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Le discussioni costituzionali
sulla forma politica dellUnione Europea, che hanno preceduto i lavori della
Convenzione Giscard e che sono evidentemente destinate a proseguire, sono in se stesse di
grande ricchezza e pongono problemi teorici fondamentali. È significativo che, per la
prima volta da molto tempo, tale dibattito abbia restituito (soprattutto in Germania e in
Italia) uno spazio di pensiero e di discussione comune ai giuristi, ai politologi, ai
filosofi, per i quali il senso stesso della nozione di costituzione è una
vera e propria sfida.
Risulta evidente che quello che è oggi il
problema più grande e di maggiore urgenza per gli europei non è soltanto sapere quale
Costituzione redigere per lUnione Europea (che comunque solleva problemi cruciali
come quello di individuare quali diritti fondamentali essa debba garantire e
promuovere, in qual modo debba istituire la distribuzione dellautorità politica cui
afferisce il vecchio concetto della divisione dei poteri), ma prima di tutto
quello di stabilire che cosa sia una Costituzione, in quale senso una comunità politica,
che sia mediata o immediata cioè che si costruisca a partire da entità storiche
preesistenti o che le dissolva per rivolgersi direttamente agli individui, ai cittadini
abbia bisogno di una dimensione giuridica per definire il suo principio di unità,
per conferire un valore di impegno o, se si vuole, di fondazione, alla sua creazione e
alla sua durata.
Tale questione di principio vuol dire
insomma che lEuropa non può dotarsi di una Costituzione più o meno
centralizzata, più o meno liberale o al contrario sociale, che tenda allomogeneizzazione
delle nazioni di origine o, al contrario, che protegga le loro diversità, i loro
particolarismi, e così via senza riaprire il problema dellatto costituente e
senza essere portatrice di innovazione nella storia dellidea stessa di
Costituzione. Punto questo che implica a sua volta molti aspetti diversi.
Ripensare il rapporto tra diritto
e politica
In realtà, in Europa, esistono tradizioni
costituzionali eterogenee che sono di fatto tradizioni politiche, definite dal punto di
vista nazionale, che pongono un problema di traduzione nel senso forte del
termine, cioè un problema senza una soluzione prevedibile, o di cui la soluzione forma
essa stessa un obiettivo costituente.
Il problema non può essere ridotto né
allalternativa fra le tradizioni di costituzione scritta e di costituzione non
scritta, né allalternativa fra le tradizioni di regolamentazione e di limitazione
del potere da un lato e le tradizioni di rappresentazione della volontà generale dallaltro.
È una questione che mette in gioco il rapporto dialettico fra la politica e
la sua forma giuridica, un rapporto al quale ogni quadro nazionale dellistituzione
giuridica ha conferito una forma particolare: neutralizzandolo nella misura del possibile
allinterno delle frontiere e intensificandolo periodicamente allesterno; il
che finisce per concentrare la politica sulla scelta tra la guerra e la pace, o quanto
meno a far pesare sulla politica una minaccia permanente di militarizzazione e di
dissoluzione con la messa in campo di sistemi alternativi rappresentati dalla
violenza armata tra le nazioni.
Sapere se si può costituire lEuropa
e in qual senso ciò sia possibile rappresenta necessariamente (o contiene in potenza, non
senza resistenze) una modalità diversa di pensare e di praticare il rapporto tra il
diritto e la politica, una rimessa in movimento delle loro demarcazioni di domini e di
competenze (che ha poche possibilità, comunque la pensino alcuni, di tradursi sia
attraverso una riduzione della politica al diritto, sia attraverso una riduzione del
diritto alla politica: diciamo Habermas da una parte e Negri dallaltra). Un momento
che potrebbe tradursi tanto in una moltiplicazione di fonti di diritto e di
legittimità giuridica, quanto in una riflessione sulla necessità del conflitto e del
carattere produttivo dellinstabilità delle norme nellambito del diritto
stesso.
Sembrerebbe che una situazione di questo
genere abbia tutte le caratteristiche di un momento costituente, in cui la
Costituzione non è né un mero prodotto dellattività dei giuristi, né una forma
ideale preesistente e sottratta alla storia, ma un problema politico e, di conseguenza, di
fatto, uninvenzione.
Oltre il mito dello Stato-nazione
Tale formulazione o quella analoga
di processo costituente è tuttavia rifiutata da alcuni tra i più
lucidi partecipanti al dibattito filosofico, perché essi temono lattrazione
reciproca tra le due idee di momento costituente: quella dellinvenzione
collettiva, essenzialmente politica, di una forma nuova di Costituzione; e quella del
potere costituente che si oppone tradizionalmente, da Sieyès a Schmitt, al
potere costituito delle istituzioni e degli organi statali, e che è sempre presente oggi,
sia nei difensori dellidea di volontà generale in quanto fonte della
legittimità governativa e legislativa, sia nei teorici della moltitudine in
quanto forza sociale produttrice delle istituzioni.
Ciò che essi temono, insomma, è che, con
la scusa di operare il passaggio da una legittimità nazionale a una legittimità
postnazionale o sopranazionale, la mitologia del popolo sovrano, con le sue
implicazioni essenzialiste ossia i postulati sul popolo uno e indivisibile,
o omogeneo, etnicamente, culturalmente o, meglio ancora politicamente, al di sopra
delle leggi da lui stesso create con atto autonomo della sua volontà non sia
riconducibile e trasferibile al livello europeo, ove ha possibilità ancora minori di
risultare applicabile.
Prendo questa obiezione sul serio, ma mi
sembra che essa poggi su una questione di principio che finisce per tenere fuori il
problema della Costituzione democratica da una dimensione politica, senza la quale essa si
riduce a un fatto di tecnologia giuridica. La questione di principio esiste, invece, nel
pensare il popolo e il riferimento a esso è implicito nellidea stessa di
democrazia non secondo la variabilità storica delle sue figure, ma secondo limmagine
mitica costruita dallo Stato-nazione (intendo lo Stato-nazione borghese e imperialista)
per proiettarla al di qua del popolo stesso e dunque per legittimarsi.
In questo modo è lo Stato che configura
il popolo, sia conferendogli le insegne di unonnipotenza immaginaria,
sia sottomettendolo in anticipo a ogni sorta di restrizione nellesercizio effettivo
della sua potenza, in modo da potersi avvalere di una fonte di legittimità
assoluta, lunica incontestabile ai nostri tempi (lautodeterminazione della
collettività), e allo stesso tempo proteggersi contro lintrusione del popolo
reale o delle masse, che rappresentano la forza di contestazione dellordine
stabilito, nel campo della politica legale.
Nella congiuntura attuale, è a unoperazione
di questo genere che vorrebbe procedere chi schmittiano o meno
vede essenzialmente nella Costituzione europea un mezzo per ristabilire il legame tra la
politica e la potenza (nel senso di Macht), e di rimettere in movimento la
dialettica amico-nemico, soprattutto nel quadro di un confronto con la
superpotenza americana, o più genericamente nella prospettiva di uno spazio mondiale la
cui politica sarebbe strutturata dalla concorrenza, se non dallo scontro, tra
diversi blocchi regionali sopranazionali.
Tuttavia, la necessità di premunirsi
contro questo sovranismo postnazionale non può giustificare che venga occultato il
problema della politica dei cittadini, che non è un problema di legittimità ma
un problema di partecipazione: quello che il giovane Marx chiamava il potere
legislativo, non solo nel senso di una divisione tecnica dei poteri, ma nel senso di
una separazione fra Stato e amministrazione, o di una critica della loro autonomizzazione
che li colloca sempre al di sopra della comunità nel senso di un controllo dei
governanti da parte dei governati, di una sorta di educazione permanente dellistituzione
politica, di una valorizzazione dei diritti politici della società civile (o, più
radicalmente, di una rimessa in questione della separazione tra società civile e
Stato).
In tal senso, effetttivamente, credo nella
necessità di riaprire la questione del potere costituente senza risposte
preconfezionate e, soprattutto, senza presupposti essenzialisti nella misura stessa
in cui il progetto di Costituzione dellEuropa, sia in senso giuridico che in senso
politico, deve portare innovazione rispetto alle tradizioni costituzionali di cui è
erede.
La tradizione liberale e le sue
implicazioni sociali
Tra le questioni sollevate dallidea
stessa di Costituzione europea, ce nè una decisamente nevralgica che è tra laltro
responsabile del modo in cui si è inceppato il meccanismo della sua definizione
giuridica, inceppamento non tanto dovuto a una qualche maledizione inerente al diritto,
quanto a unillusione, o a una manovra, che consiste nel richiedere a tale meccanismo
di nascondere il proprio orientamento politico. Ed è la questione chiave relativa ai
rapporti tra listituzione dei diritti sociali, o dei diritti collettivi, e il
postulato economico liberista dellEuropa.
La discussione per chiarire in quale
misura il processo di costruzione europea sia inseparabile da un postulato economico
liberista ulteriormente accentuato dal processo di allargamento dellUnione
Europea ai nuovi paesi membri, che sembra sotto questo aspetto segnare veramente lirreversibilità
di unentrata dellEuropa nelle logiche della mondializzazione capitalistica
non è una novità. Ma essa comporta nellopinione pubblica, e a maggior
ragione nei discorsi dei governi, delle aree sorprendenti di non-detto, se non di
interdetto, che impediscono di coglierne il significato fondamentale.
Da un lato, tale questione viene rinviata
a un dibattito formale che ha lo scopo di comprendere in quale misura i diritti
sociali possano essere considerati diritti fondamentali: i diritti
sociali infatti non hanno soltanto un carattere negativo di protezione delle
libertà e delle proprietà individuali, ma presuppongono una distribuzione e una
redistribuzione di beni comuni e di servizi pubblici nella
collettività, nonché una gestione dei conflitti di interesse e delle negoziazioni tra i
gruppi sociali e lo Stato.
Lideologia liberista o, per meglio
dire, neoliberista, perché le tradizioni del liberalismo classico sono molto più sfumate
su questo punto, dice di no, e vede in qualsiasi altra risposta i germi di una deriva
totalitaria, che comincerebbe a manifestarsi già nelle minime misure di protezione
sociale o di garanzia di accesso paritario da parte dello Stato ai servizi pubblici, sia
in materia di istruzione che in materia di sanità.
A ciò è possibile controbattere proprio
sul terreno nella cittadinanza politica. Perché, se da una parte è indubbio che le
ineguaglianze sociali costituiscono il più potente fattore di esclusione dalla pratica
politica, e dunque dal diritto eguale o dal pari diritto di accesso alla
rappresentanza e alla decisione, dallaltra è anche vero, allinverso, che i
movimenti di rivendicazione e le resistenze collettive che hanno per oggetto la difesa e
la conquista dei diritti sociali costituiscono una delle forme più efficaci di accesso
dei cittadini allespressione e alle responsabilità politiche. La questione è
perciò più attuale che mai ed è, in concreto, quella di stabilire se e come i cittadini
riusciranno ad adattarsi a condizioni storiche nuove e a uno spazio nuovo formulando
rivendicazioni di nuovi diritti fondamentali inerenti alla cittadinanza, e caratteristici
del momento costituente attuale.
Gli effetti della mondializzazione
capitalistica
La questione è inoltre circondata da una
mitologia, che accomuna sia la destra che la sinistra, secondo la quale il progetto
europeo, nato durante la Guerra Fredda come contributo alla difesa dellOccidente, e
più tardi rifondato in quanto strumento di adattamento delle società europee allaccelerazione
imposta dalla mondializzazione capitalistica, sarebbe intrinsecamente legato a una
prospettiva economica e sociale liberista, in cui la potenza pubblica non ha altra
funzione se non quella di garantire il quadro formale della concorrenza e della sopravvivenza
del più adatto. Ciò significa misconoscere il fatto che la costruzione europea,
almeno tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, ha avuto come motore un insieme
impressionante di politiche pubbliche a favore dello sviluppo e della modernizzazione
economica, dellinnovazione e della cooperazione scientifica, e che, allinterno
della costruzione europea, cè sempre stato conflitto tra due logiche economiche. In
compenso, è anche vero che buona parte di queste politiche (il cui simbolo è
rappresentato dalla politica agricola comune) sono da lunga data chiuse in una logica
corporativa e burocratica brussellese.
E cè anche il fatto che, nel
contesto del neoliberismo trionfante, il patto di stabilità politico ed economico intorno
al quale sono stati negoziati gli allargamenti successivi si è basato sullimposizione
progressiva dei dogmi dellortodossia della società di mercato, in particolare dei
dogmi monetaristici di rigore di bilancio, di modo che la politica comune ha
cominciato a diventare una politica di congelamento, se non di distruzione, di ciò che
essa stessa aveva costruito. A un certo livello, questa questione non ha più niente a che
fare con le scelte congiunturali che possono essere anche reversibili: essa diviene di
fatto un aspetto costitutivo del progetto politico stesso.
Infine, la discussione sui rapporti tra la
costruzione europea e il liberalismo è in parte falsata dalla convinzione, anchessa
largamente diffusa a destra e a sinistra, secondo la quale una politica sociale
redistributiva e la politica economica volontaristica o pianificatrice
che la sostiene non possono significare altro che una crescita dello Stato e un
rafforzamento del suo controllo sulla vita sociale, e dunque una dipendenza
accresciuta degli individui rispetto a una forza burocratica sempre più lontana dai suoi
bisogni, opinioni e percezioni.
Se lo Stato-provvidenza scaturito dalle
lotte di classe e dai movimenti per la cittadinanza sociale del XX secolo ha
rappresentato de facto uno strumento senza precedenti nella storia della
centralizzazione, della disciplina e della normalizzazione delle differenze
sociali, che cosa succederebbe, a maggior ragione, in uno Stato sociale che non è più
nazionale ma sovranazionale? A ciò è possibile rispondere che lo Stato sociale non si
sviluppa senza un conflitto sociale permanente che, lungi da essergli estrinseco,
costituisce al contrario la condizione della sua esistenza; e che in virtù di quel
che altrove ho proposto di definire come il teorema di Machiavelli
questa istituzione della democrazia conflittuale rappresenta un contributo
(principalmente) europeo allidea stessa di Costituzione.
Prima di creare un Moloch di Stato, un
rinnovamento della politica sociale in Europa creerebbe dunque conflitto, cioè a dire un
dibattito con poste in gioco reali: in sostanza, un dibattito politico vero e proprio.
Ma in verità il non detto
della Costituzione europea si situa a un livello diverso rispetto a queste questioni di
dottrina, di principio o di storia. Riguarda la condizione ultima della cittadinanza
sociale, che è la linea di demarcazione tra la sfera politica e la sfera economica, oggi
costituzionalmente messa da parte (e al riparo) dal politico in quanto non-politico,
ma per questa stessa ragione posta come sovrana o come padrona del politico.
Anche in questo caso bisogna guardarsi
dalle semplificazioni, perché in questa linea di demarcazione ci sono elementi di
fluttuazione e di sfasamento giuridico che non possono essere casuali. Così, le regole
finanziarie che limitano i deficit al 3% dei PIL (di cui di recente la Francia e la
Germania si sono maldestramente liberate, con il duplice inconveniente di doversi
impegnare subito a sistemare i conti pena le sanzioni e di inculcare nel resto dEuropa
lidea di un disprezzo della comunità da parte di quelli che sostengono di esserne lavanguardia)
non sono in quanto tali di tipo costituzionale, visto che derivano piuttosto dal patto di
stabilità annesso al Trattato di Amsterdam dai vertici europei, e che altri vertici
potrebbero modificare.
In compenso, il nocciolo duro è
rappresentato dagli statuti della Banca Centrale Europea che includono lautonomia
rispetto alle decisioni dei governi, il mantenimento del valore delleuro e il
divieto di emissioni monetarie inflazionistiche. Qui risiede, molto più che nel fantasma
della sovranità popolare, la sopravvivenza reale del principio di sovranità, tanto che
esso si situa ormai a debita distanza dallo Stato che determina dallinterno la forma
della Costituzione e le imprime un carattere assolutamente non democratico.
Va notato che il patto di stabilità ha
preceduto e condizionato lapertura del processo costituente designato ufficialmente
come tale, e che non si è mai parlato di rimetterlo in questione, perché non riguardava
la sfera politica.
Verso unEuropa a due
velocità?
La materia in discussione dunque non è la
divisione formale dei poteri, ma listituzione dellineguaglianza. Si parla
sempre più spesso, in Francia e altrove, dopo il fallimento del Vertice di Bruxelles,
della necessità di ipotizzare unEuropa e geometria variabile, a due
velocità. Ma lEuropa a due velocità non ha tanto un carattere nazionale quanto
piuttosto un carattere sociale e, per questa stessa ragione, dimostra una vocazione
profondamente autodistruttiva: lEuropa ricca, in particolare quella delle società
finanziarie (o delle società industriali che si trasformano in società finanziarie, come
Alcatel) si transnazionalizza e si sposta su scala globale, si situa tendenzialmente al di
là dellEuropa; mentre lEuropa povera, quella dei disoccupati e dei lavoratori precari o minacciati di
precarietà, in via di riproletarizzazione, quella degli studenti inseriti nelle filiere
senza mezzi e senza riconoscimento internazionale, quella degli insegnanti incaricati
dallo Stato di gestire il malessere delle periferie, resta fissata al di qua dellEuropa,
in uno spazio nazionale o addirittura locale, che non è però quello delle
identità tradizionali, ma quello dellimmobilità coatta, delle solidarietà private
che suppliscono bene o male alle protezioni sociali in declino, e del sentimento di
impotenza sociale che segna la sua caduta al di fuori dello spazio della cittadinanza.
Questa situazione contraddice gli
obiettivi proclamati dalla Carta dei diritti fondamentali, benché la sua redazione si sia
mantenuta volutamente generica; essa infatti deriva logicamente dalla coesistenza in una
stessa costruzione di un modello federativo che rimette in questione lidea
di sovranità popolare e al tempo stesso di una separazione tra la politica e leconomia
che conferisce unautorità sovrana al potere finanziario e monetario. Essa
costituisce dunque una leva potente di ribaltamento del federalismo stesso contro
le sue possibilità di sviluppo civile.
Di fatto, è fuori luogo pensare a
istituzionalizzare in Europa politiche sociali o locali che tendano a rispettare diritti
nuovi, quando la disoccupazione di massa resta una realtà intangibile, protetta dalla
Costituzione nel senso che è vietato praticare politiche economiche di rilancio
keynesiano, che presuppongono investimenti pubblici e dunque deficit, prestiti
sul mercato dei capitali internazionali e anticipi dinamici sui risultati della crescita
per assicurare ex post lequilibrio dei conti pubblici. Senza politiche del
genere, tuttavia, non è pensabile né la lotta collettiva contro le ineguaglianze; né la
reintegrazione nella cittadinanza delle popolazioni escluse e precipitate
nella spirale dellindividualismo negativo, della violenza generazionale
o comunitaria, e infine della sofferenza sociale; né la rimessa in discussione del
sistema di apartheid latente che va di pari passo con la trasformazione delle frontiere esterne
dellUnione Europea in fronti di guerra (difensiva, ma omicida) contro la miseria del
mondo esterno, né battute darresto al processo di pauperizzazione culturale che
scaturisce dallo smantellamento progressivo delle sovvenzioni statali alla cultura
nazionale
Probabilmente, a nessuno verrà in mente
di sottovalutare la serietà dei conflitti che aleggiano sotto i dogmi dellortodossia
monetaria e della sua istituzionalizzazione: che si tratti del confronto diretto con la
politica americana (la quale ha istituito un deficit virtuale senza precedenti nella
storia moderna che fa vivere gli Stati Uniti a spese del mondo intero), o del braccio di
ferro con le società capitalistiche in cerca di speculazioni immediatamente remunerative
e affrancate da qualsiasi sorveglianza contabile, o del rilancio dei movimenti sociali che
nasce da un rilassamento della pressione esercitata sul mondo del lavoro dalla
deindustrializzazione e dallistituzione della società a due velocità.
Ma comunque questi conflitti sono
destinati a prodursi in condizioni decisamente più distruttive per il progetto europeo di
Costituzione democratica.
Traduzione di Biancamaria Bruno
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