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Annata 2005 @ segnala a un amico


Come governare il mercato globale
    di Federico Coen


La libertà di movimento dei flussi finanziari a livello mondiale consente oggi alle grandi imprese (meglio, alle grandi concentrazioni di capitali) multinazionali di modificare profondamente la divisione del lavoro tradizionale.
La produzione materiale delle merci – che vanno per il mondo con il marchio delle grandi multinazionali – viene in gran parte trasferita dai paesi sviluppati alle aree del sottosviluppo, dove esistono “zone franche” (dette anche zone industriali di esportazione) gestite in genere da appaltatori locali che si servono di mano d’opera locale a basso costo, generalmente priva di tutela sindacale. Il tutto con l’appoggio frequente dei governi di questi paesi, motivato dalla speranza di ricavarne fattori di sviluppo.

Una nuova divisione del lavoro

La prima conseguenza di questa nuova divisione del lavoro su scala mondiale è un eccezionale incremento degli utili realizzati dalle multinazionali, utili che in parte vanno ad arricchire i grandi azionisti e in parte vanno a finanziare le grandi campagne pubblicitarie che servono ad accreditare prodotti ormai fabbricati altrove.
La seconda conseguenza di questa nuova divisione del lavoro riguarda i paesi già sviluppati, dove chiudono sempre più le fabbriche di produzione e dove invece si concentrano i servizi di distribuzione e di vendita dei prodotti fabbricati dalla mano d’opera del Terzo Mondo, con l’effetto che il mercato del lavoro nei paesi sviluppati è basato sempre più sui servizi (il cosiddetto terziario) che per loro natura producono occupazione precaria e volatile, con la diffusione non casuale di contratti a termine, di part-time, di lavoro interinale. Ciò che ne soffre nelle aree sviluppate è la coesione sociale, divorata dalla precarietà.
La terza conseguenza di questa nuova divisione del lavoro a scala planetaria è una crescente manomissione dell’ambiente, e in genere degli equilibri naturali, dovuta alla concentrazione della produzione in aree dove il controllo degli equilibri naturali è reso difficile dal predominio di fabbriche inquinanti.

Una convergenza di interessi

La prima considerazione dal punto di vista delle forse sociali in campo è l’interdipendenza tra gli effetti devastanti prodotti dalla new economy nelle aree del sottosviluppo e in quelle sviluppate.
In altre parole, il disagio soprattutto giovanile diffuso in Usa e in Europa a causa della precarietà del lavoro va nella stessa direzione della sofferenza dei lavoratori delle cosiddette zone franche nei paesi sviluppati, per il venir meno delle risorse economiche tradizionali. Una convergenza di interessi e di controinteressi (un avversario comune) che potrebbe configurare una sorta di alleanza internazionale per una soluzione politica dei fenomeni devastanti sopra accennati. Un’alleanza prefigurata dal Global Forum che spesso si scatena in tutto il mondo e che comprende, a quanto pare, esponenti dei due interessi e valori calpestati.
In concreto, si tratta di raccogliere, sia pure selettivamente, le istanze dei movimenti anti-global, per dare risposte politico-istituzionali alla crisi in atto. Ciò richiede che i partiti politici intrattengano rapporti anche di tipo pattizio con l’insieme dei movimenti e delle associazioni monotematiche operanti nella società. È questo un requisito necessario, non solo nell’ottica della globalizzazione, ma come condizione per mettere insieme alleanze sociali di governo.
Ciò significa per di più dare nuovo slancio e più profonde radici all’alleanza tra le sinistre di governo dei singoli paesi, attraverso un rilancio e un’intensificazione dei rapporti nell’ambito del socialismo europeo e dell’Internazionale socialista. E significa ancora coltivare direttamente e tramite l’Internazionale socialista rapporti di collaborazione e di intesa con partiti e governi del Terzo Mondo, come si legge nelle Tesi congressuali elaborate dal Congresso dei Democratici di Sinistra –  Partito del Socialismo Europeo sotto la leadership di Piero Fassino (tesi n. 3).

Quali programmi per una sinistra di governo?

Imporre una tassa sui trasferimenti finanziari a livello internazionale: la cosiddetta Tobin Tax.
Tassare più pesantemente le campagne pubblicitarie condotte dai marchi delle multinazionali. Imporre il rispetto dei diritti umani e sindacali nei paesi del Terzo Mondo oggetto dello sfruttamento da parte delle imprese multinazionali. No alle barriere protezionistiche occidentali contro le produzioni del Terzo Mondo.
Nei paesi sviluppati estendere, sia pure selettivamente, vecchie e nuove forme di tutela dei lavori atipici. Ivi, offrire crescenti occasioni di formazione professionale ai lavoratori soggetti a mobilità periodica. E ancora, indennità di disoccupazione estesa a tutti i disoccupati.
Di fondamentale importanza, inoltre, l’introduzione di aiuti finanziari alle attività non-profit, come alternativa al lavoro precario. Anche questa posizione trova spazio nelle Tesi congressuali  (tesi n. 9).
In generale, la discriminante principale tra destra e sinistra di governo dovrebbe riguardare la politica internazionale, a fronte delle conseguenze devastanti – nello sviluppo e nel sottosviluppo – di una globalizzazione dell’economia non governata politicamente, ma abbandonata alla gestione delle grandi multinazionali.
Sempre nella stessa area, è decisivo misurarsi, in positivo e in negativo, con l’interpretazione che la destra americana attribuisce al ruolo di superpotenza degli USA, non solo con la guerra in Iraq, ma anche, ad esempio, con la sfida delle guerre stellari e con il rigetto della Convenzione di Kyoto per lo sviluppo sostenibile.
Infine, nella politica interna, è essenziale la tutela del valore sociale del lavoro, che non è solo una componente del mercato, ma un fattore di coesione sociale e di esercizio dei diritti umani, come si legge nella Tesi n. 13 dei documento congressuale dei DS.

Partiti e movimenti

Decisiva è comunque in politica interna la volontà di ribadire la responsabilità dello Stato in tutte le sue articolazioni, nel fornire ai cittadini su basi egualitarie l’istruzione, la sanità, la giustizia, la sicurezza, la laicità dello Stato. In particolare si tratta di garantire l’indipendenza della magistratura e la difesa della libertà di informazione.
L’insieme di questi obiettivi andrebbe inoltre valorizzato con il metodo delle elezioni primarie, che servono a mettere in discussione la casta dei politici di mestiere, offrendo uno spazio crescente all’impegno politico dei c.d. movimenti: agli ambientalisti, ai consumatori, al volontariato laico e religioso, ai sindacalisti, ai docenti universitari e a tutti coloro che vivono ai margini della politica e sono disponibili a offrire ad essa il proprio contributo.

 

 

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