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Secondo il mito della Qabbalah, affinché il mondo si
creasse, è stato necessario che la Sostanza infinita si ritraesse e si
esiliasse. I vasi che contenevano le imperfezioni si infransero e il nostro
mondo nacque dall’esilio e nell’esilio, dalla separazione e nella separazione,
dalla rottura e nella rottura, dalla caduta e nella caduta, dall’imperfezione e
nell’imperfezione.
In un certo senso, la cosmologia attuale, nata dai
progressi dell’astrofisica, conferisce alla concezione cabalistica un valore
metaforico. Il nostro mondo è apparentemente nato da una sorta di incidente
occorso in un infinito informe, privo di spazio e di tempo. Apparentemente,
questo infinito si è “esiliato” da noi, e noi da lui, senza però annientarsi. Le
separazioni sono sorte con lo spazio e con il tempo, e l’affievolirsi
dell’irradiamento iniziale ha portato alla materializzazione delle cose. Tutti
gli aggregati che si sono formati e si sviluppano nel nostro mondo sono
inscindibili da una disintegrazione originaria. E di ciò abbiamo prova nel fatto
che tutto quel che esiste nel mondo materiale porta in sé la propria finitezza,
la propria corruttibilità, la propria negazione.
Sembra che non esistano mondi e progressi possibili al di
fuori di un’imperfezione originaria e irreparabile. Il nostro mondo è vitale
perché imperfetto, e non malgrado la sua imperfezione.
Tale imperfezione è la condizione per la quale esso esiste,
ed è anche la condizione del suo divenire e del suo sviluppo.
L’imperfezione del mondo è anche la forza del mondo, perché
è in essa che risiedono le sue possibilità evolutive e creatrici.
Possiamo pensare che il mondo si sia autocreato e che
continui ad autocrearsi a partire dalla sua catastrofe originaria.
Per accettare questa idea, è necessario ribaltare la
visione del mondo dominante nella nostra tradizione occidentale. Essa vedeva nel
mondo l’operato perfetto di un Creatore perfetto.
L’Ordine impeccabile della Natura testimoniava
dell’obbedienza cosmica alle Leggi dell’Onnipotente. Poi, quando Dio venne
cacciato dal Cosmo da Laplace, quest’ultimo conferì all’Universo gli attributi
stessi della perfezione divina: eternità, incorruttibilità, Ordine assoluto. In
Cartesio, in Spinoza, in Newton, un Dio forte governava un mondo forte. Per
Laplace, e in seguito per la fisica deterministica del XIX secolo, Dio svanisce,
ma il mondo ha ormai copiato da Dio la sua forza immarcescibile.
Fondamento assoluto della conoscenza era, per il credente,
la certezza teologica. Se poi l’Ordine dell’Universo rifletteva la Ragione
divina, la ragione umana, illuminata dalla Fede e illuminandola a sua volta,
rendeva possibile a un pensiero forte la conoscenza di un mondo forte. Se il
pensiero umano non poteva elevarsi alla contemplazione divina della perfezione
del mondo, ciò era dovuto alle infermità e alle imperfezioni dello spirito
umano, e non certo all’insufficienza della Ragione. Il pensiero occidentale ha
conosciuto sì un orientamento mistico, in cui la razionalità era ritenuta
insufficiente a concepire Dio e il mondo. Ma questo significava soltanto che
l’Iperforza divina e del suo mondo eccedevano ogni razionalità e intelligibilità
umana.
Con la crisi delle concezioni fondamentali del pensiero
occidentale, a partire dalla fine del XIX secolo, la conoscenza comprende di
essere insufficiente a risolvere i problemi metafisici e ontologici. Il pensiero
riconosce la sua debolezza dinanzi a un mondo troppo forte per lui. Quando anche
la scienza viene raggiunta dalla stessa crisi, quest’ultima intacca le teorie
scientifiche, ritenute ormai provvisorie e fallaci, ma mai il mondo in quanto
tale. Quando la crisi tocca la logica e ne rivela le carenze, ne risulta che il
reale è più profondo e più vasto della logica. Il Mondo sprofonda in un Mistero
inaudito, ma ancora non si comprende che questo mistero contiene la debolezza
del reale.
La nascita della fisica quantistica all’inizio del nostro
secolo ha insidiosamente indebolito il reale. La microfisica rivelava, a livello
delle particelle, i limiti delle nostre possibilità di osservazione (il
principio di indeterminazione di Heisenberg), i limiti della nostra logica (la
“complementarità” delle nozioni di onda e di corpuscolo), e inaugurava l’era di
un pensiero scientifico “debole”, incapace di cogliere l’essenza delle cose e la
sostanza del reale. Al tempo stesso, la sostanzialità e la materialità del reale
si sono indebolite, indebolendo anche la pienezza stessa del reale. Anzi,
meglio: l’unità stessa del reale è stata minacciata da livelli eterogenei di
realtà – il livello microfisico, il livello mesofisico (quello del nostro essere
e della nostra vita), il livello cosmofisico – e forse anche da un tipo di
realtà privo di tutto ciò che costituisce la nostra stessa realtà, vale a dire
sprovvisto della separazione spazio-temporale…
La crisi dei fondamenti della nostra cultura occidentale
non può essere quindi concepita soltanto come una crisi dei fondamenti
filosofici e poi di quelli scientifici: è di fatto una crisi dei fondamenti del
mondo, rivelatrice di un’imperfezione che le è inerente, della sua
incompiutezza, della sua corruttibilità, rivelatrice della debolezza e
dell’insufficienza della Realtà.
Non è quindi solo l’impenetrabilità del reale, è anche la
sua debolezza che ci conduce all’idea di pensiero debole. È bene però analizzare
più da presso il concetto di mondo debole. La debolezza del mondo non è una
sorta di leucemia o di anemia generalizzata. Il mondo e il reale sono cocktail
straordinari di forza e di debolezza; il mondo porta in sé un certo numero di
debolezze che gli sono proprie: una debolezza originaria (la “rottura”), una
debolezza di sostanza (la realtà), una debolezza di struttura (l’Ordine non è
più sovrano assoluto). Ma ciascuna di esse nasconde la sua forza: la rottura
originaria ha liberato energie e potenzialità aggreganti inaudite; la debolezza
del reale presuppone un al-di-qua e un al-di-là del reale dal quale esso è
scaturito e da cui trae sostegno; la debolezza dell’Ordine cede il passo a una
dialettica complessa Ordine/Disordine/Aggregazione da cui sono nati e nascono
atomi, astri, esseri viventi, miti, idee.
È la complessità del mondo che è intessuta di forze e di
debolezze: le debolezze del mondo sono gli ingredienti della complessità del
mondo. La complessità comporta per sua stessa natura l’incertezza, l’alea, la
corruttibilità, il regresso, ma in rapporto dialettico (complementare e
antagonistico) con la determinazione, l’ordine, la rigenerazione che sono i suoi
momenti e i suoi punti di forza. Se la logica e la razionalità resteranno
frammentari, segmentari, provinciali nella nostra comprensione del mondo, esse
saranno forze al nostro servizio per comprendere il cocktail della sua
complessità.
Certo, bisogna riconoscere che il pensiero di un mondo
imperfetto è e resterà inevitabilmente imperfetto. E bisogna riconoscere altresì
che lo spirito umano non può e non potrà cogliere i misteri dell’Origine,
dell’Essere, del Senso del mondo.
Ma è necessario anche rendersi conto che l’indebolimento
della sostanza del mondo ripropone una problematizzazione forte e generalizzata,
che rilancia la forza immaginativa e lo spirito ipotetico (non è interessante
che la maggior parte dei grandi fisici contemporanei siano dei metafisici
sfrenati, che lanciano le ipotesi più fantastiche sulla natura dell’Universo?).
Il pensiero “forte” del razionalismo e del determinismo classici era incapace di
riconoscere l’esistenza del disordine, dell’alea, del regresso, della morte;
esso concepiva soltanto una meccanica triviale incapace di creare e di crearsi.
Se un Mondo totalmente ordinato è un mondo cagionevole, che non ha un briciolo
di inventiva, così un pensiero totalmente ordinato è vulnerabile, se confrontato
alle realtà complesse del nostro mondo. Di fatto, un pensiero iperforte è un
pensiero iperdebole.
Paradossalmente, il pensiero debole è un pensiero che ha la
forza di poter considerare e descrivere la propria debolezza e, per questo, esso
è più forte di qualunque pensiero che si spacci per tale. Il paradosso è che il
pensiero è tanto più debole quanto più si crede forte, ma si fortifica scoprendo
le proprie debolezze. Tutti i progressi del pensiero del XX secolo, inoltre,
sono stati compiuti grazie alla scoperta dei limiti della conoscenza, del
pensiero e dell’azione umana: limiti dell’osservazione (Heisenberg),
dell’informazione (Brillouin), della logica (Gödel), della semantica (Tarski),
della crescita – limiti della vita. Sono passi avanti perché la conoscenza dei
limiti (dello spirito, del pensiero, dell’azione) ci inizia alla conoscenza
delle possibilità (dello spirito, del pensiero, dell’azione). Siamo come
prigionieri di un campo di concentramento – prigionieri capaci di costruire
delle altane da cui poter osservare non solo il luogo in cui siamo rinchiusi, ma
anche un vasto spazio al di là, l’orizzonte…
E non solo: da Kant sappiamo che il pensiero diventa forte
quando si ripiega su se stesso e si assume come oggetto di conoscenza. Oggi, per
quanto insufficienti si dimostrino le discipline cognitive che hanno per oggetto
conoscere la conoscenza, esiste una possibilità oggettiva di intraprendere la
ricerca su basi scientifiche, ricerca che fino a ieri era condotta solo a
livello filosofico. Ma una scienza cognitiva non avrebbe nulla a che fare con le
altre scienze “normali” che considerano solo l’oggetto ed escludono il soggetto
della conoscenza: di fatto, la conoscenza dedita alla conoscenza deve
necessariamente comportare la dimensione riflessiva, perché il mezzo per
conoscere e l’oggetto da conoscere coincidono. L’oggetto e il soggetto della
conoscenza non possono essere disgiunti che al prezzo di un’irrimediabile
mutilazione.
Le scienze cognitive devono essere integrate in un’ottica
scientifico/filosofica, soggettivo/ oggettiva di conoscenza della conoscenza. La
conoscenza della conoscenza non deve restare isolata dalle nostre analisi
cognitive.
L’osservatore/analizzatore che si dedichi alla conoscenza
deve integrarsi in quella conoscenza. In questo senso la coscienza ermeneutica
costituisce un passaggio obbligato della conoscenza, poiché essa è sempre
interpretazione e traduzione. Anche la coscienza epistemologica costituisce un
passaggio obbligato per ogni conoscenza, poiché essa è sempre un’organizzazione
logico-paradigmatica che deve essere elucidata in quanto tale. Epistemologia ed
ermeneutica devono essere considerate dunque non antagoniste ma complementari.
Ciò che blocca la conoscenza è l’ermeneutismo, che dissolve la realtà
dell’oggetto della conoscenza per conservare solo la fase interpretativa; e
anche l’epistemologismo, che a suo modo distrugge la realtà dell’oggetto della
conoscenza a vantaggio della struttura cognitiva.
In questo modo le scienze cognitive – epistemologia ed
ermeneutica – possono disporsi a costellazione in un’iniziativa di “pensiero
forte” votata alla conoscenza del pensiero, all’integrazione di questa
conoscenza in ogni forma di conoscenza, all’integrazione del pensiero in ogni
forma di pensiero.
La conoscenza del mondo sarà al tempo stesso debole e
forte, vale a dire complessa. Invece di escludere quello che fu il nemico
principale del pensiero metafisico e di quello meccanicistico, il Nemico
dell’Ordine e dell’Assoluto, il Tempo, essa si focalizzerà sempre sulla
temporalità. Essa cavalcherà il Tempo, destriero e sentiero errante
dell’Universo, nato dalla disfatta dell’Infinito, nei suoi processi di
disintegrazione e di creazione, di nascita e di morte. Stiamo cominciando a
rifiutare la scienza che rifiuta il Tempo, e stiamo cominciando a dare
importanza alla Scienza Nuova annunciata da Vico che deve ormai coprire non
soltanto tutte le conoscenze sul mondo ma anche tutti i mondi della conoscenza,
ivi compresa l’epistemologia.
Si può così concepire un pensiero che abbia la forza di
fondarsi sulle proprie debolezze e che abbia altresì la forza di considerare le
debolezze del mondo. Bisogna contemplare la possibilità di un pensiero
debole/forte che possa descrivere un mondo che porta in sé una fragilità
congenita senza la quale esso non avrebbe potuto nascere, e porta una fragilità
della stessa realtà, fragilità senza la quale nessuna realtà potrebbe esistere.
Sognamo un mondo forte, un mondo nel quale esistano, al di là dei fenomeni,
anche i noumeni kantiani. Ma noi non crediamo nei noumeni. Ciò che c’è è ciò che
non c’è. È questo pieno assoluto, che è al tempo stesso vuoto assoluto (qui Bohm
si congiunge a Buddha), questo Essere assoluto che, come aveva indicato Hegel,
non è altro che il Nulla assoluto. È l’En Sof, l’Infinito della Qabbalah, che si
è ritirato ed esiliato. Il nostro pensiero porterà per sempre in sé le fratture,
le frammentazioni, le insufficienze e le contraddizioni del mondo.
Esso sarà sempre battuto dal soffio del Vuoto infinito. Ed
è accettando questa debolezza che troverà la sua forza. Come diceva Rimbaud,
Force ou faiblesse, te voilà: c’est la force…
Traduzione di Biancamaria Bruno
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