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La libertà di movimento dei flussi finanziari a livello mondiale consente oggi alle grandi
imprese (meglio, alle grandi concentrazioni di capitali) multinazionali
di modificare profondamente la divisione del lavoro tradizionale.
La produzione materiale delle merci – che vanno per il mondo con il marchio delle grandi
multinazionali – viene in gran parte trasferita dai paesi sviluppati
alle aree del sottosviluppo, dove esistono “zone franche” (dette anche
zone industriali di esportazione) gestite in genere da appaltatori
locali che si servono di mano d’opera locale a basso costo, generalmente
priva di tutela sindacale. Il tutto con l’appoggio frequente dei governi
di questi paesi, motivato dalla speranza di ricavarne fattori di sviluppo.
Una nuova divisione del lavoro
La prima conseguenza di questa nuova divisione del lavoro su scala mondiale è un eccezionale
incremento degli utili realizzati dalle multinazionali, utili che in
parte vanno ad arricchire i grandi azionisti e in parte vanno a
finanziare le grandi campagne pubblicitarie che servono ad accreditare
prodotti ormai fabbricati altrove.
La seconda conseguenza di questa nuova divisione del lavoro riguarda i paesi già sviluppati,
dove chiudono sempre più le fabbriche di produzione e dove invece si
concentrano i servizi di distribuzione e di vendita dei prodotti
fabbricati dalla mano d’opera del Terzo Mondo, con l’effetto che il
mercato del lavoro nei paesi sviluppati è basato sempre più sui servizi
(il cosiddetto terziario) che per loro natura producono occupazione
precaria e volatile, con la diffusione non casuale di contratti a
termine, di part-time, di lavoro interinale. Ciò che ne soffre nelle
aree sviluppate è la coesione sociale, divorata dalla precarietà.
La terza conseguenza di questa nuova divisione del lavoro a scala planetaria è una crescente
manomissione dell’ambiente, e in genere degli equilibri naturali, dovuta
alla concentrazione della produzione in aree dove il controllo degli
equilibri naturali è reso difficile dal predominio di fabbriche inquinanti.
Una convergenza di interessi
La prima considerazione dal punto di vista delle forse sociali in campo è l’interdipendenza tra
gli effetti devastanti prodotti dalla new economy nelle aree del
sottosviluppo e in quelle sviluppate.
In altre parole, il disagio soprattutto giovanile diffuso in Usa e in Europa a causa della
precarietà del lavoro va nella stessa direzione della sofferenza dei
lavoratori delle cosiddette zone franche nei paesi sviluppati, per il
venir meno delle risorse economiche tradizionali. Una convergenza di
interessi e di controinteressi (un avversario comune) che potrebbe
configurare una sorta di alleanza internazionale per una soluzione
politica dei fenomeni devastanti sopra accennati. Un’alleanza
prefigurata dal Global Forum che spesso si scatena in tutto il mondo e
che comprende, a quanto pare, esponenti dei due interessi e valori calpestati.
In concreto, si tratta di raccogliere, sia pure selettivamente, le istanze dei movimenti
anti-global, per dare risposte politico-istituzionali alla crisi in
atto. Ciò richiede che i partiti politici intrattengano rapporti anche
di tipo pattizio con l’insieme dei movimenti e delle associazioni
monotematiche operanti nella società. È questo un requisito necessario,
non solo nell’ottica della globalizzazione, ma come condizione per
mettere insieme alleanze sociali di governo.
Ciò significa per di più dare nuovo slancio e più profonde radici all’alleanza tra le
sinistre di governo dei singoli paesi, attraverso un rilancio e
un’intensificazione dei rapporti nell’ambito del socialismo europeo e
dell’Internazionale socialista. E significa ancora coltivare
direttamente e tramite l’Internazionale socialista rapporti di
collaborazione e di intesa con partiti e governi del Terzo Mondo, come
si legge nelle Tesi congressuali elaborate dal Congresso dei Democratici
di Sinistra – Partito del Socialismo Europeo sotto la leadership di Piero Fassino (tesi n. 3).
Quali
programmi per una sinistra di governo?
Imporre una tassa sui trasferimenti finanziari a livello internazionale: la cosiddetta Tobin Tax.
Tassare più pesantemente le campagne pubblicitarie condotte dai marchi delle
multinazionali. Imporre il rispetto dei diritti umani e sindacali nei
paesi del Terzo Mondo oggetto dello sfruttamento da parte delle imprese
multinazionali. No alle barriere protezionistiche occidentali contro le
produzioni del Terzo Mondo.
Nei paesi sviluppati estendere, sia pure selettivamente, vecchie e nuove forme di tutela dei
lavori atipici. Ivi, offrire crescenti occasioni di formazione
professionale ai lavoratori soggetti a mobilità periodica. E ancora,
indennità di disoccupazione estesa a tutti i disoccupati.
Di fondamentale importanza, inoltre, l’introduzione di aiuti finanziari alle attività
non-profit, come alternativa al lavoro precario. Anche questa posizione
trova spazio nelle Tesi congressuali (tesi n. 9).
In generale, la discriminante principale tra destra e sinistra di governo dovrebbe
riguardare la politica internazionale, a fronte delle conseguenze
devastanti – nello sviluppo e nel sottosviluppo – di una globalizzazione
dell’economia non governata politicamente, ma abbandonata alla gestione
delle grandi multinazionali.
Sempre nella stessa area, è decisivo misurarsi, in positivo e in negativo, con
l’interpretazione che la destra americana attribuisce al ruolo di
superpotenza degli USA, non solo con la guerra in Iraq, ma anche, ad
esempio, con la sfida delle guerre stellari e con il rigetto della
Convenzione di Kyoto per lo sviluppo sostenibile.
Infine, nella politica interna, è essenziale la tutela del valore sociale del lavoro, che non è
solo una componente del mercato, ma un fattore di coesione sociale e di
esercizio dei diritti umani, come si legge nella Tesi n. 13 dei
documento congressuale dei DS.
Partiti e movimenti
Decisiva è comunque in politica interna la volontà di ribadire la responsabilità dello Stato in
tutte le sue articolazioni, nel fornire ai cittadini su basi egualitarie
l’istruzione, la sanità, la giustizia, la sicurezza, la laicità dello
Stato. In particolare si tratta di garantire l’indipendenza della
magistratura e la difesa della libertà di informazione.
L’insieme di questi obiettivi andrebbe inoltre valorizzato con il metodo delle elezioni
primarie, che servono a mettere in discussione la casta dei politici di
mestiere, offrendo uno spazio crescente all’impegno politico dei c.d.
movimenti: agli ambientalisti, ai consumatori, al volontariato laico e
religioso, ai sindacalisti, ai docenti universitari e a tutti coloro che
vivono ai margini della politica e sono disponibili a offrire ad essa il
proprio contributo.
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