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Annata 2006 @ segnala a un amico


La forza del pensiero debole
    di Edgar Morin


Secondo il mito della Qabbalah, affinché il mondo si creasse, è stato necessario che la Sostanza infinita si ritraesse e si esiliasse. I vasi che contenevano le imperfezioni si infransero e il nostro mondo nacque dall’esilio e nell’esilio, dalla separazione e nella separazione, dalla rottura e nella rottura, dalla caduta e nella caduta, dall’imperfezione e nell’imperfezione.
In un certo senso, la cosmologia attuale, nata dai progressi dell’astrofisica, conferisce alla concezione cabalistica un valore metaforico. Il nostro mondo è apparentemente nato da una sorta di incidente occorso in un infinito informe, privo di spazio e di tempo. Apparentemente, questo infinito si è “esiliato” da noi, e noi da lui, senza però annientarsi. Le separazioni sono sorte con lo spazio e con il tempo, e l’affievolirsi dell’irradiamento iniziale ha portato alla materializzazione delle cose. Tutti gli aggregati che si sono formati e si sviluppano nel nostro mondo sono inscindibili da una disintegrazione originaria. E di ciò abbiamo prova nel fatto che tutto quel che esiste nel mondo materiale porta in sé la propria finitezza, la propria corruttibilità, la propria negazione.
Sembra che non esistano mondi e progressi possibili al di fuori di un’imperfezione originaria e irreparabile. Il nostro mondo è vitale perché imperfetto, e non malgrado la sua imperfezione.
Tale imperfezione è la condizione per la quale esso esiste, ed è anche la condizione del suo divenire e del suo sviluppo.
L’imperfezione del mondo è anche la forza del mondo, perché è in essa che risiedono le sue possibilità evolutive e creatrici.
Possiamo pensare che il mondo si sia autocreato e che continui ad autocrearsi a partire dalla sua catastrofe originaria.

Per accettare questa idea, è necessario ribaltare la visione del mondo dominante nella nostra tradizione occidentale. Essa vedeva nel mondo l’operato perfetto di un Creatore perfetto.
L’Ordine impeccabile della Natura testimoniava dell’obbedienza cosmica alle Leggi dell’Onnipotente. Poi, quando Dio venne cacciato dal Cosmo da Laplace, quest’ultimo conferì all’Universo gli attributi stessi della perfezione divina: eternità, incorruttibilità, Ordine assoluto. In Cartesio, in Spinoza, in Newton, un Dio forte governava un mondo forte. Per Laplace, e in seguito per la fisica deterministica del XIX secolo, Dio svanisce, ma il mondo ha ormai copiato da Dio la sua forza immarcescibile.
Fondamento assoluto della conoscenza era, per il credente, la certezza teologica. Se poi l’Ordine dell’Universo rifletteva la Ragione divina, la ragione umana, illuminata dalla Fede e illuminandola a sua volta, rendeva possibile a un pensiero forte la conoscenza di un mondo forte. Se il pensiero umano non poteva elevarsi alla contemplazione divina della perfezione del mondo, ciò era dovuto alle infermità e alle imperfezioni dello spirito umano, e non certo all’insufficienza della Ragione. Il pensiero occidentale ha conosciuto sì un orientamento mistico, in cui la razionalità era ritenuta insufficiente a concepire Dio e il mondo. Ma questo significava soltanto che l’Iperforza divina e del suo mondo eccedevano ogni razionalità e intelligibilità umana.
Con la crisi delle concezioni fondamentali del pensiero occidentale, a partire dalla fine del XIX secolo, la conoscenza comprende di essere insufficiente a risolvere i problemi metafisici e ontologici. Il pensiero riconosce la sua debolezza dinanzi a un mondo troppo forte per lui. Quando anche la scienza viene raggiunta dalla stessa crisi, quest’ultima intacca le teorie scientifiche, ritenute ormai provvisorie e fallaci, ma mai il mondo in quanto tale. Quando la crisi tocca la logica e ne rivela le carenze, ne risulta che il reale è più profondo e più vasto della logica. Il Mondo sprofonda in un Mistero inaudito, ma ancora non si comprende che questo mistero contiene la debolezza del reale.
La nascita della fisica quantistica all’inizio del nostro secolo ha insidiosamente indebolito il reale. La microfisica rivelava, a livello delle particelle, i limiti delle nostre possibilità di osservazione (il principio di indeterminazione di Heisenberg), i limiti della nostra logica (la “complementarità” delle nozioni di onda e di corpuscolo), e inaugurava l’era di un pensiero scientifico “debole”, incapace di cogliere l’essenza delle cose e la sostanza del reale. Al tempo stesso, la sostanzialità e la materialità del reale si sono indebolite, indebolendo anche la pienezza stessa del reale. Anzi, meglio: l’unità stessa del reale è stata minacciata da livelli eterogenei di realtà – il livello microfisico, il livello mesofisico (quello del nostro essere e della nostra vita), il livello cosmofisico – e forse anche da un tipo di realtà privo di tutto ciò che costituisce la nostra stessa realtà, vale a dire sprovvisto della separazione spazio-temporale…
La crisi dei fondamenti della nostra cultura occidentale non può essere quindi concepita soltanto come una crisi dei fondamenti filosofici e poi di quelli scientifici: è di fatto una crisi dei fondamenti del mondo, rivelatrice di un’imperfezione che le è inerente, della sua incompiutezza, della sua corruttibilità, rivelatrice della debolezza e dell’insufficienza della Realtà.

Non è quindi solo l’impenetrabilità del reale, è anche la sua debolezza che ci conduce all’idea di pensiero debole. È bene però analizzare più da presso il concetto di mondo debole. La debolezza del mondo non è una sorta di leucemia o di anemia generalizzata. Il mondo e il reale sono cocktail straordinari di forza e di debolezza; il mondo porta in sé un certo numero di debolezze che gli sono proprie: una debolezza originaria (la “rottura”), una debolezza di sostanza (la realtà), una debolezza di struttura (l’Ordine non è più sovrano assoluto). Ma ciascuna di esse nasconde la sua forza: la rottura originaria ha liberato energie e potenzialità aggreganti inaudite; la debolezza del reale presuppone un al-di-qua e un al-di-là del reale dal quale esso è scaturito e da cui trae sostegno; la debolezza dell’Ordine cede il passo a una dialettica complessa Ordine/Disordine/Aggregazione da cui sono nati e nascono atomi, astri, esseri viventi, miti, idee.
È la complessità del mondo che è intessuta di forze e di debolezze: le debolezze del mondo sono gli ingredienti della complessità del mondo. La complessità comporta per sua stessa natura l’incertezza, l’alea, la corruttibilità, il regresso, ma in rapporto dialettico (complementare e antagonistico) con la determinazione, l’ordine, la rigenerazione che sono i suoi momenti e i suoi punti di forza. Se la logica e la razionalità resteranno frammentari, segmentari, provinciali nella nostra comprensione del mondo, esse saranno forze al nostro servizio per comprendere il cocktail della sua complessità.
Certo, bisogna riconoscere che il pensiero di un mondo imperfetto è e resterà inevitabilmente imperfetto. E bisogna riconoscere altresì che lo spirito umano non può e non potrà cogliere i misteri dell’Origine, dell’Essere, del Senso del mondo.
Ma è necessario anche rendersi conto che l’indebolimento della sostanza del mondo ripropone una problematizzazione forte e generalizzata, che rilancia la forza immaginativa e lo spirito ipotetico (non è interessante che la maggior parte dei grandi fisici contemporanei siano dei metafisici sfrenati, che lanciano le ipotesi più fantastiche sulla natura dell’Universo?). Il pensiero “forte” del razionalismo e del determinismo classici era incapace di riconoscere l’esistenza del disordine, dell’alea, del regresso, della morte; esso concepiva soltanto una meccanica triviale incapace di creare e di crearsi. Se un Mondo totalmente ordinato è un mondo cagionevole, che non ha un briciolo di inventiva, così un pensiero totalmente ordinato è vulnerabile, se confrontato alle realtà complesse del nostro mondo. Di fatto, un pensiero iperforte è un pensiero iperdebole.

Paradossalmente, il pensiero debole è un pensiero che ha la forza di poter considerare e descrivere la propria debolezza e, per questo, esso è più forte di qualunque pensiero che si spacci per tale. Il paradosso è che il pensiero è tanto più debole quanto più si crede forte, ma si fortifica scoprendo le proprie debolezze. Tutti i progressi del pensiero del XX secolo, inoltre, sono stati compiuti grazie alla scoperta dei limiti della conoscenza, del pensiero e dell’azione umana: limiti dell’osservazione (Heisenberg), dell’informazione (Brillouin), della logica (Gödel), della semantica (Tarski), della crescita – limiti della vita. Sono passi avanti perché la conoscenza dei limiti (dello spirito, del pensiero, dell’azione) ci inizia alla conoscenza delle possibilità (dello spirito, del pensiero, dell’azione). Siamo come prigionieri di un campo di concentramento – prigionieri capaci di costruire delle altane da cui poter osservare non solo il luogo in cui siamo rinchiusi, ma anche un vasto spazio al di là, l’orizzonte…
E non solo: da Kant sappiamo che il pensiero diventa forte quando si ripiega su se stesso e si assume come oggetto di conoscenza. Oggi, per quanto insufficienti si dimostrino le discipline cognitive che hanno per oggetto conoscere la conoscenza, esiste una possibilità oggettiva di intraprendere la ricerca su basi scientifiche, ricerca che fino a ieri era condotta solo a livello filosofico. Ma una scienza cognitiva non avrebbe nulla a che fare con le altre scienze “normali” che considerano solo l’oggetto ed escludono il soggetto della conoscenza: di fatto, la conoscenza dedita alla conoscenza deve necessariamente comportare la dimensione riflessiva, perché il mezzo per conoscere e l’oggetto da conoscere coincidono. L’oggetto e il soggetto della conoscenza non possono essere disgiunti che al prezzo di un’irrimediabile mutilazione.
Le scienze cognitive devono essere integrate in un’ottica scientifico/filosofica, soggettivo/ oggettiva di conoscenza della conoscenza. La conoscenza della conoscenza non deve restare isolata dalle nostre analisi cognitive.
L’osservatore/analizzatore che si dedichi alla conoscenza deve integrarsi in quella conoscenza. In questo senso la coscienza ermeneutica costituisce un passaggio obbligato della conoscenza, poiché essa è sempre interpretazione e traduzione. Anche la coscienza epistemologica costituisce un passaggio obbligato per ogni conoscenza, poiché essa è sempre un’organizzazione logico-paradigmatica che deve essere elucidata in quanto tale. Epistemologia ed ermeneutica devono essere considerate dunque non antagoniste ma complementari. Ciò che blocca la conoscenza è l’ermeneutismo, che dissolve la realtà dell’oggetto della conoscenza per conservare solo la fase interpretativa; e anche l’epistemologismo, che a suo modo distrugge la realtà dell’oggetto della conoscenza a vantaggio della struttura cognitiva.
In questo modo le scienze cognitive – epistemologia ed ermeneutica – possono disporsi a costellazione in un’iniziativa di “pensiero forte” votata alla conoscenza del pensiero, all’integrazione di questa conoscenza in ogni forma di conoscenza, all’integrazione del pensiero in ogni forma di pensiero.

La conoscenza del mondo sarà al tempo stesso debole e forte, vale a dire complessa. Invece di escludere quello che fu il nemico principale del pensiero metafisico e di quello meccanicistico, il Nemico dell’Ordine e dell’Assoluto, il Tempo, essa si focalizzerà sempre sulla temporalità. Essa cavalcherà il Tempo, destriero e sentiero errante dell’Universo, nato dalla disfatta dell’Infinito, nei suoi processi di disintegrazione e di creazione, di nascita e di morte. Stiamo cominciando a rifiutare la scienza che rifiuta il Tempo, e stiamo cominciando a dare importanza alla Scienza Nuova annunciata da Vico che deve ormai coprire non soltanto tutte le conoscenze sul mondo ma anche tutti i mondi della conoscenza, ivi compresa l’epistemologia.
Si può così concepire un pensiero che abbia la forza di fondarsi sulle proprie debolezze e che abbia altresì la forza di considerare le debolezze del mondo. Bisogna contemplare la possibilità di un pensiero debole/forte che possa descrivere un mondo che porta in sé una fragilità congenita senza la quale esso non avrebbe potuto nascere, e porta una fragilità della stessa realtà, fragilità senza la quale nessuna realtà potrebbe esistere. Sognamo un mondo forte, un mondo nel quale esistano, al di là dei fenomeni, anche i noumeni kantiani. Ma noi non crediamo nei noumeni. Ciò che c’è è ciò che non c’è. È questo pieno assoluto, che è al tempo stesso vuoto assoluto (qui Bohm si congiunge a Buddha), questo Essere assoluto che, come aveva indicato Hegel, non è altro che il Nulla assoluto. È l’En Sof, l’Infinito della Qabbalah, che si è ritirato ed esiliato. Il nostro pensiero porterà per sempre in sé le fratture, le frammentazioni, le insufficienze e le contraddizioni del mondo.
Esso sarà sempre battuto dal soffio del Vuoto infinito. Ed è accettando questa debolezza che troverà la sua forza. Come diceva Rimbaud, Force ou faiblesse, te voilà: c’est la force

Traduzione di Biancamaria Bruno

 

 

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