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Annata 2005 @ segnala a un amico


Ebrei e tedeschi
    di Joschka Fischer


È un grande onore per me ricevere il Premio Leo Baeck, un premio che porta il nome di uno dei più eminenti rappresentanti del giudaismo tedesco, che fu rabbino e studioso. Naturalmente, io non ho conosciuto Leo Baeck personalmente, ma sono certo che egli sia stato uomo di grande intelligenza e di straordinarie capacità umane.
Leo Baeck era ebreo ed era tedesco. Durante la Prima guerra mondiale seguì per quattro anni in qualità di rabbino le truppe sul fronte orientale e su quello occidentale. Così ebbe modo di conoscere profondamente la guerra, la sua crudeltà e la sua insensatezza. Fece esperienza diretta della Repubblica di Weimar, assistette all’ascesa di Hitler e dei nazionalsocialisti fino alla loro definitiva presa di potere.
Hitler significava antisemitismo – Hitler fu il braccio criminale della destra antisemita fin dai suoi esordi. Leo Baeck testimoniò e visse sulla sua pelle tutto ciò che seguì: quasi tutti gli ebrei tedeschi ed europei furono privati dei loro diritti, furono umiliati, espropriati, deportati e uccisi – sei milioni di ebrei, donne, uomini, bambini. La campagna sistematica del genocidio che il Terzo Reich scatenò in Europa non risparmiò nessun ebreo: fu un’aggressione senza quartiere.
In molte occasioni Leo Baeck avrebbe potuto sottrarsi agli orrori della Shoah, ma egli decise invece di restare nella Germania hitleriana. Era quello il suo dovere, pensava; restare e seguire i fratelli perseguitati. Era un uomo coraggioso che aveva un grande senso di responsabilità. Per gli ebrei della Germania nazionalsocialista, egli divenne il “Judaeorum Defensor Nobilissimus”, come lo definì la storica Selma Stern-Täubler. Leo Baeck sopravvisse a Theresienstadt, ai lavori forzati e al brutale abuso: venne liberato sessant’anni fa.
Per me dunque ricevere questo Premio, sessant’anni dopo la fine del nazionalsocialismo, nel giorno in cui viene inaugurato a Berlino il “Monumento in memoria degli ebrei assassinati d’Europa”, un Premio che porta il nome di Leo Baeck, vuol dire assumere un impegno molto preciso. L’impegno di sostenere quei valori per i quali Leo Baeck aveva rischiato tutto: alimentare lo spirito di tolleranza e di rispetto per l’umanità che solo può permettere a popoli di provenienza e cultura diverse, con convinzioni e appartenenze religiose diverse, di vivere in pace insieme. Naturalmente, ciò presuppone da parte nostra, in primissima istanza, una posizione molto netta contro l’antisemitismo in tutte le sue forme. Eliminare questa minaccia, questo affronto all’umana dignità, è ancora tragicamente necessario. Analogamente, dobbiamo difendere il diritto di Israele a esistere, dobbiamo difendere la sicurezza dei suoi cittadini.
In un anniversario del genere, l’espressione “Mai più” viene facilmente alle labbra: ma dobbiamo verificare la sua validità nella realtà della vita di tutti i giorni. Fino a qual punto gli ebrei e le comunità ebraiche si sentono sicure, si sentono a casa propria nella Germania democratica di oggi? Si sentono forse isolate? La società nel suo insieme si preoccupa veramente della rinascita incipiente dell’antisemitismo? E il governo ha reagito in maniera incisiva? Possiamo dire autentica la nostra preoccupazione per Israele e per il suo futuro?
Questi sono i punti discussi nelle comunità ebraiche in tutto il territorio tedesco – i punti che mi vengono spesso sottoposti dagli amici ebrei. Sondaggi recenti in Germania ci dicono che i sentimenti antisemiti e l’ostilità nei confronti di Israele sono in crescita: ciò ci deve preoccupare e spingerci verso un’azione risoluta e concreta. Intendo il Premio che ricevo oggi come un impegno personale e politico in questo senso.

Nei giorni che ci hanno portato al sessantesimo anniversario della liberazione dell’Europa e della Germania dal nazionalsocialismo e dalla regola vile del terrore, abbiamo letto molto sugli orrori della Seconda guerra mondiale e sul regime tirannico di Adolf Hitler. L’impressione che abbiamo ricevuto da ciò che è stato detto e scritto di recente è che quasi tutti sono stati vittime e quasi nessun carnefice. Tuttavia, il pericolo è che così si oscuri la differenza tra causa ed effetto, che vada perduta la distinzione essenziale tra vittime e carnefici. Senza una distinzione netta di questo genere, ciò che si presume essere storicamente vero, anche se ben dimostrato, diventa menzogna.
Alla fine di questa guerra che è costata all’umanità sessanta milioni di vite, possiamo tutti parlare a ragione di dolore indicibile, di sofferenza e di devastazione – ma sarebbe un errore imperdonabile collocare coloro che hanno imposto questa catastrofe all’umanità e coloro che hanno fatto ammenda per la loro condotta sullo stesso piano delle vittime di quei crimini.
È stato il Terzo Reich di Adolf Hitler a pianificare e a scatenare la Seconda guerra mondiale come guerra di sterminio razziale, un crimine mostruoso perpetrato contro tutti i paesi d’Europa ma soprattutto contro la Polonia e l’Unione Sovietica.
Sono stati i tedeschi, alti servitori dello Stato, alla famosa Conferenza di Wannsee, qui a Berlino, nel gennaio del 1942, a pianificare la Shoah, a organizzare sistematicamente e a realizzare il genocidio a sangue freddo degli ebrei tedeschi ed europei. Se il Terzo Reich non fosse stato definitivamente sconfitto nel 1945, con tutte le devastazioni che ciò ha comportato, la macchina infame del genocidio di Auschwitz e degli altri campi non si sarebbe fermata, e l’Europa non si sarebbe liberata dell’incubo del nazionalsocialismo. La verità è tutta qui – e per un tedesco è una verità molto amara.
In un messaggio ai tedeschi trasmesso dalla radio americana l’8 maggio del 1945, Thomas Mann parlava della colpa e della vergogna tedesca in termini che ancora oggi risuonano alti: “La camera di tortura in cui l’hitlerismo ha ridotto la Germania vede ora crollare le sue spesse mura, rivelando la nostra iniquità agli occhi del mondo. Commissioni estere da tutto il mondo possono vedere queste scene e raccontare ai loro paesi quello che sorpassa in orrore ogni più folle immaginazione. ‘La nostra iniquità’, miei compatrioti! Perché tutto ciò che è tedesco, che parla tedesco, che scrive in tedesco, che ha vissuto come un tedesco è macchiato dal disonore di ciò che è stato rivelato. Non è stato il lavoro di un manipolo di criminali, sono stati centinaia di migliaia di tedeschi della cosiddetta élite – uomini, giovani, donne senza cuore – che, sotto l’influsso di dottrine insane, hanno preso il loro perverso piacere nel commettere quelle malvagità. L’umanità indietreggia inorridita. Dalla Germania? Sì, dalla Germania”. Questo disse Thomas Mann sessant’anni fa.

Certo, non c’è paragone tra il Terzo Reich di Hitler e la Germania democratica di sessant’anni dopo. Però un legame ancora c’è, perché non possiamo negare la nostra storia e la nostra responsabilità nazionale e morale per quanto è accaduto. Sessant’anni dopo, quella storia, la nostra responsabilità e la nostra colpa sono ancora con noi. Adolf Hitler e i nazisti hanno fatto scempio di vaste aree della Germania e dell’Europa e resi schiavi e uccisi milioni di esseri umani. E i loro progetti funesti andarono anche oltre.
Liquidando la totalità degli ebrei di Germania e d’Europa, essi intendevano anche cancellare irreversibilmente una parte essenziale della storia tedesca ed europea, della storia intellettuale dell’umanità. Si dice che già nel 1933 Leo Baeck affermasse che la storia millenaria degli ebrei tedeschi era giunta alla sua fine. Eppure non tutti sembrano oggi aver afferrato appieno le conseguenze della fine rovinosa della Germania, della sua cultura e della sua identità. Come Leo Baeck aveva correttamente previsto, la fine della storia significava che, oltre alle indescrivibili sofferenze inflitte ai nostri vicini, il nazionalsocialismo ricercava l’autodistruzione della stessa Germania – autodistruzione non solo in senso materiale e politico, ma anche e soprattutto in senso morale e culturale.
Ancora oggi si parla di rapporti ebraico-tedeschi, un’espressione da cui io personalmente rifuggo. Per migliaia di anni gli ebrei sono stati parte della Germania, della sua società, della sua lingua e della sua cultura. E ciò è stato ancora più vero dopo la loro emancipazione dai ghetti sull’onda della Rivoluzione Francese. Senza i grandi nomi dell’ebraismo tedesco – Mendelssohn, Heine, Börne, Marx, Einstein, Lise Meitner, Wittgenstein, Kafka, Rathenau, Buber, Adorno e molti altri – la storia intellettuale della Germania non potrebbe essere scritta. E lo stesso vale per le arti, la scienza, l’industria.
Lo storico Fritz Stern, un altro ebreo tedesco scampato alla barbarie, una volta osservò che, visti gli straordinari risultati tedeschi in fatto di scienza, arte e industria tra il 1900 e il 1932 – in gran parte dovuti all’operato di ebrei tedeschi – il XX secolo avrebbe potuto essere il “secolo tedesco”. Ma questa brillante previsione è stata spazzata via dagli orrori del nazionalsocialismo e della Shoah.
La campagna persecutoria e omicida nazista contro gli ebrei tedeschi era di fatto intesa contro parte della nazione tedesca, per strapparle diritti, dignità e proprietà e infine per deportarla e ucciderla. Così facendo, la nazione si è privata di una parte vitale del suo stesso essere.
Oggi, la vita ebraica in Germania è rifiorita, ed è questa una delle vittorie più importanti su Hitler e sul nazionalsocialismo. Sentiamo, però, che qualcosa è andato irreparabilmente infranto, sentiamo un vuoto che non potrà mai essere colmato. Ed è soprattutto la Germania stessa che soffre oggi per quella perdita.
Tutto il gran parlare che si fa oggi in Germania di “Leitkultur”, di restituirci una “normalità”, o della riscoperta recente dell’“orgoglio tedesco” serve solo a sottolineare quanto ci sentiamo insicuri come nazione. Nessuna di queste tecniche per ridarci fiducia funziona veramente, perché il nostro passato e la nostra permanente responsabilità non ce lo permettono.
Di recente, si sta diffondendo in Germania, almeno in certi ambienti, la tendenza a guardare al passato con occhi nuovi – non voglio chiamarlo revisionismo. Resto però stupito di fronte ad alcuni autori della mia generazione che pensano di risolvere i loro problemi con il loro paese e la sua storia, il suo trauma e il suo desiderio di “normalità” raccontando nei particolari le ore finali di carnefici grandi e piccoli, frugando nelle vite dei loro nonni e bisnonni alla ricerca di non si sa che cosa, ventilando addirittura l’esistenza di strani tabù riguardo ad alcune vittime.
Chi vuole veramente sapere che cosa abbiamo perduto, che cos’è che ci rende così insicuri come nazione, non troverà nei bunker la risposta, ma nelle biblioteche, negli archivi, nei ricordi dei sopravvissuti, nelle case degli anziani di Tel Aviv e di Gerusalemme, di New York e di Chicago, di San Paolo e di Buenos Aires, di Città del Capo e di Sydney.
“Albert Einstein nacque il 14 marzo del 1879 a Ulm, un venerdì freddo ma pieno di sole, mezz’ora prima che la campana della chiesa battesse le dodici”: così comincia la biografia del tedesco più importante del XX secolo. Eisntein era di Ulm; e anche lui, in quanto ebreo tedesco, fu costretto dai nazisti a fuggire e non mise mai più piede in Germania. Per questo non perdonò mai il suo paese.

Mi rivolgo ora all’amico Amos Oz presente in sala. Posso immaginare quanto remote e quanto distanti dalla realtà possano risuonare queste considerazioni a un israeliano che giorno dopo giorno, anno dopo anno, si è trovato ad affrontare problemi completamente diversi. La fondazione dello Stato di Israele che Oz ha efficacemente descritto nel suo ultimo romanzo è arrivata troppo tardi per sei milioni di ebrei.
Questa è stata ed è la mostruosa tragedia. È dalle ceneri della Shoah che Israele è nato – per dare una patria agli ebrei di tutto il mondo e per garantire che la Shoah non sarebbe mai più tornata. Mai più! Chi non arriva a comprendere l’importanza esistenziale di Israele e della nazione ebraica non capirà mai Israele e il popolo e la politica di Israele.
Nel 1948, lo stato di Israele era nato da poche ore quando si scatenò l’aggressione degli eserciti arabi nel tentativo di cancellare dalla faccia della terra il neonato Stato ebraico. Da allora, Israele ha dovuto sempre difendere la sua esistenza – una situazione che continua ancora oggi. Israele è l’unico Stato la cui esistenza non sia accettata dai paesi vicini. Per questo la forza militare gli è necessaria – è una questione di sopravvivenza. Israele non riconoscerà mai la sua inferiorità militare, perché considera la parità una minaccia alla sua vita.
I rapporti della Germania con Israele scaturiscono dalla nostra responsabilità nella Shoah. Per cui i nostri rapporti poggiano sul nostro fermo impegno a difendere il diritto alla vita e alla sicurezza dei cittadini dello Stato di Israele. Così hanno fatto tutti i governi della Repubblica Federale.
Tuttavia, se questo impegno deve essere qualcosa di più delle semplici parole, la Germania non deve mai dimenticare che Israele non ha una “seconda possibilità”. Israele può contare sulla Germania che è partner e amica sincera.
D’altro canto, le sofferenze dei palestinesi non vanno dimenticate – tema su cui Amos Oz non si stanca di tornare. I tentativi degli eserciti arabi, nel 1948 e nel 1967, di cancellare Israele dal Medio Oriente sono finiti, per i palestinesi, nell’enorme tragedia dei profughi. Solo quando – speriamo presto – si troverà il difficile compromesso sulla divisione del territorio che per decenni ha costituito il pomo della discordia tra due nazioni – solo quando ci saranno due Stati democratici che convivono pacificamente – solo allora il conflitto avrà fine. Solo allora la regione conoscerà la vera pace che noi tutti dolorosamente aspettiamo.

Una cosa il mio paese desidera sopra ogni altra: la “normalità”. Ma finché questo desiderio persiste vuol dire che siamo molto lontani dalla meta. Ciò è anche profondamente vero per quanto riguarda i rapporti della Germania con Israele e con la comunità ebraica. Solo se conserviamo la memoria del passato riusciremo a costruire un futuro comune.
Sono persuaso tuttavia che la radicata sfiducia di Israele nei confronti dell’Europa finirà per svanire, perché l’Europa unita è molto importante per la sua sicurezza e per il suo futuro. E da parte sua l’Europa capirà quanto sia importante Israele per la sua sicurezza perché, dopo tutto, è l’unica democrazia del Medio Oriente, un paese fondato sullo stato di diritto, economicamente forte e con una società civile occidentalizzata che condivide i nostri stessi valori. L’Europa e Israele non hanno soltanto in comune la storia, ma anche molti e importanti interessi: sono queste buone e solide fondamenta su cui costruire un futuro condiviso.

Traduzione di Biancamaria Bruno

 

Discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Leo Baeck (10 maggio 2005)


 

 

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