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Lislam è, insieme, una civiltà,
una religione e un fine politico. Oggi i due primi attributi sono eclissati dalla violenza
di sediziosi che continuano a commettere crimini sostenendo di agire in nome dellislam.
Gli spettacolari attentati dell11 settembre 2001 sono stati commessi in nome del
jihad, la guerra santa, che storicamente fu il vettore dellespansione islamica. Ma
è teologicamente legittimo, da parte dei terroristi di oggi, ripristinare il jihad? È
legittimo porre sullo stesso piano e analizzare con gli stessi criteri la guerra santa di
oggi e quella di epoche passate? In realtà ci sono elementi sufficienti a dimostrare come
gli integralisti, praticando una serie di manipolazioni, estrapolino certe nozioni dal
loro contesto specifico allo scopo di tracciare una linea concettuale di continuità, per
negare quei cambiamenti storici che fatalmente agiscono sulle idee e le modificano. In
realtà, è facilmente dimostrabile che, nella tradizione teologica, il jihad è soggetto
a particolari condizioni, e queste condizioni non sono presenti nel contesto generale
degli attentati dell11 settembre, data in cui il jihad è stato formalmente
ripristinato.
Inoltre, con uno sforzo di interpretazione
dogmatica più attinente allo spirito che alla lettera, è possibile argomentare che latteggiamento
bellicista appartiene solo a una parte delle prescrizioni divine, la parte che potremmo
definire più congiunturale, e che quindi può essere sospesa da una
particolare evoluzione storica. È noto che, dalla metà del XIX secolo, due generazioni
di teologi riformatori si erano orientati verso interpretazioni che rendevano obsoleto il
concetto di jihad, che invece si è riaffermato con forza a metà del XX secolo attraverso
un insieme di dottrine integraliste tese a mobilitare energie per rilanciare polemicamente
lidea della guerra di religione.
Sta di fatto, comunque, che il modo di
agire degli integralisti islamici non può che confermare lidea, ormai radicata nel
sentire comune, di un islam per sua natura bellicoso, egemonico, espansionista e
politicamente violento. Un islam capace di aprire le ostilità anche quando si trova in
una posizione di debolezza, anche quando non dispone di mezzi bellici sufficienti a
sconfiggere nemici designati come tali, per quanto molto più forti. Persino trovandosi
sfavoriti quanto a rapporti di forze, non rinunciano alla guerra, ma la adattano alle
modalità del terrorismo trasformandolo in unarma capace di produrre danni enormi. I
candidati terroristi diventano temibili quando si dimostrano pronti a morire per onorare
il mito sacrificale: donare la vita in un atto sacro di distruzione.
Gli avvenimenti dell11 settembre
sono tuttora vivi in ognuno di noi, ed esigono dallumanità una lotta totale contro
il terrorismo integralista. È una lotta che, per la democrazia, costituisce una sfida, ma
nello stesso tempo una prova. Oltre alle azioni di guerra, legittimate dai successi
effettivamente ottenuti nellindividuazione di cellule di islamisti strutturate
militarmente, non bisogna dimenticare che, grazie alla lenta procedura giudiziaria, capita
di riconoscere i membri delle cellule dormienti, terroristi che vivono e si
aggirano da persone normali allinterno di società fondate sulla libertà di parola,
di riunione, di circolazione e di impresa. Di fronte alla minaccia, la cosa migliore è
trattenere limpazienza. Daltra parte, è nei momenti estremi che la forza del
diritto viene saggiata. Una forza che prevede anche lestensione della propria
autorità quando sia posta di fronte a situazioni eccezionali.
Non è qui mia intenzione saggiare quella
forza. Limportante, per quanto mi riguarda, è constatare che quel genere di
violenze falsano la nostra comprensione dellislam come fenomeno storico complesso,
ci escludono dalle sue virtualità e dalle sue possibilità, e confermano lo stereotipo
che ce lo rende definitivamente nemico. Si dà il caso, tuttavia, che sia proprio questa
errata interpretazione dellislam il miglior alleato di bin Laden, dei suoi
sostenitori e dei suoi epigoni. Uno dei modi per battersi contro lintegralismo è
quello di restituire lislam alla sua complessità, e di riconoscere il suo apporto
alluniversalità della cultura. È necessario, per questo, non limitarsi alla sola
espressione politica e bellica, ma tentare un approccio attraverso le altre due
caratteristiche con cui lislam si è storicamente espresso. In realtà, cè
tutto lo spazio necessario per confrontarsi con lislam, sia come civiltà sia come
religione.
Quando una civiltà ne giudica unaltra
Parlando di civiltà islamica, vorrei
innanzitutto temperare il particolarismo che lespressione genera. E vorrei anche
insistere su una domanda che tutti si pongono, al di là delle specificità formali e
linguistiche che distinguono gli apporti dei singoli popoli e nazioni, e che hanno dato
luogo a quelle differenze che illustrano la diversità umana attraverso il tempo e lo
spazio. Vorrei qui fare due considerazioni: la prima contiene una parte di verità, la
seconda costituisce il pregiudizio più diffuso.
La prima considerazione riguarda il
tentativo di circoscrivere i confini delle identità sulle quali si costruiscono le
civiltà. In questo modo ci si arroga il diritto di darsi allo studio della civiltà
cinese, indiana, indoamericana, egizia; di evocare la loro nascita, le loro credenze, i
loro periodi di grandezza, lora dinizio della loro decadenza e perfino, in
certi casi, listante preciso della loro morte.
La seconda considerazione riguarda la
visione proiettata sullaltro da parte delle comunità costituite: quando una
civiltà ne osserva unaltra, attribuisce unicamente a se stessa e ai propri
componenti lo status di civiltà, considerando gli altri più o meno alla stregua di
barbari.
Solo superando queste due considerazioni
(si tratti pure di una verità incompleta e di un tropismo generico), è possibile
integrare, allinterno di ogni insediamento umano, la tensione fra civiltà e
barbarie. È una tensione che agisce nel cuore stesso dellenergia creatrice e delle
opere che da essa vengono generate.
È grazie a questo passaggio che il
plurale si converte in singolare, e che le civiltà nutrono un principio civilizzatore
unico, seppure continuamente minacciato, assalito, aggredito dalla barbarie. È la storia
stessa a insegnarci come non esista una conquista definitiva che liberi luomo dal
fascino della distruzione. In sostanza, lazione civilizzatrice che emana da questa o
da quella civiltà alimenta la civiltà in sé, la quale si ritrova minacciata
dalla barbarie che alligna nelle fondamenta stesse delledificio che tende a
costruire; e se la civiltà esige sforzo e conquiste continue, la barbarie, al contrario,
può adagiarsi nellistinto e nello stato di natura: è questa la conclusione a cui
giunge Freud nel Disagio della civiltà.1
Lesempio migliore per dimostrare
questa constatazione è quello proposto dal XX secolo, in cui uno dei popoli che più si
è dimostrato inventivo nelle conquiste più recenti della civiltà moderna, europea,
occidentale, è scivolato con il nazismo nella barbarie più tenebrosa e funesta, vista
come alleata della Tecnica considerata come fine della metafisica (Heidegger).
Se si considera la visione del grande
storico arabo ibn Khaldun (XIV secolo),2 si constata che, nei territori dellislam,
le categorie civiltà e barbarie sono i motori che fanno girare la
ruota della storia così come essa è percepita attraverso la successione di stati e
dinastie. Secondo ibn Khaldun, che elaborò una visione ciclica della storia, le civiltà
cittadine sono destinate alla decadenza; altre forze più vive, caratterizzate da unintatta
energia guerriera che emana dal nomadismo barbaro, minacciano e quindi si abbattono sulle
città distruggendole; poi i nuovi venuti si installano fra le rovine di coloro che hanno
appena annientato, e a poco a poco cominciano a ricostruire. Grazie alle nuove
costruzioni, si inciviliscono e si ingrandiscono, finché anche per loro arriverà la
decadenza e la distruzione per mano di nuovi barbari. E anche questi percorreranno le
stesse tappe, perseverando nel ciclo continuo e inarrestabile di successioni.
È in questa prospettiva che vorrei
illustrare il fattore civilizzante dellislam. La mia tesi è chiara e decisa: lislam
ha portato la civiltà a un apogeo mai raggiunto prima. Per sostenere questa affermazione
è necessario valutare dove situare quellislam, in rapporto allo spazio in cui si è
sviluppato e allepoca in cui si è manifestato. Qui si confrontano due punti di
vista: quello difeso da Henri Pirenne in Maometto e Carlomagno3 (secondo cui lingresso
dellislam sulla scena mediterranea costituisce una rottura irreparabile) e quello
esposto da Maurice Lombard in Splendore e apogeo dellislam: VIII-XI secolo4 che
insiste sulla continuità del fattore civilizzatore sotto lautorità islamica,
almeno nel periodo che va dallVIII allXI secolo.
La grande architettura islamica
Ovviamente io privilegio la tesi della
continuità, anche perché la sua validità trova riscontri in campi diversi.
In architettura, tanto per cominciare che,
come dice Viollet-Le-Duc, è lo specchio dellideologia. È attraverso le
varie combinazioni delle sue forme che lo stato delle cose si manifesta nel modo più
chiaro. Anche i monumenti islamici seppero adattare le nuove regole di culto alle grandi
tradizioni architettoniche, comprese le più antiche, con cui vennero in contatto durante
le varie conquiste. Il Duomo della Roccia, a Gerusalemme (692) costituisce il punto finale
di un processo la cui origine risale al VI secolo a.C.; è una realizzazione perfetta dellidea
della pianta centrale inaugurata con lorchestra del teatro greco, passando per i
tesori di Delfi, i templi circolari di Roma, le chiese paleocristiane e bizantine
costruite su base ottagonale o intorno a una croce greca.5 La moschea degli Omayyadi a
Damasco (ca. 710), con le sue tre alte navate parallele, riprende perfettamente la pianta
della basilica romana.
Ovviamente le forme ereditate sono
sottoposte alle regole della nuova religione perché, in entrambi gli esempi riportati, i
monumenti destinati alla preghiera visualizzano lorientamento verso la Mecca
attraverso il mihrab, la nicchia rivolta verso la kaaba, il cubo rivestito di stoffa nera,
ombelico del mondo, posto al centro del recinto sacro, che sta di fronte al devoto in
preghiera in qualsiasi angolo del mondo si trovi, e attorno al quale gira il pellegrino
quando va personalmente a visitare il luogo sacro.
Anche le decorazioni si adattano alle
nuove esigenze. Per rispettare, se non lassenza di icone nel tempio, almeno la
raccomandazione del Profeta che limita la pratica dellimmagine allinanimato, i
mosaici bizantini si sono spogliati delle loro figure animate, personaggi e bestiari, per
limitarsi a una decorazione geometrica, floreale, emblematica ed epigrafica, come a
Gerusalemme. O propongono, come a Damasco, paesaggi con architetture auliche e giardini
fioriti e alberati, attraversati da fiumi ondosi, che alcuni interpretarono come allusione
al paradiso coranico, dove lombra degli alberi soddisfa il sogno delluomo del
deserto, vittima della tirannia dei torridi raggi del sole.
È importante soffermarsi sulle lettere
monumentali che brillano sulle pareti della rotonda di Gerusalemme, poiché
testimoniano un atto inaugurale di grande portata. Innanzitutto è attestata la data delledificio
(72 dallEgira, cioè il 692 d.C.). Inoltre la scritta costituisce una delle più
antiche trascrizioni coraniche. E infine quelle lettere proiettano la scrittura su scala
monumentale, un gesto che, in sé, inventa la calligrafia, che diventerà larte
principale dellislam, destinata a esaltare la lettera in cui si incarna la voce del
verbo divino, facendo di essa il segno che rimanda al simbolico e allimmaginario,
allo stesso modo delle Tavole della legge nella tradizione ebraica e del Corpo nel
cristianesimo.
La moschea di Cordova e le sue
radici storiche
Se si prendono come esempio due fra le
moschee del IX secolo delloccidente musulmano, quella di Kairouan e la Zituna di
Tunisi, si noterà come i costruttori di quei vasti saloni ipostili abbiano preso
materiali da complessi architettonici precedenti, principalmente romani e bizantini,
utilizzandoli alla stregua di cave o di fabbriche di capitelli e colonne. Questo fatto
potrebbe essere interpretato come una negazione della tradizione antica e delle sue
derivazioni, o come un rifiuto del tempio romano e della basilica bizantina. Tuttavia le
cose devono essere andate diversamente, perché abbiamo la prova archeologica che quando
gli arabi arrivarono in Africa (verso la fine del VII secolo) i complessi monumentali, per
la maggior parte, non solo non erano più in funzione, ma erano decisamente abbandonati,
caduti in rovina, in parte crollati, insomma erano vestigia tenute in scarsissima
considerazione. Il loro riutilizzo ha probabilmente ridato vita a luoghi segnati dallabbandono.
In questo può anche aver giocato un certo senso di emulazione: chi subentra si sente in
qualche modo obbligato a essere allaltezza della cosa acquisita e a restaurarne le
mura; o può anche voler superare il precedente locatore inventando uno spazio di diversa
ampiezza, destinato a valorizzare ciò che era stato utilizzato tempo prima in modo
diverso.
Oltre la loro bellezza intrinseca, queste
due moschee (soprattutto quella di Kairouan), immerse in una profonda penombra,
costituiscono due veri e propri musei di colonne e capitelli romani e bizantini. Questi
ultimi sono talmente numerosi e variati da costituire reperti preziosi per chi volesse
dedicarsi a uno studio sul commercio del marmo e delle sua varie lavorazioni lungo tutta
la fascia mediterranea in quellepoca. Così, grazie al riutilizzo casuale di
manufatti darte antica, alcuni monumenti islamici diventano museo di una parte della
storia dellimpero, da Roma a Costantinopoli.
Le opere prodotte in terra islamica si
situano, se non nella continuità, almeno nel quadro generale dei riferimenti culturali
dellantichità. Il fatto è che le civiltà ignorano il culto del puro, e inventano
solo nella mescolanza. Un fenomeno, questo, che si può notare in unaltra moschea
famosa, la bellissima moschea di Cordova, che ha affascinato più di un visitatore. Mi
piace qui ricordare limmagine di Edgar Quinet6 che la vide nellinverno 1884,
con le sue mille colonne
mescolate con labbandono della natura edenica;
o ciò che ne scrisse Rilke7 in una lettera, in cui fustiga lintrusione cattolica
che ne ha interrotto la fluidità.
Quella foresta di colonne del X secolo è
la metafora di unoasi che, come quelle africane rimaste nel cuore degli antenati,
riproduce i giochi dombra e di luce intermittenti fra i palmeti. Questa lezione
di tenebre è una celebrazione nostalgica dello spazio delle origini, un dono che larabo
in esilio, lontano dalla terra dei suoi padri, fa a se stesso. Vi troviamo anche il
riutilizzo delle colonne antiche dove è chiara (adattata alle dimensioni del monumento)
una citazione romana ripresa dallacquedotto di Segovia, con gli archi su due piani
sovrapposti. Ed è il Basileus in persona che invia al Califfo una squadra di mosaicisti
per decorare il muro che accoglie la nicchia del mihrab e la volta dellingresso.8 Leffetto
è quello di un bersaglio verso cui lo sguardo si dirige come un dardo, che sembra colpire
e polverizzare le tessere in un tripudio doro, dazzurro e di smeraldo. E la
volta, tecnicamente perfetta, spinge locchio dellosservatore verso lo
splendido slancio dato dallincrocio delle ogive, che come vascelli di luce sembrano
cantare Dio nelle contrade del settentrione.
Questa moschea, che è ritenuta
rappresentare larte islamica per eccellenza, è il frutto di una nostalgia araba
realizzata con manufatti darte antica arricchiti da reminiscenze romane dove, nel
suo punto focale, è cantato il lusso di Bisanzio, e dove, in una delle sue cupole, si
può già intuire il gotico che verrà.
Nel momento in cui lEuropa si
allontana dai riferimenti allantichità, è lislam che ne diventa il
continuatore. Unaltra prova di ciò è nelle terme, che vengono adattate ad hammam,
i bagni pubblici così numerosi nei centri islamici e che vennero murati dai cristiani
quando riconquistarono le città dal-Andalus; come a Cordova dove, allinizio
del XIII secolo, il primo atto dellautorità cattolica fu di condannare laccesso
ai trecento bagni pubblici che la città vantava.
Ma è grazie ai riti islamici di
purificazione che molte terme depoca romana hanno avuto la possibilità di
sopravvivere e perfino di rinascere. Nei bagni romani lacqua calda e il vapore
circolavano attraverso canali di mattoni refrattari distribuiti lungo le varie stanze, la
cui funzione si adattava allaumento dei gradi, dal freddo al caldo. I bagni arabi
ripresero la divisione romana in vestibolo (apoditarium), stanza fredda (frigidarium),
stanza tiepida (tepidarium), stanza calda o stufa (caldarium).
Dallurbanistica romana a
quella islamica
Una continuità della romanità è
altresì rintracciabile attraverso una serie di realizzazioni che, in apparenza, si
direbbero radicalmente diverse.
Infatti, cosa cè di più antitetico
fra lurbanistica romana e quella islamica? La prima persegue in modo quasi maniacale
lidea dellincrocio ortogonale; la seconda propone gomitoli di strade che
farebbero perdere il senso dellorientamento al genio di Arianna. Al rigore delle
strade che, in totale simmetria, si incrociano sempre ad angolo retto, si contrappongono
sequenze di contorti labirinti. Vi risparmio le conclusioni bizzarre che da ciò sono
state tratte, attribuendo la ragione geometrica ai maestri degli scacchi e il disordine
dellimprovvisazione a coloro che amano quel dedalo di strade che fa perdere lorientamento
allo straniero poco pratico, fra passaggi aperti e vicoli ciechi. A questo si aggiunga il
senso di angoscia dovuto allinganno che interrompe lo slancio quando, percorrendo
una via apparentemente aperta, ci si ritrova di fronte a un muro invalicabile e si è
obbligati a ritornare sui propri passi.
Ma la verità che sta alla base della
struttura della città islamica è più complessa. I princìpi fondamentali dellurbanistica
romana sono sempre presenti, solo che lindole islamica rifiuta di portarli a
sistema. Ogni città è fondata sullincrocio del cardo e del decumano;
essi vengono spesso realizzati attraverso due parallele serpentine che conducono a porte
coincidenti con i punti cardinali. E nella zona centrale, nel punto dincontro, si
svolgono le funzioni ospitate dal forum: il tempio e il mercato (dove il negoziante è
accanto allartigiano), a volte arricchiti dal palazzo di città o dalla cittadella
fortificata. Molto spesso, sono i vasti cortili delle grandi moschee a fare funzione di
piazza, come nella moschea degli Omayyadi a Damasco, di al-Azhar al Cairo, della Zituna a
Tunisi, della Qarawine a Fès.
È intorno a questo abbozzo di pianta
romana che si agglutina il dedalo discontinuo, composto da una serie di unità riunite
originariamente intorno a uno stesso spirito di corpo (tribù, clan,
clientela), che sarà alla base della logica e della solidarietà dei singoli quartieri.
Tutte le città storiche della riva meridionale del Mediterraneo sono caratterizzate da
questo doppio riferimento che conferisce una parte strutturante ai princìpi urbanistici
romani. Lo si vede chiaramente a Fès, a Rabat, a Marrakesh, come a Tunisi, al Cairo o a
Damasco.
Il secondo esempio che converte unestraneità
islamica in familiarità romana è senza dubbio la casa. Ciò che separa è la facciata
cieca della dimora araba, che impedisce allestraneo di guardare allinterno: lunico
varco sulla strada, la porta dingresso, oppone allocchio del curioso lostacolo
di un lungo passaggio zigzagante. Questa disposizione rafforza lidea di chiusura
della casa islamica, corrispondente alla separazione fra spazio privato e spazio pubblico,
sottolineata dalla disparità sessuale suggerita dal velo alle donne, che intenderebbe
essere una protezione nei loro confronti considerando la nudità relativa delle membra,
dei capelli, del viso.
Ma è sufficiente trovarsi allinterno
di quegli edifici per scoprire che la struttura delle case non fa che riprendere la pianta
romana, incentrata su un portico che si apre su un cortile e si prolunga, al di là di una
delle ali, fino a un giardino che propone, allinterno del muro di cinta, una seconda
apertura sullazzurro del cielo. Daltra parte, allepoca in cui le città
italiane tornano a prendere contatto con i riferimenti archeologici romani, nelle dimore
patrizie del Rinascimento torna luso del cortile. Il che conferisce loro una
sorprendente aria di famiglia con i palazzotti della riva meridionale del Mediterraneo.
Infine voglio accennare anche a quella che
si potrebbe a ragione definire la civiltà delle città, che ha conosciuto uninterruzione
con lEuropa cristiana, ma che ha continuato a evolversi nellislam. Tutte le
grandi famiglie di Cordova disponevano di un palazzetto circondato da un muro di cinta e
di terreni nella campagna intorno alla città, specie sulle colline. È quanto
testimoniano le vestigia archeologiche di Medinet az-Zahra e di Medinet az-Zahira,
nei dintorni di un agglomerato che sorge su unansa del Guadalquivir.
Unopera letteraria fra le più
importanti, edita in francese col titolo De lamour et des amants,9 scritta da un cordovano dellanno mille, ibn Hazm, parla proprio della migrazione delle famiglie,
durante la bella stagione, verso quei gradevoli villaggi circondati da terreni coltivati,
dove si respira laria buona e si sta gradevolmente in attesa della brezza della
sera, mentre i miasmi della canicola invadono il corpo e impigriscono lo spirito di chi
non è riuscito a sfuggire al tessuto compatto dei vicoli e dei muri della città, dove
mattoni e pietre sembrano voler soffocare nella morsa della calura.
I trattati di agricoltura, come quello di
Sad ibn Luyun (1282-1349)10, nato in Almeria, descrivono dettagliatamente il modo in
cui, in quelle proprietà, lo spazio è distribuito: alle estremità ci sono la stalla, le
scuderie e il pollaio, quindi gli orti, il frutteto, fino alle aiuole di fiori separati da
vasche destinate ad accogliere la musica dellacqua che zampilla, scorre e scende in
cascatelle il più vicino possibile alla villa propriamente detta, residenza del
proprietario e della sua famiglia in villeggiatura.
Qui siamo esattamente nel passaggio
intermedio fra la villa romana e le ricche case di villeggiatura che, durante il
Rinascimento, le grandi famiglie toscane o venete faranno costruire. E la distribuzione
dello spazio descritta da ibn Luyun è molto simile a quella che si imporrà il Palladio,
rinnovandosi continuamente per mettere alla prova il proprio talento, realizzando le ville
sul Brenta, le architetture di Padova, Vicenza o quelle vicino a Treviso.
Dal tempio alla moschea: il
fattore ascetico
Colgo loccasione che mi ha portato a
citare i trattati dagricoltura nel contesto delle ville per ricordare il più
celebre di essi, scritto dal sivigliano del XIII secolo ibn al-Awwâm.11Innanzitutto si apprende da questo scritto che lagricoltura
era considerata al tempo stesso una scienza e una tecnica, unarte e un mestiere. Lopera
è il prodotto di apporti molteplici, babilonesi, greci, romani, siriani, bizantini,
iberici, su una base metodologica sperimentale. È proprio questo tipo di fusione che crea
lo spirito nuovo della civiltà che ha prosperato nel nome dellislam. Una civiltà
che ha permesso lincontro di tradizioni rimaste fino ad allora isolate.
Si può vedere dunque come il principio di
continuità non riguardi soltanto i contributi romani o greci. È nel fermento allinterno
dello stesso crogiuolo delle tradizioni occidentali e orientali precedenti che si rivela
la verità della civiltà islamica. Ed essere il continuatore, lerede di quanto
precede non implica la sottomissione del discepolo al maestro, né la necessità di
mantenere un atteggiamento conservatore. Dalla tavola riassuntiva si passa alla sintesi, e
da qui si apre il registro di una nuova accumulazione. La continuità avviene allora in
uno spirito critico e pragmatico che stimola linventiva. Più avanti ricorderemo
come le scienze sviluppate in lingua araba confermino questi stessi princìpi.
Lesempio dellarchitettura è
visibile anche in altri luoghi che implicano un lavoro di invenzione nella continuità di
altre tradizioni. Lo si è verificato attraverso la tradizione occidentale, e lo si può
ugualmente verificare in Oriente. Unulteriore conferma viene dalle vestigia
persiane, come nella volta monumentale del palazzo sassanide di Ctesiphon (VI secolo), che
servirà da modello allarchitettura delliwan diffusa ovunque, dalla
Mesopotamia, allEgitto, allIndia. Liwan è quel tipo di volta molto
elevata che copre un vasto spazio di un unico ambiente, aperto su un cortile per tutta la
sua altezza.
Questa imitazione orientale apporterà alloratorio
islamico la conquista dellaltezza suggerendo la simbologia del volo, dello slancio
verso lalto, associando lesperienza religiosa allascesi, al viaggio
dello spirito nelle sfere celesti. In questo modo la trascendenza è visualizzata proprio
dalla capacità di padroneggiare lelevazione. Siamo allopposto rispetto alle
moschee occidentali prima citate, che evidenziano attraverso lorizzontalità unadesione
religiosa che fa scendere il cielo in terra, e che rende immanente la trascendenza.
Una delle più belle realizzazioni di iwan
è quella che dà forma alla madrasa (scuola coranica) mamelucca costruita al Cairo dal
sultano Hassan allinizio del XIV secolo. Il cronachista cairota del XV secolo
Maqrizi ci rivela, nella sua opera Khutat, che lintenzione, condivisa fra
committente e architetto, era quella di rivaleggiare con il modello sassanide, in una
sfida tecnica ed estetica tesa a superarlo in monumentalità e bellezza.
Larchitettura ottomana e il
Rinascimento italiano
Unaltra invenzione, sempre a
imitazione di un capolavoro antico, si condensa nellarchitettura ottomana, dove il
geniale Sinan, nel XVI secolo, fu emulo di Antemio di Tralle e di Isidoro di Mileto, che
concepirono il progetto e lelevazione su cui è nata Santa Sofia (532-537). Sarà
così creato il terzo grande modello di riferimento architettonico della moschea, oltre liwan
e le sale ipostile. Sinan non si limitò a imitare Santa Sofia, ma ne assimilò lispirazione
e, per così dire, ne esaurì le possibilità virtuali attraverso una serie di variazioni.
Fra le sue opere, numerose e in continua
evoluzione, voglio citarne una che appartiene ai suoi inizi, la moschea Shahzad (1548) a
Istanbul, dove si allontanò dal modello aggiungendo altre due semicupole laterali,
ottenendo così una pianta centrale polilobata inscritta in un quadrato. E poiché laltezza
della cupola (37,5 m) è quasi uguale al lato del quadrato (38 m), il volume interno
suggerisce lillusione di un cubo, la forma a cui Platone attribuiva eterna
bellezza. Il quadrilobo inscritto nel suo quadrato risponde al quadrato del cortile,
applicando così la disposizione pitagorica dei quadrati che girano in un cerchio.12
Come sempre, in Sinan, il minimo dettaglio è disegnato con la massima cura e contribuisce
al dinamismo dellinsieme, tanto che non si può togliere neppure il più piccolo
elemento senza comprometterne lassoluta unità.
Per i riferimenti al platonismo e allo
spirito geometrico dei greci, per la monumentalità, per lestrema precisione del
disegno, per la cura del movimento nellunità (la stessa dellAlberti), lesperienza
di Sinan costituisce una superba risposta al genio della generazione precedente,
Michelangelo. In entrambi i casi, il mito dellarchitetto demiurgo si è incarnato in
Oriente e in Occidente attraverso due figure che si sono succedute nel tempo. Ma è forse
ancora necessario utilizzare queste categorie separatrici (Oriente/Occidente) nel caso di
unopera che ci giunge da un islam così distaccato da ciò che è stato prima e da
ciò che verrà dopo? Questa domanda suggerisce piuttosto di situare le creazioni
provenienti da quella civiltà se non in una storia condivisa con lEuropa, almeno in
diacronie, sì distinte, ma che in realtà non hanno mai cessato di incrociarsi sulla
stessa scena.
Sempre mantenendo larchitettura come
esempio, è possibile ritrovare unulteriore contemporaneità fra le realizzazioni
dellislam e certi progetti dellOccidente. Si tratta della problematica
geometrica sottesa alla realizzazione dellarticolazione fra il cubo e la semisfera.
Verso il 1420 essa si manifestò attraverso le opere fiorentine del Brunelleschi (la
sacrestia di san Lorenzo, la cappella dei Pazzi a Santa Croce, Santa Maria degli Angeli).
Nel 1424, fu edificata a Bursa, prima capitale degli ottomani, Yesil Camii (la Moschea
Verde) che mostra, con il suo salone centrale, le due sale laterali e la sala dingresso,
quattro soluzioni diverse a questa stessa problematica, e ripropone altrettante eco alle
ricerche di uno dei maestri della prima generazione del Quattrocento.
Dagli archivi, sappiamo che Brunelleschi
era il prototipo dellartista le cui realizzazioni sono precedute da speculazioni
teoriche. E basta vederne lopera per capire come lideatore della Moschea
Verde fosse anchegli un architetto che lavorava prima sulla teoria, perché in
un unico monumento propone soluzioni multiple a uno stesso problema: è come se lopera
non fosse che lillustrazione di una dissertazione basata su meditazioni di geometria
pura.
Il problema del rapporto fra il cubo e la
sfera deriva dai pensatori greci; fu poi approfondito dai loro successori arabi che
disponevano di trattati di geometria pratica, come quello di Abu al-Wafa al-Buzjani,
X secolo: il Libro delle costruzioni geometriche necessarie allartigiano. La
collaborazione del sapere geometrico con larchitettura si ritrova quale risposta
allo stesso problema postosi per le chiese bizantine, copte, visigote fin dal V secolo.
Se ricordiamo tutto questo, non è per
negare loriginalità del Brunelleschi ma, al contrario, per confermare il suo
percorso di uomo del Rinascimento che ha cercato di rinnovare lantichità
greco-romana, conoscendola per prima cosa attraverso la ricerca archeologica. E per quanto
riguarda il Maestro della Moschea Verde, possiamo dire a ragion veduta che è
appartenuto a una cultura che non ha mai interrotto i propri legami con i riferimenti
antichi.
Queste similitudini, questi paragoni
rivelano che ci muoviamo in uno spazio geografico e immaginario unico, quello del
Mediterraneo. Per mezzo di un paio di esempi risalenti ai primi decenni del XV secolo,
constatiamo che, per lislam, la continuità con i riferimenti antichi non è mai
venuta meno, mentre lEuropa ha avuto bisogno dellideologia del Rinascimento
per sanare una frattura e operare il ritorno alle tradizioni dimenticate.
Terminiamo questo percorso spostandoci dal
campo dellarchitettura a quello della scultura, rimanendo a Firenze e parzialmente
in compagnia del Brunelleschi. Questi partecipò al concorso del 1401, promosso dalla
città, per scegliere lartista che avrebbe decorato la Porta del Paradiso del
Battistero, quella di fronte alla facciata di Santa Maria del Fiore. Il soggetto proposto,
il sacrificio di Abramo, è uno dei più familiari anche per una memoria nutrita di
ricordi islamici. Come se la scelta del soggetto fosse desinata a rendere più naturale lincontro
di riferimenti islamici per il Ghiberti, celebre orafo e scultore, che alla fine vinse il
concorso. Ghiberti conosceva lottica attraverso al-Kindi (IX secolo, che cita con
rispetto) e soprattutto attraverso ibn al-Haytham (X secolo), noto in Europa col nome di
Alhazen.13
Questultimo, nellopera De Optica, dedica un capitolo al processo della percezione (al-idrak) che inquadra, secondo
le condizioni, in ventuno categorie (la distanza, il movimento, la luce, il colore, la
velocità, eccetera). Oltre lanalisi della percezione come fenomeno tanto fisico
quanto psichico e mentale, il fine ultimo della percezione si trova, per lui, nel
discernimento estetico che distingue fra il brutto e il bello. Queste sono le categorie
ultime che diventano la ragione dessere della percezione. Tutte le altre categorie
si ridispongono in funzione di queste due, per proporre una visione estetica relativista.
Tra i molti punti di riferimento, la misura, il rapporto equilibrato (nisba) fra le
parti, può caratterizzare il bello. Si tratta proprio dellarte delle
proporzioni, ereditata dalla tradizione platonica e pitagorica, divulgata presso gli
artigiani islamici dallenciclopedia neoplatonica destinata alla loro educazione,
cioè le epistole dei Fratelli della Purezza (X secolo, Rasail Ikhwan as-Safa).
Sarà proprio e solo questo criterio delle proporzioni che Ghiberti14 utilizzerà quale
fondamento della bellezza.
La cultura araba e lo sviluppo
delle scienze
Questultimo esempio rende più agile
il passaggio dalle arti alle scienze. Le idee che abbiamo visto in architettura, le
ritroviamo in modo ancora più deciso, più netto, quando consideriamo lo sviluppo delle
scienze in lingua araba, in particolare le scienze matematiche. Lidea dominante
riguardo le matematiche di lingua araba consiste nel riconoscere, nella loro storia, tre
contributi: la divulgazione delle cifre indiane, la scoperta dellalgebra e la
trasmissione alloccidente della tradizione greca (Euclide, Apollonio, Archimede,
Diofante, eccetera). Oggi questidea appare sempre più limitata in seguito allimpulso
dato alle ricerche in questo campo da Roshdi Rashed.15
È ormai cosa nota che a Baghdad, nel IX
secolo, ha avuto luogo un cambiamento nella storia delle matematiche, dovuto alla
convergenza (con il diffondersi delle traduzioni) di tradizioni che, fino a quel momento,
non si erano mai incontrate: nellambito della lingua araba si incrociarono le
eredità egiziane e babilonesi, greche, persiane, indiane e, come si è da poco scoperto,
cinesi. A partire da quei confronti, differenze e sintesi si alternarono fino a dare luogo
allelaborazione di un nuovo spirito scientifico.
Da allora, il campo dinfluenza
esercitato dalle matematiche arabe nelloccidente medievale si ampliò tanto in
aritmetica, quanto in algebra e in geometria. LEuropa del XII secolo riscopre
Euclide in seguito alla traduzione latina degli Elementi, compiuta sulla base
degli adattamenti arabi. Molte altre traduzioni dallarabo in latino circoleranno nei
maggiori circoli culturali dEuropa (quella di Khwarazmi, linventore dellalgebra,
di ibn al-Haytham, eccetera). È ormai dato per scontato che Fibonacci, il matematico
europeo più geniale dellinizio del XIII secolo, conoscesse larabo, avesse
compiuto viaggi di formazione scientifica e attingesse per i suoi studi direttamente alla
sorgente.
Ma lapporto dei matematici arabi non
si ridusse a una circolazione limitata al Medioevo. Lopposizione fra scienza
medievale e scienza moderna non resiste allesame dei fatti. Due sapienti separati da
molti secoli, riguardo alle loro ricerche possono risultare contemporanei. È
il caso di Farisi (algebrista del XIII secolo) e di Cartesio riguardo alla teoria dei
numeri. O dei lavori di al-Karaji (XI secolo), che applica laritmetica allalgebra
attraverso operazioni dette polinomi, e che, fino al XVIII secolo, formeranno
il cuore di ogni trattato di algebra. E ancora il binomio di Newton, e la
tavola dei coefficienti detta triangolo di Pascal, che si trovano già nel
trattato di al-Samawal (XII secolo).
Seguendo i passi dei matematici che hanno
percorso la strada aperta da Khwarazmi (secondo cui lalgebra è concepita come
scienza destinata a risolvere sia problemi numerici che geometrici), scopriamo che larticolazione
fra algebra e geometria ha creato una scuola molto attiva e molto inventiva. Sharaf al-Din
al-Tusi (fine del XII secolo) ne è un notevole rappresentante. Come matematico ebbe, in
particolare, lintuizione di quello che viene detto poligono di Newton.
Il suo lavoro comportò una serie di innovazioni per superare le quali bisognerà
attendere Cartesio o Fermat. I suoi metodi numerici molto elaborati appaiono più avanzati
delle ricerche di Viète.
Integrando gli apporti dei matematici
arabi in una storia accomunata, si può constatare come le normali classificazioni
appaiano superate. È un percorso che si può esemplificare come due parallele che in
realtà si rivelano essere una sola linea, da Euclide a Henri Poincaré, passando per i
solidi apporti dei matematici arabi del Medio Evo (che non si potrà più certamente
definire epoca oscura). Allepoca, una ragione sovrana e non condizionata
pensava le matematiche teoriche e, attraverso la sperimentazione, poteva metterle in
pratica. Questo modo di concepire le cose durerà fino al XVII secolo europeo, quando
avverrà una nuova frattura.
Bisogna notare che le matematiche, che
erano espresse in lingua araba, possedevano già un carattere internazionale, un attributo
che erroneamente si crede appannaggio soltanto delle scienze moderne e occidentali. In
ultima analisi, non ci sono matematiche arabe, né europee o occidentali; esiste soltanto
una lingua che, per un certo periodo, ha il privilegio di essere il veicolo di una ricerca
alla quale partecipano soggetti appartenenti a etnie, nazioni o credenze diverse. Al di
là delle differenziazioni, e attraverso il gioco delle sintesi, la storia delle
matematiche è una, e ha avuto un periodo di lingua greca, un periodo di lingua araba, un
periodo di lingua latina e infine un ultimo periodo di lingue europee vive.
Ibn Arabi e linflusso
mistico del sufismo
Se lesempio delle matematiche ci
permette di sostenere con forza che la civiltà è una, anche esempi di genere del tutto
opposto possono portarci alla stessa conclusione. Per esempio, se passiamo dalle scienze
alla mistica, se ci trasferiamo dal discorso oggettivo allespressione soggettiva, se
ci spostiamo dalla testimonianza della ragione logica alle enunciazioni dellesperienza
interiore, vedremo che, nonostante la differenza di credenze, lidea di una diacronia
comune è plausibile, al di là dei giochi di convergenza a cui tutte le mistiche tendono
proprio per il loro modo di oltrepassare le particolarità dei culti e dei riti che
caratterizzano ogni singolo credo.
Su questo piano, sarà il sufismo lerede
delle diverse tradizioni speculative e spirituali: verso la base della meditazione
coranica affluiranno le interpretazioni neoplatoniche, le discipline del monachesimo, dei
padri anacoreti del deserto, lo spirito della luce diffuso da Zoroastro, così come lesercizio
del ritiro ascetico presso i brahmini, o anche il pensiero paradossale dei taoisti,
fondato sullunione dei contrari e sulla dialettica femminile/maschile. È ciò che
fa del sufismo una spiritualità con radici in un pensiero e unesperienza che
rivelano tracce delle tradizioni spirituali precedenti. Una spiritualità, quella sufi,
che acquisisce la propria maturità attraverso la conoscenza e ladozione di
molteplici scuole e metodologie, alcune delle quali si sono fuse tra di loro
arricchendosi, mentre altre non si sono mai incontrate.
È in questo mescolarsi che si affaccia la
profondità del sentimento religioso di cui i sufi sono portatori, un sentimento religioso
che René Guénon giudicò il più completo per il suo modo di tendere a ciò che definì
la dottrina unica, quella di cui, unintuizione dopo laltra, egli
aveva percepito la verità durante le sue peregrinazioni attraverso le grandi tradizioni
spirituali. Guénon portò alle estreme conseguenze le proprie conclusioni, entrando nellislam
dalla porta del sufismo, riunendo discepoli intorno alla rivista degli Etudes
traditionnelles, che costituì lhumus degli intellettuali convertiti dEuropa
(fra cui sono da citarsi Martin Lings e Michel Chodckievicz).
Come negli altri campi, questa capacità
di inglobare è il dono dellespansione islamica, realizzando il dettato coranico
riguardo al promuovere lislam come nazione di mezzo (Così abbiamo
fatto di voi una comunità mediana16). È in questa particolarità che Toynbee
identifica la singolarità dellislam, lunico gruppo che sia entrato
simultaneamente a diretto contatto con le frontiere dellEuropa occidentale, di
Bisanzio, della Cina e dellIndia. Questa medianità della diversità
conferisce alla lingua araba il privilegio di essere in contatto con le terre del latino,
del greco, del cinese, del sanscrito, a cui si aggiungono le terre già integrate che
hanno reso disponibile il sapere presente nella lingua persiana, siriaca, aramaica,
ebraica, demotica. Lislam ha saldato queste tradizioni separate, le ha unificate e
insieme le ha rinvigorite.
Una religione eclettica e
medianica
È per questo eclettismo che il più
grande maestro del sufismo, ibn Arabi (Murcia, 1165-Damasco, 1240), è stato
associato alle più diverse tendenze. La sua opera è così polimorfa e aperta da farlo
definire un cristiano inconscio (dal gesuita spagnolo Miguel Asín
Palacios17), o un neoplatonico (dallegiziano A. E. Affifi18, allievo di Reynold A.
Nicholson). Pur conservando la propria originalità, la propria complessità e polifonia,
ibn Arabi, non senza ragione, fu collegato da Henri Corbin ad alcune tradizioni
gnostiche, tanto da associarlo a certe interpretazioni sciite e iraniane.19 Infine il
giapponese Toshihiko Izutsu lo leggerà con sorprendente e feconda assonanza taoista.20
Questa pluralità di interpretazioni ha condotto Michel Chodckievicz a ricordare lobbedienza
del Maestro allortodossia sunnita, al di là della sua audacia intellettuale e degli
scarti impressionanti che suscita la tensione fra legge ed esperienza che appare in ogni
pratica mistica, ma che con ibn Arabi raggiunge il suo acme.21
Per rimanere nel solo campo occidentale,
è possibile creare una comune diacronia della mistica. Vi invito a provarci, prendendo lesempio
dellesperienza con linvisibile. Il primo anello della catena può essere
rappresentato da Plotino, quando parla teologicamente dellaphatos22 (lineffabile).
Suggerirei come secondo Filone dAlessandria, sebbene sia stato attivo due secoli
prima di Plotino. Infatti questultimo, in pieno III secolo, continua a sviluppare
esclusivamente la tradizione greca, mentre Filone già allinizio del I secolo
aprirà a tutte le discendenze monoteiste la strada dellarticolazione tra filosofia
ellenica e scritture rivelate.
Filone, lebreo di lingua greca,
mediterà sulla figura dellinvisibile associando i concetti greci alla Bibbia.
Leggerà la frase di Iahvè a Mosè: Tu non puoi vedere la mia Faccia,23
invocando laperinoutos (inconcepibile), laperigraptos (impossibile da
circoscrivere), laschematistos (impossibile da raffigurare), latheatos
(impossibile da contemplare). Entrando in rapporto con la nube oscura, Mosè comprenderà
che Dio, nel suo atto desistere, è incomprensibile a ogni creatura, e vedrà
precisamente la Sua invisibilità.24
Dal Corano alla patristica
Il soggetto si trova dunque alla presenza
del mistero che costringerà il linguaggio alla sfida con lindicibile e linvisibile.
Questo spazio pianificato per accogliere il totalmente Altro qui presente
sarà solidamente occupato dai Padri della Chiesa. Ed è alla patristica che si riferirà
il terzo anello della catena, perché Filone ha avuto solo discendenza cristiana. E fra i
Padri, voglio citare due voci, colte nel momento in cui si ritrovano nella meditazione del
versetto mosaico. La prima è quella di Giovanni Crisostomo (344-407), che assimila la
visione alla conoscenza: Perché le virtù incorporee non hanno pupille né occhi
né palpebre, e ciò che per noi è visione, per esse è conoscenza. Così, quando senti
dire che nessuno ha mai visto Dio, devi immaginare che nessuno ha mai
conosciuto Dio nella sua essenza con perfetta esattezza.25
La seconda è quella di Gregorio di Nissa
(seconda metà del IV secolo), che invece, pur non ignorando la conversione della visione
in conoscenza, persiste nel rimanere allinterno della ricerca dellillimitato
che impegna lo sguardo. Poiché ciò che è ricercato per essere visto non ha contorni, la
sua ricerca è lassillo di ogni istante, diventa infinita, e si trova così
assimilata alla ricerca estetica (quella del Bello) e alla ricerca amorosa (quella del
desiderio mai soddisfatto): Non cè limitazione che potrebbe interrompere il
progresso dellascesa a Dio, poiché da un lato il Bello non ha confini, e dallaltro
il progredire del desiderio verso di Lui non potrebbe essere fermato da alcuna sazietà.26
Ora, si dà il caso che esista un versetto
coranico che è lequivalente esatto di quello biblico; riguarda lo stesso episodio
mosaico; è quasi una citazione che è stata ricreata nel genio della lingua che lha
accolta: Lan tarânî (Tu non Mi vedrai27). La formula in arabo è
talmente forte nella sua sinteticità che si è trasformata in una stazione lungo il
cammino del mistico sufi, il quale costituirà il nostro quarto anello della catena.
Anello che sarà trattato nel commentario di uno dei maestri della Via, Qushayri
(986-1072), nel suo tafsîr (esegesi coranica).28
Curiosamente, nel commentario sufi si
incrociano le prospettive tracciate dai due padri del IV secolo. In un primo tempo, Mosè
è rappresentato come ebbro damore quando chiede a Dio: Lasciami vedere, che
io ti contempli;29 incosciente al punto da non rendersi conto dellinutilità
della sua richiesta, perché lamante sa che la figura amata lo abita al punto da non
riconoscerla se si presenta realmente davanti ai suoi occhi. Che ne è allora del soggetto
damore che nessuna figura può contenere? È solo tornando allo stato di sobrietà
che Mosè comprende limpossibilità della sua richiesta, di aver confuso visione e
conoscenza. Ma questa confusione non è che il segno di una ricerca infinita di un
desiderio che nulla può appagare. E Dio confermerà il suo profeta nellelezione
e nella prossimità, come dirà Qushayri commentando il seguito dellepisodio
coranico che dà a Mosè il privilegio di udire linudibile, situandolo così, per
mezzo delludito, nel punto più vicino di quel totalmente Altro qui presente.
Questo privilegio offre a Mosè il potere di udire lo scricchiolio del calamo sulla
Tavola quando Dio detta i suoi comandamenti agli angeli scribi.
Asín Palacios non manca di sottolineare
le prossimità e le somiglianze fra ibn Arabi da un lato, e Juan de la Cruz e Teresa
dAvila dallaltro, insistendo comunque sulla perfetta aderenza al pensiero
plotiniano nel maestro sufi.30 Egli segnala anche numerose coincidenze fra il grande sufi
e i Padri della Chiesa. Per la sua formazione neoplatonica (in cui Asín vede un anticipo
di due secoli sui pensatori europei del Rinascimento), per le sue coincidenze con le
osservazioni dei Padri, è legittimo considerare ibn Arabi il quinto anello della
catena, che a sua volta porterà allultimo della nostra diacronia, che è
rappresentato dai due grandi mistici della controriforma cattolica, quale ha trovato
espressione nella lingua castigliana.
È anche possibile collegare questi anelli
al nostro esempio dellesperienza della visione che, in questo caso, non è altro che
conoscenza intuitiva.31 In questo modo, ibn Arabi e Juan de la Cruz si incontrano in
un atteggiamento che esclude, nella contemplazione, tutto ciò che non è Dio. Luno
e laltro hanno, alla fine, una concezione agnostica di un Dio inaccessibile a tutto
ciò che non è Lui stesso. La contemplazione raggiunge la perfezione solo quando si
spoglia di ogni analogia con il creato. Essa trova il suo limite nellesperienza
metafisica di un Dio senza modus, oscuro, avvolto nelle tenebre, che induce angoscia. Una
contemplazione che procede verso di Lui nella nudità dello spirito, in una tristezza
spirituale ritenuta la chiave della contemplazione. Entrambi condividono queste
caratteristiche, alla ricerca di un Dio che non ha né forma né figura; e la
memoria procede sicura, vuota di forma e di figura, avvicinandosi così maggiormente
a Dio; poiché più essa si fissa sullimmaginazione, più si allontana da Dio
,
perché Dio
non cade nellimmaginazione.32
Così parla Juan de la Cruz nel commento al verso 3 della sua poesia Llama
de amor viva. Le stesse parole avrebbe potuto scriverle ibn Arabi come
commento a un verso del suo Interprete dei desideri.33
Il pericolo mortale dellintegralismo
Ciò che fin qui abbiamo esposto nei tre
diversi campi, ha solo un valore indicativo ed è lungi dallessere esaustivo.
Poiché la nostra struttura culturale è fondata, nonostante le differenze, sullidentità
dello spazio e del percorso, possiamo verificarne la validità in letteratura (evocando la
straordinaria assonanza fra Dante e ibn Arabi,34 o fra le tradizioni romane e quelle
arabe dellamor cortese, o ancora pensando alleffetto in Occidente delle Mille
e una notte), in filosofia (si veda in particolare il ruolo di Averroè e dei suoi
successori nellelaborazione del concetto di separazione, che porterà alla teoria
della laicità), nel pensiero politico (specialmente con ladattamento allislam,
operato da Farabi, della città utopica di Platone operato da Farabi35), in teologia (dove
si vede che lislam, prima di privilegiare lortopraxia, ha preso in
considerazione tutte le possibilità, le stesse in cui si è imbattuto il
cristianesimo36).
Allinizio di questo scritto abbiamo
detto che, per dar conto della complessità dellislam, è opportuno considerarlo
come civiltà, religione, come visione politica. Lultimo esempio, che riguarda il
sufismo, ci ha portati alla questione religiosa attraverso lintensità poetica e lardore
metafisico dellesperienza interiore. Questa può estendersi oltre qualunque credenza
costruita e organizzata. Ciò che più conta, in essa, è forse lenergia che induce
e soprattutto lasprezza degli interrogativi che instaura. Poiché il suo campo dazione
è più quello della domanda che quello dellaffermazione, affascina i contemporanei
e si adatta a ogni attualizzazione. Non si parla forse di mistica orfana
quando si evoca Hölderlin o Nietzsche o Georges Bataille? Non è forse il solo invocarla
che azzera il riduzionismo razionalista o laico?
Oggi la religione viene intesa come un
sistema di credenze che propone un assoluto, per cui il soggetto sia aiutato a costituire
se stesso producendo, venendone a contatto, un immaginario e un mondo simbolico la cui
costruzione è necessaria ad affrontare efficacemente il reale. Questo è il preliminare
psichico ed etico che porta la persona a riconoscersi come soggetto giuridico e a gestire
il suo status di cittadino. È ancora così nelle società e negli ambienti che sono
contraddistinti da un credo. Lislam, in questo senso, continua ad avere un ruolo
eminente a livello mondiale, poiché su di esso incombe il dovere di produrre donne e
uomini destinati a rinnovare il patto sociale.
Ora, se si considera lislam come una
totalità globalizzante e non come realtà differenziate, un pericolo è in agguato, ed è
quello che non risparmia la civiltà. Ed è ciò che accade oggi nellislam dove si
sta vivendo senza saperlo loblio della propria civiltà o la sua deliberata
negazione voluta dai militanti dellintegralismo. Noi siamo i contemporanei di unepoca
di barbarie.
Se la barbarie è la negazione della
civiltà, si può dire che essa è sempre esistita in seno allislam, ma che è stata
accantonata ogni volta che lautorità politica ha avuto coscienza che doveva
preservare ledificio della civiltà contro le trame di coloro che volevano colpirla.
Noi sappiamo che la civiltà è stata edificata ed è prosperata nella mescolanza. Ogni
volta che una voce si è alzata per imporre la purezza delle origini e della lettera, ogni
volta che si è elencato ciò che inquina quella presunta purezza, si è compilato il
catalogo delle cose estranee che turbano le acque chiare dei fondamenti. Una ricerca di
integrità, questa, che nellislam ha sempre trovato adepti.
Il primo a compilare il catalogo
esauriente degli elementi di inquinamento è stato probabilmente un teologo della fine del
XIII secolo, ibn Taymiyya, che oggi è considerato, sia dai wahabiti che dagli
integralisti, uno dei padri fondatori. Nel suo desiderio di purificare lislam, egli
si rivela nichilista, cioè negatore, in nome della regola religiosa, di elementi
civilizzatori, cioè di tutto ciò che lislam può condividere con gli altri,
allontanando il diverso da sé e rinchiudendosi nel proprio esclusivismo. Fra i rami da
recidere dallalbero-islam, ibn Taymiyya indica alla rinfusa la filosofia (cosa
greca), il sufismo (cosa a metà fra India e cristianesimo), i pellegrinaggi e il culto
dei santi (che sanno di paganesimo), linterpretazione fin troppo biblica del Corano
(che aveva introdotto ciò che teologi di età più illuminata avevano chiamato isrâiliyyât).
Curiosamente, il suo catalogo negativo nulla dice sulla scienza e la tecnica, le cui
origini straniere sono patenti.
Percepiamo in tutto questo una somiglianza
con gli integralisti attuali, che si impadroniscono con destrezza dello strumento tecnico,
lunico valore salvabile dellOccidente. Infatti i nostri integralisti
illustrano alla perfezione la definizione evolutiva del nichilismo così come è proposta
da Leo Strauss,37 secondo cui il nichilismo è, in un primo tempo, la negazione della
civiltà moderna, fondata sulla cittadinanza e sulla democrazia. Il giudizio negativo
sulla modernità si ricollega al sentimento antioccidentale. Un sentimento la cui nascita
è databile con esattezza: emerge alla fine degli anni 20, con la creazione dellassociazione
dei Fratelli musulmani in Egitto. È sorprendente constatare come esso sia
contemporaneo al nichilismo europeo criticato da Leo Strauss e che assuma esattamente lo
stesso oggetto di odio.
Il nichilismo dei nuovi barbari
Questo sentimento è nuovo, in terra dislam.
A partire dalla metà del XIX secolo, le prime generazioni di teologi riformatori
constatarono di aver perduto il filo del processo di civilizzazione. Cercarono di
ritrovarlo tentando di assimilare e imitare la civiltà in cui questo processo pareva
continuare a prodursi, vale a dire quella della sponda di fronte, lEuropa. Il loro
tentativo fu quello di creare unarticolazione tra le fonti dellislam e quel
modello occidentale che li affascinava. Lottarono sia contro il dispotismo locale che
contro legemonia coloniale, in nome dei princìpi della democrazia e del
parlamentarismo. La parola dordine era modernizzare lislam. Essi ignoravano
tutto della barbarie nichilista.
Con la terza generazione, con i Fratelli
musulmani, il motto che illumina lazione cambiò radicalmente: si pretendeva
ormai di islamizzare la modernità. Che cosa significa? Era la spinta a
prendere dalla modernità occidentale unicamente la parte tecnica (ma la scienza esige uno
sforzo ben più rigoroso che non quello semplice del reclamarla). Quanto al resto,
rimaneva lidea di sottomettere la società a un islam totale, per il quale il
progresso civile si perdeva nella pratica politico-religiosa. Questo programma, che allinizio
era molto minoritario, ha occupato a poco a poco lintera scena lasciata vuota per
una serie di carenze e di fallimenti politici.
In un secondo tempo, assistiamo al trionfo
del prolungamento naturale della definizione di nichilismo di Leo Strauss; allora è la
civiltà tout court a diventare il bersaglio dei distruttori. Per questa ragione, prima di
essere un pericolo per la stabilità del mondo, lintegralismo è una minaccia per lislam
stesso. Il primato del politico sta distruggendo lislam come religione e come
civiltà. Linumanità di una pretesa politica formulata in nome di Dio sta
producendo mostri; è una nuova macchina creatrice di soggetti umani che attentano alla
religione. E ridurre la fede al solo criterio del diritto divino rende schiava lenergia
creatrice. Ci si prospetta il compito di trovare spazi protetti per dare libero sfogo alla
trasgressione, al fine di conservare il nostro contatto vitale con larchê
dellislam,
che abbiamo invece il dovere di preservare unicamente per se stessa e per il bene che ci
propongono le sue attualizzazioni.
È questo il dovere di ciascuno di noi
contro i nuovi barbari. Contro coloro che attentano alla civiltà si impone una lotta
senza quartiere. È un dovere per la memoria di ciò che lislam ha apportato a
questa civiltà. La guerra contro la barbarie può ottenere legittimazione solo al prezzo
di un tale riconoscimento. E quando si vede la secolare e impressionante mole di opere e
di sapere dellislam e sullislam, si constata che questo riconoscimento può
essere reso perfettamente attivo nellambito della lingua francese.
Se di guerra si tratta, questa è una
guerra civile e non, come vogliono gli integralisti, una guerra fra civiltà, fra Islam e
Occidente. La famosa frase di Temistocle: Colpisci poi ascolta esige da
ciascuno di noi la guerra e il riconoscimento nello stesso tempo. È così che si
costruisce il mondo, nella comunanza del destino. E, nel bene o nel male, ormai lOccidente
e lOrient non possono più essere separati.38
Traduzione di Emanuele Vacchetto
1 Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, 1978.
2 Ibn Khaldun, Le livre des Exemples,Autobiographie, Muqaddima,
trad. francese dallarabo di A. Cheddadi, Bibliothèque de la Pléiade, NRF, Paris, 2002.
3 Henri Pirenne, Maometto e Carlo Magno,
Bari, Laterza, 1978. Ecco un paio di esempi di formulazioni categoriche dellautore:
Mentre i popoli germanici non hanno nulla da contrapporre al cristianesimo dellImpero,
gli arabi sono esaltati dalla loro nuova fede. È questo e solo questo che li rende non
assimilabili; Lislam ha spezzato lunità mediterranea, che aveva
resistito alle invasioni germaniche. Questo è il fattore essenziale fra tutti gli
avvenimenti accaduti nella storia europea dalle guerre puniche in poi. È la fine della
tradizione antica. È linizio del Medioevo
4 Maurice Lombard, Splendore e apogeo dellislam:VIII-XI
secolo, Rizzoli, 1980. Riportiamo la conclusione del libro: Fra la Cina, lIndia,
Bisanzio e le barbarie medievali turca, nera e occidentale dalla fine degli
imperi antichi al risveglio degli Stati moderni, la civiltà musulmana nella sua primitiva
grandezza sarebbe stato un crogiuolo cronologico e geografico, un piano di intersezione,
un immenso punto di congiunzione, un incontro favoloso.
5 Michel Ecochard, Filiation de monuments
grecs, byzantins et islamiques, une question de géométrie, Geuthner, Paris, 1977.
6 Edgar Quinet, Je sens brûler le nom dAllah,
voyage à Grenade, Cordoue, Séville, LArchange Minotaure. Montpellier, 2001,p. 69, .
7 R. M. Rilke, Correspondence avec Marie
de la Tour et Taxis, lettera del 4 dic. 1912, trad. francese dal tedesco di P. Klossowski,
Albin Michel, Paris, 1960.
8 Henri Stern, Les mosaïques de la grande mosquée de Cordoue, Walter de Gruyter, Berlin, 1976.
9 Ibn Hazm, De lamour et des amants,
trad. francese dallarabo di G. Martinez-Gros, Sindbad-Actes Sud, Paris-Arles, 1992.
10 Ibn Luyun, Tratado de agricultura, ed. e trad. J. Eguaras Ibanez, Grenade, 1988.
11 Ibn al-Awwâm, Le livre de lagriculture,
trad. francese dallarabo di J.-J. Clément-Mullet, Thesaurus, Actes Sud/Sindbad, 2000.
12 Alexandre Papadopoulo, LIslam e larte musulmana, Garzanti, 1992.
13 Ghiberti utilizza i passi trascritti in latino da Vitellione (o Witelo, monaco dorigine polacca).
14 Erwin Panofsky, Loeuvre dart et ses significations, Gallimard, Paris, 1969.
15 Historie des sciences arabes, opera
collettiva sotto la direzione di Roshdi Rashed, 3 volumi, Le Seuil, Paris, 1997.
16 Corano, II, 143 (la traduzione è nostra).
17 Miguel Asín Palacios, El Islam cristianizado, 1931.
18 A. E. Affifi, The Mystical Philosophy of Muhid Din Ibnul Arabi, Cambridge University Press, 1938.
19 Henri Corbin, Limagination créatrice dans le soufisme dIbn Arabi, Flammarion, Paris, 1958
20 Toshihiko Izutsu, Sufism and Taoism, A
Comparative Study of Key Philosophical Concepts, Ibn Arabi, Lao Tzu & Chuang-Tzu,
Tokyo, 1983. Vedere anche Sachiko Murata, The Tao of Islam.
A Sourcebook on Gender Relationships in Islamic Thought, State University of New York Press, Albany, 1992.
21 Michel Chodckievicz, Le Sceau des
saints, Prophétie et sainteté dans la doctrine dibn Arabi, Gallimard, Paris, 1986.
22 Plotino, Enneadi, IV, 8, 6.
23 Esodo, XXXIII,20.
24 Filone, De posteritate Caini, 14-15.
25 Giovanni Crisostomo, Omelie sullincomprensibilità di Dio.
26 Gregorio di Nissa, Vita di Mosè.
27 Corano, VII, 143.
28 Qushayri, Latâif al-Ishârât(Sottigliezze delle allusioni), I, pp.
565-567, éd. I. Basyûni, Le Caire, 1981.
29 Corano, VII, 143. Lespressione è
qui tradotta dalla versione francese di J. Berque, Albin Michel, Paris, 1995.
30 Asín Palacios, op. cit.
31 Ibid., vedi cap. X.
32 Ibid.
33 Ibn Arabi, lInterprète des
désirs, trad. francese dallarabo di M. Gloton, Albin Michel, Paris 1996.
34 Sono le due figure che considero miei
padri spirituali per onorare il mio processo di creazione e di pensiero sotto legida
di quella che definisco la mia doppia genealogia, europea e islamica. Questo
non implica conservatorismo; al contrario, non cessiamo di rendere vivo il dialogo con i
morti, pur osando quelle avventure del nuovo che si offrono al passo del viandante; forse Joyce non chiamava familiarmente il poeta fiorentino padre Dante? Per le
assonanze fra Dante e ibn Arabi vedere Miguel Asín Palacios, Dante e lIslam.
Lescatologia musulmana nella Divina Commedia, Pratiche Editrice, 1994. Vedi anche
Abdelwahab Meddeb, Le palimpseste du bilingue, Ibn Arabi/Dante, in Du
Bilinguisme, pp. 125-144, Denoël, Paris, 1985.
35 Nella sua attualizzazione della
filosofia politica, Leo Strauss, riflettendo sul proprio secolo, situa Farabi tra i
riferimenti obbligati, dopo Platone e Aristotile, e prima di Spinoza, Locke, Bodin,
Hobbes, Condorcet
Vedere la presenza di Farabi in Leo Strauss, La persécution et lart décrire, Agora/Pocket, Paris, 1989.
36 Vedi Josef van Ess, Prémices de la théologie musulmane, Albin Michel, Paris, 2002.
37 Leo Strauss, Nihilisme et politique, , Rivages, 2001,p. 33 sgg.
38 Goethe, Divano occidentale-orientale, Rizzoli, 1990.
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