|
|
Lettera Internazionale è partner di
|
|
Lettera Internazionale è socio CRIC
|
|
Collaboriamo con:
|
|
 |
|
 |
| |
Che idea ci siamo fatti di questo paese prima e dopo le
elezioni del 9/10 aprile? Abbiamo avuto la conferma o la smentita o la
correzione di quanto credevamo di sapere del carattere degli italiani o, meglio,
dello stato attuale dei loro costumi? Abbiamo visto affermarsi una spinta verso
quel “cambiamento” da tanti sperato, o non abbiamo avuto altro che una
provvisoria e parziale liberazione dalla gestione del potere da parte
dell’invadente Berlusconi?
Intanto appare davvero ridicolo il compiacimento sulla
presunta maturità civile dei nostri concittadini, che sarebbe mostrata dall’alto
numero di votanti, in una percentuale addirittura superiore a quella delle
precedenti elezioni politiche. Piuttosto che compiacersi, bisognerebbe in
effetti notare che quella percentuale è salita proprio per merito di Berlusconi,
che ha chiamato a raccolta con la sua campagna esasperata e piena di scriteriate
promesse una quantità di persone del tutto indifferenti al richiamo dei presunti
valori civici e democratici: elettori che altrimenti non avrebbero votato e che
per lo più hanno raccolto i continui appelli delle reti Mediaset (entro ogni
genere di programma) a esercitare quel diritto/dovere (inteso ovviamente secondo
una destinazione tutta televisiva e berlusconiana). Nella varia retorica dei
commenti elettorali abbiamo visto poi ripetersi la domanda consueta su quale
messaggio abbiano voluto dare gli elettori al mondo politico: secondo un
insensato schema politologico-statistico, che crede di individuare negli esiti
di un voto un’oggettiva “volontà generale”, il messaggio degli elettori avrebbe
un valore di sanzione di ciò che sarebbe giusto e di ciò che non lo sarebbe, di
ciò che è stato fatto nel passato e di ciò che si potrebbe fare nel futuro; al
di là di quelle alchimie politologiche, sappiamo invece che a costituire il voto
e il suo risultato entrano solitamente in gioco una serie di elementi
irrazionali, eterogenei, tra mistificazioni, illusioni, partiti presi,
moltiplicati dall’orizzonte televisivo e pubblicitario. D’altra parte ciascuno
ha individuato e definito a suo modo questo presunto “messaggio”: e in grande
maggioranza sono quelli che ne hanno tratto la convinzione di una netta
divisione tra due Italie diverse, con una precisa demarcazione geografica;
convinzione, anche questa, abbastanza ridicola, dato che i due schieramenti si
fronteggiano comunque dappertutto e non ha senso dire che i caratteri degli
abitanti di una regione si identifichino direttamente con quelli dello
schieramento che vi ha prevalso (dove li mettiamo quelli che hanno votato
dall’altra parte? e può essere credibile inoltre la diffusa presupposizione
secondo cui il voto berlusconiano sarebbe “nordico” e “moderno” ed europeo,
mentre quell’altro sarebbe “meridionale” e assistenzialista? Ma quanto è moderna
la Lega!).
Questa Italia, pur lacerata da conflitti di ogni tipo, non
mi sembra proprio divisa in due schiere così opposte, che si fronteggiano
riferendosi a modelli, a costumi, a progetti di vita opposti. Essa è stata
definitivamente unificata proprio dal modello berlusconiano, progressivamente
infiltratosi nella sua anima, che ha cominciato ad agire già molto tempo prima
della famosa “discesa in campo”, con l’azione pervasiva della televisione e
della pubblicità, sostenuta e favorita del resto da gran parte della cultura di
sinistra. Qualcuno ha giustamente ricordato che Berlusconi è spuntato da una
costola della sinistra, da quella sinistra performativa e spettacolare, che ha
pensato di gettarsi alle spalle i vecchi modelli di severità e di austerità,
votandosi al culto dell’esibizione, del successo mediatico, della provocazione
esteriore, della trasgressione cinica. Abbiamo subìto un lungo processo di
decostruzione di quel modello democratico moderno che si stava faticosamente
costruendo dopo la caduta del fascismo e l’avvento della repubblica, certo tra
contraddizioni molto dure, ma con una spinta propulsiva e liberatoria che aveva
trovato il culmine all’inizio degli anni Settanta, ma che già allora subiva il
colpo terribile del terrorismo. Questa decostruzione ha fatto ritornare in
evidenza alcuni di quei caratteri tante volte denunciati dagli impietosi
analisti del “costume” italiano: mali antichi che hanno assunto una nuova
veste, proiettati sul nuovo orizzonte dell’apparenza televisiva.
Riprendendo in parte i termini del Discorso di Leopardi,
questi caratteri potrebbero riassumersi sotto un radicale cinismo, una
disposizione a farsi beffe di tutto, una sistematica indifferenza verso le
regole civili, un’accanita difesa del proprio immediato vantaggio e tornaconto,
tra ambiti familiari e gioco di consorterie (gruppi di potere, lobbies o mafie
che siano). Su questo fondo si sovrappone un gusto per l’effetto esteriore, per
lo spettacolo degradato, per l’apparenza più volgarmente esibita: con una
diffusa tendenza a riconoscere come valore la spregiudicatezza “politica” (un
machiavellismo spicciolo, poco memore del vero Machiavelli), la capacità di
tenere la scena, ogni forma di autopromozione e di rivendicazione di sé, di
narcisistica esibizione e ossessione protagonistica di individui e di gruppi.
Destra e sinistra convergono in questo orizzonte
“antropologico”, pur tra tante differenze e scelte apparentemente alternative:
entrambe sembrano concepire comunque lo spazio pubblico e sociale come terreno
per rivendicare “diritti”, che naturalmente possono essere tra loro opposti,
contrastanti e conflittuali, fino a escludersi a vicenda, ma che in genere
convergono verso un volersi appropriare del presente, cavalcarne l’immediatezza,
in illusorie proiezioni di sé. Ciò esclude ogni confronto con la responsabilità,
ogni valutazione del rapporto di atti e scelte con le loro conseguenze, con
esiti e sviluppi prolungati nel tempo.
Il successo della televisione più degradata, tra talk show
e Grandi fratelli, costituisce l’immagine più esemplare e conseguente di queste
disposizioni: e non è un caso che in Berlusconi si siano sommati a un certo
punto il potere politico, economico e mediatico, nel perverso legame tra
editoria, televisione, sport, pubblicità, e così via. D’altra parte
l’esaltazione della “comunicazione” in cui si è gettata per tempo gran parte
della cultura di sinistra, la prospettiva pubblicitaria che essa ha assunto in
proprio, la sopravvalutazione di sé e l’affidamento cieco e irresponsabile alle
proprie scelte e alle proprie presupposizioni, costituiscono il perfetto
corrispettivo della degradazione televisiva, anche quando sembrano volerne
prendere le distanze. Già nella cupa stagione del terrorismo, l’estremismo degli
anni Settanta era segnato da una spinta all’autoesaltazione, all’effetto
spettacolare, all’accecamento illusorio: e non è un caso se poi i media oggi si
trovano a dare tanto spazio a ex-terroristi e fiancheggiatori vari, alle loro
narcisistiche rivisitazioni degli “anni di piombo”. E non è casuale nemmeno il
fatto che tanti personaggi siano potuti passare e passino da sinistra a destra e
viceversa, senza che si approfondiscano mai questi passaggi e senza che si
svolga nessuna vera autocritica, nessun confronto etico: l’unica cosa che sembra
persistere è la di-sposizione a calcare la scena, l’abilità esibizionistica e
protagonistica.
D’altra parte i “valori” della sinistra, di quello che
giornalisticamente viene designato come il suo “popolo”, sembrano ormai affidati
quasi soltanto a comici e a personaggi mediatici: si pongono spesso solo come
specchio rovesciato di Berlusconi e del berlusconismo. Esemplare a tal proposito
il rilievo che è stato attribuito al film di Nanni Moretti dove l’autore,
impegnato come sempre a mettere in scena i propri personali turbamenti, è giunto
a una finale autoidentificazione con Berlusconi interpretandone addirittura il
personaggio, come introiettadolo dentro di sé. Se questo viene considerato il
maggior sforzo attuale di quella cultura che parla al grande pubblico della
sinistra, è facile concludere che essa sembra ormai potersi affermare e
riconoscere solo in funzione di Berlusconi, in lui specchiata e da lui
alimentata. Ci vuole davvero ben altro per dire “qualcosa di sinistra” o meglio
per dire qualcosa che incida sul carattere degli italiani e che si confronti col
destino del mondo.
|