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La globalizzazione negativa
Zygmunt Bauman: Il processo di globalizzazione non ha luogo in qualche luogo esotico all'altro capo del mondo;
la globalizzazione c'è a Leeds come a Varsavia, a New York e perfino nei villaggi della Polonia. È fuori e dentro
casa nostra, ci basta camminare per strada per rendercene conto. A livello concettuale possiamo distinguere gli
spazi globali e gli spazi locali, ma di fatto sono interconnessi. Senza alcun dubbio, quella del mondo moderno è
una globalizzazione negativa: l'abbattimento delle barriere, infatti, non ha portato soltanto alla globalizzazione
del capitale e alla libera circolazione delle merci e dell'informazione, ma anche del crimine e del terrorismo;
invece le istituzioni politiche e giuridiche, fondate sulla sovranità nazionale, rimangono escluse da questo processo. Questa situazione ha precedenti storici?
I nostri antenati, duecento anni fa, temevano il caos che era sempre in agguato nelle comunità locali come i villaggi,
le parrocchie e i paesi, che disponevano di poteri piuttosto limitati. Probabilmente i grandi spazi d'azione, che avrebbero
portato alla formazione delle nazioni, sembravano allora pericolosi e minacciosi proprio come lo sono oggi le forze della
globalizzazione per gli stati-nazione. Quanto tempo c'è voluto per riprendere il controllo delle forze economiche?
È passato tutto il secolo XIX e buona parte del XX prima che lo Stato moderno riuscisse a gestire questa nuova realtà.
Lo Stato moderno, infatti, ha dovuto far fronte a esigenze sociali senza precedenti, come le leggi sul lavoro minorile,
la proibizione della schiavitù, la regolamentazione della settimana lavorativa, la fornitura di acqua potabile e di
condizioni igieniche adeguate, l'assistenza medica di base. Si trattava di rimediare ai danni prodotti dalla "forza del
caos" sfuggita a ogni controllo, e ci sono voluti più o meno cent'anni perché gli aspetti negativi di questa globalizzazione
originaria potessero essere controbilanciati da quelli positivi, almeno nell'ambito delle singole nazioni. Nel mondo attuale,
la possibilità di un'azione collettiva è ben lontana dal realizzarsi, nonostante l'opinione condivisa sulla necessità di un
qualche intervento. Alla luce di quanto è avvenuto in Iraq, non crede – metaforicamente parlando – che per curare una semplice influenza si sia deciso di ricorrere a un intervento chirurgico, asportando al paziente fegato, rene, e parte del cervello?
Certamente. Ma dobbiamo considerare il perché di tutto questo. Le tragedie che gli uomini provocano nel corso di una
globalizzazione negativa sono paragonabili alle catastrofi naturali: nessuno sa quando accadono né da dove arrivano. È
come camminare su un campo minato: non c'è dubbio che una mina esploderà, ma nessuno può sapere quando e dove. La tentazione
di bombardare questo campo minato, di distruggere le mine prima che esplodano, è forte, soprattutto se, per far fronte al
problema, si ha a disposizione una quantità illimitata di bombe e quasi nient'altro. Quindi è la paura dell'ignoto a segnare l'inizio della modernità?
Il vero progetto della modernità nasce dal desiderio di vivere in un mondo senza imprevisti, un mondo sicuro, un mondo
in cui non ci sia nulla da temere. Duecento anni dopo, il coronamento di questo sogno, la realizzazione di questo progetto
ambizioso è lo Stato sociale, da sempre definito impropriamente welfare state. L'intero progetto, infatti, non riguardava
tanto il benessere quanto la responsabilità che una società si assume nei confronti dei singoli cittadini, offrendo loro
una vita libera dal timore, ricca di dignità e di valore – come una sorta di polizza di assicurazione collettiva contro
le conseguenze degli "infortuni" subiti dai singoli individui. Intende dire che lo Stato sociale, dopo tanti decenni, è riuscito a conseguire l'obiettivo liberale dell'autodeterminazione?
Le intenzioni erano queste. L'autodeterminazione individuale non può prescindere dalla solidarietà sociale. La libertà non è
sufficiente se non si garantiscono a tutti gli stessi mezzi e le stesse opportunità. Per poter camminare sulla fune l'individuo
deve avere sotto di sé una rete elastica che gli salvi la vita nel caso in cui cada, per questo ai cittadini è stato detto:
"Vi proteggeremo dalle calamità sociali, dalle conseguenze della disoccupazione, dall'invalidità, dalla malattia, e non
trascorrerete mai la vostra vecchiaia in miseria. Non avete nulla da temere, perciò coraggio, provateci!" Ciò ha a che vedere con il problema della sicurezza individuale? Si può spostare il concetto di sicurezza dall'ambito esistenziale – la fiducia nel futuro, nei propri mezzi, nelle proprie attività economiche, nella propria posizione sociale, nel benessere proprio e della propria famiglia – alla sfera individuale: il corpo, i beni personali, la casa, il quartiere. Secondo lei, lo Stato-nazione tradizionale sta combattendo una battaglia perduta in partenza contro la globalizzazione? In questa battaglia stiamo affrontando due situazioni allo stesso tempo. Da una parte, cerchiamo di gestire la nuova realtà chiamata globalizzazione, i cui poteri sfuggono al controllo di qualsiasi Stato – purtroppo, gli strumenti di cui disponiamo sono troppo deboli, e non ci permettono di dominare queste forze. Dall'altra, siamo disperatamente alla ricerca di una nuova formula politica, di una nuova legittimità di cui poterci avvalere nonostante il ridimensionamento dei poteri statali. Si tratta di individuare un ambito in cui lo Stato possa dimostrare ai cittadini che esso è ancora in grado di agire e che non se ne sta fermo a guardare. Sempre più spesso la televisione ci mostra scene spettacolari, come invasioni di forze speciali, carri armati di stanza in aeroporti, cordoni di poliziotti che tentano di isolare stazioni ferroviarie e metropolitane. Lo Stato sta cercando di farci capire che è competente, che ha la situazione in pugno: se così non fosse, navigheremmo in acque ben più torbide di queste. È come se dicesse: "Certo, le cose non vanno bene, ma immaginate come sarebbero senza il nostro impegno". Oltre alla prospettiva globale e dello Stato-nazione ce n'è un'altra: quella della psiche umana individuale. Come si manifesta, in questa struttura, la tensione fra libertà e sicurezza?
In un mondo come il nostro ci sono infinite ragioni per avere paura. È facile fare un elenco dei rischi a cui i giovani
d'oggi vanno incontro, ma non sarebbe mai un elenco completo perché le vere motivazioni della paura sono molteplici,
confuse e molto difficili da definire, e questo le rende ancora più minacciose. Un giovane che abbia dedicato gran parte
della sua vita a ricevere una buona istruzione per acquisire capacità professionali specifiche rischia di non avere alcun
valore sul mercato perché il lavoro cui ambiva intraprendendo un certo tipo di studi è stato trasferito in Cambogia. E magari
anche la sua vita privata cade a pezzi, perché la sua compagna lo lascia per qualcun altro (il discorso, naturalmente, vale
per entrambi i sessi). Di elementi liquidi come questi, nei quali rischiamo di annegare ogni giorno, ce ne sono a centinaia
nella realtà contemporanea, e ci minacciano continuamente, provocando una sorta di angoscia generale alimentata dal fatto che
questa paura ha un volto dai tratti sbiaditi e confusi. Allora un cittadino capisce subito come agire... Il fatto di spostare il senso di incertezza da un piano generale a un piano più concreto, cioè dal livello esistenziale a quello della sicurezza personale, ha un grande vantaggio, perché alla fine si capisce quale sia la cosa migliore da fare. Per esempio, posso decidere di sostituire le serrature di casa mia, o di installare un sistema di monitoraggio dotato di sensori in grado di individuare chiunque si trovi nei paraggi. Al verificarsi di un omicidio, di un attentato, di un atto di terrore emerge la necessità di adottare nuovi provvedimenti. Le persone, così, hanno un obiettivo e un impegno concreto cui dedicarsi, e questo dà loro un senso di partecipazione a uno sforzo collettivo di grande importanza e utilità. Io, come individuo, non posso certo impedire che la società presso cui lavoro – e che mi dà i mezzi per mantenere la mia famiglia – si trasferisca a Bangalore, ma se vedo un tipo losco imbacuccato in un pastrano, o con un pacco sospetto, nulla mi impedisce di avvertire un poliziotto o, quantomeno, di attirare l'attenzione generale su quella persona. E se sull'autobus noto un tizio dalla pelle olivastra che si fruga nella borsa, ho la possibilità di avvertire il conducente. Insomma, non siamo più abbandonati a noi stessi. Ma questo ci costa la sospensione delle libertà civili di cui i cittadini godevano fin dai tempi della Magna Charta. Quel paesaggio di libertà e privilegi che era l'orgoglio del popolo britannico ora sta crollando inesorabilmente. In base a un recente sondaggio, però, il 73% degli inglesi intervistati pensa che valga la pena sacrificarsi in questo gioco inquietante. Se la limitazione delle libertà civili non è una misura impopolare, forse è perché i sudditi di Sua Maestà non cercano protezione rispetto al potere statale ma, piuttosto, da parte dello Stato.
Ogni medaglia ha due facce. Per esempio, il fatto che sia possibile comunicare via Internet con qualcuno che si trova in
Nuova Zelanda – magari per discutere dei dettagli di un piano – ha indubbiamente un lato oscuro. Qualsiasi attività criminale,
non necessariamente terroristica, può, di fatto, basarsi su questa rete globale. Il monopolio dell'uso della forza, che
secondo Max Weber era il vero pilastro dello Stato moderno, non esiste più ormai da molto tempo. È fin troppo evidente che
questo monopolio, rivendicato a lungo dallo Stato-nazione, è stato ideato nell'ambito di un sistema fondato sulle battaglie
e sulle guerre territoriali. La logica era quella della conquista di un territorio sul quale installare le proprie forze
militari e da assoggettare alla propria amministrazione, cercando di difenderlo dalle mire altrui. La guerra contro l'Occidente, come quella condotta in nome dello spirito russo, della razza tedesca e del comunismo, ora prosegue in nome dell'islam. Ma quando si fonda su motivazioni religiose, l'anti-occidentalismo – che, di per sé, è un'ideologia di odio e disprezzo per l'Occidente – diventa una guerra santa contro il male assoluto, nella quale i veri credenti devono distruggere il falso dio del materialismo occidentale servendosi di qualsiasi potere e mezzo a loro disposizione. È possibile vincere una guerra del genere? Viene prima l'uovo o la gallina? Molto più che a una politicizzazione della religione (indipendentemente dal fatto che si tratti di quella musulmana), ci troviamo di fronte a una "religionizzazione" della politica, in cui la contrapposizione – del tutto normale – fra gli interessi dei gruppi diventa una questione escatologica, e al conflitto fra interessi diversi è conferito un carattere apocalittico. Tutto questo rivela il vivo desiderio di qualcosa che non c'è: la stabilità. È una fuga da problemi talmente complessi che non possiamo neanche nominarli. È voglia di una "grande semplificazione". È nostalgia di un mondo perduto, genuino, in cui poter vivere con semplicità. Invece la realtà è confusa e discordante – non c'è spazio per un dibattito serio in cui fare il punto della situazione, e la televisione offre soltanto lo spettacolo squallido di attori che, esaltati dalle luci della ribalta, non fanno che gridare slogan e insultarsi a vicenda. In tutta questa confusione, si sente il bisogno di certezze e di chiarezza, di una distinzione netta fra bene e male. Naturalmente, tutti credono di essere i "buoni", e condannano gli altri, i "cattivi", quelli che non hanno speranza di redimersi. Tengo a sottolineare che questa visione non è monopolio esclusivo dell'islam. Pensiamo ai radicali palestinesi e israeliani: è sorprendente come usino lo stesso tipo di vocabolario. Entrambe le fazioni ci portano a vedere il conflitto come una guerra decisiva fra Jehovah e Maometto, non fra coloni palestinesi e israeliani. E, ancora, se analizziamo la copertura delle ultime elezioni americane, ci imbattiamo di nuovo in quel tipo di vocabolario, anche se viene invocato un dio diverso. Devo ammettere, però, che in questa ampia corrente di manicheismo contemporaneo l'Islam occupa una posizione di rilievo, e questo per ragioni geopolitiche. Geopolitica e religione: chi è al servizio di chi?
Partiamo dall'inizio. Il mondo islamico ha un asso nella manica, il petrolio. Non c'è dubbio che le risorse energetiche
rivestiranno un ruolo decisivo nella definizione del nuovo assetto geopolitico del XXI secolo, e quelle di cui dispone
il Medio Oriente potrebbero essere le sole operative fra una cinquantina d'anni. Io a quel tempo non ci sarò più ma voi
sì, e, purtroppo, mi darete ragione. Il petrolio è alla base delle economie delle grandi potenze mondiali e della più
grande economia del mondo. La situazione si fa più seria se pensiamo che Cina e India sono in procinto di motorizzare
i loro miliardi di abitanti. Che cosa succederà quando tutti i cinesi e tutte le famiglie indiane decideranno di acquistare
un'automobile e di fare il pieno di benzina? Coloro che avranno il controllo delle risorse petrolifere mondiali saranno in
grado di dettare condizioni globali, e questo il mondo degli affari lo sa bene. Ma, naturalmente, lo sa anche chi vive nelle
regioni che producono il petrolio, e il cui destino dipende da queste risorse. Quindi non c'è da sorprendersi se l'America
cerca di conquistare un'influenza sempre maggiore in quell'area. È solo un altro esempio di propaganda religiosa o è l'idea per un'azione politica?
È semplicemente un'ideologia che, però, si differenzia dalle ideologie politiche messe a punto nei salotti degli intellettuali
perché il suo scopo non è quello di indurre le masse a pensare ma ad agire – l'uccisione dell'infedele attraverso il suicidio
del fedele. Le ideologie, di per sé, canalizzano le emozioni, semplificando la visione del mondo e limitando le scelte. In
questo caso specifico, però, i destinatari dell'ideologia sono candidati addirittura a una morte suicida. Non so se bin Laden
comunichi con i suoi collaboratori più stretti utilizzando proprio queste frasi e se ricorra alla solita immagine stereotipata
del conflitto, ad ogni modo il mondo è pieno di questo genere di cose. I futuri kamikaze sono istruiti da intellettuali – gente
colta che si è laureata a pieni voti, spesso nelle università occidentali più prestigiose. Secondo lei il terrorismo punta sulla debolezza dell'Occidente? Se i terroristi mirano a seminare il panico nelle società occidentali, facendole dubitare del proprio potere e paralizzandole, trovano un alleato formidabile nelle principali emittenti radiotelevisive, che continuano a divulgare immagini terrificanti. Inoltre, i terroristi sanno che le misure di sicurezza adottate dagli Stati creano un clima di angoscia opprimente, dandoci l'impressione di vivere in una fortezza assediata e con il nemico alle porte. Siamo immersi in un'atmosfera talmente cupa che vediamo un potenziale terrorista in chiunque porti uno zaino sulle spalle o si trovi alla guida di un furgoncino. Come se non bastasse, i poteri di monitoraggio dello Stato sono in continua crescita; bastano due o tre persone e qualche ordigno rudimentale per paralizzare la società. Nel mondo c'è tanto di quel materiale esplosivo... Gli eserciti occidentali, invece, si trovano nella condizione opposta: pur essendo finanziati con cifre astronomiche e pur avendo provocato, ad oggi, innumerevoli vittime, non possono scatenare stragi di proporzioni abissali. In un certo senso, mentre la coalizione antiterroristica usa l'accetta per radere, i terroristi possono abbattere una foresta intera utilizzando una semplice lametta da barba. Questa è una guerra invincibile. Lo Stato può, in nome della sicurezza, intraprendere una gamma infinita di azioni. Questa escalation delle armi può essere fermata? Si tratta di un processo ormai innescato che non si fermerà mai senza il nostro intervento. Entrambe le parti in causa stanno infiammando l'atmosfera dello scontro. Bisogna essere razionali e capire che non si può curare il tifo con una pomata per l'eritema. Se non si individuano le cause prime, non è possibile intervenire. Allora come si spiega la fine del terrorismo nell'Irlanda del Nord? È stato un effetto del miracolo economico della vicina Repubblica d'Irlanda. In parte il problema si stava già esaurendo, perché una vita passata sotto la minaccia continua ed effettiva delle armi e delle bombe alla fine era diventata insostenibile. Quando gli irlandesi del Nord hanno varcato il confine e sono entrati nella Repubblica d'Irlanda, hanno visto che la gente si godeva la vita, era diventata più ricca, frequentava i pub e si preoccupava più di quello che avrebbe mangiato per cena che di lubrificare le canne dei fucili. Insomma, si sono guardati intorno, hanno provato invidia e hanno capito. Può darsi che, a lungo andare, il regime terroristico che stiamo vivendo abbia lo stesso epilogo; di certo non finirà grazie a un ricorso smodato alla forza militare e ai sistemi della polizia. Gli accordi sulla riduzione del debito e sullo sviluppo sostenibile a favore dei paesi poveri hanno contribuito alla lotta al terrorismo più di quanto non abbia fatto l'America invadendo l'Iraq. Traduzione di Maria Luisa Schiavone
ZYGMUNT BAUMAN
- Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone,
Laterza, 2006
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