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Ogni omo sempre si trova nel mezzo del mondo
e sotto il mezzo del suo emisperio
e sopra il centro desso mondo
Leonardo da Vinci
Se è vero che la lingua è lo specchio del mondo, è anche
vero che i linguaggi dellumanità non sembrano fatti per parlare di cose che luomo
non può vedere. Per mondo dunque, dal punto di vista linguistico, si deve intendere solo
quello che ciascuno di noi può percepire, il fenomeno, ciò che appare, ciò
che può colpire i nostri sensi. Questo non vuol dire certo che la lingua non possa
esprimere concetti astratti o invisibili, ma è probabile che per far questo lingegno
umano sia stato in grado, nel corso dei millenni, di sviluppare sistemi (o codici, come
sarebbe più corretto dire) più precisi e sintetici, come il linguaggio della matematica,
per esempio, quello della musica, o quello dellarte in genere.
Può sembrare paradossale, ma la lingua ha un grosso limite: quel
limite è luomo. Il peggior vizio delluomo, dal punto di vista linguistico, è
il suo egocentrismo. Per lui, la rivoluzione copernicana non cè mai stata: è
sempre lui il centro delluniverso, sempre da lui si dipartono le coordinate che
servono a ritagliare il mondo visibile tanto da renderlo esprimibile, comunicabile,
comprensibile e conoscibile. Insomma, il detto greco di tutte le cose è misura luomo
sembra applicarsi alla perfezione.
Il linguaggio dello spazio e
del tempo
Tutti i sistemi linguistici di riferimento che rendono
possibile lespressione partono e convergono sulluomo. È dunque cruciale, da
questo punto di vista, il sistema spaziale. Questo assume a punto fermo la persona fisica
che parla: dire qui, sopra, davanti, non avrebbe senso
e di fatto non ne ha se non in riferimento a colui che parla. Luomo
o forse, più precisamente, il suo corpo si inserisce naturalmente nello
spazio del quale distingue in modo pressoché istintivo tre coordinate fisiche: sopra/sotto,
avanti/dietro, destra/sinistra. In altre parole, luomo
disegna intorno a sé una sfera ideale che lo contiene e dalla quale non può prescindere
nel momento in cui parla. Tutte le definizioni del reale, dunque, sono soggettive e
suscettibili di continue correzioni a seconda della posizione che luomo va a
occupare nello spazio.
Direttamente derivato dal sistema spaziale è quello temporale, più
astratto e meno immediato del primo, ma come questo bisognoso di coordinate umane: lhic
et nunc è imprescindibile se vogliamo stabilire che unazione si è svolta nel
passato (passato rispetto a che cosa?) o nel futuro. Ma quello che potremmo chiamare lumanesimo
linguistico coinvolge tutto il mondo sensibile: Le misure delle cose sono corporee,
il linguaggio è visto come un corpo articolato e anche il tempo è analizzato su un
riferimento corporeo1: i tavoli hanno le gambe, le bottiglie hanno il collo, il
vulcano e il vaso hanno una bocca, la montagna ha i fianchi, il fiasco ha la pancia, il
ciclone ha locchio
; attribuiamo connotati umani a ciò che ci circonda,
umanizziamo il reale
Anche il discorso può essere assimilato a un corpo umano,
così come Socrate afferma nel Fedro:
Ogni discorso deve essere costituito
come un essere vivente, con un suo corpo, in modo da non essere privo né di testa né di
piedi, ma da avere parti in mezzo e parti estreme, scritte in modo da accordarsi le une
alle altre e ciascuna allinsieme (264c).
Si potrebbe obiettare a questo discorso che, se così fosse, la
lingua servirebbe solo a scopi materiali, di scambio, e non sarebbe possibile il
linguaggio creativo, la letteratura e la poesia. Così non è per una ragione semplice: la
lingua ha uno straordinario potenziale: da un numero finito di elementi paradigmatici (il
lessico, le strutture sintattiche, eccetera) è possibile una sintassi infinita. Ogni
frase che pronunciamo può dunque, per così dire, essere originale, non tanto negli
elementi che la compongono, quanto nella loro combinazione.
Lumanizzazione
delle divinità pagane
In un certo senso è automatico che luomo cerchi di
tradurre in qualcosa a lui affine il mondo, anche quello dellinvisibile, e dunque,
in prima istanza, la divinità. Senza cambiare categorie, senza nulla togliere al potere
di proiezione dellumano, le divinità pagane erano perfettamente descrivibili dalla
lingua senza che essa dovesse mettere a punto codici particolari.
Umani in tutto e per tutto immortalità a parte erano
gli dèi dellOlimpo greco, e larte greco-ellenistica, e poi quella romana, ci
hanno lasciato infiniti esempi delle loro presunte fattezze. Era un tentativo di umanizzare
e quindi di comprendere anche gli dèi nella struttura spaziale delluomo,
potenziandola con limmaginazione.
Nelle culture religiose politeistiche, il polimorfismo dava ampia
possibilità di creare divinità di ogni genere e, dove non bastavano i connotati umani,
era possibile aggiungerne di nuovi dal regno animale. Era laccumulazione o
condensazione di tratti di varia provenienza a dare libero sfogo allimmaginazione
creativo-religiosa dei fedeli. Il numero già cospicuo degli dèi, inoltre, permetteva alloccorrenza
di aggiungerne di nuovi.
Gli dèi erano dunque accumulabili sia nella forma che
nel numero, senza che ciò comportasse un riassestamento delle categorie
linguistico-espressive.
Gli dèi erano insomma componibili e in ciò richiamano e
confermano la concezione dello spazio mitopoietico: Luniverso mitopoietico non
è semplicemente spazio esteso, che si svolge verso lesterno, aperto, libero. Questo
spazio è anche organizzato allinterno, vale a dire è articolato, è composto di
parti e, di conseguenza, presuppone due operazioni di segno contrario, che tuttavia
attestano un unico contenuto, la componibilità dello spazio. Si tratta delle operazioni
di divisione (analisi) e ricomposizione (sintesi).2 La stessa definizione di spazio
vale anche per gli dèi. Non solo: la libertà spaziale e religiosa dellantichità
trova riflesso nella Parola: La Parola e il testo possiedono alcuni tratti in comune
con lo spazio. Innanzitutto, la Parola e il testo sono spaziali e pertanto aperti, liberi.
La parola, in linea di principio, può essere immagine dello spazio stesso, sua
pro-duzione (per usare unespressione di Heidegger).3
Il trauma del monoteismo
Lavvento del monoteismo nelle sue varie manifestazioni è
stato un trauma. A differenza di altre credenze religiose, i monoteismi sono infatti, in
primo luogo, religioni del libro, della parola scritta. Cè un testo
sacro che fa testo, che dice e che non dice, che prescrive o interdice. Il
testo, che per di più è sacro, ha in qualche modo leffetto di limitare la fantasia
religiosa delluomo, per il fatto stesso di porsi come legge scritta.
Ma che cosa vuol dire sacro? In latino, sacer è ciò che
è consacrato agli dèi e carico di una colpa incancellabile, augusto e maledetto,
degno di venerazione e che suscita orrore. [
] Di per se stesso, sacer ha un valore
proprio, misterioso. Sanctus è invece lo stato che risulta da uninterdizione di cui
sono responsabili gli uomini, da una prescrizione sostenuta da una legge. La differenza
tra le due parole appare in un composto che le associa: sacrosanctus, ciò che è sanctus
a causa di un sacrum; ciò che è proibito da un vero e proprio sacramento.4
Per limmaginazione antropocentrica e antropomorfica delluomo
è un fiero colpo. Limmaginario religioso delluomo, privato della possibilità
di ricostruire il Dio a sua immagine e somiglianza, rimane muto e immobile. Quello che era
un mondo magico di corrispondenze, nel quale ciò che la lingua diceva delluomo era
geometricamente applicabile a ogni altro aspetto della sua esistenza, divinità compresa,
viene sospeso.
Ecco che allora si crea il grande dualismo, il drammatico confronto
fra luomo e il Dio unico. La legge che Egli emana attraverso le scritture (il tanak
o Bibbia ebraica, la Bibbia cristiana, il Corano) impone alluomo una regola (che per
i musulmani assume un carattere giuridico vero e proprio) la quale dichiara guerra a ogni
forma di idolatria pagana, eccessivamente permissiva e confusionaria, e prescrive le norme
per la gestione dellesistenza degli individui. Le prescrizioni, le norme, i
racconti, non sono più orali, ma affidati a un testo scritto, interpretabile, certo, ma a
partire da un punto fermo.
Il libro sacro si fa codice. Linterdizione allimmagine,
prescritta dai tre testi sacri prodotti nel tempo dai relativi monoteismi, che vieta la
raffigurazione della divinità, porta inevitabilmente a una sorta di paralisi espressiva
superata grazie a un formidabile apparato di simboli. Non solo è vietato raffigurare Dio,
è anche interdetto pronunciare il suo nome. Si interrompe così anche la meravigliosa
onomatopea il potere mitopoietico del linguaggio che collegava, in maniera
quasi fisica e sicuramente magica, il nome della divinità ai suoi poteri di guarigione,
di protezione, di salvezza. Bastava pronunciare quel nome il cui stesso suono era la
divinità per essere in contatto diretto con essa.
La contiguità fisica tra linguaggio e divino, tra nome ed ente, quel
magico rapporto di eguaglianza, è reciso per sempre. La ricerca del sublime e dellAssoluto,
che stava alla radice dellattività creativa delluomo diventa un lungo cammino
tortuoso e richiede la creazione di nuove categorie logico-linguistiche. La
tridimensionalità non basta più.
Il linguaggio del deserto
Luomo monoteista è ridotto al silenzio: al silenzio
della lettura del testo sacro. Rimpicciolito alla sua dimensione di homo
(derivato lat. humus, terra), confrontato al *deiwos (la forma indoeuropea per dio
significava luminoso, celeste), vive nellimpotenza di
figurarsi il suo dio: siccome non lo può nominare, non lo può immaginare e dunque
rappresentare.
Laniconismo ebraico da cui sono derivati quello
paleocristiano e quello musulmano parte da un divieto esplicito che è prima di
tutto linguistico, e dunque logico: Yahvè (che significa Egli è in ebraico)
è il nome di Dio che più frequentemente ricorre nellAntico Testamento; si scrive
YHWH, ed è impronunciabile. Quel nome scritto che nome non è e che denota casomai
lEnte in quanto tale non ha il diritto di essere pronunciato.
Rotto lincanto del dio a portata di voce, infranta la magia di
questa continuità-contiguità, luomo comprende che, per raggiungere il Dio unico,
ha bisogno di una nuova dimensione: il trascendente, la quarta dimensione della
meta-fisica. Per crearla deve dimenticare se stesso, lo spazio che lo contiene, tornare
là dove lo spazio indefinito toglie spazio a ogni altra forma vivente, a ogni
manifestazione concreta dellumana azione: il deserto. Là le linee sono nette: non cè
possibilità di confusione, ogni cosa trova un suo posto perché non cè spazio per
altro. Terra e cielo disegnano lorizzonte: quello è il luogo delluomo,
schiacciato dallorizzontalità delle due linee che si toccano. Al Dio spetta tutto
il resto, quellascissa che, partendo dai piedi delluomo, attraversa il suo
corpo per sfrecciare nelle altitudini della volta celeste e perdersi delleternità.
La quarta dimensione quella che riproduce la pulsione delluomo
al sublime, allassoluto, si manifesta nel non-luogo per eccellenza che è il
deserto. Come scrive Edmond Jabès, È solo nel deserto, nella polvere delle nostre
parole, che la parola divina poteva rivelarsi. Nudità, trasparenza di una parola che
dobbiamo ogni volta ritrovare per sperare di parlare. Lerranza crea il deserto. [
]
La parola ha diritto di cittadinanza solo nel silenzio delle altre parole. Parlare è
innanzitutto appoggiarsi su una metafora del deserto, è occupare un vuoto, uno spazio di
polvere o di cenere, in cui la parola vittoriosa si offre nella sua nudità affrancata.5
Il Dio della Bibbia ha creato il mondo e allo stesso tempo il
linguaggio per chiamare ogni suo elemento. Dio crea parlando, parla creando.
Il Verbo è allorigine di tutto. Ciò che non ha nome non esiste. Dio è puro ente,
è tutto e niente, non può avere nome perché non deve essere chiamato. Esiste nella sua
ineffabile lontananza e basta. Dio non solo crea le cose e i nomi delle cose: crea per
sempre larbitrarietà del linguaggio. La parola delluomo è incapace di
coincidere con la Parola divina. Significato e significante sono separati per sempre: solo
in Lui coincidono. Nel grido originario, simbolo della rottura tra il Verbo divino e la
nostra parola, si manifesta la perdita di armonia tra uomo e universo. Ecco nascere dunque
il linguaggio come noi lo conosciamo, dualistico in ogni suo aspetto: specchio fedele di
una frattura ormai consumata.
La metafora come trasgressione
Il nuovo linguaggio che simbolicamente così nasce ubbidisce
alla Legge delle scritture: ma se il silenzio è linizio e la fine di ogni processo
umano, è pur vero che potente è lo stimolo a reagire ad esso. E proprio la presenza di
una Legge scritta favorisce ogni sorta di trasgressione. La trasgressione linguistica par
eccellence è la metafora. Metafora della Parola divina che diventa a sua volta metafora
matematica, algebrica, musicale, artistica nelle culture segnate dai tre grandi
monoteismi. Per sfuggire allaniconismo e alle interdizioni linguistiche, i codici
espressivi delluomo si sono raffinati, specializzati, e tutto per cercare le parole
(o i numeri, o le formule matematiche, o le armonie musicali) per dire, senza dirla, la
trascendenza, per reificare quel Dio ormai silenzioso e distante, per trovarGli un
impossibile spazio umano, per ricondurLo a coordinate familiari e
rassicuranti.
La metafora (dal greco metaphérein, portare oltre), che
sembra regolare il processo linguistico-espressivo e creativo delle culture monoteistiche,
ha un funzionamento opposto a quello dellaccumulazione metonimica politeistica. La
metafora opera uno spostamento di significato agendo sul rapporto di somiglianza
tra due termini: maggiore è la distanza semantica tra due termini, maggiore sarà leffetto
metaforico che si otterrà; nella metonimia, un termine conduce a un altro per
contiguità.
Legate a un inevitabile schema spaziale verticale/orizzontale, caro
alla concezione antropocentrica del linguaggio, la metafora da un lato (che opera sullasse
verticale, paradigmatico, di selezione: si sceglie oro invece di biondo;
Signore invece di Dio) e la metonimia dallaltro (che agisce
sullasse orizzontale, sintagmatico, di combinazione: si sceglie vela per
nave, bocca per persona) sono i due assi che
presiedono alla formulazione di ogni frase del linguaggio umano.
Ogni epoca, ogni stile, ogni forma espressiva e artistica (non solo
linguistica) opta di volta in volta tra un andamento più metaforico e uno più
metonimico. Il linguaggio della trascendenza è per natura fortemente simbolico e dunque
metaforico. La metafora dà modo di parlare di ciò di cui non si può parlare; è un
traghetto che può avvicinare lespressione umana a qualcosa che non si arriva a dire
o che, più semplicemente, non si può dire per via di qualche specifica
interdizione.
È interessante ricordare, per fare un esempio, la storia del termine
serpente nelle lingue romanze: Il nome indoeuropeo più antico [per
serpente] è quello che sta allorigine del greco óphis, latino anguis. Ma nel
latino cristiano il serpente era per antonomasia il tentatore, e così il suo nome è
stato sostituito con una perifrasi innocua, colui che striscia (latino
serpens).6
La sublimazione artistica e quella scientifica
Cè forse un meccanismo oscuro e profondo che regola la
gestione dellinterdizione al divino nelle sue forme, e che porta alla
metaforizzazione del contenuto divino per aggirare quel divieto? Che cosa spinge un
artista ebreo a diventare musicista o pittore astratto, o un musulmano a darsi allarchitettura
o alla poesia? Si può considerare naturale che ciò avvenga tanto spesso?
Alla base di tutto, sembra esserci un meccanismo analogo a quello
della sublimazione, di quella procedura del tutto inconscia che porta un essere umano a
distogliere alcune sue energie primarie (per Freud quelle sessuali) per
concentrarle su altre attività di tipo superiore (la ricerca scientifica o la creazione
artistica). Si tratterebbe però di una forma particolare di sublimazione: di quella che,
in termini psicoanalitici, si definisce scopofilia (dal greco skopêin, guardare)
o voyeurismo che, in altre parole, è una sorta di sostituzione, quella stessa che induce
il cieco a sviluppare in maniera straordinaria gli altri quattro sensi in mancanza di
quello principale, la vista. Lo sguardo, relazione intenzionale con gli altri e con
lorizzonte vissuto, può, nellassenza della funzione visuale, prendere in
prestito vie compensatrici, passare per la punta attenta delludito o per lestremità
delle dita. Infatti, per sguardo si deve intendere meno la facoltà di raccogliere
immagini che di stabilire una relazione.7
Lessere umano, non potendo guardare loggetto del suo
desiderio, e dunque non potendogli dare un nome, cerca di riprodurre lOggetto negato
al suo sguardo sotto unaltra forma. Ma ciò che locchio non vede, la parola
non può pronunciare: Lo sguardo vuol diventare parola, accetta di perdere la
facoltà di percepire immediatamente per acquistare il dono di fissare più durevolmente
ciò che lo fugge. In compenso, la parola cerca spesso di cancellarsi per lasciare via
libera a una pura visione, a unintuizione perfettamente dimentica del brusio delle
parole.8
Tutto ciò nasconde un desiderio, un desiderio sempre negato: quello
di creare una relazione con il divino: ma quale relazione è possibile tra luomo
e un Dio che si nega allo sguardo?
1 Si veda Giorgio Raimondo Cardona, I sei lati del mondo,Laterza, 1985, p. 44-45.
2 Vladimir N. Toporov, Per una semiotica dello spazio,in Intersezioni, 1983, 3, pp. 595-596.
3 Ibidem, p. 596 nota 13.
4 Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Potere, diritto, religione, Einaudi, 1976, pp. 426-429.
5 Edmond Jabès, Du désert au livre, Belfond, 1991, p. 101(traduzione mia).
6 Giorgio Raimondo Cardona, La foresta di piume. Manuale di etnoscienza, Laterza, 1985, p. 141.
7 Jean Starobinski, Locchio vivente, Einaudi, 1974, p. 8.
8 Ibidem, p. 8.
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