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Annata 2004 @ segnala a un amico


Erodoto: il maestro del reportage
    di Ryszard Kapuściński


Miei cari amici, per ragioni evidenti, un certo greco di Alicarnasso, di nome Erodoto, non può essere oggi tra noi. Costui visse circa duemila e cinquecento anni fa, ma sono rimaste le Storie, opera celeberrima e d’estrema attualità che tuttora continua a suscitare interminabili discussioni tra gli storici in merito a cosa davvero succedesse in Grecia a quei tempi e alla compatibilità dei fatti e degli avvenimenti narrati con la realtà storica.
Personalmente ho letto numerose volte questo libro e ho attraversato interi continenti in sua compagnia, perché, a mio avviso, esso rappresenta un esempio perfetto di reportage. Proprio così: secondo me, Erodoto – nostro signore e maestro – è il primo reporter della storia, il precursore di un genere letterario particolare che, da allora, ha continuato a svilupparsi in maniera sorprendente e raffinata.

Un’esplorazione estenuante

Ma qual è la vera origine del reportage?
Le sue fonti principali sono tre e la prima è sicuramente costituita dal viaggio.
Il viaggio, non nel senso del disimpegno di tipo ludico o turistico, bensì nel senso di un’esplorazione estenuante e faticosa, che presuppone preparazione e ricerche così dettagliate da permettere già in situ di raccogliere materiale significativo dall’insieme disperso delle osservazioni, delle conversazioni e dei documenti. Questo fu il metodo principale adottato da Erodoto.
A quel tempo, la Terra era concepita come un disco piatto, circondato da un fiume enorme, l’Oceano. Obiettivo di Erodoto fu quello di percorrere quel disco in tutta la sua estensione e, per molti anni, infatti, egli viaggiò da un estremo all’altro del mondo allora noto: dall’Egitto alla Libia, dalla Persia a Babilonia, dal Mar Nero fino alla Sarmazia.
Erodoto non fu tuttavia solo il primo reporter, ma anche il primo teorico della “globalità”. Egli comprese chiaramente quanto numerose potessero essere le culture e le civiltà contemporaneamente presenti nel mondo e si impegnò a conoscerle tutte a fondo. Perché? Secondo le sue stesse parole, è possibile apprezzare a fondo la propria cultura solo quando si apprezzano altrettanto bene anche le altre. La cultura di appartenenza può rivelarsi in tutta la sua profondità e originalità solo dopo essersi riflessa nelle culture estranee che, come in un gioco di specchi, proiettano una luce chiara e penetrante, grazie alla quale si può meglio comprendere anche la propria.
Ma che cosa è davvero riuscito a conseguire Erodoto, grazie al metodo comparativo del confronto e della riflessione speculare? Ebbene, Erodoto ha insegnato ai propri compatrioti la sobrietà, ha frenato la loro presunzione, il loro sentimento di superiorità e di arroganza nei confronti di coloro che non erano Greci e di tutti coloro che erano semplicemente diversi. “Credete che i Greci abbiano inventato gli Dei? Niente affatto. In realtà li hanno semplicemente ereditati dagli Egiziani. Credete che la vostra organizzazione statale sia la migliore? I persiani hanno un sistema di trasporti e di comunicazioni molto più avanzato”. Con lo strumento del reportage, Erodoto ha insomma fondato le premesse centrali dell’etica greca: discrezione, senso della proporzione e della moderazione.

Il rispetto verso tutti i popoli

Una seconda fonte di alimento per questo genere letterario è, oltre al viaggio, l’uomo stesso o, meglio, tanto quegli uomini che si incontrano occasionalmente lungo il cammino, quanto quelli che si desidera conoscere affinché ci trasmettano le loro conoscenze, le loro storie e le loro opinioni.
A questo riguardo, Erodoto sembra essere stato un maître extraordinaire. Infatti, a giudicare da cosa scrisse, da chi incontrò e da come discusse con costoro, è verosimile che sia stato un uomo aperto nei confronti degli altri, in grado di stabilire rapidamente contatti con gli estranei, curioso nei confronti del mondo e stimolato da un’insaziabile ansia di conoscenza. Possiamo intuire come egli si comportasse, come parlasse, ascoltasse e cosa domandasse. Egli prestava massima attenzione alle pulsioni e alle particolarità di ogni cultura aliena. La sua attitudine denota perciò quello che per un reporter si rivela essere di importanza cruciale: rispetto nei confronti del prossimo, della sua dignità e dei suoi meriti.
Erodoto era conscio delle lacune della memoria umana e si rese altrettanto conto di quanto i suoi interlocutori spesso divergessero l’uno dall’altro e fornissero versioni contrastanti degli stessi eventi. Nel tentativo di rimanere neutrale e obiettivo, egli cercò scrupolosamente di offrire al lettore la possibilità di formarsi una propria opinione rispetto alle differenti versioni delle stesse storie. Questo tentativo contribuì a rendere le sue descrizioni multidimensionali, ricche, vivide e, al tempo stesso, facili da intendere. Erodoto fu un reporter instancabile. Non temeva di dover percorrere anche centinaia di chilometri per mare, a cavallo o semplicemente a piedi, pur di ascoltare una versione inedita di un avvenimento della storia passata.
Indipendentemente dal prezzo da pagare, egli era perennemente alla ricerca di nuove conoscenze e di un sapere autentico che si avvicinasse il più possibile alla verità dei fatti. Solo i più grandi reporter possono vantarsi di tale scrupolosità nei confronti delle nostre parole e delle nostre azioni.

Il messaggio di Aristotele

La terza fonte del reportage è quella che mi piace definire come “il compito a casa” del reporter, ossia quello di studiare con attenzione tutto ciò che è stato scritto ed è sopravvissuto in forma di testo, iscrizione o simbolo grafico in merito al tema di cui ci si occupa. Sotto questo punto di vista, Erodoto ci ha insegnato come svolgere una ricerca e con quale scrupolosità sia necessario procedere. Al suo tempo, la quantità del materiale a cui si poteva ricorrere era significativamente inferiore rispetto a quella di cui disponiamo noi oggi. Tutto ciò che poteva contribuire a dare ulteriori spiegazioni assumeva un estremo valore.
Naturalmente egli conosceva Omero ed Esiodo, i poeti e i drammaturghi. Sapeva decifrare le iscrizioni sui muri dei templi e sulle cinta murarie delle città. Ai suoi occhi, tutto quanto poteva offrire nuove informazioni o svelare nuovi significati era di estrema utilità. Con il suo esempio, Erodoto ha dimostrato che un reporter deve essere un osservatore meticoloso, attento anche nei confronti dei dettagli apparentemente più insignificanti e banali, giacché questi, in un secondo momento, possono rivelarsi elementi di massima importanza.
“Tutti gli uomini anelano per natura alla conoscenza”. Suona così la frase con la quale Aristotele – solo di poco più giovane di Erodoto – inizia la sua Metafisica. A breve distanza, lo Stagirita aggiunge tuttavia che spetterebbe all’occhio il compito principale, giacché è proprio attraverso l’occhio che si riescono a cogliere a fondo le differenze. Naturalmente sappiano bene quanto sia importante l’occhio del reporter per la registrazione acuta di ciò che sembra invisibile e per la sottolineatura degli aspetti più significativi di un fenomeno. Purtroppo però colui che intende cogliere il cuore di un fenomeno o di un episodio, normalmente, deve essere presente sul luogo.
E per arrivare, deve intraprendere un viaggio. Proprio questi viaggi e la presenza obbligata sul luogo dell’accaduto permisero a Erodoto di scrivere quei meravigliosi reportage che, da duemila e cinquecento anni, continuiamo a leggere con inesausta passione.
Il reportage nasce da ciò che Aristotele chiamava “la passione per la conoscenza”. Tale ansia include con eguale misura tanto la passione dei reporter quanto l’aspettativa dei fruitori, lettori o spettatori che siano. Il reporter, spinto dalla propria “passione per la conoscenza”, raggiunge la curiosità dei suoi lettori e compie metà percorso verso la “passione conoscitiva” propria di quest’ultimi.

L’arte del reportage letterario

Giunti a questo punto, dobbiamo cercare una risposta alla questione del perché, ai giorni nostri, un buon reportage sia ancora tanto apprezzato? Verosimilmente ciò dipende dal fatto che l’essere umano vive in un mondo di simulacri, in un mondo di illusioni e di apparenze prodotto dai mezzi di comunicazione. Istintivamente, egli percepisce di essere blandito con falsità, ipocrisia e attraverso artifici e manipolazioni virtuali. Per tali ragioni, egli ricerca qualcosa che contenga il potere di un documento, la verità, la semplice e nuda realtà.
Io ho percepito questo profondo bisogno sulla base dell’esperienza del confronto con i miei lettori. Quando racconto un’avventura capitata durante uno dei miei viaggi, non manca mai qualcuno che mi interrompa con la domanda: “Ma è veramente andata così?”. Non appena assicuro di essere stato davvero presente, un fremito di sollievo percorre il pubblico e, allora, si diffonde un’atmosfera di serenità e di fiducia reciproca. Finalmente prendono anch’essi parte a qualcosa di vero: colui che fu testimone ed è stato personalmente presente è dinnanzi a loro.
Ma cos’è allora un reportage letterario? Come definirlo e come descriverlo? La risposta a tali domande non risulta semplice, perché viviamo in un’epoca particolare che Clifford Geertz ha definito di “generi sfumanti”. Si tratta di qualcosa assolutamente nuovo al quale, frettolosamente, si potrebbero abbinare le parole dell’antropologo: “Il nuovo è difficile da classificare per definizione”.
Durante i lunghi i anni nei quali fui attivo presso numerosi paesi del Terzo mondo in qualità di corrispondente, mi tormentò un’insoddisfazione relativa alla sostanziale insufficienza del linguaggio della stampa rispetto alla molteplice, varia, colorita, spesso indefinibile realtà delle culture, delle tradizioni o delle religioni estranee. Il linguaggio quotidianamente usato dai mezzi di comunicazione è povero, stereotipato, ridotto a semplici formule e, perciò, nel caso di tutte quelle realtà al di là del descrivibile e non semplicemente comunicabili attraverso forme stilizzate, apre enormi lacune.
Come possiamo dunque uscire da questo vicolo cieco del disagio e dell’incompletezza?
Ho fatto miei gli spunti di scrittori come Truman Capote, Norman Mailer o Gabriel García Marquez, la cui letteratura è riuscita a colmare il divario tra finzione e descrizione giornalistica. Costoro hanno coniato il concetto di New Journalism o Nuevo Periodismo, con il quale si riferirono a un modo di scrivere che permetterebbe di descrivere esperienze autentiche attraverso una forma espressiva che ammette le opinioni personali e le reazioni dell’autore – per così dire come ulteriori tocchi di colore – oppure commenti o brevi passaggi di tipo letterario, redatti alla maniera di un romanzo. Questa combinazione creativa di due forme differenti di comunicazione e descrizione costituisce l’arte del reportage letterario.
Per suo tramite si inaugurò una generosa e piacevole “confusione dei generi” che, anche in relazione al progresso della scienza e della tecnologia, ha enormemente arricchito e raffinato la nostra capacità di rappresentazione del mondo.
Al tempo stesso, però, questa immagine, è sempre più difficile da abbracciare unicamente attraverso lo strumento linguistico. Ne ho fatto personalmente esperienza, allorché scrissi la Febbre africana. Come si può descrivere la giungla con il linguaggio proprio delle pubblicazioni giornalistiche? È semplicemente impossibile. In questo caso specifico, è necessario ricorrere ai tesori delle belle lettere e alla loro enorme varietà di espressione. D’altra parte la letteratura ai giorni nostri si appropria costantemente del linguaggio del reportage. Si pensi anche solo a quanti reporters si sono convertiti in protagonisti di romanzi e a quanti passaggi e quanti dialoghi, consacrati come classici, sono stati scritti con lo stile del reportage.
Nelle nostre società multietniche, gli individui appartenenti ad altre culture esigono di essere trattati come nostri pari, pretendono lo stesso rispetto e la stessa dignità che desideriamo per noi. È un dato accertato ormai da molto tempo che non esistano culture dominanti e culture secondarie, giacché le differenze sono unicamente il risultato delle rispettive situazioni geografiche e delle circostanze storiche.

La difficile comunicazione con le altre culture

Disgraziatamente conosciamo molto poco delle altre culture e, anziché attraverso lo strumento dello studio, ci accontentiamo di semplici e falsi stereotipi. Erodoto era ben consapevole di questo. Egli capì che la comprensione è possibile solo mediante la conoscenza reciproca, che è anche l’unica via verso la pace e l’armonia, la comunicazione e la collaborazione. Con questo insieme di premesse, il reporter si lancia in un gorgo di attività: viaggiare, investigare, annotare, spiegare perché alcuni si comportano differentemente rispetto ad altri, dimostrare che queste forme differenti dell’esistente e di comprensione del mondo contengono una logica propria, che sono tutte egualmente legittime e devono essere accettate anziché essere aggredite e combattute.
Con ciò è palese quale sia diventata la responsabilità dei nostri reporters. Quando noi esercitiamo il nostro mestiere, non siamo solo uomini e donne di lettere, ma qualcosa di simile ai missionari, ai traduttori e agli ambasciatori. Ed è certo che noi non traduciamo semplicemente da una lingua a un’altra, bensì da una cultura a un’altra, affinché entrambe possano meglio comprendersi e possano convivere, anche strettamente, ma in maniera pacifica. La forma con la quale un reporter descrive la Cina, eserciterà verosimilmente una certa influenza sull’atteggiamento dei suoi lettori nei confronti della Cina e dei Cinesi. Lo stesso vale per tutti gli altri temi. Per questa ragione non dovremmo mai dimenticare le conseguenze in termini umani dei nostri reportage.
Gentili signore e signori, non solo si percepisce l’assenza di Erodoto tra noi, ma anche quella della forza trascinante di un grande reporter moderno, ossia di un uomo che spesso, lungo il viale dei Tigli di Berlino, si è seduto nel suo caffè preferito – sto parlando di Egon Erwin Kisch.
Come sarebbe stato entusiasta di questa cerimonia internazionale in omaggio all’arte del reportage, resa possibile grazie a Lettre International, edizione tedesca. Egli fu un appassionato cultore di questo genere e scrisse molti libri, tra i quali anche una magnifica antologia intitolata Il giornalismo classico che, pubblicata a Berlino nel 1923, includeva numerosi esempi di reportage: dalle opere di Plinio il Giovane ai lavori di Charles Dickens, Émile Zola o di Henry M. Stanley.
Kisch ha più volte sottolineato che il nostro mestiere richiede passione, curiosità nei confronti del mondo e delle sue genti, meticolosità, dedizione, nonché un’insaziabile ansia di conoscenza. E precisamente ognuna di queste qualità erano anche caratteristiche di Erodoto.

Un’esperienza africana

Certamente le Storie di Erodoto svolsero un ruolo particolare nel corso di un avvenimento che mi capitò molti anni fa. Nel 1964, in Ghana fu compiuto un colpo di Stato. L’esercito ribelle depose il presidente del paese, Kwame Nkrumah. In quel momento, mi trovavo in Nigeria, ma, non appena appresi la notizia, saltai in macchina e mi diressi verso il Ghana. Riuscii ad attraversare la frontiera senza incontrare alcun ostacolo, ma, a breve distanza da Accra, fui fermato da una pattuglia di militari. I soldati perquisirono i miei bagagli e uno di loro scoprì le Storie di Erodoto e Assassinio sull’Orient Express di Agata Christie.
Oggi, non saprei dire se, per caso, dipese dal fatto che il volume di Erodoto sembrasse troppo difficile o dal fatto che trovassero più affascinante il titolo Assassinio sull’Orient Express, ma in ogni modo, dopo un breve indugio, confiscarono il romanzo della Christie, attratti forse anche dalla sgargiante copertina. Sospirai alleggerito. Erodoto poteva rimanere con me.

Traduzione di Federico Trocini

 

Testo della conferenza inaugurale per la serata di premiazione dello Lettre Ulysses Award for the Art of Reportage – Berlino 2003, organizzata da Lettre International, edizione tedesca

 

 

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