|
|
Lettera Internazionale è partner di
|
|
Lettera Internazionale è socio CRIC
|
|
Collaboriamo con:
|
|
 |
|
 |
| |
Attualità di Ernesto Nathan, centanni dopo. E
perché? Ernesto Nathan è stato indubbiamente, come sindaco di Roma, uneccezione e
un pioniere, una sorta di eroe. Lobsolescenza degli eroi sarebbe
desiderabile, quando però la loro opera o il loro intento profondo risultassero compiuti.
Così non sembra per Nathan. Era nato a Londra. Parlava un italiano stentato e a tratti
improbabile, ma i suoi discorsi sono esemplari per concisione e praticità. Non era mai
stato un capo-partito o anche solo un deputato al parlamento. Eppure, centanni dopo,
dopo una lunga eclissi, è ancora davanti a noi.
È ancora attuale. Perché? Storici, economisti,
urbanisti, studiosi di varia estrazione e provenienza da Mario Sanfilippo ad
Alberto Caracciolo, Italo Insolera, Anna Maria Isastia, Giuseppe Barbalace, Vezio De Lucia
e molti altri hanno meritoriamente esplorato da ultimo il suo caso. Per quanto
riguarda i sociologi, la sua attualità ha anche un risvolto metodologico. È noto infatti
e comunemente accettato che la ricerca sociale empirica ha da essere orientata da un
apparato teorico-concettuale, pena la frammentazione e linsignificanza. Ma limpianto
teorico della ricerca non piove dalle nuvole né può dirsi nato belle fatto
ex
capite Jovis. La stessa formazione dei concetti sociologici, da non confondersi con quelli
filosofici quidditativi, o essenzialistici, ha bisogno della ricerca empirica, anche nelle
sue forme più slabbrate e apparentemente gratuite, per rinnovare e riorientare la teoria.
Come fu travolta la Roma di Nathan
Lincontro con Ernesto Nathan fu, in questo senso, reso
necessario quando, negli anni 60, studiavo le borgate romane con i miei primi
assistenti, Corrado Antiochia, Martino Ancona, Armando Catemario; più tardi, con
Simonetta Piccone Stella e Gianni Statera, e più tardi ancora con Marcello Santoloni,
Marcello Lelli, Maria Michetti e Maria Macioti, autrice, questultima, dellottimo
studio monografico, Ernesto Nathan, un sindaco che non ha fatto scuola. Di fronte a una
delle più dolenti frange periferiche del mondo, che non aveva nulla da invidiare alle
favelas brasiliane, alle villamiserias argentine, alle poblaciones del Cile o alle
barriadas del Perù, linterrogativo che si poneva ai ricercatori era semplice e
disarmante: come mai? Perché la città si è sviluppata a macchia dolio? Come mai
è mancata unidea di città? In altre parole, almeno per cominciare, un piano
regolatore?
Ernesto Nathan, il sindaco di Roma che per primo aveva posto mano a
un piano regolatore generale in senso proprio e che per questo era stato combattuto e
sconfitto dal blocco edilizio guidato soprattutto dallaristocrazia papalina, detta
anche nera, si imponeva alla nostra attenzione. Non per
caso, pubblicato dopo lunghe discussioni con Vito Laterza il libro Roma da capitale a
periferia, si riparlava anche del pioniere Ernesto Nathan, in uno spirito
multidisciplinare, insieme con Ludovico Quaroni, Roberto Villetti, Marco Pannella
e altri.
Dobbiamo agli storici pregevoli studi, meticolosi e illuminanti,
intorno al contesto dellopera di Ernesto Nathan e delle sue iniziative
razionalizzanti, in aperto contrasto con la prospettiva essenzialmente paternalistica e
caritativa, in realtà discrezionale, delle forze sociali, economiche e politiche
dominanti dellepoca.
Correvano i tempi dellItalietta giolittiana, i primi tre lustri
del nuovo secolo, il secolo XX, la guerra libica, la vigilia della Prima guerra mondiale,
quando la belle époque doveva bruscamente e tragicamente interrompersi per
restare come il vago ricordo di una non raggiunta saturnia
aetas nellimmaginario collettivo europeo. Con la fine dellamministrazione
Nathan, travolta dalle divisioni interne ma soprattutto dalla velenosa polemica della
Civiltà Cattolica e dalla violenta opposizione dei potentati economici parassitari,
legati alla rendita e al Vaticano, Roma doveva conoscere unesplosione di sviluppo
edilizio selvaggio, che ne avrebbe alterato per sempre lo stile di vita di tranquilla
città storica, sede del governo italiano, ma prima ancora sede di una delle più
organizzate fra le tre religioni monoteistiche universali. Una doppia capitale, dunque, ma
una doppia capitale che, nelle mani degli speculatori, si avviava a essere uninsignificante,
caotica periferia
La speculazione edilizia allinsegna del Vaticano
Dopo aver contribuito in maniera decisiva a farlo cadere, il
dopo-Nathan segna una fase in cui gli interessi direttamente o indirettamente legati al
Vaticano si scatenano sulla scia dellepoca umbertina e delle frenetiche iniziative
edilizie di Mons. De Merode. I sindaci che si segnalano, alla fine della Seconda guerra
mondiale, sono Salvatore Rebecchini e Amerigo Petrucci. Gli strumenti tecnico-operativi e
finanziari sono nelle mani della Società Generale Immobiliare, gestita da uomini di
fiducia del Vaticano. La speculazione edilizia celebra i suoi trionfi passando attraverso
un triplice anello costituito da borgate, borghetti e baracche.
Non solo non rispetta il verde pubblico. Nella Via Tuscolana, per
esempio, mangia anche i marciapiedi. Sembra quasi naturale, comprensibile se
non legittimo, che i piani regolatori vengano opportunamente alterati in base alle
esigenze degli interessi dominanti. Più che la capitale del capitale, come è
stato detto, Roma resta la capitale della rendita una rendita statica,
fondamentalmente parassitaria. Non fa meraviglia che qui si sia formato e funzioni un
blocco politico edilizio in difesa della rendita. È lo stesso blocco contro cui si
batteva Ernesto Nathan. I modi per la mutazione e lo svuotamento dei piani regolatori sono
tre: a) la variante; b) la deroga; c) labusivismo, a volte, anche a sinistra,
paradossalmente celebrato come lespressione genuina dellimmaginazione e della
creatività popolare. Viene alla mente, per atroce ironia, il saggio di Georg Simmel sullEstetica inintenzionale dei tetti di Roma (v. La Critica sociologica). Le amministrazioni comunali
sono di unarrendevolezza commovente. Rare le eccezioni: il breve mandato (due anni)
del moroteo Glauco Della Porta; forse il centro-sinistra prematuro e inefficiente del
fanfaniano Clelio Darida. Lattualità di Nathan è sottolineata ancora oggi dalle
insufficienze, se non dal relativo fallimento, delle giunte di sinistra: dalla soluzione
dellesclusione sociale e dellemarginazione delle borgate mediante una nuova
segnaletica quella che chiamerei volentieri la soluzione semiologica
voluta dal mio indimenticabile amico Luigi Petroselli, e la soluzione estetica
come anestesia di massa, in tutto degna degli zampilli a geometria variabile di Villa dEste
a Tivoli e delle faraoniche, cardinalizie feste con fuochi di artificio della
Roma barocca, che però, per quanto godibili, non possono far dimenticare le
questioni sociali aperte. Questioni non di oggi soltanto. Questioni che vengono
da lontano.
Come in altra sede più volte mi è accaduto, torna insistente la
domanda: ma dove sono gli urbanisti, gli architetti, i sociologi urbani, gli specialisti e
i tecnici che studiano, analizzano, progettano e ipotizzano il futuro del fenomeno urbano?
Questa domanda mi è tornata più volte alla mente durante le nostre
ricerche su Roma. Lho posta spesso, a volte con il candore dellignoranza a
volte con limpazienza dellindignazione provocatoria, ai miei collaboratori e
anche ai sociologi urbani ortodossi. Sono convinto che vi sia nelle tecniche degli
specialisti qualche cosa che va ben al di là del momento tecnico. Lungi dallessere
un semplice specialista neutrale, il pianificatore urbanista svolge, lo voglia o meno, un
preciso ruolo politico. È probabile che una crescente consapevolezza di questo ruolo, sia
pure implicito, potrebbe avere effetti positivi anche sul lavoro tecnico. Esiste, in altre
parole, un ineliminabile elemento politico nei processi di pianificazione urbana. Non
dispongo per ora di pezze dappoggio empiriche per verificare con rigore questo
assunto essenzialmente ipotetico. Qui di seguito mi limito a pochi, scarni cenni.1
Per unanalisi dei piani regolatori
Cercherò di descrivere, in maniera forzatamente sommaria, i primi
lineamenti di una ricerca cui da tempo vengo pensando e che riguarda sostanzialmente lelemento
politico nei processi che si presentano e si vogliono neutralmente scientifici
di pianificazione urbana, con particolare riferimento ai Piani regolatori generali
(PRG) della città di Roma. Attraverso un riesame critico, che non si limiti né alla pura
forma giuridica né a quella tecnico-urbanistica, non dovrebbe riuscire impossibile
ricavare dalle linee fondamentali e dallo stesso faticoso iter di questi PRG la funzione e
il ruolo del pianificatore dellarea urbana, inteso come agente sociale importante.
Già nella seconda Prefazione al mio volume Roma da capitale a
periferia2 notavo come, per renderci conto di alcuni fondamentali problemi di Roma,
sarebbe stato sufficiente ripercorrere liter dei Piani regolatori della città, dal
primo, approvato dal Consiglio comunale nel 1873, a quello odierno. Sono piani per lo più
a rimorchio della spinta speculativa, incapaci di regolare lampliamento razionale
della città, definendone in anticipo le zone di diffusione e portandovi i servizi
essenziali (rete viaria e fognature), e pronti invece ad accodarsi, con deroghe e
sanatorie più o meno sommarie, alla iniziativa privata valorizzando con i servizi
pubblici quei terreni in cui erano sorte le costruzioni, nella convinzione che sarebbe
stato poi il Comune a renderle abitabili.
Questo tema di ricerca offre, per una trattazione approfondita, due
possibilità: in primo luogo, dedurre le linee fondamentali rintracciabili nei PRG,
succedutisi lungo larco di un intero secolo, in base a un esame di prima mano dei
documenti relativi a essi, allo scopo di pervenire a uninterpretazione di natura
critica con riguardo alle versioni più accreditate: in questo caso, lanalisi giunge
a una lettura dei PRG di Roma come pattuizioni contrattuali tra le forze dominanti
(secondo unimpostazione che ricorda la Group Theory della politologia americana),
versione, questa, della quale Insolera3 ha fatto la sua ipotesi di lavoro, muovendo dallottica
tipica di un intellettuale urbanista, in sé legittima, ma riduttiva dal punto
di vista sociologico, poiché di fatto analizza parzialmente la
contraddizione fra intellettuali (certi intellettuali) e potere dominante; in secondo
luogo, assumere come punto di partenza la conduzione sociale e le espressioni politiche di
quanti sono stati, e sono tuttora, considerati dalle forze dominanti come soggetti alle
loro scelte, allo scopo di individuare se, come, quando e quanto sia emersa una
presenza
democratica dal basso tale da inserirsi tra le forze in campo con una sua autonoma
capacità di progettazione, scelta e decisione; ciò comporterebbe necessariamente lanalisi
della struttura del potere e dei rapporti di potere a Roma, da verificare puntualmente
lungo il percorso (dietro e al di sotto degli atti ufficiali) del PRG: analisi e verifica,
come è evidente, di grande complessità.
Qui mi limito a offrire qualche elemento che possa eventualmente
servire alla formulazione di ipotesi di lavoro specifiche, idonee a gettar luce sui
meccanismi della pianificazione territoriale e su quegli elementi di natura politica che
spesso si nascondono dietro le formulazioni scientifiche del linguaggio specialistico.4
Il blocco edilizio per una capitale anomala
A Roma, probabilmente con maggiore chiarezza che in altre realtà, il
ruolo del pianificatore urbanista si confronta direttamente con il blocco edilizio,
vale a dire con quella formazione politica e sociale (potere economico, nelle due
componenti della proprietà dei suoli edificabili e dei capitali necessari alledificazione,
da una parte, e potere decisionale, amministrativo-statuale, dallaltra) che, proprio
a Roma, ha determinato in modo esclusivo le modalità e i tempi di espansione dellorganismo
cittadino.
È un fatto che a Roma non si sono prodotte contraddizioni allinterno
delle forze economiche e finanziarie tra spinte tendenti allinvestimento nella
produzione di case e spinte verso attività industriali che, per la solidità del
programma produttivo ancor più che per lampiezza delle dimensioni, avrebbero potuto
conferire alla città le caratteristiche proprie delle metropoli degli Stati moderni,
basati o meno su rapporti capitalistici di produzione. Il potere politico, daltro
canto, sia come espressione delle forze
dominanti nella città, sia riferito allintera area nazionale, ha avuto come suo
unico obiettivo quello di concorrere a confermare le anomalie strutturali di Roma
capitale.
Non è nostro compito introdurci nella discussione se sia stata
prioritaria la scelta politica di tener lontano dalla città capitale il proletariato
industriale (la Comune di Parigi è pur sempre contemporanea alla breccia di Porta Pia) o
se sia stata la grande massa di profitti raccolta rapidamente e senza rischio attraverso
le attività edificatorie, esplose in una città che ormai da decenni rispecchiava nella
sua immobilità il rigor mortis dello Stato pontificio, a scoraggiare decisamente il
capitale a imboccare altre vie di accumulazione meno lucrose e più esposte allincertezza
degli esiti. Sta di fatto che il territorio del Comune di Roma è da oltre un secolo area
privilegiata di unalleanza tra patrimonio fondiario e capitale finanziario; e che
tale alleanza si rinnova quotidianamente ancora oggi, quando non operano più gli stati di
necessità dovuti al dilatarsi della popolazione, sia per il flusso immigratorio che per laccrescimento
naturale. Oggi, infatti, la funzione che era propria delle spinte demografiche è assolta
dal dilatarsi dei processi di terziarizzazione della città.
Il fatto che Roma sia divenuta unimprobabile e anomala capitale
del capitale, ossia una delle sedi dove assai rapido è il movimento di denaro a
livello mondiale, non contrasta, ma concorda, con le caratteristiche della città e, anzi,
le esalta. Le attività industriali di una qualche consistenza continuano a essere quasi
totalmente assenti entro i confini del Comune di Roma, che con i suoi 150 mila ettari ha
il territorio più vasto di ogni altra città italiana. Esse hanno trovato una loro
collocazione, sollecitata e favorita dal potere centrale, lungo la direttrice
Pomezia-Latina e costituiscono nel loro insieme unimportante realtà sociale e non
solo un fatto economico di rilievo. La separatezza di questa consistente area industriale
dalla città crea problemi anche al pianificatore urbanista, ma quei problemi presentano
sempre una costante: entro i confini del Comune è il blocco edilizio che conserva
vigorosamente il suo dominio.
La scelta della vicenda dei piani regolatori di Roma per definire una
possibile tipologia del pianificatore urbanista non è arbitraria e tanto meno di comodo.
Essa offre loccasione di osservare come tale figura giochi uno specifico ruolo di
mediazione intellettuale in una situazione assai semplificata di confronto-scontro tra
interessi privati e interesse collettivo.
La letteratura urbanistica più avveduta è ben consapevole del fatto
che a Roma si misura quello che abbiamo chiamato il confronto diretto fra pianificatore e
blocco edilizio. Essa è venuta rappresentando questa situazione con limmagine
delle due città, Roma e laltra Roma, giustamente evitando
rigide ed esclusive collocazioni di classe e prestando attenzione ai fattori ideologici,
ai processi storici, al complesso delle tensioni sociali. Essa, però, ci è apparsa e ci
pare a disagio nellacquisire coscienza di quello che le ricerche sociologiche su
Roma hanno individuato e definito come interfunzionalità economica e ideologica tra
le due città.
Lurbanistica retorica del fascismo
Il fascismo ebbe chiaro il fatto che a Roma esisteva unaltra
Roma da coprire, da temere, da esorcizzare. Per essa coniò il termine borgata,
quando costruì la prima, con limpegno diretto della mano pubblica, fin dal 1924, ad
Acilia a 15 chilometri dal centro cittadino. Allora Roma aveva 700 mila abitanti; qualche
anno dopo, quando si pubblicherà il PRG del 1931, la retorica del tempo festeggerà il
raggiungimento del primo milione.
Per certi aspetti drammatico si presenta il ruolo di almeno alcuni
degli intellettuali impegnati nelle commissioni che, attraverso un lavoro di dieci anni,
si troveranno coinvolti nella redazione del piano. Ci riferiamo soprattutto a coloro che
erano partiti dal proposito di non haussmanizzare (cioè, di non distruggere)
il centro storico rinascimentale, ma di rivalutarlo, alleggerendolo delle superfetazioni
che nei secoli successivi avevano soffocato singoli edifici e interi quartieri. Molti di
quegli intellettuali e tecnici furono costretti a eseguire o ad assistere in silenzio alla
distruzione di grandi parti della città, agli sventramenti e alla
costruzione, fuori della città, di una cintura di borgate e di baraccamenti. Gli
archeologi spesso apparvero sostenitori di quei progetti mentre gli architetti tentarono
di avanzare un dissenso: in realtà ambedue si presentano come strumenti passivi della
falsa retorica fascista, che fece da copertura mistificatoria agli interessi dei grandi
proprietari terrieri urbani e degli imprenditori che lucravano sia dagli sventramenti, che
isolavano i monumenti e valorizzavano oltre il prevedibile tutto ciò che restava di
costruito nel centro storico, sia dalledificazione degli insediamenti periferici,
che accrescevano il valore non solo dei terreni su cui si costruiva, ma anche di tutta la
corona di terre che si distendeva tra le borgate e la città.
Diversa si era presentata la situazione nei decenni immediatamente
successivi alla proclamazione di Roma capitale e al trasferimento in essa della Corte, del
Parlamento e del Governo. Scarsa era allora la consistenza di quella che abbiamo chiamato
laltra Roma. Non come dato quantitativo, poiché numeroso era il popolo
minuto e forti i flussi immigratori di plebi provenienti dalle campagne; difficile, però,
riuscì per essi imboccare le vie dellorganizzazione, della lotta, della presenza
politica. Manovali, carrettieri, operai, artigiani, che pure vennero coinvolti dal vortice
euforico delle febbri edilizie e dalle susseguenti e sconvolgenti crisi, poco
efficacemente potevano opporsi a chi manovrava le une e le altre.
In primo piano erano le forze legate strutturalmente alla Santa Sede,
insieme con il denaro fresco, italiano e straniero, che era affluito a Roma. Al di là
delle irriducibili incompatibilità politiche e ideologiche, dietro i portoni dei palazzi
nobiliari romani chiusi per lutto, dietro le iniziative contro i nuovi barbari
che si erano impadroniti della città, dietro le ingiurie anticlericali, fortissima si
strinse lalleanza tra tutti coloro che miravano ad avvantaggiarsi del prodigioso
svilupparsi ed estendersi delle strade e delle case, delle condotte per lacqua e per
le fogne, delle reti ferroviarie e dei trasporti cittadini.
In quel momento non cè in Italia una vera cultura urbanistica,
né un vero ruolo per la pianificazione urbana. È un campo in cui si presenta un ritardo
cospicuo rispetto ad altre parti dEuropa. Ci sono ingegneri, architetti,
amministratori che intervengono a livelli professionali e di sintesi assai inferiori
rispetto a quelli praticati altrove, di fronte a problemi analoghi a quelli che Roma
presentava.
Lo strumento della convenzione edilizia
In questa situazione lo strumento fondamentale per ledificazione
della città, preparato dai tecnici e sancito nei PRG, è quello della convenzione,
intesa come esplicita pattuizione in base alla quale al Comune spettava la costruzione dei
servizi indispensabili, come strade e fogne, e ai privati costruire le case da mettere a
frutto. Pressoché nullo fu il frutto del tentativo perseguito nel 1873 e poi nel 1907 di
acquisire demani comunali di aree da rivendere a prezzi maggiorati per le spese di
urbanizzazione, avendo come obiettivo quello di porre un freno al mercato speculativo
delle aree e quello di dare una casa anche ai ceti popolari. La grande, pionieristica
lezione di Nathan è stata, più che disattesa, totalmente dimenticata. Lalleanza
dei gruppi e delle famiglie, civili e religiose, risultò molto più forte e aggressiva.
In questa situazione i tecnici redassero le convenzioni, volta a volta mediando e
componendo gli interessi dei potenti padroni dei suoli e dei capitali.
Quando il proletariato urbano e masse consistenti di popolazione
cittadina sono in grado di esprimere lotte collettive di opposizione e di sostituire alla
subalternità culturale una nuova visione di sé e un nuovo ruolo per sé, il
pianificatore urbanista può proporsi e di fatto si è venuto proponendo
come agente di mobilitazione sociale: non solo su un piano politico e
propagandistico, ma sul terreno concreto della produzione culturale che gli è
propria. Mi riferisco alla presenza di questi intellettuali nelle lotte per la casa che a
Roma sono state particolarmente forti e ampie a metà degli anni Cinquanta e nel periodo a
cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Nella prima fase essi furono in qualche modo a
rimorchio o almeno in ritardo rispetto alle forze politiche di opposizione, che
denunciarono per prime e con forza le tendenze prevalenti nellurbanistica romana e
il regime di oligopolio dominante sul mercato delle aree e sui meccanismi finanziari e
politici che presiedevano allo sviluppo della città a macchia dolio.
Con un maggior grado di autonomia, alcuni gruppi di pianificatori
urbanisti sono intervenuti nel secondo periodo. Il loro campo di azione si è rivolto
soprattutto data anche la situazione legislativa in atto alle varianti del
PRG e ai piani particolareggiati di attuazione. Il riferimento è soprattutto alla
molteplice azione svolta per laumento degli spazi verdi: numerosi urbanisti hanno
studiato piani di recupero e di pubblicizzazione di aree libere o da liberare,
collegandosi a movimenti di massa e a organizzazioni ricreative, sportive, culturali,
seguendone e sollecitandone lazione, spesso dando ad esse contenuti nuovi e più
incisivi. Penso anche allazione di mobilitazione svolta in alcuni quartieri. Famoso
è stato il caso, ben noto anche fuori Roma, della denuncia e dellazione intrapresa
contro il pool di costruttori che hanno realizzato in pochissimo tempo il quartiere di
Magliana Nuova, utilizzando fino e oltre i limiti del lecito e del legittimo
le possibilità offerte dalle leggi, dai regolamenti, dai silenzi e dagli errori delle
disposizioni comunali.
Una sfida storica non raccolta
Oggi, anche Roma si trova, come del resto tutte le capitali del
mondo, di fronte a una sfida storica. La vecchia città industriale è finita. Stiamo
entrando in un tipo nuovo di società
dinamica, orizzontalmente dilagante, policentrica, come altrove ho cercato di dimostrare.5
Questi sviluppi non hanno però nulla di automatico, non
corrispondono alla logica di un sovrano ordine inintenzionale. Decisioni politiche,
interessi economici, valori morali, simboli storici e tensioni ideologiche si intrecciano
e segnano, talvolta tragicamente, il volto della città, ne determinano il destino.
Roma capitale dItalia non è mai stata amata dagli italiani. È
stata più subìta che voluta. Non abbiamo dovuto attendere per questo le tirate
maccheroniche o le invettive improvvisate dello sbevazzatore padano e dei suoi seguaci. I
piemontesi vi sono scesi da Torino, poi da Firenze, più da invasori che da compatrioti.
Theodor Mommsen non aveva tutti i torti nel domandare agli statisti piemontesi divenuti
ministri italiani. Che cosa farete a Roma? Non è possibile starsene a Roma senza
qualche grande idea.
Lidea non cè stata. Roma si è sviluppata senza unidea
che ne orientasse levoluzione. A Roma si è costruito. La speculazione edilizia ha
celebrato memorabili trionfi. Timorosi del formarsi di una classe operaia numerosa e
forse, col tempo, minacciosa, e spaventati dalle contemporanee esperienze sanguinose della
Comune di Parigi, lindomani della sconfitta di Sédan, Quintino Sella insisteva sullasse
Stazione TerminiVia Nazionale, mentre Giovanni Giolitti si preoccupava delleccessiva
concentrazione della burocrazia, per questo solo fatto resa più vulnerabile.
Oggi le sedi ministeriali sono allincirca trecento con oltre 60
mila dipendenti su una superficie di due milioni di metri quadrati. Le grandi idee sono
mancate. Forse la definizione attribuita a Francesco Saverio Nitti, che vedeva in Roma la
sola città medio-orientale priva di un quartiere europeo, è soltanto una battuta cattiva
e ingenerosa. Sta però di fatto che Roma solo recentemente ha avuto il suo auditorium
mentre la sua rete metropolitana è ancora ben lontana dallessere adeguata.
Per avere interventi significativi bisogna attendere occasioni
particolari: lEUR è sorto dove il fascismo contava di organizzare lesposizione
universale nel 1942; nel 1960 vi fu loccasione delle Olimpiadi; infine, i mondiali
di calcio del 1990.
Lo sviluppo di Roma procede a sussulti. Non è non è mai
stato, a ben guardare uno sviluppo razionale, dotato di un disegno, capace di
giustificarsi in senso generale, nel quadro di un interesse pubblico esplicito e come tale
percepito dalla popolazione romana nel suo insieme. È unespressione capricciosa,
intermittente, messa in moto dallerratico accumularsi delle accidentalità di una
lunga storia, ma anche da interessi famelici, appunto per questo frettolosi, con scadenze
tanto ravvicinate quanto angoscianti e legate a ragioni contingenti. Altrove ho osservato
che la struttura di Roma è ormai molto complessa, che non è più riassumibile in una
immagine semplice, se non addirittura dicotomica, che parlare di città e anti-città,
come era legittimo fare negli anni Sessanta, sfiora lo schematismo.6
Fra i rischi, notevole è quello che induce a considerare la baracca
e la baraccopoli come il prodotto di un sottosviluppo ormai superato, cosicché limpegno
di oggi consisterebbe solo nellesprimere obiettivi di programmazione del territorio,
di organizzazione delle strutture cittadine, di garantire luso collettivo di spazi e
beni precedentemente sottratti, di lavorare, insomma, nella convinzione che sia possibile
restituire la città a tutti i cittadini attraverso un mero sforzo di razionalizzazione.
Tutto questo potrà essere necessario, ma non è sufficiente. È unipotesi
che sottace, se non trascura, la forza e il dominio, tuttora forti, del blocco
edilizio. La formazione politica e sociale che da cento e più anni domina a Roma,
quellalleanza fra potere economico, nelle sue due componenti (proprietà dei suoli
edificabili e capitali per ledificazione) da una parte e, dallaltra,
potere
politico decisionale, è ancora viva. Il Campidoglio le è stato talvolta, per un certo
numero di anni, sottratto, ma i tavoli su cui ha potuto e può giocare sono numerosi. Oggi
non sono più le spinte demografiche a far da volano allespansione dellorganismo
cittadino. Sono i processi di terziarizzazione della città a garantire per altra via lapertura
di nuovi spazi sui quali il blocco edilizio può mantenere pretese e far
pesare ipoteche.
La triplice lezione di Nathan
Sembra evidente, anche sulla base di queste scarne notazioni, che la
lezione di Ernesto Nathan è ancora attuale. Lincontro con la sua figura e la sua
opera da parte dei sociologi romani è stato in apparenza casuale, determinato forse dal
fatto in sé banale che listituto di sociologia mono-cattedra dellepoca non
disponeva di fondi per la ricerca sul campo così che il nostro oggetto di ricerca
coincideva necessariamente con il capolinea degli autobus cittadini: Borgata Alessandrina,
Acquedotto Felice, Borghetto Latino, Villa Gordiani, e così via. Fu così che incontrammo
Nathan. Studiando la frangia estrema della città, ci domandavamo come mai la città si
fosse espansa a macchia dolio, seguendo la capricciosità e le accidentalità dei
potenti interessi della rendita fondiaria. Fu dunque un regalo delle circostanze. Ma si sa
che il caso, come qualcuno ebbe a dire, è solo il regalo di un dio misericordioso che si
vergogna della sua bontà.
Per tempo ci fu concesso di comprendere la triplice lezione di
Nathan: 1) il piano regolatore come strumento di lotta contro la speculazione edilizia e
la conseguente privatizzazione dei beni pubblici, in primo luogo del territorio; 2) le
attività di educazione continuativa fra le popolazioni dellAgro romano, in una
prospettiva non paternalisticamente caritativa, ma come promozione culturale e sociale
delle persone, secondo unispirazione liberale e mazziniana, ma anche, tenuto conto
dei legami di Nathan con lInghilterra, non lontana dal riformismo del socialismo
fabiano e di una democrazia dal basso, in base al principio che si può controllare solo
ciò che si conosce; 3) la resistenza e la reazione polemica contro lo strapotere del
Vaticano nei confronti dello Stato laico.
Una lezione, questultima, che merita unattenzione
particolare specialmente oggi, in una situazione politica e morale in cui, forse anche per
via della mediocrità della leadership democratica laica, si sta passando dal Papa Re dun
tempo al Papa Protettore di oggi, avallando nei fatti e nei comportamenti la superiorità
dun potere dogmatico ierocratico rispetto alle prerogative dello Stato di diritto.
Nessun intento, da parte mia, di resuscitare il vecchio anti-clericalismo de LAsino
o di Podrecca, ma solo la preoccupazione nel vedere troppa gente e troppi rappresentanti
del popolo debitamente eletti pronti a inginocchiarsi di fronte a unistanza
religiosa non sempre aliena dal prevaricare e legiferare su temi attinenti alla
giurisdizione del governo democratico laico.
La recente visita del Papa al Parlamento italiano, per i modi e i
toni usati più che per le parole dette, ha lanciato segnali preoccupanti che sarebbe
superficiale o stolto lasciar cadere.7
1 Rimando in proposito al mio saggio Note preliminari per una
tipologia dei ruoli del pianificatore urbanista con particolare riferimento al caso di
Roma, in Sistemi urbani, anno III, nn. 1-2, agosto 1981.
2 Laterza, Roma-Bari, 1970.
3 Cfr. I. Insolera, Roma moderna, Einaudi, Torino, 1962.
4 Cfr. J. Bailey,
Social Theory for Planning, Routledge and Kegan Paul, London, 1975; trad. it. Liguori,
Napoli, 1980.
5 Cfr. in particolare il mio Cinque scenari per il Duemila, Laterza,
Roma-Bari, 1985, specialmente pp. 49-62.
6 Cfr. F. Ferrarotti e altri, Vite di periferia, Mondadori, Milano,
1981, specialmente pp. 9-20.
7 Si veda in proposito, per una rara eccezione, La critica
sociologica, n. 142, Estate 2002, Dal Papa Re al Papa Protettore, pp. III-V.
|