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Era un pomeriggio d’estate e mi dirigevo tranquilla
verso il centro della città. L’aria era pulita, trasparente, lavata
dall’acquazzone delle tre. La rotondità candida delle nuvole che passavano
veloci attenuava il calore del sole.
Era già qualche mese che mi trovavo a Salisburgo per ragioni di studio. Una
città incantata che percorrevo a piedi in lungo e in largo.
L’università, un fabbricato bianco, bruttino, squadrato, ma circondato da una
distesa di prato verdissimo, si trovava a sud-est della città, fuori dai
percorsi turistici. Da una certa finestra della biblioteca, si dominava una
conca verde e pianeggiante e, sullo sfondo, una corona di montagne, ravvicinate
dall’aria limpida.
Quel giorno avevo in mente di andare a fare un po’ di spesa in un negozietto
adocchiato dall’autobus qualche giorno prima, e poi di proseguire a piedi verso
il centro della città, dove si trovava la stazione ferroviaria. Abitavo fuori,
il mio treno della sera partiva alle 19,14. Il negozio in questione, molto
vicino all’università, si trovava nel quartiere di Nontal che è sovrastato dal
grande Monchsberg, il monte su cui sorge la famosa fortezza di Hohensalzburg.
Scavalcando la montagna, pensavo, avrei raggiunto la stazione dritto per dritto,
senza dover circumnavigare il perimetro della montagna.
Fatte le mie poche provviste, esercitato il mio tedesco stentato, mi misi dunque
in cammino, inerpicandomi su, verso il lato più basso del Monchsberg. Una
stradina stretta, un po’ tortuosa, piena di belle case nascoste dalla
vegetazione e da alti muri di cinta.
Mi fermai un momento per riprendere fiato e per guardarmi intorno. Sulla
sinistra c’era un arco che dava su un cortile, proprio a ridosso della zona più
ripida del Monchsberg. Nulla impediva il mio passaggio. All’interno del cortile,
stretto tra muri alti e austeri, c’era un cancello severo ermeticamente chiuso e
vicino una porticina di legno con una maniglia di ferro battuto. Girai
dolcemente la maniglia.
Entrai. La chiesa era vuota, fresca e immersa nella
penombra, il sole filtrava dalle vetrate colorate delle finestre alte e strette.
Il solito gotico austriaco, in cui il bianco contrasta con le cancellate in
ferro battuto e con i colori accesi e quasi infantili degli arredi sacri. Mi
guardai intorno, meravigliandomi del fatto che, là dove generalmente ci si
aspetta di vedere l’organo, cioè sopra all’entrata principale, si ergesse invece
una cancellata impenetrabile, fittissima, quasi una grata, e che, al di sotto,
non ci fosse traccia di un portale.
La chiesa aveva in apparenza solo quell’entrata laterale, quella porticina di
legno dalla quale ero passata io.
Mi misi a sedere su una panca di legno scuro a gustarmi la pace di quel rifugio
appena scoperto. Strana chiesa in un posto scomodo, in cima a una salita, eppure
non certo trascurata: fiori freschi, panche lucide. Un luogo misterioso e quasi
inaccessibile, al riparo dal frastuono della città e che invitava a sospendere
ogni pensiero materiale.
Nel torpore del crepuscolo mi sembrò perfino di sentire un canto. Ma no, erano
le campane, le campane dei vespri che, tacendosi, mi lasciarono una sensazione
di vuoto nello stomaco.
Era invece proprio un canto quello che si alzò poco dopo, un coro, un inno, un
bagno di musica sacra che si dipartiva da dietro quella grata impenetrabile,
vietata allo sguardo umano. Voci femminili pure e compatte, odorose e angeliche
o forse magiche, ma certo non di questo mondo. Tanto armoniose che non riuscivo
a capire quante potessero essere. Un coro che diventa uno, una molteplicità che
diventa singola, unica.
Quelle erano suore di clausura. Nessuno sguardo terreno avrebbe mai potuto
sfiorare quei volti, toccare quel mondo chiuso per sempre. Quello era
l’ergastolo felice del castello della solitudine. Il deserto della vita mondana.
Mi tornarono in mente le parole di Teresa d’Avila – “Vista la grande clausura e
i pochi svaghi che avete, sorelle mie, vi consolerà compiacervi di questo
castello interiore poiché, senza licenza delle superiori, potrete entrarvi e
passeggiarvi a qualunque ora…”
E quel canto era il loro essere al mondo, la manifestazione lieve eppure
grandiosa della loro presenza, il ponte tra l’eternità e la vita di ogni uomo.
Vivi per pochi minuti al giorno, quegli esseri incorporei lasciavano una traccia
grazie alle loro voci, indicavano un percorso unico ma inaccettabile ai più.
Per chi intonate il vostro canto? Per celebrare la grandezza di Dio? No, per gli
uomini, solo per gli uomini.
Poi, tutto tornò come prima. Le voci si tacquero. Nessun
rumore di sedie smosse, nessun fruscio di vesti, non un sussurro. Il silenzio
del castello interiore tornò a inghiottire tutto – il canto e le misteriose
abitanti di quel luogo.
Non mi restava che andare a prendere il treno per tornare a casa.
P.S. La Kirche Mariae Himmelfahrt, la
chiesa dedicata all’Assunta, si trova all’interno del Monastero delle monache
benedettine di Nonnberg, fondato a Salisburgo nel 715 dal vescovo san Ruperto.
Si tratta della più antica clausura femminile di lingua tedesca.
Il CD della Parnassus Gregorian Chant: Early
Recordings contiene una rara incisione degli anni
Trenta delle monache di clausura di Nonnberg.
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