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Se il Dio si nasconde: la decostruzione del cristianesimo
Jean-Luc Nancy - Sotto il titolo di decostruzione del cristianesimo
tento di avviare un lavoro di analisi interna del cristianesimo e, attraverso il
cristianesimo, in un senso più generale, del monoteismo. Si tratta di scomporre,
decostruire gli elementi di cui è costituito il cristianesimo per domandarsi se nel cuore
della costruzione, nelle giunture dei diversi elementi del cristianesimo non si possa
cogliere il principio che ha esercitato una funzione di strutturazione di tutta la
civiltà occidentale, e che tuttavia non coincide con il cristianesimo, non si confonde
con esso. Che cosa intende allora per religione? Qualcosa che è legato essenzialmente a delle credenze? Sì, la religione si collega con la credenza, se si intende la credenza come differente dalla fede. La credenza è ladesione a contenuti di sapere, di verità e di senso che non dipendono dalla razionalità. Come classifica allora le religioni etiche, come le religioni orientali, che apparentemente non includono nessuna specifica credenza? Il buddismo o il confucianesimo religioni del benessere spirituale sono anchessi credenze? Lei ha ragione di porre questa domanda, ma è molto difficile rispondervi, anche perché in questo campo sono assai meno competente. Direi tuttavia che nel buddismo cè unassenza di Dio, ma non una totale assenza di credenze. Cè almeno la credenza nella trasmigrazione delle anime, la credenza nel karma. Nel confucianesimo è diverso mi domando perfino se si possa considerare una religione. Credo che questa denominazione non gli sia sempre riconosciuta. Comunque, vedo almeno un tratto comune tra il buddismo, il confucianesimo, il taoismo e il giudeo-cristianesimo: la comunanza depoca, certamente assai larga, che non si estende su poche decine di anni ma su parecchi secoli. In quellinsieme di secoli in cui ha fatto la sua comparsa la filosofia, sia in Oriente che in Occidente si è prodotto un cambiamento epocale. È da qui che tutto è cominciato, è qui che bisogna tornare. Credo che dobbiamo tornare a interrogare il cambiamento attraverso il quale siamo usciti fuori dal mondo dei miti. Se si considera che la religione contiene necessariamente ladesione a dei miti e losservanza dei riti che corrispondono ai miti, che mettono in opera i miti, allora direi che tanto il buddismo quanto il cristianesimo sono usciti fuori dalla religione. Ma vorrei limitarmi al cristianesimo, perché è quello che conosco meglio ed è quello che ha reso possibile la costituzione, la struttura dellOccidente, che oggi sembra un po allo stremo delle sue risorse, delle sue possibilità. Perché? Non crede che si tratti di un sentimento diffuso? Non crede che in
generale si abbia limpressione di aver dato fondo alle possibilità filosofiche, in
quanto possibilità di rappresentazione e di interpretazione del mondo? Già Marx aveva
detto che i filosofi si sono accontentati fin qui di interpretare il mondo, ma si tratta
ora di trasformarlo. Si potrebbe dire che in realtà dopo Marx il mondo non ha cessato di
trasformarsi, sempre più in fretta e sempre più profondamente, e al tempo stesso a noi
contemporanei sembra che la trasformazione non sia andata nella direzione che Marx aveva
indicato (o almeno che egli si augurava), e ci abbia lasciati a corto di interpretazioni.
Noi non sappiamo più neanche come interpretare la trasformazione stessa. Senza contare
che abbiamo il doppio problema di una trasformazione che è trasformazione del capitale,
che trasforma in modo considerevole i modi del suo dominio, ma non è ancora
autosuperamento del capitale. Dunque da un lato la rivoluzione è in panne, dallaltro
è apparsa la dimensione che Marx aveva previsto: è veramente finito il tempo delle
interpretazioni. Il tempo della domanda di senso è a un punto zero. Bisogna ricominciare
tutto a partire di qui. Lei parla essenzialmente del cristianesimo. Quello che Lei ne dice si può riferire anche ai monoteismi ebraico e musulmano, o è un elemento specifico del cristianesimo? Bisogna avere presente i monoteismi nel loro insieme, perché si
tratta di una sequenza storica: prima viene il giudaismo, poi il cristianesimo e in terza
istanza lislam. Questa sequenza storica ha certamente un senso, che non è
unidirezionale, ma complesso. Non è semplicemente un progresso, né un regresso. È forse
una specie di dialettica. Ma questa dialettica, comunque sia, si risolve sempre nellaffermazione
del monoteismo. E laffermazione del monoteismo ha in sé qualcosa di molto
importante, che troppo spesso si dimentica: lessenza del monoteismo non sta nella sostituzione di una
pluralità di dèi con uno solo. Non è una questione di quantità. Il monoteismo è il
ritirarsi [retrait] di tutti gli dèi. Ciò che distingue il dio del monoteismo,
che sia ebreo cristiano o musulmano, dagli dèi del politeismo, è che non vive più nella
presenza. Gli dèi del politeismo sono dèi presenti, sono vere presenze. Nella concezione
dellEgitto o dellantica Roma ci sono dèi da per tutto. Con il monoteismo, al
contrario, Dio si definisce essenzialmente per il suo ritirarsi, per la sua assenza. Di
conseguenza questa religione si definisce anche attraverso la condanna degli idoli. Gli
idoli non sono tanto falsi dèi, quanto dèi che pretendono di essere presenti: in un
albero, in una pietra, in una statua. Di qui proviene la critica della rappresentazione,
che non è tanto una critica della figurazione, quanto una critica della presenza. Si può dire che questa critica della presenza si accentua con il protestantesimo in rapporto al cattolicesimo? Sì, certo. È notevole vedere come ci sia un ritmo ternario che si
ripete. Da una parte abbiamo giudaismo-cristianesimo-islam (perché indubbiamente il Dio
dellislam è tra i tre Iddii del monoteismo il più ritirato, il più lontano,
infinitamente lontano da tutto, e che non ha con luomo nessuno dei rapporti che ha
nel cristianesimo e nel giudaismo; lunico rapporto consiste nel dare la sua parola,
la legge, una volta per tutte, al profeta). Dallaltra allinterno del
cristianesimo, che è al centro di questo dispositivo, cè la terna
cattolicesimo-ortodossia-protestantesimo. Senza entrare in una analisi dei particolari, è
evidente che nel protestantesimo Dio si ritira ancora di più. E daltronde questa è
la posta in gioco, nellislam come nel protestantesimo, nelle questioni di immagine,
di rappresentazione, di rapporto con larte. A proposito di Nietzsche, cè una cosa che mi ha sempre colpito. Quando Lei cita il folle che va in giro annunciando che Dio è morto, il fatto interessante è che fa ridere e scandalizza non i credenti, ma i non credenti, perché è scandaloso che annunci la morte di Dio in un ambiente ateo. Allora sono due le forme di ateismo che qui vengono messe a confronto: lateismo laico, del forum a cui parla il folle, e quello della morte di Dio. Non avevo pensato il problema in questi termini e la ringrazio di
averlo posto, perché mi trovo pienamente daccordo. Penso che lateismo
filosofico o razionalista per esprimersi concisamente, lateismo dei Lumi, lateismo
di Voltaire, per esempio è un ateismo
che conserva, per una semplice esigenza di razionalità, listanza di un principio
religioso primo o supremo. Si vede bene come questo ateismo (lateismo del dio
orologiaio, come diceva Voltaire, che è anche il dio di Descartes e di Leibniz, il dio la
cui esistenza Kant dirà che è impossibile provare, dimostrando linanità del
problema stesso di un Essere supremo o di un Essere necessario) è lateismo che si
blocca sulla questione del primo principio, del fondamento. È lateismo metafisico,
che ha creduto di essersi sbarazzato della religione, e perciò ride dellinsensato
di Nietzsche, ma in realtà si era sbarazzato non della religione, ma di qualcosa che è
in relazione con il ritirarsi del dio, di cui non ha saputo rendersi conto. Per esempio
Hegel e Schelling, mentre vogliono entrambi, sia pure in modi molto diversi, assorbire
completamente il divino in un pensiero filosofico, arrivano tuttavia a un punto in cui si
produce un eccesso sulla capacità della filosofia di circoscrivere il problema, e di
quelleccesso non riescono a rendere conto. Lei crede che il superuomo nietzscheano possa prendere il posto lasciato vuoto dalla morte di Dio? Credo che Nietzsche, per unambiguità o ambivalenza che non mi
è possibile esaminare adesso, abbia avuto la tentazione di riempire quel posto vuoto con
il superuomo. È questo laspetto per cui, anche se non si può dire che sia stato un
precursore del nazismo, cera però la possibilità di sfruttare Nietzsche in quel
senso. Penso, tuttavia, che gli si debba rendere giustizia: evidentemente il suo pensiero
è stato alterato dalluso che ne hanno fatto i nazisti. Ciò non toglie che in lui
ci sia lidea di una riappropriazione umana del divino. Questo lato del superuomo è
quello che si trova in Zarathustra. Per tornare al cristianesimo, quali sono i tratti che lo definiscono o lo caratterizzano? Credo che ciò che caratterizza il cristianesimo sia proprio la sua
tendenza allautodecostruzione. Abbordiamolo dallesterno, chiediamoci perché lintera
storia del cristianesimo sia contrassegnata da movimenti di ritorno a unorigine
sempre più pura. Nietzsche non fa che compiere un certo movimento riformatore, inteso a
ritrovare un Cristo più puro, più puro perfino della lettera dei Vangeli, e in ogni caso
più puro del Cristo di Paolo. Egli continua così un movimento profondamente cristiano.
Mi lascia un po perplesso, francamente, la Sua insistenza sul fatto che il cristianesimo e gli altri monoteismi celebrino il ritirarsi della divinità. Cè nondimeno un lato mistico del cristianesimo, presente anche in altre religioni. Il misticismo, al contrario, comporta una presenza anche fisica, gaudiosa di Dio. È una specie di fisicità presente forse solo nei mistici, che tuttavia sono anche loro cristiani. In un senso più generale, nel cristianesimo cè anche una grande ambivalenza. Cè la dimensione del ritirarsi, ma al tempo stesso la dimensione di una superpresenza, perché Dio si incarna, e la kenosis è anche lincarnazione. E nellincarnazione la superpresenza può arrivare fino alla presenza mistica, gioiosa e gaudiosa, che si trova in santa Teresa dAvila o in san Giovanni della Croce. Ma tra i mistici cè anche Eckhart che dice: Preghiamo Dio di liberarci e di dispensarci da Dio. La mistica cristiana è come le altre due lebraica e lislamica la forma estrema, e a volte la più ambigua, di una superpresenza idolatrica. È perciò che i mistici sono in sospetto alle ortodossie delle rispettive confessioni. E tuttavia credo che siano loro a indicare il punto decisivo della questione: per esempio Luria e la creazione come tzim tzum, come contrazione di Dio, nellebraismo, Eckhart nel cristianesimo e Hallaj nellislam. Hallaj dice che dellUnico nessuno può dire che è unico. Quella proposizione dava scandalo e perciò Hallaj è stato perseguitato. La mistica non è che la forma estrema degli enunciati prodotti da ciascuna confessione. Come secondo tratto del cristianesimo, lei parla di demitizzazione. Non credo che ci sia unaltra religione, anche allinterno dei tre monoteismi, che si sia arrischiata in quellimpresa di demitizzazione che, attraverso il protestantesimo (così mi collego con quello che Lei diceva prima), il cristianesimo ha non soltanto avviato, ma in un certo senso ha portato ormai molto avanti, anche allinterno del cattolicesimo. Non parlo necessariamente di quello che dice il Vaticano, ma di quello che è realmente pensato, praticato dai cattolici, per esempio in un paese come la Francia. Conosco cattolici praticanti che vivono una condizione di completa demitizzazione, cioè non credono più alla verità della persona di Cristo, o alla verginità di Maria, o alla transustanziazione, come ci si credeva ancora ai tempi della mia infanzia o della mia giovinezza. Quel modo di credere è rimasto appannaggio solo di un certo numero di cattolici. Qual è dunque la differenza tra la demitizzazione, come Lei la intende, e quella che si chiama oggi secolarizzazione? Cè una differenza. La demitizzazione, almeno come è stata
praticata e portata avanti specialmente da Bultmann, è un movimento di riforma e di
ritorno alle fonti del cristianesimo, già molto sviluppato, che consiste nel volersi
riappropriare del puro nucleo di senso in cui Gesù non è più tanto il personaggio
misterioso, miracoloso e incomprensibile delluomo-Dio, ma è il portatore di un
messaggio di verità. La demitizzazione sopprime le figure, per accedere a un puro nucleo
di senso o di verità. Resta peraltro il nucleo cristiano. Qual è il tratto più rilevante del cristianesimo? Lei parlava prima di composizione. È notevole che il cristianesimo si è costituito in base a una
doppia provenienza greco-giudaica. Beninteso, esso nasce dallebraismo, dai movimenti
messianici, che corrispondono ai processi di decomposizione, alle inquietudini e ai
fermenti del giudaismo tardo e ossificato degli ultimi secoli prima dellera
cristiana. Ma è noto, al tempo stesso, che il cristianesimo non si è sviluppato senza lapporto
della filosofia. Si cita sempre il fatto che Paolo, parlando agli ateniesi, fa una
citazione dagli stoici e che Giovanni traduce logos ciò che era in ebraico la
parola, il soffio divino. Senza contare il gran numero di nozioni filosofiche investite
nellelaborazione dei dogmi cristiani come le nozioni di sostanza, di
ipostasi, di pleroma, tanto per restare ai dogmi relativi allincarnazione
che permettono di elaborare, per esempio, il pensiero della Trinità. Lei non pensa che il tema dellincarnazione vada però nel senso opposto? In questo caso un dio diventa presente. Non è questo il tema originale del cristianesimo, sia in rapporto alla Grecia, sia in rapporto allebraismo? Un dio che si fa uomo e si incarna... La presenza del Cristo è una presenza estremamente ambigua. È la
presenza di una persona storica, ma che muore e resuscita e che, dopo essere resuscitata,
si allontana, si ritira di nuovo, ritorna nellassenza del Padre. E al tempo stesso
apre una storia. Ma non lapre subito. Allinizio si attendeva il ritorno
prossimo del Signore. Ma, poiché ci deve essere un ritorno, cè già il principio
di una storia. E poi, a poco a poco, si costruisce una storia umana in cui luomo
potrà anche divinizzarsi, assumendo tutti gli attributi di Dio. È quello che farà
Feuerbach, reinterpretando il cristianesimo attraverso il suo inveramento nellumanismo.
Ma a quel punto la parousia, verso cui la storia dovrebbe dirigersi, riprende la
dimensione dellassenza. Quali sono gli altri tratti del cristianesimo secondo la sua definizione? Vorrei concludere dicendo, alla fine delle considerazioni che ho tentato di abbozzare, che il cristianesimo non devessere considerato tanto come un corpo di dottrine, come un complesso di dogmi e di istituzioni, come il risultato della sua autodivisione in parecchie religioni relativamente distinte. Ciò che sorprende, piuttosto, attraverso tutto questo, è che il cristianesimo si comporta come un soggetto. In questo è indubbiamente unico rispetto a tutte le altre religioni, perché si costituisce in un rapporto con se stesso, che è un rapporto permanente di riforma, di ritorno a unorigine che non può però ritrovare, perché vive anchessa nella composizione e dunque nello scarto che caratterizza ogni composizione. Questa dunque è una questione specifica del cristianesimo, e non anche dellebraismo e dellislam. Gli altri due casi sono molto diversi. Non è specifica dellebraismo,
perché lebraismo è sempre vissuto nella tensione tra lattesa messianica e la
religione costituita del Tempio, in cui non cè nessuna attesa. Quindi è vissuto
tra lattesa e losservanza. Nellebraismo di oggi, successivo alla seconda
distruzione del Tempio, cè una doppia attesa: lattesa messianica, ripresa e
secolarizzata a partire da Benjamin, ma anche lattesa del Tempio. Nella religione
del Tempio, si dice che non si sacrifica più da quando il Tempio è stato distrutto, ma
che, quando il Tempio verrà ricostruito, si tornerà a sacrificare. Cè lattesa
di Gerusalemme. Si dice: Lanno venturo a Gerusalemme. Lei ha parlato anche di autorettificazione e di autosuperamento come tratti caratteristici del cristianesimo. È un giudizio che colpisce, perché sono tratti tipici anche della scienza moderna. Bisogna che ci pensi, perché sul momento non sono in grado di
rispondere in merito a questo parallelo con la scienza. Ma intanto vorrei dire che
autorettificazione e autosuperamento di nuovo si possono intendere in due modi. Da una
parte cè la tendenza a riattingere continuamente alle fonti per ritrovare la
propria origine, che è forse ciò che dà al cristianesimo la sua formidabile brama di
potenza, la sua pretesa di imporsi con luniversalismo,
che è proprio della cattolicità. Daltra parte, il nocciolo di tutta la questione
sta forse proprio qui, nella tendenza del cristianesimo
a rimettersi in gioco, preoccupato e inquieto per il suo destino, perseverando però nellarroganza
e in una enorme sicurezza di sé. Lamore, appunto. Lei pensa che si debba interpretare come caritas, come amore abnegante, o come amor, nel senso dellamore sensuale? È caritas, ma la caritas non è così lontana da eros. Perché caritas è anche fascino, favore. Ricordo un bel testo di Jean-Pierre Vernant sulla charis greca come seduzione, fascino in senso femminile. Cè, malgrado tutto, un resto al di là dellateismo, al quale il cristianesimo sembra portare da sé quasi automaticamente, secondo la Sua valutazione? Sì, ma il resto è quello che bisognerebbe trarre dallateismo cristiano di Nietzsche, in rapporto allateismo dei Lumi, come ha suggerito Lei prima. Un resto che come si può vedere benissimo in Nietzsche, ancora una volta nei paragrafi de LAnticristo, quando indica Cristo come il tipo del redentore è fatto di amore e di fede. Nietzsche vede ed è un fatto notevole che la fede è assolutamente diversa dalla credenza. E quando Nietzsche dice che questa fede è soltanto una pratica, una maniera di essere nel mondo, benché non citi Paolo, anche se non ne è consapevole, su questo punto è molto paolino. Lei pensa che questa distinzione netta tra credenza e fede sia stata influenzata dalla tradizione protestante e kantiana? Kant è il filosofo che più nettamente separa fede e credenza, allontanandosi su questo punto dalla tradizione del Medioevo cattolico. Direi che questa tendenza fa parte del processo interno al cristianesimo, quando diventa protestante. Non si può fare a meno di guardare al cristianesimo con occhi protestanti. Ma a questo punto aggiungerei che con occhi protestanti si può anche riscoprire qualcosa del cattolicesimo. E non mi si venga a obiettare che la fede del Medioevo coincideva con la credenza, perché allora ripeterò le parole di Giovanna dArco. Ai giudici che le chiedono: Credi di avere la fede?, Giovanna risponde: Se non ce lho, che Dio me la conceda, e se ce lho, che Dio me la conservi. Questa non è certo credenza.
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