste. Sul terreno,
gli alleati e specialmente gli americani non solo non incutevano paura, ma al
contrario diventavano immediatamente amici e fratelli che regalavano sigarette,
cantavano e ballavano. E, soprattutto, parlavano di libertà e di democrazia.
Se gli americani furono così ben accolti, lo dobbiamo ai nostri emigranti
sull’altra sponda dell’Atlantico ma, soprattutto, alla Resistenza, che
combattendo contro nazisti e fascisti diffuse nella popolazione l’idea che non
fossero nemici, bensì, come vennero prontamente ribattezzati, alleati. Non solo
perché le truppe di liberazione erano un’alleanza, ma anche perché potevamo
ritenerli nostri alleati.
In Germania e in Giappone, la Resistenza fu molto minore e gli alleati non
ricevettero il caloroso benvenuto che ebbero in Italia, eppure non ci fu alcun
attacco contro di loro. In tutti e tre i paesi, fu prontamente recepito il vento
nuovo, forse perché c’era la consapevolezza che quelle truppe di occupazione
sarebbero rimaste per poco, e che prima di lasciare il paese avrebbero piantato
i semi di un sistema politico vantaggioso per tutta la popolazione: la
democrazia. L’idea che nei paesi liberati bisognava non tanto instaurare regimi
amici, ma soprattutto democratici, fu molto più forte negli americani di quanto
non lo fosse negli inglesi. Sindacati, organi di informazione, apparato
giudiziario, sistema produttivo, ricevettero tutti un sostegno notevole
dall’amministrazione americana. Sin da allora, la politica estera americana ha
reiteratamente dichiarato l’obiettivo di estendere la democrazia, spesso anche
tramite l’intervento armato.
Esportare la democrazia è così stato iscritto come un DNA nelle priorità della
politica estera americana. Neppure anni e anni di sostegno a governi
dittatoriali, come è accaduto nell’intero continente latino-americano all’epoca
di Henry Kissinger, neppure le cospirazioni contro governi eletti in Iran
(1953), Guatemala (1954), Indonesia (1955), Brasile (anni Sessanta), Cile (1973)
e Nicaragua (anni Ottanta), hanno tolto dalla mente dell’americano medio l’idea
che il suo paese non è solo il più libero del mondo, ma anche quello che più di
ogni altro si impegna a liberare gli altri.
Con quali mezzi e con quale efficacia? I successi ottenuti nell’esportazione
della democrazia in Germania, Giappone e Italia non possono essere
generalizzati. A prestar fede ai dati di una ricerca del Carnegie Endowment for
International Peace, gli Stati Uniti hanno quasi sempre fallito il proprio
obiettivo quando hanno pensato di esportare la democrazia manu militari.
Le ragioni del fallimento
Non sempre l’intervento militare è stato esplicitamente
finalizzato a costruire istituzioni democratiche. In Corea, in Vietnam e in
Cambogia, ad esempio, l’obiettivo della democratizzazione era secondario
rispetto a quello di contenere il comunismo. Ma, complessivamente, la mania
americana di esportare la democrazia con le armi ha prodotto più insuccessi che
successi. Da queste esperienze, sembra che si possano dedurre alcune principali
lezioni.
1) Analisi del contesto interno. Prima di tutto, bisogna valutare qual è
il grado di consenso nei confronti del regime esistente. Purtroppo, non tutti i
regimi autoritari sono ugualmente avversati dalla popolazione. Hitler e
Mussolini riscuotevano molti consensi. Anche oggi, ci sono regimi populisti o
teocratici, come quello iraniano, che hanno un ampio appoggio tra la popolazione
addirittura sancito da libere ed eque elezioni. Voler imporre militarmente la
democrazia, letteralmente il potere del popolo, contro la volontà del popolo
stesso è semplicemente un controsenso.
Non basta neppure che un regime abbia forti opposizioni interne; occorre anche
che ci siano forze endogene desiderose di instaurare un regime democratico ed
élite capaci di rappresentarle. È più agevole re-introdurre la democrazia che
introdurla ex-novo: in paesi quali l’Italia e la Germania, l’esistenza di
istituzioni democratiche, prima dell’avvento delle dittature, costituiva un
modello e aveva consentito la sopravvivenza di partiti e gruppi clandestini, sia
all’interno che all’esterno del paese, che si assunsero il compito di
traghettare i propri paesi dal vecchio al nuovo regime. In paesi che non hanno
mai sperimentato la democrazia, la sua applicazione risulta più difficile.
2) La valutazione degli eventuali effetti controproducenti dell’aggressione.
L’efficacia del mutamento di regime dopo la Seconda Guerra Mondiale è dipesa dal
fatto che la guerra era stata iniziata dai regimi fascisti. La sconfitta
militare aveva screditato i vecchi regimi all’interno, e aveva indotto la gente
a credere che fosse necessario sperimentare o ritornare a un’altra forma di
organizzazione politica. Le stesse condizioni esistevano in Iraq dopo
l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, ma all’epoca le
forze della coalizione decisero di lasciare il rais al suo posto piuttosto che
portare fino alle estreme conseguenze il cambiamento di regime. Quando, invece,
sono le democrazie a dare inizio a una guerra, il popolo percepisce di essere
aggredito e diventa ostile nei confronti del regime politico proposto dagli
invasori. Ci sono, ovviamente, eccezioni, come quelle di Grenada e Panama, ma si
tratta di paesi piccoli, dove i governi autoritari erano invisi alla
popolazione.
3) La possibilità di accettare un’amministrazione transitoria. Se
l’amministrazione transitoria delle forze occupanti non riesce a radicarsi
localmente in modo efficace, il cambio di regime è percepito come un’imposizione
dall’esterno. L’amministrazione transitoria e le sue intenzioni sono,
ovviamente, passate sotto severo scrutinio dalla popolazione civile, uno
scrutinio non meno severo di quello che i popoli colonizzati riservavano ai
colonizzatori. Le affinità culturali, etniche, religiose e linguistiche tra
l’amministrazione provvisoria e il paese occupato diventano cruciali. Per il
timore di essere colonizzate, le popolazioni locali sono in genere ostili nei
confronti di un’amministrazione transitoria che possa diventare permanente o
dominante. In Afghanistan e in Iraq l’amministrazione provvisoria è formalmente
multilaterale ma, in effetti, è dominata dagli Stati Uniti, un paese con scarse
o nulle affinità culturali con la popolazione locale e che addirittura provoca
viscerali ostilità.
Il paradosso dell’uso delle armi
Esportare militarmente la democrazia è dunque un’operazione
più complessa e incerta di quanto ritengano i suoi paladini politici e
accademici. Ma l’efficacia non è l’unica modalità per valutare un progetto
politico. C’è da sperare, ma è tutt’altro che certo, che coloro che vogliono
esportare la democrazia lo facciano perché convinti del valore intrinseco del
prodotto da loro smerciato. In questo caso, non dovrebbero tenere in
considerazione la (scarsa) efficacia, ma anche la legittimità. Assumiamo per
ipotesi che l’esportazione della democrazia tramite intervento militare sia
efficace: sarebbe questa una buona ragione per imporla? C’è da dubitarne.
Se un popolo è insoddisfatto del proprio regime politico, ha la possibilità di
ribellarsi. Nel momento in cui si rompe il rapporto tra governo e popolazione,
fino al punto da sfociare in aperto conflitto, si crea la possibilità
dell’intervento anche per forze esterne, che non possono essere accusate di aver
rotto lo stato di pace, perché il conflitto era già divampato. Quando gruppi
diversi si contendono il potere, diventa lecito per gli stati democratici dare
il proprio appoggio alla parte politica che rivendica l’introduzione di un
sistema democratico (che comprende, dunque, anche la rinuncia al governo da
parte degli insorti qualora dovessero non acquisire il consenso elettorale). Ma
in assenza di un’esplicita ribellione che segnali l’intenzione del popolo di
cambiare regime, l’intervento diventa eticamente dubbio. E, soprattutto, la
revoca della legittimazione al governo non può provenire da un governo di un
altro Stato, ma solamente dalle istituzioni internazionali.
Nel momento in cui si opta per l’uso della forza militare per promuovere la
democrazia, viene impiegato un mezzo che contraddice il fine. I mezzi violenti
della guerra non coinvolgono esclusivamente i despoti, ma inevitabilmente
finiscono per colpire anche i cittadini che si presume sarebbero beneficiati dal
regime democratico. Nonostante i bombardamenti chirurgici, le bombe intelligenti
e tutte le diavolerie tecnologiche, ogni guerra rimane sporca, con conseguenze
che colpiscono indiscriminatamente tutta la popolazione. Si giunge così nella
condizione perversa degna del bispensiero di George Orwell: si usa la guerra per
promuovere la pace, si somministra violenza per ottenere democrazia.
Dal bastone alla carota
Bisogna concludere che non si può fare nulla per esportare
la democrazia al di là dei propri confini? Non serve arrivare a tanto. Gli stati
democratici possono legittimamente farsi portatori dell’espansione della
democrazia, forti del fatto che i popoli della terra hanno esplicitamente, ogni
volta che ne hanno avuto l’occasione, espresso la loro volontà di partecipare al
proprio governo. L’errore insito nella mania di voler esportare la democrazia
riguarda esclusivamente i mezzi, non il fine. Se il fine è legittimo, quali sono
allora gli strumenti che gli stati democratici dovrebbero utilizzare?
Il primo e più ovvio concerne gli incentivi economici, sociali, politici e
culturali. Il predominio odierno dell’Occidente è così ampio che, se espandere
la democrazia è veramente la loro priorità, potrebbero impegnare molte risorse.
Ma siamo lontani dall’imboccare questa direzione: nel 2003, gli Stati Uniti
hanno dedicato alla difesa più del 4% del loro prodotto interno lordo, i paesi
dell’Unione Europea più del 2%. A fronte di queste spese militari, che visto il
nuovo scenario internazionale è del tutto eufemistico chiamare “difesa”,
solamente gli spiccioli sono destinati agli aiuti allo sviluppo: solo lo 0,1%
del prodotto interno lordo per gli Stati Uniti e lo 0,3 per l’Unione Europea. E
neppure questi spiccioli sono interamente spesi a favore dei governi
democratici.
Ma la carota non è solamente l’aiuto economico. L’aiuto economico può essere
assai utile, ma può anch’esso risultare una forma di imposizione. Ugualmente
importante è offrire ai paesi che potrebbero votarsi alla democrazia l’accesso
al club degli stati democratici alle medesime condizioni. Bisogna, in una
parola, evitare che l’espansione della democrazia finisca per essere una sorta
di lezione di catechismo impartita da chi dispone la catechesi. La democrazia è
un percorso comune e, se uno Stato si prende a cuore le vicende di un altro,
dovrebbe essere poi coerente fino in fondo e associarlo alla propria comunità
politica. Dovrebbe cioè entrare, a seguito di tanto interesse, in un’unione
istituzionale con lo Stato di cui si prende cura. Fuor di metafora, se gli USA
hanno tanto a cuore le sorti democratiche di Afghanistan e Iraq, dovrebbero
anche essere pronti ad accettarli come 51° e 52° Stato del proprio paese.
La via europea
È ovviamente un’esagerazione, ma è proprio quello che fa
con successo l’Unione Europea, promuovendo e consolidando la democrazia. Paesi
dell’Europa del Sud e dell’Est hanno trovato nelle isituzioni europee non solo
tangibili incentivi economici, rappresentati dall’accesso al mercato più grande
del mondo, ma anche l’opportunità di condividere scelte politiche e
istituzionali. Non sorprende, dunque, che l’Unione Europea sia l’organizzazione
internazionale con i criteri più esigenti per l’ammissione (e, ciò nonostante,
quella a cui più spesso si rimprovera un deficit democratico). Ma, una volta
ammesso un paese, esso gode immediatamente degli stessi diritti degli altri,
partecipa alle istituzioni e concorre a definire le politiche comuni, inclusa la
politica estera. L’Unione Europea non si limita a dare lezioni di democrazia ma,
una volta accolti, i nuovi membri definiscono congiuntamente e democraticamente
le politiche comuni.
L’Europa deve rimproverarsi per non aver usato la carta dell’adesione quando si
è dissolta l’ex-Jugoslavia. Quei massacri si sarebbero forse potuti evitare se
l’UE avesse imposto a tutte le parti in causa la fine della guerra in cambio
dell’accesso all’Unione Europa, rendendo così meno rilevante la lotta per la
definizione delle frontiere e più importante la garanzia dei diritti umani.
Invece, l’Unione Europea non è stata capace né di offrire la carota e neppure di
usare il bastone. È stato un fallimento, ma uno solo. La mania americana di
esportare la democrazia con guerra e bombardamenti aerei ha invece raccolto
soltanto insuccessi.
Al di fuori dell’Occidente, l’efficacia della carota si riduce. Alcuni regimi
dittatoriali possono resistere agli incentivi e continuare a opprimere i propri
sudditi. Ma la carota ha un vantaggio enorme rispetto al bastone: non provoca
danni di cui le democrazie debbano assumersi la responsabilità. Non ci sono
vittime collaterali nel tentare di convincere altri paesi a diventare
democratici tramite incentivi economici o semplice persuasione.
Non è la prima volta che popoli orgogliosi del proprio ordinamento politico
pensano che sia loro dovere esportarlo altrove. L’Atene splendente dell’epoca di
Pericle, la Francia della stagione giacobina e la Russia bolscevica hanno
pensato che fosse loro diritto e dovere liberare i popoli e donare loro le
stesse gioie che avevano conquistato a casa propria. Ma non sono mancati coloro
che hanno, più moderatamente, sostenuto che il buon esempio sarebbe stato il
modo migliore per esportare i frutti prelibati coltivati a casa. Un inaspettato
avvocato di tale causa fu, nel periodo più critico della Rivoluzione francese,
il divino Marchese de Sade che, in una pagina di eccezionale lucidità della
Filosofia nel boudoir, ammoniva i francesi:
«Invincibili sulle vostre terre e di modello a tutti i popoli con il vostro
regolamento e le vostre buone leggi, non ci sarà più governo al mondo che non si
dia da fare per imitarvi, non uno che non sia onorato di essere vostro alleato.
Ma se, per la vanagloria di portare lontano i vostri princìpi, abbandonerete la
cura della vostra felicità, risorgerà il dispotismo che è soltanto addormentato,
sarete divisi da lotte intestine, sperpererete finanze ed eserciti, e alla fine
tornerete a baciare le catene sotto i tiranni che avranno approfittato della
vostra assenza per soggiogarvi. Tutto quel che desiderate lo potete realizzare
anche restando nei vostri confini; gli altri popoli vi vedranno felici e
correranno anch’essi sulla stessa strada da voi tracciata».
Chi si incaricherà di trasmettere alla Casa Bianca questo distillato di
saggezza?
1 La prospettiva si è invertita in
Afghanistan e in Iraq: la popolazione civile tende a percepire gli Stati Uniti
come forza d’occupazione, mentre Washington si ritiene un liberatore.
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