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Il romanziere e lo storico
In realtà, non si tratta di conciliarle. Di fatto non è un caso che alcuni filosofi facciano oggetto di indagine le opere letterarie. Possono scrivere su Proust e la memoria, ad esempio, perché si trovano semplicemente di fronte a qualcuno il narratore, oppure il poeta che può dire qualcosa di interessante anche per loro, secondo le modalità espresse dal testo. Se un filosofo legge Cartesio è per cercare di capire nel modo più chiaro possibile che cosa pensasse sul meccanicismo. Invece quando, per esempio, Enzo Paci leggeva filosoficamente un poeta come Eliot, lo interpretava da filosofo e vi cercava un pensiero che non appariva immediatamente in superficie e più che delle soluzioni o delle teorie vi cercava delle contraddizioni, dei problemi. Potrei dire, in termini autobiografici, che ci sono certe cose che non mi sento di sostenere o di trattare in modo chiaro e definitivo in un saggio, mentre preferisco mettere in scena narrativamente il problema. Per semplificare ancora, se la saggistica lavora verso la risposta, la narrativa lavora in direzione della domanda e dunque si possono rivelare complementari. In merito ai suoi romanzi Lei si è sempre ispirato a una specifica epoca storica: il Medioevo dei Padri della Chiesa, i percorsi mistici dei Templari e dei Rosacroce, il Seicento delle grandi esplorazioni, ancora il Medioevo di Federico II e dei viaggi in Oriente. Centrale è sempre stata la dimensione religiosa (le dispute, le eresie, le reliquie), non meno di quella politica (la bramosia di potere, la conquista di nuovi regni). Non ha mai pensato che si potessero fare alcuni paralleli con la realtà sociale, politica e civile dei nostri giorni?
Innanzi tutto quello che mi affascina nello scrivere un romanzo è
passare, come mi è capitato sinora, minimo sei anni e massimo otto a cercare fonti e a
scoprire aspetti di un mondo lontano. Se dovessi scrivere una storia damore che ha
luogo nel presente, non avrei bisogno di fare alcuna ricerca e troverei la cosa
estremamente deludente, per cui in sostanza scrivo romanzi storici perché mi diverte di
più. A parte il fatto che Il pendolo di Foucault, anche se ha delle ampie panoramiche di
carattere storico, si svolge nel presente, dove a mio parere vengono toccati alcuni
problemi importanti del mondo politico attuale, come la sindrome del complotto e così
via. E quale delle due dimensioni storiche che affronta nei suoi romanzi, ovvero quella politica e quella religiosa, la appassiona di più sia in termini di ricerca delle fonti che in termini di rielaborazione narrativa? Non saprei. Qui dovremmo pensare a Il nome della rosa e a Baudolino, in cui mi sono trovato di fronte a due imperatori, a due tentativi di sottomettere i vari comuni italiani, in due epoche diversissime, al punto che quando mi sono messo a narrare avevo già la politica sul tavolo e non avrei potuto ignorarla. Invece il problema religioso dipende da alcune mie radici o da alcuni miei problemi, forse ancora irrisolti o scaturiti da antiche nostalgie per un mondo che poi ho lasciato, ma sul quale mi trovo estremamente competente, tanto da divertirmi a renderlo terreno di gioco narrativo. Mentre ne Lisola del giorno prima, che si svolge nelletà dellassolutismo e dove i problemi politici di allora sono abbastanza lontani dai nostri, non cè politica, se non nel fatto che a un certo punto appare Mazzarino. Viceversa Il pendolo di Foucault ritengo sia un libro di grande valore e impegno politico, in quanto ho sempre sostenuto che è una rappresentazione del fascismo eterno, alla base del quale ci sono radici occulte, la sindrome del complotto e così via. Mi è parso in sostanza di mettere in luce una mentalità che difficilmente porta a posizioni liberali e più facilmente a posizioni totalitarie. Tanto è vero che quando mi chiesero cosa mi aspettavo che dicesse il lettore alla fine di questo romanzo, risposi che sarei stato molto contento se a quel punto si buttava dalla finestra. Come a dire se il mondo è così, è meglio che me ne vada. Eppure in romanzi tanto diversi e distanti tra loro, sia per lambientazione storico-politica che per largomentazione filosofico-religiosa, è indubbio che esistano alcune figure ricorrenti come linganno, il falso, il complotto, da cui scaturiscono situazioni analoghe tra le varie storie come il giallo della morte, la conquista del potere o la missione inverosimile. Come sono maturate, allinterno della Sua narrativa, queste costanti tematiche che, guarda caso, hanno tutte a che fare con il problema della conoscenza? Certamente esistono alcuni temi come quello del falso, dellinchiesta che procede per sbaglio o della manipolazione dei dati che mi hanno filosoficamente sempre affascinato e sui quali ho scritto diversi saggi, indipendenti dai miei romanzi, per approfondire alcuni problemi filosofici che solo in un secondo momento ho affrontato in chiave narrativa. Proprio come filosofo mi sono a lungo occupato del problema della verità e ho scoperto che in fondo era interessante affrontarlo attraverso il suo supposto contrario, che è appunto il falso, in virtù di una vecchia tesi che ho talvolta sostenuto, ovvero che è molto facile dire se un quadro è falso conoscendo quello autentico, mentre è assai più difficile dire se lautentico è veramente tale. Questo è in sostanza un problema filosofico, che poi ho deciso di trattare narrativamente, ossia non cercando di dare delle risposte, ma di porre delle domande. Per altro possono esistere alcuni temi che fanno parte del vissuto o dellinconscio di un autore, ricorrendo come costanti talvolta ossessive, che poi prendono forma a seconda di una determinata poetica. Ad esempio ci possono essere due autori ossessionati dallincesto, per cui uno lo tratta secondo una poetica realista alla Moravia e un altro può trattarlo secondo una poetica surrealista o postmoderna. Proprio nel suo ultimo saggio Sulla Letteratura Lei argomenta le caratteristiche della narrativa postmoderna che sono state attribuite da alcuni critici ai suoi romanzi, e che Lei stesso teorizza nelle Postille al Nome della rosa. Queste caratteristiche, come la metanarratività, il dialogismo, il double coding e lironia intertestuale, hanno costituito per Lei una precisa scelta di poetica, oppure sono maturate nel corso della sua esperienza narrativa?
Innanzi tutto vorrei dire che il termine postmoderno me lo hanno
buttato addosso gli altri, benché io non abbia potuto protestare in quanto alcuni aspetti
della poetica postmoderna sono realmente presenti nel mio lavoro. Tuttavia bisognerebbe
fare chiarezza, per quanto possibile, sul concetto di postmoderno, se non altro per dire
che cè un postmoderno in architettura inventato da Charles Jenks, un postmoderno in
letteratura teorizzato da John Barth e un postmoderno in filosofia proposto da
Jean-Francois Lyotard e da altri che non ha nulla a che fare con i primi due, per una
sorta di strano equivoco terminologico che non si può sciogliere in questa sede.
Personalmente ho trovato nella tematica del postmoderno un modo interessante per
rivisitare la letteratura precedente attraverso procedimenti citazionistico-ironici. Ma se
ci pensiamo bene questo lo avevamo teorizzato nella seconda riunione del Gruppo 63,
quando due anni dopo nel 65, si diceva che ormai il romanzo sperimentale era
arrivato a un punto zero. Come in pittura si era arrivati alla tela bianca, in poesia alla
pagina vuota, in musica al silenzio, così anche nella narrativa si era raggiunto un point
of no return. Mi ricordo che Renato Barilli diceva di recuperare unavventura
altra, che non fosse quella tradizionale, ma al contrario fosse densa di nuove
sperimentazioni. Nel ricostruire storicamente i mondi dei suoi romanzi più volte Lei ha asserito di sperimentare personalmente le caratteristiche e le dimensioni tangibili di queste realtà attraverso viaggi, esplorazioni e ricerche. Eppure la sua narrativa è intrisa di aspetti immaginari, assurdi, surreali che sembrano non avere alcun nesso con una realtà storica o empirica. Esistono degli elementi puramente inventati, frutto di unoperazione di fantasia allinterno della sua opera narrativa?
Assolutamente no. Anche quelle cose che i miei lettori hanno trovato
più surreali, assurde o inverosimili, io le ho riscontrate nelle fonti, erano tutte vere.
Le faccio un esempio. Ne Lisola del giorno prima cè Padre Kaspar che per
studiare i satelliti di Giove si costruisce una strana bacinella piena di olio sulla quale
monta un treppiede con un telescopio, che naturalmente non può che provocare, con il
rollio della nave e il conseguente rovesciamento, una situazione da film comico di
Ridolini. Tutta questa macchina è stata descritta in una lettera di Galileo che ha
cercato di venderla agli olandesi, i quali saggiamente non lhanno comprata perché
avranno letto la sua lettera, come lho letta anchio. Infatti basta vedere
questa lettera per capire come ne possa uscire una scena comica, ma cè già tutto
lì, non occorre inventare nulla. Anche le stesse discussioni che fanno i miei personaggi
sul vuoto o su altri argomenti sono tutte documentate e non hanno nulla di inventato.
Quello che piuttosto cerco di fare è tirare fuori le cose più assurde dalla verità
storica, che poi metto in scena rendendole grottesche o paradossali. E allora sono storici
anche i mostri di Baudolino, non perché siano esistiti ma perché sono stati veramente
descritti dalle mie fonti.
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