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Annata 2006 @ segnala a un amico


Il castello interiore
     di Biancamaria Bruno


Era un pomeriggio d’estate e mi dirigevo tranquilla verso il centro della città. L’aria era pulita, trasparente, lavata dall’acquazzone delle tre. La rotondità candida delle nuvole che passavano veloci attenuava il calore del sole.
Era già qualche mese che mi trovavo a Salisburgo per ragioni di studio. Una città incantata che percorrevo a piedi in lungo e in largo.
L’università, un fabbricato bianco, bruttino, squadrato, ma circondato da una distesa di prato verdissimo, si trovava a sud-est della città, fuori dai percorsi turistici. Da una certa finestra della biblioteca, si dominava una conca verde e pianeggiante e, sullo sfondo, una corona di montagne, ravvicinate dall’aria limpida.
Quel giorno avevo in mente di andare a fare un po’ di spesa in un negozietto adocchiato dall’autobus qualche giorno prima, e poi di proseguire a piedi verso il centro della città, dove si trovava la stazione ferroviaria. Abitavo fuori, il mio treno della sera partiva alle 19,14. Il negozio in questione, molto vicino all’università, si trovava nel quartiere di Nontal che è sovrastato dal grande Monchsberg, il monte su cui sorge la famosa fortezza di Hohensalzburg. Scavalcando la montagna, pensavo, avrei raggiunto la stazione dritto per dritto, senza dover circumnavigare il perimetro della montagna.
Fatte le mie poche provviste, esercitato il mio tedesco stentato, mi misi dunque in cammino, inerpicandomi su, verso il lato più basso del Monchsberg. Una stradina stretta, un po’ tortuosa, piena di belle case nascoste dalla vegetazione e da alti muri di cinta.
Mi fermai un momento per riprendere fiato e per guardarmi intorno. Sulla sinistra c’era un arco che dava su un cortile, proprio a ridosso della zona più ripida del Monchsberg. Nulla impediva il mio passaggio. All’interno del cortile, stretto tra muri alti e austeri, c’era un cancello severo ermeticamente chiuso e vicino una porticina di legno con una maniglia di ferro battuto. Girai dolcemente la maniglia.

Entrai. La chiesa era vuota, fresca e immersa nella penombra, il sole filtrava dalle vetrate colorate delle finestre alte e strette. Il solito gotico austriaco, in cui il bianco contrasta con le cancellate in ferro battuto e con i colori accesi e quasi infantili degli arredi sacri. Mi guardai intorno, meravigliandomi del fatto che, là dove generalmente ci si aspetta di vedere l’organo, cioè sopra all’entrata principale, si ergesse invece una cancellata impenetrabile, fittissima, quasi una grata, e che, al di sotto, non ci fosse traccia di un portale.
La chiesa aveva in apparenza solo quell’entrata laterale, quella porticina di legno dalla quale ero passata io.
Mi misi a sedere su una panca di legno scuro a gustarmi la pace di quel rifugio appena scoperto. Strana chiesa in un posto scomodo, in cima a una salita, eppure non certo trascurata: fiori freschi, panche lucide. Un luogo misterioso e quasi inaccessibile, al riparo dal frastuono della città e che invitava a sospendere ogni pensiero materiale.

Nel torpore del crepuscolo mi sembrò perfino di sentire un canto. Ma no, erano le campane, le campane dei vespri che, tacendosi, mi lasciarono una sensazione di vuoto nello stomaco.
Era invece proprio un canto quello che si alzò poco dopo, un coro, un inno, un bagno di musica sacra che si dipartiva da dietro quella grata impenetrabile, vietata allo sguardo umano. Voci femminili pure e compatte, odorose e angeliche o forse magiche, ma certo non di questo mondo. Tanto armoniose che non riuscivo a capire quante potessero essere. Un coro che diventa uno, una molteplicità che diventa singola, unica.
Quelle erano suore di clausura. Nessuno sguardo terreno avrebbe mai potuto sfiorare quei volti, toccare quel mondo chiuso per sempre. Quello era l’ergastolo felice del castello della solitudine. Il deserto della vita mondana. Mi tornarono in mente le parole di Teresa d’Avila – “Vista la grande clausura e i pochi svaghi che avete, sorelle mie, vi consolerà compiacervi di questo castello interiore poiché, senza licenza delle superiori, potrete entrarvi e passeggiarvi a qualunque ora…”
E quel canto era il loro essere al mondo, la manifestazione lieve eppure grandiosa della loro presenza, il ponte tra l’eternità e la vita di ogni uomo. Vivi per pochi minuti al giorno, quegli esseri incorporei lasciavano una traccia grazie alle loro voci, indicavano un percorso unico ma inaccettabile ai più.
Per chi intonate il vostro canto? Per celebrare la grandezza di Dio? No, per gli uomini, solo per gli uomini.

Poi, tutto tornò come prima. Le voci si tacquero. Nessun rumore di sedie smosse, nessun fruscio di vesti, non un sussurro. Il silenzio del castello interiore tornò a inghiottire tutto – il canto e le misteriose abitanti di quel luogo.
Non mi restava che andare a prendere il treno per tornare a casa.

 

P.S. La Kirche Mariae Himmelfahrt, la chiesa dedicata all’Assunta, si trova all’interno del Monastero delle monache benedettine di Nonnberg, fondato a Salisburgo nel 715 dal vescovo san Ruperto. Si tratta della più antica clausura femminile di lingua tedesca.
Il CD della Parnassus Gregorian Chant: Early Recordings contiene una rara incisione degli anni Trenta delle monache di clausura di Nonnberg.

 

 

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