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Quando io, italiano, parlo con amici che vivono in quelle
che ancora si chiamano “grandi democrazie”, mi sento avvolto da un sentimento di
deplorante commiserazione: “poveretti, voi in Italia avete Berlusconi!” Un
atteggiamento comune non solo agli amici di sinistra, ma anche a quelli
conservatori. Quando chiedo a conoscenti stranieri che cosa pensino di
Berlusconi, molti non vanno molto per il sottile nel rispondermi “Berlusconi è
il vostro nuovo Mussolini”. Penso di approfittare di questa compassione per
chiedere ai miei amici più potenti di aiutarmi a emigrare come rifugiato
politico in paesi dove la cultura filosofica è più remunerata. Ma talvolta,
forse punto segretamente nell’orgoglio patriottico, ritorco: “Mi dispiace per
voi, ma temo che il berlusconismo diventerà un modello influente anche da voi!”
Non sarebbe la prima volta che l’Italia esporta un modello
politico. Il Risorgimento italiano non fece un po’ da modello all’unificazione
bismarckiana della Germania? Il fascismo venne importato dall’Italia da parte di
paesi di grande civiltà come Germania, Spagna, Portogallo e Ungheria. E il
terrorismo politico oggi così diffuso non fece le sue grandi prove proprio in
Italia negli anni Settanta? L’Italia spesso è politicamente esemplare –
anche se spesso dà l’esempio nelle cose peggiori.
Ma che cosa mi autorizza a questa spericolata profezia, che
anche Berlusconi è italico modello da esportazione? Il fatto che io abbia
passato la mia infanzia a Napoli.
Nel mondo si conosce Achille Lauro solo come nome della
nave che nel 1985 divenne oggetto di una straordinaria pirateria politica.
Achille Lauro (1887-1982) era il proprietario della maggiore flotta mercantile
italiana nel Dopoguerra – l’uomo più ricco di Napoli per molto tempo.
Self-made man già compromesso col fascismo e finito al confino per questo,
nel Dopoguerra creò a Napoli un partito monarchico tutto suo, partenopeo,
approfittando della nostalgia per i Savoia diffusa all’epoca tra il
Lumpenproletariat di Napoli. Candidatosi sindaco, stravinse le elezioni e
dal 1951 al 1958 fu sindaco di Napoli; poi fu deputato e senatore del piccolo
partito monarchico italiano. Sul “fenomeno Lauro” molto si chiosò e si ironizzò
all’epoca. Come tipico “metodo laurino” se ne cita uno rimasto famoso: a molte
persone prima delle elezioni il monarchico offriva una scarpa sinistra e diceva
loro “se vinco le elezioni avrai anche la scarpa destra”; un metodo geniale per
accaparrarsi non solo voti, ma anche per trasformare molti “scalzi” in galoppini
elettorali.
Ricordo bene, da bambino, la frenesia laurina. La gente
diceva “siccome Lauro è già ricco di suo, non deruberà i concittadini come fanno
i politici”; inoltre “se è riuscito a portare avanti così bene i suoi affari,
porterà avanti bene anche quelli della città”. Il fatto che ab origine fosse un
imprenditore e non un politico di professione contribuiva al suo carisma. Ma la
popolarità di Lauro veniva soprattutto dai circenses: era proprietario
della squadra di calcio del Napoli. Si dice che i napoletani siano per l’Italia
quel che gli italiani sono per l’Europa, il non plus ultra
dell’italianità (così come gli italiani sarebbero il non plus ultra
dell’europeità): questo è sicuramente vero per il calcio, uno sport che
fanatizza i napoletani anche più di quanto non fanatizzi gli italiani. All’epoca
Lauro possedeva uno dei due grandi quotidiani di Napoli, Roma. Insomma, egli era
già quel che chiamerei un mediocrate, un padrone di media e spettacoli –
insomma, un affarista che ammannisce informazioni e spettacoli mediocri (il
calcio non è uno sport mediocre, ma sono mediocri quelli che si ispirano ad esso
per le scelte politiche). Inoltre il suo partito divenne un sindacato di
costruttori e speculatori edili, che costruivano spesso illegalmente: quello
scempio urbanistico fu illustrato da Francesco Rosi in un film famoso, Le
mani sulla città (1963).
Insomma, la ricetta del successo di Lauro comprende gli
stessi ingredienti che, quarant’anni dopo, Berlusconi utilizzerà per costruire
le sue fortune politiche: self-made man + ingente patrimonio personale +
mediocrazia + demagogia per i mediocri + direzione sportiva + ideologia
conservatrice. Mescolate e scuotete, e il piatto è pronto.
La scala della mediocrità di Berlusconi è ben diversa da
quella di Lauro, ma la formula è la stessa. Le differenze sono che Berlusconi è
l’uomo più ricco d’Italia e non solo di Napoli, che la sua proprietà investe non
qualche quotidiano ma la metà del sistema televisivo italiano, e che dirige una
squadra di calcio ben più forte del Napoli, il Milan. Mentre Lauro si alleò con
il partito fascista locale, Berlusconi si alleerà invece con il partito
post-fascista nazionale.
I sillogismi che la gente ha fatto per votare Berlusconi
sono stati dello stesso tipo di quelli che portarono i napoletani a plebiscitare
Lauro. Mentre Lauro si pose come capo della nuova imprenditoria selvaggia
napoletana, Berlusconi si pone come leader della nuova imprenditoria del Nord su
base familiare e medio-piccola, di una borghesia adusa a evadere le tasse ed
estranea alle tradizionali Grandi Famiglie (come quelle di Fiat, Pirelli,
Mediobanca, eccetera) del capitalismo italiano. Tutti sanno del disprezzo che
gli imprenditori italiani di antica araldica nutrono per il parvenu Berlusconi:
“non è un imprenditore, è un impresario”. Ma questa è l’epoca in cui gli
impresari conquistano il potere.
Berlusconi non offre la scarpa sinistra ai suoi elettori ma
qualcosa di più: dà svago gratis. Questo punto è capitale: il fatto che le reti
Mediaset offrano spettacoli senza chiedere in cambio un canone – il fatto
insomma che la festa sia tutta gratuita – appare a molti italiani una specie di
magia, la realizzazione di un racconto di fate. Berlusconi è un evergete che con
un colpo di bacchetta magica moltiplica non i pani e i pesci, ma film, quiz e
musical.
All’epoca, il “fenomeno Lauro” fu visto come una curiosità
folkloristica di una città povera e arretrata, trasudante popolino e scugnizzi:
come un variopinto, buffo colpo di coda del sottosviluppo. Il “fenomeno” venne
paragonato alle forme di calciocrazia politica in Brasile, paese dove un tempo
bisognava vincere le partite di calcio per vincere le elezioni locali. Chi
avrebbe mai immaginato che la Napoli stracciona, monarchica e plebea avrebbe
fatto scuola in tutta Italia? La ricetta culinaria del successo illustrata più
sopra è passata da quella che Vittorio Gassmann chiamò “la più nordica delle
città africane” (Napoli) alla capitale industriale d’Italia (Milano). Il Sud
povero ha fatto scuola al Nord prospero.
Ma gli altri paesi europei sono davvero al riparo da questo
“vento del Sud”? Dopo tutto, è un caso che il più popolare presidente americano
degli ultimi trent’anni, Reagan, fosse un attore di cinema? Non possedeva certo
metà del sistema televisivo americano, ma comunque proveniva dal mondo
scintillante dello spettacolo. E Schwartzenegger sarebbe mai stato eletto
governatore della California se non fosse stato una star del cinema popolare? La
società dello spettacolo di cui parlava Guy Debord non sta prendendo il
sopravvento nelle democrazie capitaliste? Persino in Gran Bretagna non si può
far nulla senza il beneplacito di Rupert Murdoch. Si dice che Blair abbia dovuto
indire un referendum sull’Europa – che poi ha frettolosamente cancellato dopo le
votazioni anti-europee di Francia e Olanda – perché era la condizione che
Murdoch gli aveva posto per non scatenargli contro la valanga dei suoi canali
televisivi. Murdoch difatti è anti-europeista. Ma cosa avverrebbe se un bel
giorno Murdoch, come Berlusconi, si decidesse a scendere lui stesso, in flesh,
in politica? Il precedente italiano gli illuminerebbe sicuramente la strada.
Un tempo le democrazie funzionavano grazie a una divisione
del campo tra imprenditoria, classe politica e mediocrati: ovviamente tra questi
tre “regni” i legami sono sempre stati fitti, intricati, spesso canaglieschi.
Eppure i “regni” restavano in qualche modo distinti. Oggi questi regni tendono a
sovrapporsi, spesso a identificarsi: è l’era dell’imprenditore-mediocrate-politico.
Ma perché proprio ora questa mutazione?
In attesa che i sociologi me la spieghino, dirò la mia. La
maggioranza della gente chiamata a votare non capisce nulla di politica e per lo
più non vuole capirne nulla. Quando a fine Ottocento in Francia il suffragio fu
esteso, migliaia di persone scrissero ad Anatole France, allora il romanziere
più popolare, per avere lumi su chi votare. Mi pare che in una prima fase della
democrazia la gente comune – che non si interessa di politica – abbia votato
intellettuali di spicco, seguendo in questo il modello marxista: Lenin e Gramsci,
a un tempo filosofi e leader politici. La gente ha affidato a queste teste
d’uovo la gestione della cosa pubblica. In altri casi si è affidata a generali
che avevano vinto delle guerre – Eisenhower, de Gaulle. In Italia nel 1948 si
affidarono a un mezzo santo come De Gasperi, il più illustre politico italiano
del dopoguerra. Oggi invece al politico-intellettuale viene dato sempre meno
questo assegno in bianco: la gente tende sempre più a votare per star mediatiche
e per mediocri mediocrati che vendono mediocrità. Il modello travalica la
separazione destra-sinistra – per esempio, nelle ultime elezioni europee è stata
eletta a Roma, con una valanga di voti di sinistra, una signora che per anni è
stata annunciatrice del più seguito telegiornale italiano, Lilli Gruber.
Insomma, si è votati se si è già una star televisiva, oppure se da politico si
appare spesso in televisione e si diventa quindi una star televisiva. Oppure,
come nel caso di Berlusconi, quando è una star perché crea le star. L’importante
è che uno, come diceva Heine di un critico, “sia conosciuto per la sua
notorietà”.
Così la democrazia moderna tende ad assomigliare sempre più
al tipo di legame che univa il popolo di Roma antica all’imperatore: panem et
circenses, pane e spettacoli. Un imperatore, anche se raffinato come Marco
Aurelio, non poteva mancare agli orrendi spettacoli del circo, duelli di
gladiatori inclusi, se voleva assicurarsi il sostegno della plebe. Il panis
di oggi sono le varie forme di welfare state o assistenzialismo che i
governanti, di qualsiasi tendenza, devono instaurare e incrementare; i
circenses sono radio, giornali, cinema e soprattutto televisioni. I popoli,
in tutto l’Occidente, si fidano sempre meno dei saggi specialisti e sempre più
di chi li fa divertire. Chi si arricchisce distribuendo svaghi è all’apice della
popolarità, anche politica. Vedo già sorgere, in Europa e altrove, una schiera
allegra di Berlusconi, gettati all’arrembaggio del
consenso delle di-stratte, atterrite e obliose masse d’Occidente.
SERGIO BENVENUTO
- Perversioni. Sessualità, etica e psicoanalisi,
Bollati Boringhieri, 2005
- Un cannibale alla nostra mensa. Gli argomenti del
relativismo nell’epoca della globalizzazione, Dedalo, 2000
- Dicerie e pettegolezzi. Perché crediamo in quello che
ci raccontano, Il Mulino, 2000
- La strategia freudiana. Le teorie freudiane della
sessualità rilette attraverso Wittgenstein e Lacan, Liguori, 1984
- “Italiani, brava gente”, Lettera Internazionale 80, 2004
- “L'Italia di Berlusconi, e non solo”, Lettera Internazionale 77, 2003
- “Il mito e il fascino di Pinocchio”, Lettera Internazionale 75, 2003
- “Ammirare e odiare l’America”, Lettera Internazionale 75, 2003
- “Caos e mode culturali”, Lettera Internazionale 73/74, 2002
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