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Si racconta che nei giorni trascorsi della notte dei tempi
c’era un Adolescente che viveva in una valle d’ebbrezza nelle Isole del Sogno e
dell’Incanto.
Benché irradiasse prestigio, la sua vita, pace e dolcezza,
era ignorata dagli spiriti quotidiani. Solo i cuori chiaroveggenti ne
conoscevano lo svelamento e l’occultazione.
Questo bel Solitario era uno di quegli esseri eletti che
non deludono mai. Al pari del fiore dell’Aloe di Socotra, sbocciava solo una
volta ogni cento anni. Ma quegli esseri vivono in una sfera superiore a quella
dell’intelligenza, la sfera dello Splendore intellettuale.
Principe di un regno intangibile le cui frontiere non sono
mai in questione, l’Adolescente era dotato di tutti i doni penetranti,
privilegio dei veri Figli di Re, negli occhi dei quali si vede rilucere un
frammento dell’Anima Universale, così come si vede rilucere il sole in una
goccia d’acqua.
In verità, all’infuori di questi doni, l’Adolescente non
possedeva nulla. E, non possedendo nulla, da nulla era posseduto. E tutto nudo
nella sua bellezza, non temeva alcun predone.
Ma sulla fronte stellata portava visibile l’aureola della
Doppia Luce e la Tiara dell’impero dei cuori.
Per ciò la sua sostanza essenziale non poteva essere alla
mercè di un accidente della materia, né dei capovolgimenti della Sorte, né dei
ripensamenti del Destino. Perché il suo nutrimento era l’Illusione, la sua unica
bevanda l’Acqua dei Miraggi, e la sua sola condizione abituale l’Ebbrezza
anteriore alla creazione della vigna.
In questa valle, l’Adolescente aveva per tappeto su cui
riposare il tappeto dai sette colori delle stagioni mutevoli, per tappezzieri le
brezze premurose del mattino e i refoli discreti della sera; per musica, la
musica dei pensieri armoniosi; per musicisti, i cantori alati dei rami; e, per
ascoltatori, i rari esseri nei quali l’udito è indipendente dall’orecchio.
Nella serena dimora della valle, passava le ore nell’angolo
del raccoglimento, sulla stuoia della rinuncia.
Quanto alla sua vita, essa era l’Amore stesso. Perché
l’Amore viveva in lui alla maniera dei profumi. Riempiva le vene del suo cuore,
non lasciando posto che alla Rosa. E la Rosa è la Sublime Entità che chiamiamo,
nel linguaggio sufi, la Divina Amica.
Nella solitudine della valle, l’Adolescente aveva come
unico confidente un compagno delicato, fremente, ancor più misterioso di lui: il
suo Cuore.
E quel giorno, l’Adolescente, con dolcezza, rispetto e
modestia, parlò al suo compagno, al Cuore, Uccello delle Alture.
Gli disse, supplicandolo:
O cuore mio dalle ali chimeriche,
o tu che sei me quando io sono te,
tu che ti illumini quando io mi illumino,
tu che sei silenzioso
quando io sono silenzioso,
che mai dormi quando io dormo;
O fratello, nato dal midollo
e dalle ossa dei miei Sette Avi,
e il cui spirito è ricettacolo di aromi;
O tu, nemico di ogni discordia,
dei volti scialbi, delle anime di bitume;
O viandante chiaro
che aeri le caverne dell’oscurità,
tu, sottile come la fatata Salamandra fredda
tra il fuoco e la fiamma delle nevi;
Tu, Maestro dei filtri e dei Talismani, padrone
della Coppa incantata di Djem
e dello Specchio magico di Iskandar!
O cuore mio, per le Dodici Case
e i Dodici Sentieri, ti scongiuro:
Sollevami sulle tue ali,
tu, Uccello delle Alture e,
per i Sette Oceani di Vetro
e le Scale di Smeraldo,
conducimi allo Zenit del Mondo,
fin nel cuore del Giardino Fatato Vicino
all’Albero del Cedro e al Loto del Limite,
al cospetto del Volto Sublime
per il quale noi cantiamo d’amore già
nel grembo di nostra madre.
Per la virtù della lettera Kaf
e della lettera Nun, sollevami, dunque,
o Simurgh1 delle Alture,
e guidami come aquila planante
per il Grande Fiume della Via Lattea
fino alla Costellazione di Altair.2
Allo Zenit! Allo Zenit!
Appena l’immortale Uccello delle Alture, che abitava il
petto dell’Adolescente, ebbe udito questa supplica, ne comprese il senso e ne
approvò il sentimento. E subito le due ali insigni fremettero, gonfiate dai
Quattro Venti Maestri del Desiderio. Subito, tutti i legami umani si sciolsero
e, bismillah, “Allo Zenit, allo Zenit!”
E il manto di lana dell’Adolescente si dispiegò veemente
nel senso della partenza, verso lo Zenit del Mondo e le Prime Stelle.
E oltre Altair e Alhabor,3 oltre gli Oceani di Vetro, oltre
le Stazioni hilegiali4 e il grembo ghiacciato degli Almucantarat,5 in pieno
Cielo di Diamante, l’Adolescente giunse al Portico di Gelsomino, nel Giardino di
Allah.
Ed ecco che la Voce dello Spirito del Portico si fece
udire: “Il salam sia con te, bell’Adolescente, e con la tua venuta!”
E tutto il cielo fiorì e divenne la Rosa.
E l’Adolescente varcò la soglia, guardata dai Fanciulli
Angelici dai braccialetti d’oro e dalle collane di perle. Lo presero per la mano
dell’amicizia e attraversarono con lui il Portico di Gelsomino del Giardino di
Allah.
E intanto si srotolavano ai loro passi i settantamila
Frutteti e Praterie, i settantamila Palazzi di Madreperla e di Corallo, con le
loro settantamila Sale d‘Oro e i settantamila Padiglioni di Topazio e di Rubino.
Su letti di voluttà da cui emanano i profumi delle Nozze
Celesti, stanno sdraiate, nell’attesa dell’Adolescente, le Uri6 dai grandi occhi
bianchi e neri, dalle membra di rosa e di gelsomino, perle imperforate che mai
essere umano sfiorerà, fanciulle dilettevoli, verginità sempre rinnovabile,
rinnovata. Uri modellate da modellatura pregevole, appassionanti e appassionate,
simili nell’incarnato a uova posate sulla sabbia. La loro carne offre al
privilegiato che la gusterà un gusto di zenzero e di pasta di mandorle. Il fiato
delle loro labbra è profumato, di natura, come nove sacchetti di muschio. Stanno
su tappeti la cui fodera è broccato, lungo le rive incantate del fiume Kawthar
dalle acque di miele e di neve. Qui, i giovani coppieri, pieni di sollecitudine,
attenti agli ordini, circolano come perle sparpagliate. Girano con coppe,
brocche e bicchieri di fresco maine, bevanda dilettevole che non stordisce mai,
che mai porta angoscia. Offrono frutti saporiti e carni di uccello secondo ogni
desiderio. Sono fanciulli eterni tanto belli da confondersi con le stesse Uri.
Qui, sui bei cuscini e troni elevati, si è tra i loti senza
spine, tra le acacie dai grappoli sovrapposti il cui profumo rapisce il cuore,
tra le acque vive che corrono, mentre i Puri bevono in coppe la cui mistura
viene dalla fonte Kafour.7 Bevono in splendore e allegria, in questo luogo
fatato, su distese di seta.
Dilèttati, dunque! Ogni volta che gusterai uno dei frutti
degli alberi fatati, esclamerai: “Ecco il frutto che ci rallegra ben più che
sulla terra”.
E troverai giovani spose lustrali, vergini sigillate, la
cui verginità è per te rinnovabile e rinnovata. E ogni volta che godrai di una
di esse, tu esclamerai: “Gloria sia al nostro Maestro! Benedetto sia il suo
Grande Nome!”
Quando l’Adolescente della valle ebbe constatato nel
Giardino di Allah la realtà delle promesse del Maestro del Giardino Sublime,
scoppiò in singhiozzi. E le lacrime gli scorrevano per le guance, sul petto e
sul cuore, suo compagno alato, fratello nella gioia e nella delusione.
E il suo cuore, nonostante la tristezza, si decise, per
consolarlo, a rompere per la prima volta il silenzio, e disse:
O voi sventurati!
Gioie e favori tangibili di un Cielo materiale!
O sventurati giardini dell’eden
che agitate i vostri rami e date voce
ai vostri uccelli!
O sventurati boschetti del cielo,
gallerie d’ombra, fonti argentine,
fiumi corsieri!
Sventurate voi, vergini piacenti,
e la vostra innocenza, e sventurati voi,
fanciulli candidi!
Sono dunque queste le gioie
per cui abbiamo raggiunto lo Zenit
del Mondo? O non è per Te Sola,
insondabile Saggezza, Luce intelligibile,
Tu che alimenti da prima della creazione
un Olio di Ulivo che non è né d’Oriente
né d’Occidente? O Tu, Divina Amica,
Elemento indicibile che bruci in Lui,
senza che il fuoco lo sfiori!
O Luce divenuta Luce per tua stessa virtù!
O fratello mio di latte, tu,
mio compagno di purezza che,
sulla terra, vivevi in me nell’angolo
della rinuncia, sulla stuoia della riflessione,
O tu che sei me quando io sono te,
tu che ti cibi di ciò che si chiama Illusione,
tu che sei assetato di una bevanda
che si chiama Acqua dei Miraggi,
Tu la cui ebbrezza è esaltazione,
sublimità anteriore a ogni ebbrezza,
Tu che hai gettato via dallo scrigno
del tuo spirito la ragione, questa vanità,
per conservare solo la Follia, la vertigine,
Tu che hai negletto le invenzioni umane,
che sono solo vecchiume,
per amore della Scoperta, autentica novità,
Tu che sai che il Cielo non si trova
sotto la volta lontana, ma che è dentro
il tuo petto con tutto il suo contenuto,
Saresti venuto a cercare allo Zenit,
oltre Altair e Alhabor, a ponente di Sirio
Saresti venuto a cercare, tu,
Amante della Divina Amica,
un’entità diversa dal Solo Volto Ineffabile?
Quando l’Adolescente dagli occhi tranquilli ebbe inteso con
l’orecchio dell’attenzione le parole rattristate del suo stesso Cuore, e ne ebbe
compreso i quattro significati, alzò subito l’Indice dell’Attestazione, e
rispose queste poche parole al suo Cuore:
Null’altro che la Divina Amica!
Poi si volse verso Oriente.
E poiché si spegnevano le ultime stelle e il Mattino si
illuminava, salutò cerimonioso il gruppo dei Fanciulli Angelici.
E tutto solo con il suo Cuore, Uccello delle Alture, uscì
dal Portico di Gelsomino, e discese lentamente verso il Nadir.
Traduzione di Biancamaria Bruno
1 Uccello favoloso della mitologia e dell’epica iranica [N.d.T.].
2 In realtà è una stella, il cui nome arabo (an-nisr) at-ta’ir significa “(l’aquila) volante” [N.d.T.].
3 Nome arabo per la stella Sirio. Alhabor deriva dalla
prima parte della frase araba “al-’abur al-Yamaniyyah”, ovvero “il passaggio
del Sud”, riferimento al percorso di Canopo, mitico pilota della nave di Menelao,
nella versione araba del mito di Canopo e Sirio.
4 Hileg o hyleg: termine arabo che significa “colui che dà
la vita”, nell’astrologia ellenistica, è il pianeta o punto più forte della
carta natale di un individuo. V. i Tetrabiblios di Tolomeo [N.d.T.].
5 Dal’arabo al-muqantarat, “ponte ad arco”, indica ogni
cerchio minore della sfera celeste parallelo all’orizzonte di un dato luogo [N.d.T.].
6 Adattamento dell’arabo al-hur, “(le fanciulle) dagli
occhi neri”, ricorrente nel Corano per designare esseri di sesso femminile,
amabili compagne dei beati nel paradiso islamico, la cui verginità, sempre
rinnovata, era a disposizione dei credenti [N.d.T.].
7 “Canfora” in arabo. Ma è una delle fonti sacre ricordate nel Corano (76:5).
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