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Annata 2006 @ segnala a un amico


Se Moretti si berlusconizza…
    di Giulio Ferroni


Che idea ci siamo fatti di questo paese prima e dopo le elezioni del 9/10 aprile? Abbiamo avuto la conferma o la smentita o la correzione di quanto credevamo di sapere del carattere degli italiani o, meglio, dello stato attuale dei loro costumi? Abbiamo visto affermarsi una spinta verso quel “cambiamento” da tanti sperato, o non abbiamo avuto altro che una provvisoria e parziale liberazione dalla gestione del potere da parte dell’invadente Berlusconi?
Intanto appare davvero ridicolo il compiacimento sulla presunta maturità civile dei nostri concittadini, che sarebbe mostrata dall’alto numero di votanti, in una percentuale addirittura superiore a quella delle precedenti elezioni politiche. Piuttosto che compiacersi, bisognerebbe in effetti notare che quella percentuale è salita proprio per merito di Berlusconi, che ha chiamato a raccolta con la sua campagna esasperata e piena di scriteriate promesse una quantità di persone del tutto indifferenti al richiamo dei presunti valori civici e democratici: elettori che altrimenti non avrebbero votato e che per lo più hanno raccolto i continui appelli delle reti Mediaset (entro ogni genere di programma) a esercitare quel diritto/dovere (inteso ovviamente secondo una destinazione tutta televisiva e berlusconiana). Nella varia retorica dei commenti elettorali abbiamo visto poi ripetersi la domanda consueta su quale messaggio abbiano voluto dare gli elettori al mondo politico: secondo un insensato schema politologico-statistico, che crede di individuare negli esiti di un voto un’oggettiva “volontà generale”, il messaggio degli elettori avrebbe un valore di sanzione di ciò che sarebbe giusto e di ciò che non lo sarebbe, di ciò che è stato fatto nel passato e di ciò che si potrebbe fare nel futuro; al di là di quelle alchimie politologiche, sappiamo invece che a costituire il voto e il suo risultato entrano solitamente in gioco una serie di elementi irrazionali, eterogenei, tra mistificazioni, illusioni, partiti presi, moltiplicati dall’orizzonte televisivo e pubblicitario. D’altra parte ciascuno ha individuato e definito a suo modo questo presunto “messaggio”: e in grande maggioranza sono quelli che ne hanno tratto la convinzione di una netta divisione tra due Italie diverse, con una precisa demarcazione geografica; convinzione, anche questa, abbastanza ridicola, dato che i due schieramenti si fronteggiano comunque dappertutto e non ha senso dire che i caratteri degli abitanti di una regione si identifichino direttamente con quelli dello schieramento che vi ha prevalso (dove li mettiamo quelli che hanno votato dall’altra parte? e può essere credibile inoltre la diffusa presupposizione secondo cui il voto berlusconiano sarebbe “nordico” e “moderno” ed europeo, mentre quell’altro sarebbe “meridionale” e assistenzialista? Ma quanto è moderna la Lega!).

Questa Italia, pur lacerata da conflitti di ogni tipo, non mi sembra proprio divisa in due schiere così opposte, che si fronteggiano riferendosi a modelli, a costumi, a progetti di vita opposti. Essa è stata definitivamente unificata proprio dal modello berlusconiano, progressivamente infiltratosi nella sua anima, che ha cominciato ad agire già molto tempo prima della famosa “discesa in campo”, con l’azione pervasiva della televisione e della pubblicità, sostenuta e favorita del resto da gran parte della cultura di sinistra. Qualcuno ha giustamente ricordato che Berlusconi è spuntato da una costola della sinistra, da quella sinistra performativa e spettacolare, che ha pensato di gettarsi alle spalle i vecchi modelli di severità e di austerità, votandosi al culto dell’esibizione, del successo mediatico, della provocazione esteriore, della trasgressione cinica. Abbiamo subìto un lungo processo di decostruzione di quel modello democratico moderno che si stava faticosamente costruendo dopo la caduta del fascismo e l’avvento della repubblica, certo tra contraddizioni molto dure, ma con una spinta propulsiva e liberatoria che aveva trovato il culmine all’inizio degli anni Settanta, ma che già allora subiva il colpo terribile del terrorismo. Questa decostruzione ha fatto ritornare in evidenza alcuni di quei caratteri tante volte denunciati dagli impietosi analisti del “costume”  italiano: mali antichi che hanno assunto una nuova veste, proiettati sul nuovo orizzonte dell’apparenza televisiva.
Riprendendo in parte i termini del Discorso di Leopardi, questi caratteri potrebbero riassumersi sotto un radicale cinismo, una disposizione a farsi beffe di tutto, una sistematica indifferenza verso le regole civili, un’accanita difesa del proprio immediato vantaggio e tornaconto, tra ambiti familiari e gioco di consorterie (gruppi di potere, lobbies o mafie che siano). Su questo fondo si sovrappone un gusto per l’effetto esteriore, per lo spettacolo degradato, per l’apparenza più volgarmente esibita: con una diffusa tendenza a riconoscere come valore la spregiudicatezza “politica” (un machiavellismo spicciolo, poco memore del vero Machiavelli), la capacità di tenere la scena, ogni forma di autopromozione e di rivendicazione di sé, di narcisistica esibizione e ossessione protagonistica di individui e di gruppi.
Destra e sinistra convergono in questo orizzonte “antropologico”, pur tra tante differenze e scelte apparentemente alternative: entrambe sembrano concepire comunque lo spazio pubblico e sociale come terreno per rivendicare “diritti”, che naturalmente possono essere tra loro opposti, contrastanti e conflittuali, fino a escludersi a vicenda, ma che in genere convergono verso un volersi appropriare del presente, cavalcarne l’immediatezza, in illusorie proiezioni di sé. Ciò esclude ogni confronto con la responsabilità, ogni valutazione del rapporto di atti e scelte con le loro conseguenze, con esiti e sviluppi prolungati nel tempo.
Il successo della televisione più degradata, tra talk show e Grandi fratelli, costituisce l’immagine più esemplare e conseguente di queste disposizioni: e non è un caso che in Berlusconi si siano sommati a un certo punto il potere politico, economico e mediatico, nel perverso legame tra editoria, televisione, sport, pubblicità, e così via. D’altra parte l’esaltazione della “comunicazione” in cui si è gettata per tempo gran parte della cultura di sinistra, la prospettiva pubblicitaria che essa ha assunto in proprio, la sopravvalutazione di sé e l’affidamento cieco e irresponsabile alle proprie scelte e alle proprie presupposizioni, costituiscono il perfetto corrispettivo della degradazione televisiva, anche quando sembrano volerne prendere le distanze. Già nella cupa stagione del terrorismo, l’estremismo degli anni Settanta era segnato da una spinta all’autoesaltazione, all’effetto spettacolare, all’accecamento illusorio: e non è un caso se poi i media oggi si trovano a dare tanto spazio a ex-terroristi e fiancheggiatori vari, alle loro narcisistiche rivisitazioni degli “anni di piombo”. E non è casuale nemmeno il fatto che tanti personaggi siano potuti passare e passino da sinistra a destra e viceversa, senza che si approfondiscano mai questi passaggi e senza che si svolga nessuna vera autocritica, nessun confronto etico: l’unica cosa che sembra persistere è la di-sposizione a calcare la scena, l’abilità esibizionistica e protagonistica.
D’altra parte i “valori” della sinistra, di quello che giornalisticamente viene designato come il suo “popolo”, sembrano ormai affidati quasi soltanto a comici e a personaggi mediatici: si pongono spesso solo come specchio rovesciato di Berlusconi e del berlusconismo. Esemplare a tal proposito il rilievo che è stato attribuito al film di Nanni Moretti dove l’autore, impegnato come sempre a mettere in scena i propri personali turbamenti, è giunto a una finale autoidentificazione con Berlusconi interpretandone addirittura il personaggio, come introiettadolo dentro di sé. Se questo viene considerato il maggior sforzo attuale di quella cultura che parla al grande pubblico della sinistra, è facile concludere che essa sembra ormai potersi affermare e riconoscere solo in funzione di Berlusconi, in lui specchiata e da lui alimentata. Ci vuole davvero ben altro per dire “qualcosa di sinistra” o meglio per dire qualcosa che incida sul carattere degli italiani e che si confronti col destino del mondo.

 

 

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