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Annata 2004 @ segnala a un amico


Stati Uniti: la guerra degli affari
     di Chalmers Johnson


Garantire la stabilità di un dominio militare del mondo è impresa onerosa. Lo scorso settembre, dopo aver stanziato 79 miliardi di dollari per l’Iraq e l’Afghanistan, George W. Bush chiedeva al Congresso altri 87 miliardi destinati a finanziare la presenza americana in quella regione per un anno ancora. Cifre che, per ammissione della stessa Casa Bianca, non bastavano a soddisfare le esigenze reali. Come del resto conferma Paul Bremer, proconsole di Bush in Iraq, secondo il quale esagerare i costi della ricostruzione irachena sarebbe pressoché impossibile. C’è quindi da aspettarsi che le spese militari previste per l’anno prossimo ammontino a circa 500 miliardi di dollari, somma di gran lunga superiore, in moneta reale, a quella stanziata nel 1968, quando la guerra in Vietnam era in pieno svolgimento.
I numerosi profeti che esercitano la loro attività in seno all’amministrazione Bush avevano previsto – è vero – che la guerra in Iraq sarebbe stata una passeggiata. Ma bisogna riconoscere che, nel rendere nota la sua visione degli impegni militari americani, il presidente Bush si è sempre attenuto alla prudenza. Non a caso, ha definito l’Iraq il “fronte principale” di “un tipo diverso di guerra combattuta su molti fronti e in molti luoghi”, astenendosi, finora, dal fare previsioni sulla sua fine e dall’indicare i criteri per raggiungere la vittoria. E ha voluto ribadire, inoltre, che lo scontro “sarà lungo” e “richiederà sacrifici” da parte del popolo americano. Il che sta a significare che la Casa Bianca intende chiedere ai cittadini di finanziare una guerra perpetua e onerosa combattuta su diversi fronti – l’Iraq e l’Afghanistan notoriamente – e altri, ancora da dichiarare. Anche quei pochi politici che si erano opposti all’invasione dell’Iraq, oggi sostengono la necessità di “portare a termine il compito”. L’impresa è stata avviata e i soldi vanno spesi.

Iraq: una manna per le imprese private

È accaduto così che per gli appaltatori privati, che in numero sempre maggiore compongono le infrastrutture delle forze armate americane, la tragedia si sia tradotta in fortuna. All’epoca della prima guerra irachena, tra il personale assunto dalle imprese d’appalto private figurava un americano su cento. Rapporto che, in questa ultima guerra, è diventato di uno su dieci. Stando al Washington Post, un terzo dei costi (peraltro in rapido aumento) di questa guerra sarebbe finito nei conti bancari di privati.
All’inizio, a giustificazione dei massicci esborsi di dollari federali è stata invocata l’esigenza di risparmiare. Nella visione di Donald Rumsfeld, infatti, la privatizzazione avrebbe fatto sì che la rigida disciplina del mercato esercitasse i suoi effetti sulla guerra stessa. Nel 1995, molto prima di fare ritorno a Washington, l’attuale vicepresidente aveva presentato all’America Thoughts from the Business World on Downsizing Government, una monografia scritta sulla base della sua duplice esperienza sia come capo dello staff della Casa Bianca e come segretario alla difesa (sotto Gerald Ford), sia come amministratore delegato di due grandi aziende americane (General Instrument Corp. e G.D. Searle). “Ai programmi governativi, che prescindono dalle rigidità del mercato, è negata la possibilità di dichiarare fallimento”, scriveva Rumsfeld. “Ci sono casi in cui solo una privatizzazione compiuta è in grado di far tornare i conti”.
Oggi, la sua visione in merito alla battaglia delle privatizzazioni si è tradotta in realtà; resta però da verificare la questione della contabilità. A seconda della misura in cui gli americani saranno disposti a sacrificarsi, sarà pressoché impossibile esagerare, tanto per citare Bremer, le possibilità di trarre profitti privati dall’impresa bellica americana.
La guerra, tanto per fare un esempio, si è rivelata una manna sia per Halliburton, una compagnia petrolifera, sia per Bechtel, prima impresa americana nel settore delle opere pubbliche. Dick Cheney è stato amministratore delegato di Halliburton dal 1995 al 2000 e George Shultz presidente di Bechtel per otto anni, prima di diventare segretario di stato sotto Ronald Reagan.
Nel marzo scorso, l’Arma del Genio americana ha concesso a Kellogg Brown & Root, consociata di Halliburton, un appalto per 7 miliardi di dollari, da spendersi nell’arco di due anni, destinato a soddisfare tutte le esigenze logistiche e di manutenzione delle forze americane in Iraq. Nello stesso periodo, l’Agenzia americana per lo Sviluppo Internazionale assegnava a Bechtel un appalto iniziale pari a 34 miliardi e 600 milioni di dollari per la ricostruzione delle centrali e delle linee elettriche, degli impianti idrici, delle fognature e degli aeroporti. E, nel giro di diciotto mesi, il conto che verrà presentato al governo ammonterà a 680 milioni di dollari.
Va da sé che gli appalti in questione non sono stati aggiudicati a seguito di gare pubbliche, ma di accordi informali gestiti dall’amministrazione. E che i controlli sono virtualmente inesistenti.
Quali che siano stati i cambiamenti dopo l’11 settembre, una cosa è certa: fabbriche di munizioni e affarismo di guerra hanno sostituito i contratti per l’energia e le telecomunicazioni, di cui Enron e WorldCom sono stati i pionieri alla fine degli anni Novanta, come il sistema più efficiente di arricchirsi a spese dei contribuenti, a patto, beninteso, di avere le relazioni che contano. Fermo restando che definire “private” le aziende in questione è mera ideologia: fabbricare munizioni negli Stati Uniti non rientra nelle competenze dell’impresa privata, ma del socialismo di stato.

La strategia britannica del sepoy

Quando un problema politico diventa economico, si verifica un avvicendamento di responsabilità con le conseguenze del caso. Un fenomeno, questo, le cui radici risalgono molto indietro nel tempo, quando gli imperi cercavano di “appaltare” l’imposizione della loro volontà politica. Così, gli inglesi con i gurkha, i sikh e i sepoy, i francesi con la Legione Straniera, gli olandesi con gli amboinesi; i russi con i cosacchi; e i giapponesi con i loro eserciti fantoccio in Manciuria, in Cina, in Indonesia e in Birmania. Sostituire i propri soldati con carne da cannone locale e fomentare gli scontri tra gruppi etnici o religiosi diversi non di rado facilitava il controllo della popolazione indigena, riducendone anche i costi.
La “strategia del sepoy” prevedeva l’addestramento di soldati indigeni da destinare a reggimenti comandati da ufficiali britannici o a reggimenti dell’Impero delle Indie, per lo più costituiti da mercenari sikh e gurkha, la cui fedeltà alla corona inglese era considerata fuori discussione (la voce inglese “sepoy” deriva probabilmente dall’urdu “uomo a cavallo” o ”soldato”). Ma la rivolta dei sepoy del 1857 – la “prima guerra d’indipendenza” per i nazionalisti indiani – che costrinse la Gran Bretagna a mettere in campo un esercito di 300.000 uomini, formato per il 96% da soldati indigeni, mette in luce i rischi potenziali di una simile strategia.
Motivo occasionale della rivolta fu l’incidente delle cartucce del nuovo fucile Enfield, essendosi diffusa la voce che la sostanza impiegata per impermeabilizzare le cartucce stesse fosse un miscuglio di sego di vacca e di porco, il primo, animale sacro per gli indù; il secondo, cibo impuro per i musulmani. Per caricare il fucile era necessario strappare coi denti la parte superiore della cartuccia, e tra i sepoy non tardò a diffondersi la convinzione che gli inglesi volessero umiliarli, obbligandoli a violare i loro tabù religiosi. E quando un ufficiale britannico diede l’ordine di addentare l’involucro, un soldato indigeno lo uccise.
Scoppiata la rivolta, gli inglesi reagirono con inaudita brutalità. I sepoy fatti prigionieri furono uccisi sull’istante a colpi di baionetta o fucilati dopo essere stati ricoperti con pelli di vacca o di maiale. Le rappresaglie britanniche furono durissime e la repressione costò la vita a centinaia di soldati indigeni che furono impiccati lungo la strada che da Kanpur porta ad Allahabad. Dopo di che, la Gran Bretagna decise di sopprimere la Compagnia delle Indie, la cui amministrazione si era servita dei sepoy e dei loro ufficiali, di trasferire la colonia alla Corona per i successivi novant’anni e di affidare le operazioni militari al suo esercito. Non più unicamente mercanti, gli inglesi divennero in tal modo la forza di occupazione di un paese ostile.
Gli americani caddero nella medesima tentazione all’epoca della guerra del Vietnam nel 1964. Ai Berretti Verdi, inviati nelle zone montuose a sud del paese, fu infatti affidato il compito di addestrarne gli abitanti, di etnia diversa da quella vietnamita, e di organizzarli in un forza di difesa irregolare. Ma il contributo che questa diede alla guerra fu, in linea di massima, assai modesto e i suoi avamposti furono annientati dai vietcong ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione.
In Afghanistan, tra il 1979 e il 1989, fu la cia a equipaggiare i mujaheddin (“combattenti per la libertà”) di armi leggere, tra cui i lanciamissili Stinger, per un valore di 2 miliardi di dollari, e a spiegare come usarle contro le forze di occupazione sovietiche. La fede religiosa, le lealtà politiche o l’atteggiamento nei confronti dell’Occidente di quanti venivano reclutati, addestrati e armati non rientravano negli interessi di Washington. Così, sconfitta l’Unione Sovietica, gli americani abbandonarono l’Afghanistan al suo destino, e i mujahiddin, quasi tutti fondamentalisti islamici, si ribellarono agli Stati Uniti. Inoltre, la presenza di migliaia di soldati americani nell’Arabia Saudita, dove sorgono due dei luoghi santi dell’Islam, e l’appoggio accordato da Washington a Israele non hanno fatto che accrescerne la rabbia.

Il reclutamento dei militari stranieri

All’indomani dell’11 settembre, Washington ha mandato in Afghanistan agenti della cia carichi di dollari destinati a corrompere le bande armate dei signori della guerra e a convincerle a riaprire l’offensiva che li aveva visti perdenti con i talebani, con la promessa che l’aviazione avrebbe dato il suo appoggio. Rovesciato, con un piccolo aiuto da parte degli americani, il regime dei talebani, la regione è tornata a essere sfruttata come sempre. E se la propaganda del Pentagono ha parlato di una vittoria schiacciante in Afghanistan, la verità è che, di fatto, i leader del regime e di Al Qaeda sono ancora vivi e vegeti e il paese è più che mai un santuario del terrorismo. Da notare, tra l’altro che, a un anno dalla sua liberazione, la produzione di oppio, controllata dai signori della guerra alleati dell’America, è aumentata di diciotto volte tanto da attestarsi sulle 3.400 tonnellate. Un altro successo per l’impresa privata.
Anche l’addestramento militare di quei paesi che gravitano attorno agli Stati Uniti ha delle similitudini con la “strategia del sepoy”. Sin dal 1993, quando il corpo mutilato del sergente Randy Shugart fu ripreso dalle telecamere mentre veniva trascinato per le strade di Mogadiscio, inducendo il presidente Clinton ad annunciare qualche giorno dopo il ritiro delle truppe americane da quel paese, il Pentagono ha fatto di tutto per evitare perdite che avrebbero potuto ritorcersi contro i suoi piani. Da qui – visto che la morte di soldati stranieri non fa notizia – la decisione di servirsi di questi ultimi in operazioni congiunte sotto il comando americano.
Del resto, in un discorso dell’11 marzo 2002, il presidente Bush lo ha fatto chiaramente intendere: “Noi non utilizzeremo i nostri soldati per tutte le battaglie, ma parteciperemo attivamente a preparare altri paesi alle guerre del futuro”.
Soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, l’esercito ha coltivato stretti rapporti con innumerevoli governi e alti gradi militari di quello che si usava chiamare il Terzo Mondo, con l’intento preciso di promuovere programmi di addestramento militare. Durante gli anni Novanta, infatti, i leader, sia del partito repubblicano che del partito democratico, avevano maturato la convinzione che questi contatti fossero più idonei dei tradizionali rapporti economici e diplomatici al raggiungimento di non pochi obiettivi di politica estera. Tanto è vero che uno dei programmi deputati all’attuazione di questa nuova strategia, vale a dire il Programma di Educazione e Addestramento Militare Internazionale, che fa capo al Dipartimento di Stato, a partire dal 1994 è stato fortemente potenziato. Basti dire che i paesi che hanno accesso a questo programma sono saliti dai 96 del 1990 ai 133 del 2002. Tenendo conto che nelle Nazioni Unite sono rappresentati 189 paesi, ciò vuol dire che il programma in questione “istruisce” militari nel 70% dei paesi del mondo.
I soldati addestrati sono circa 100.000 all’anno, in gran parte ufficiali che a loro volta avranno il compito d’istruire le truppe. Nel 2001, l’esercito americano ha istruito 15.030 tra ufficiali e soldati nella sola America Latina. Il Pentagono assolve questo compito o trasferendo gli interessati in uno dei 150 centri militari degli Stati Uniti o inviando istruttori, quasi sempre appartenenti alle Forze Speciali dell’Esercito, nei paesi stessi.
La “guerra al terrore” non ha fatto che accelerare questo tipo di programmi, che in molti casi hanno sostituito la “guerra alla droga”, con la giustificazione che, dal punto di vista pedagogico, non c’è differenza: anche in questo caso, sono i valori americani a essere difesi, sostiene Washington. Ma non solo. Gli stretti contatti tra istruttori militari americani e ufficiali e soldati stranieri, per esempio, avvantaggiano gli Stati Uniti nella compravendita di armi. È la Defense Security Cooperation Agency, guidata da un tenente generale e parte integrante del Dipartimento della Difesa, a gestire il Programma di vendita di equipaggiamenti militari all’estero, che è poi il metodo preferito dal governo per vendere a governi stranieri armi di difesa, naturalmente acquistate nelle fabbriche americane. Vendite che nel 2001 sono aumentate del 10%, superando i mille miliardi di dollari.
Dal 1991, è il Pentagono il più grande intermediario nella compravendita di munizioni a livello mondiale. Tra il 1997 e il 2001, infatti, ha esportato armi per un valore di 57 miliardi e 800 milioni di dollari: valore tre volte superiore a quello delle armi esportate dalla Gran Bretagna, seconda dopo gli Stati Uniti.

Il paradiso delle multinazionali

La “strategia del sepoy” è utile e, qualche volta, redditizia, ma il denaro, quello vero, bisogna andare a cercarlo negli appalti pubblici. Oggi, per fare soldi, non c’è niente di meglio degli appalti militari. Tra le principali imprese appaltatrici figurano Vinnell Corporation di Fairfax, in Virginia, che il 2 luglio si è vista assegnare 48 milioni di dollari per addestrare il nuovo esercito iracheno; Military Professional Resources, Inc. (meglio conosciuta con l’acronimo MPRI), con sede ad Alexandria, di cui è titolare L-3 Communications; Kellogg Brown & Root, l’azienda texana che, molto prima della fusione con Kellog, ha foraggiato la carriera politica di Lyndon Johnson e, oggi, è consociata di Halliburton Corporation; DynCorp, con sede a Reston, Virginia, salita agli onori della cronaca alla fine degli anni Novanta, quando venne fuori che alcuni dei suoi dipendenti in Bosnia sequestravano ragazze minorenni per poi venderle in altri paesi europei; Science Application International Corporation, i cui cinque alti dirigenti nel 2001 hanno intascato stipendi che si aggiravano tra gli 825.000 e il miliardo e 800 milioni di dollari e sono riusciti ad accumulare diritti di opzione per un valore di 1 miliardo e 500 milioni ciascuno. E ancora: bdm International di Fairfax; Armor Holdings, Inc. di Jacksonville, Florida; Cubic Applications, Inc. di Lacey, Wa-shington; dfi International (in origine Defense Forecasts, Inc.) di Washington d.c.; e International Charter Incorporated dell’Oregon.
Tutte grandi organizzazioni, beninteso. DynCorp con 23.000 dipendenti, Cubic con circa 4.5000 e mpri con un organico di 700 persone a tempo pieno, completato da una lista di 10.000 ex dipendenti a disposizione per l’assegnazione di appalti. Secondo Deborah Avant, docente della Elliot School of International Affairs presso la George Washington University ed esperta della materia, le entrate di queste organizzazioni militari private, che nel 1990 avevano toccato i 55 miliardi e 600 milioni di dollari, saliranno a 202 miliardi nel 2010, decretando per questa industria una delle crescite più rapide registrate negli Stati Uniti. Queste organizzazioni dispongono naturalmente di un proprio gruppo commerciale, l’Associazione Internazionale per le Operazioni di Pace – ragione sociale che George Orwell non avrebbe mancato di apprezzare.
Vinnell Corporation, consociata di Northrop Grumman e fondata da ufficiali americani in pensione, dal 1975 ha il mandato di addestrare la Guardia Nazionale dell’Arabia Saudita, una forza di 100.000 uomini che ha il compito di proteggere la monarchia e di contrastare eventuali minacce da parte dell’esercito regolare. Il 12 maggio scorso a Riyad, i terroristi di Al-Qaeda hanno fatto saltare in aria 3 residence che ospitavano stranieri, uccidendo trentaquattro persone, tra cui otto americani. Uno degli obiettivi principali era l’edificio che ospitava circa settanta dipendenti di Vinnell. Nel corso degli anni, questa organizzazione ha costruito, gestito, fornito l’organico ed elaborato teorie per conto di cinque accademie militari saudite, di sette poligoni e di un sistema sanitario gestito dallo stato, senza tralasciare di addestrare ed equipaggiare quattro unità motorizzate e cinque unità di fanteria. L’Arabia Saudita, in cambio, ha versato centinaia di milioni di dollari alle principali organizzazioni di difesa per equipaggiare le sue unità, entrate brevemente in azione all’epoca della prima guerra del Golfo per strappare agli iracheni la città saudita di Khafji, che sorge al confine del Kuwait.
DynCorp è stata invece assoldata per garantire la sicurezza personale di Hamid Garzai, presidente dell’Afghanistan, e si occuperà dell’addestramento dell’esercito afghano una volta che i Berretti Verdi avranno lasciato il paese. La società ha avuto anche il compito di “addestrare” la polizia di Haiti dopo l’intervento militare degli Stati Uniti nel 1994. E nell’anno in corso si è aggiudicata l’appalto per fornire un migliaio di consulenti con l’obiettivo di creare in Iraq un dipartimento di polizia, un ramo giudiziario e un sistema carcerario.
Nel corso degli anni Novanta, il Pentagono ha cominciato ad appaltare qualsiasi tipo di servizio, salvo quello di sparare colpi di fucile o di sganciare bombe. Il risultato di questa inclinazione ad assegnare appalti che, oltre ai costi realmente sostenuti dall’appaltatore, prevedono anche un margine di utile prestabilito, è stata la proliferazione di organizzazioni cosiddette di sostegno che, garantendo lavori di costruzione e di manutenzione e sicurezza, hanno decretato la scomparsa del soldato che fa il suo turno di guardia e pulisce le latrine.
Camp Bondsteel, nei Balcani, costruito e gestito da Kellogg Brown & Root, è l’esempio paradigmatico di questa nuova realtà. Subito dopo la campagna di bombardamenti contro la Iugoslavia, nel giugno 1999, gli Stati Uniti confiscarono un terreno agricolo nei pressi di Urosevac, nel Kosovo sud-orientale, in prossimità del confine macedone. Costruita in meno di quattro mesi, Camp Bondsteel è la base più grande e più costosa realizzata dopo la guerra del Vietnam, con uno stanziamento di circa 36 miliardi e 600 milioni di dollari e costi di gestione che si aggirano sui 180 milioni di dollari annui.
Kellogg Brown & Root provvede alla manutenzione degli alloggi, alla preparazione dei pasti, alle pulizie, al trasporto di tutti i rifornimenti e al funzionamento degli impianti idrici e fognari. Con un organico composto da circa un migliaio di ex militari americani e 7.000 albanesi, la società distribuisce circa 500 galloni di acqua al giorno, fornisce energia elettrica sufficiente a una città di 25.000 abitanti, lava 1.200 sacchi di biancheria, prepara e serve 18.000 pasti al giorno. Il sovraffollamento della base è tale da richiedere la continua pulizia degli uffici e delle latrine. Tutto è organizzato fin nei minimi particolari, salvo una piccola dimenticanza: un adesivo sulle tenute di lavoro col nome dello sponsor “Brown & Root”. La società fornisce servizi più o meno simili nelle basi in Kuwait, in Turchia e nell’Uzbekistan.
Camp Bondsteeel è un luogo sinistro, circondato da una berma in calcestruzzo alta due metri e mezzo e da torri di guardia. Completamente privo di alberi, tagliati per lasciar posto a campi aperti per le esercitazioni di tiro. Dominato da una selva di antenne e di elicotteri pronti a decollare, si stenta a credere che sia sorto unicamente per adempiere alla missione di mantenimento della pace nella Serbia meridionale, missione che, stando alle dichiarazioni di Clinton, sarebbe durata non più di sei mesi e che George Bush, nel corso della campagna elettorale, aveva affermato di voler revocare.
Si dà il caso, però, che il campo sorga lungo il percorso dell’oleodotto che dovrebbe attraversare i Balcani, il cosiddetto ambo (Oleodotto albanese-macedone-bulgaro). Un progetto del costo di 1 miliardo e 300 milioni di dollari che, una volta realizzato, consentirà di convogliare il petrolio del bacino del mar Caspio, trasportato da navi cisterna da un terminal in Georgia fino al porto bulgaro di Burgas, in un oleodotto che attraverserebbe la Macedonia fino al porto di Vlore, sull’Adriatico. Da qui, altri navi cisterna ne assicurerebbero il trasporto in Europa e negli Stati Uniti, aggirando in tal modo lo stretto del Bosforo, che attualmente è l’unica rotta possibile ma che, tuttavia, consente il passaggio a navi cisterna che non superino le 160.000 tonnellate. La prima analisi di fattibilità, affidata a Brown & Root, risale al 1996, ma è stata aggiornata nel 2000. Di qui, la sensazione che Bondsteel sia un campo base di quella che James K. Galbraith, politologo dell’Università del Texas, definisce una “struttura petrolifera militare”, di cui Dick Cheney è sicuramente uno dei padrini.

Gli affari di Dick Cheney

All’epoca in cui Brown & Root iniziò a fornire servizi logistici all’esercito, Cheney era segretario alla difesa. L’idea fu sua. Nel 1992, il Pentagono, dietro un compenso di 3 miliardi e 900 milioni di dollari, affidò alla società in questione un’analisi di fattibilità, che sarebbe stata segretata, sulla possibilità di appaltare la realizzazione di strutture logistiche a privati, sollevando le truppe da questo tipo d’incombenza. Alla cifra di cui sopra, si sarebbero aggiunti altri 5 milioni di dollari per consentire alla società di realizzare il suo progetto – un contratto di appalto della durata di 5 anni per la realizzazione di strutture logistiche in collaborazione con i militari americani in paesi come lo Zaire, Haiti, la Somalia, il Kosovo, i Balcani e l’Arabia Saudita.
Dopo l’insediamento di Cheney alla guida di Halliburton, nel 1995, Brown & Roots si vide assegnare dal governo contratti di appalto per un valore pressoché doppio rispetto a quelli ottenuti nei cinque anni precedenti alla sua nomina. Alla fine degli anni Novanta, fu Halliburton a ricostruire gli impianti iracheni per l’estrazione del petrolio per una cifra pari a circa 23 miliardi e ottocento milioni di dollari – impianti alla cui distruzione lo stesso Cheney, segretario alla difesa all’epoca della prima guerra del Golfo, aveva dato un valido contributo.
Da Halliburton, Cheney aveva portato molti dei suoi colleghi del Pentagono. Dave Gribbin, ex capo del personale, si sarebbe incaricato dell’attività di lobbying per conto della società, mentre l’ammiraglio Joe Lopez, ex comandante della Sesta Flotta, sarebbe stato insediato alla Kellogg Brown & Root in qualità di vicepresidente per i rapporti con il governo. Durante il suo mandato come capo di Halliburton, la società passò dal settantreesimo al diciottesimo posto nella lista delle principali imprese d’appalto del Pentagono, aumentando il numero dei contratti del 91%. Nel frattempo, anche il numero delle consociate nate nei paradisi fiscali all’estero si moltiplicava, passando da nove a quarantaquattro. Ma c’è di più: la società che nel 1998 aveva pagato imposte per 302 milioni di dollari, nel 1999 se n’è visti rimborsare 85. Il 16 agosto 2000, Cheney rassegnava le dimissioni per correre come vicepresidente, senza tuttavia interrompere i rapporti con la società. Stando alla Casa Bianca, nel 2000 il nostro avrebbe incassato un reddito lordo rivalutato pari a 36.086.635 dollari, di cui 4.333.5000 da Halliburton, a titolo di dividendi e compensi differiti. Ma attenzione: stiamo parlando di un comunicato stampa della Casa Bianca, non dell’effettiva denuncia dei redditi di Cheney, il quale, da vicepresidente, continua a ricevere da Halliburton somme superiori ai 150.000 dollari annui a titolo di compensi differiti.
Quando, nel 1796, George Washington ammoniva che “l’espansione eccessiva delle strutture militari è funesta per la libertà”, sapeva ciò che diceva: il suo timore era che gli Stati Uniti potessero sviluppare un apparato statale simile a quello delle autocrazie europee, in grado di mettere in crisi l’ordine costituzionale. E di fatti, la Dichiarazione d’Indipendenza accusava la monarchia inglese di avere “brigato al fine di rendere l’Esercito più importante dello Stato e indipendente dallo stesso”, mentre il Primo Congresso Continentale condannava l’impiego dell’esercito per disciplinare l’esazione delle imposte. Orientamenti che nel giro di cent’anni sarebbero stati tuttavia abbandonati.
Con la guerra ispano americana, il governo aveva cominciato a costruire una macchina militare che, alla fine del ventesimo secolo, appariva ormai invincibile. E oggi, nonostante i moniti di Washington e di Eisenhower, è pacifico che il complesso dell’industria militare sia per gli alti gradi dell’esercito il luogo ideale in cui “ritirarsi”, così com’è pacifico che per i dirigenti del dipartimento della difesa il Pentagono abbia in serbo incarichi di rilievo. Una “circolazione delle elite” che interferisce con la possibilità del Congresso di esercitare un controllo sull’industria o sull’esercito, con il risultato di rendere pressoché impossibile rispondere sia del denaro pubblico speso sia delle azioni militari intraprese.
I 186.000 uomini che componevano l’esercito regolare americano alla vigilia della Seconda guerra mondiale sono ormai un pallido ricordo. Oggi, le strutture militari del “tempo di pace”, forti di un miliardo e 400.000 effettivi e finanziate da un bilancio più cospicuo della maggior parte dei bilanci nazionali, sono costituite da uomini e donne che vivono in un mondo isolato e autosufficiente che collega avamposti dislocati dalla Groenlandia all’Australia.
In Iraq, il Pentagono ha spiegato 250.000 uomini, mentre diverse migliaia di soldati sono impegnati in scaramucce quotidiane in Afghanistan, un numero incalcolabile di marinai si trovano a bordo di navi che incrociano nelle acque al largo della Corea del Nord, alcune migliaia di marines sono stati inviati nelle Filippine meridionali per affiancare le forze locali nella lotta al movimento separatista islamico, e diverse centinaia di “consulenti” sono coinvolti in quella che un giorno in Colombia (e forse in altri luoghi della regione andina) potrebbe diventare una rivolta stile Vietnam. I nostri militari sono presenti in 120 dei 189 paesi membri delle Nazioni Unite, e in venticinque di questi la loro presenza è massiccia. E abbiamo siglato trattati militari e accordi di sicurezza vincolanti con almeno trentasei paesi.
Una strategia che ha i suoi costi, mentre gli Stati Uniti sono a corto di denaro. Ai costi della prima guerra del Golfo – 61 miliardi circa – Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Germania, Giappone e Corea del Sud avevano partecipato con una cifra pari a 53 miliardi, coprendo cioè oltre l’80% del totale, e riducendo il contributo degli Stati Uniti alla cifra ridicola di 7 miliardi. Di 13 miliardi, il contributo del solo Giappone. Ma la cosa non è destinata a ripetersi. Il mondo intero è virtualmente d’accordo che, se l’unica superpotenza rimasta intende andare a caccia di guerre preventive, può farlo tranquillamente a sue spese. L’Ufficio Bilancio del Congresso prevede per il prossimo anno un disavanzo federale di 480 miliardi di dollari, che nel giro di dieci anni toccherà i mille miliardi e quattrocento milioni, che andranno a aggiungersi al debito di seimila miliardi e quattrocento milioni del febbraio 2003.

Più guerre, più affari

Che le forze armate americana abbiano ormai raggiunto dimensioni più che ragguardevoli è fuori di dubbio, come lo è il fatto che per finanziarle ci stiamo indebitando fino al collo. Eppure il denaro continua a girare. Stando alle proiezioni della Casa Bianca, tradizionalmente al ribasso, l’Amministrazione Bush prevede, qualora venga rieletta, che la cifra stanziata per la difesa nel corso dei due mandati sarà, tenuto conto dell’inflazione, di 3 mila miliardi e 200 milioni – una cifra superiore di circa 500 miliardi a quella stanziata dall’Amministrazione Clinton nei suoi due mandati. Se si pensa che tra il 1941 e il 1948 gli Stati Uniti spesero per la difesa 3 mila miliardi e 100 milioni di dollari, si può tranquillamente concludere che, in moneta reale, la “guerra al terrore” costerà di più della Seconda guerra mondiale.
Niente di tutto ciò ha a che vedere con l’impresa privata o come altro vogliamo chiamarla. Eliminata la “rigidità del mercato”, non rimangono che i profitti. Lockheed Martin Corporation, la prima fabbrica di munizioni degli Stati Uniti, ha svolto dietro le quinte un ruolo importante in termini di sostegno alla guerra di Bush all’Iraq. Nel 2002, Bruce Jackson, ex vicepresidente della società, è diventato presidente di una organizzazione di lobbying “privata”, il Comitato per la Liberazione dell’Iraq, tra i cui membri fondatori figurano George Shultz e John McCain. Nell’anno fiscale 2002, Lockheed Martin ha sottoscritto con il Pentagono contratti per la cifra di 17 miliardi di dollari – 14 miliardi e 700 milioni erano già stati incassati nel 2001 – più all’incirca 2 miliardi versati dal Dipartimento dell’energia per la progettazione di armi nucleari. Nell’anno che ha preceduto la guerra, i profitti della società sono aumentati del 36%.
Questo è il futuro: quando la guerra diventa la scelta più redditizia, non possiamo che aspettarcene altre.

Traduzione di Elisabetta Rispoli

 

CHALMERS JOHNSON, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti Libri, 2003

ANATOL LIEVEN, “L’America delle lobbies”, Lettera Internazionale 75, 2003

TODD GITLIN, “Un imperialismo miope”, Lettera Internazionale 76, 2003

FELIX G. ROHATYN, “Europa/Usa: una nuova partnership”, Lettera Internazionale 78, 2003

ELIOT WEINBERGER, “Un colpo al cuore della democrazia americana”, Lettera Internazionale 68, 2001

 

 

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