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Tutto ha inizio in un campo di Normandia, una trentina danni
fa: giornata dautunno, sole giallo e ancora caldo, allodole a profusione che salgono
in cielo, cantano, gridano a squarciagola e poi ricadono come pietre, un padre e suo
figlio che piantano patate. Non ho ancora dieci anni, mio padre è agricoltore. A casa, la
povertà fabbrica giorni difficili, le patate assicurano la permanenza di una cucina che
mia madre singegna con successo a variare. Nel cielo, quel giorno, passa un aereo,
seguito da una scia bianca.
Sogno di un bambino, impossibile e improbabile: domando a mio padre
dove andrebbe se gli venisse offerto un viaggio in aereo
Risposta: Al Polo
Nord. Mio padre lavorava a quel tempo come un forsennato, nel silenzio e nellabnegazione,
accettando il suo destino senza brontolare, subendo la povertà come una fatalità contro
cui non ci si ribella. Non ho mai visto uno stoico più convinto in quegli anni taciturni,
austeri. Niente vacanze, mai, le ferie gli servivano ad andare a lavorare altrove: le
barbabietole, per esempio, che tutta la famiglia raccoglieva accanto ai portoghesi venuti
come stagionali; niente passeggiate, niente ristoranti, né cinema, né teatro; niente
libri, niente ospiti. La mancanza di denaro condanna alla solitudine, allisolamento
e impedisce di godere del mondo intero.
Che fulmine a ciel sereno, quel desiderio manifestato da mio padre!
Non gli ho mai sentito confessarne altri. Ma ne aveva, lui che sembrava aver messo una
croce sopra alle sue fantasie, sapendo che è meglio, per non essere infelici,
dimenticarle piuttosto che coltivarle? Desiderio di Polo Nord, voglia di neve, di freddo,
di gelo, geografia di banchisa, austerità e inospitalità: non capivo la ragione
Mio padre nemmeno, daltronde, che vedeva nelleccesso di domande da parte mia
uno dei tratti del mio carattere: stai zitto, parli sempre, lavora, piuttosto.
Anni dopo, sempre attivo nella congiura contro i silenzi, sempre
loquace, ritrovai mio padre allospedale: gli avevano appena messo un doppio bypass
coronarico. Consumammo in fretta gli argomenti di conversazione: il villaggio che
invecchiava, gli anziani che morivano, la chiusura dei negozi, i cambiamenti nei ritmi
della vita nellultimo mezzo secolo, la guerra, loccupazione e poi la
Liberazione. Poi tornai su quella giornata di allodole, di patate, di aereo che solcava il
cielo. Lui non ricordava le circostanze, loccasione, ma ritrovò senza difficoltà
la risposta alla mia domanda. Al Polo Nord. Interrogato sulle ragione di
quella destinazione, aggiunse: Beh, non so perché
.
Vedo mio padre invecchiare da quando sono bambino; temo gli effetti
del tempo su di lui; conto gli anni, sbaglio le date e mi rallegro di un lapsus che ogni
tanto mi fa invertire il giorno e lanno della sua nascita 29 gennaio 1921,
trasformato da me in 21 gennaio 1929 e augurargli buon compleanno alla data
sbagliata. Così, quellinversione fabbricata dal mio inconscio mi permette di
regalargli otto anni di ringiovanimento. Per i suoi ottantanni, mi misi in testa di
offrirgli il Polo Nord, il suo Polo Nord.
Lappuntamento era per il 2001, per spegnere ottanta candeline
al di là del Circolo Polare Artico. Allinizio di agosto, mio padre riempì la sua
valigetta come uno scolaretto, andò in prefettura a richiedere il primo passaporto della
sua vita: lasciare il suo villaggio natale per un paese fuori della Francia, sperimentare
laereo, conoscere il fuso orario, allontanarsi da sua moglie come mai prima, e
sopportare suo figlio per ben dieci giorni
Partì per fare ventimila chilometri come
se dovesse andare nel suo orto, lanimo lieve, senza inquietudine, senza angoscia,
sereno. Quattro aerei dopo, una pausa a Montréal, sbarcammo a Quiquitariuak, un villaggio
inuit di 500 abitanti. Nuvola di polvere, atterraggio tra montagne e mare, tempo
capriccioso, freddo pungente scendendo dallaereo.
Ecco il Polo Nord di mio padre, il Grande Nord, al di là del Circolo
Polare Artico. La sua prima reazione è di delusione
Infagottato nel suo
abbigliamento polare, mi dice: Non me lo immaginavo così. È come da noi!
Effettivamente, davanti alle baracche in muratura, le antenne paraboliche, lelettricità
e il passaggio di macchine o di quad che non andavano da nessuna parte, ci si poteva
legittimamente chiedere per quale ragione avessimo attraversato il pianeta. E ci restavano
dieci giorni da vivere in quel posto!
Pauloosie fu la nostra guida. Settantaquattro anni, il viso
abbronzato, gli occhi a fessura, le pupille scure dissimulate, i capelli neri quasi a
spazzola, il passo felino, elastico e pesante come quello del sublime orso bianco, molto
probabilmente sciamano, ma anche pastore al bisogno, saggio del villaggio, autorità
incontestata e riconosciuta, padre di una famiglia numerosa e attiva al suo fianco, lo
chiamavano anche Atata papà in lingua inuktitut, la sola che parlasse. Aveva
conosciuto igloo e cani da slitta, caccia allorso e pasti di tricheco, balene
squartate nel villaggio e abiti in pelle danimale. La cartolina che mio padre
sognava
Fu lui dunque il pilota del nostro battello, quello che ci condusse per i
paesaggi sublimi e ci sistemò in accampamenti sommari, austeri e rudi; che evocò lorso,
in una preghiera sciamanica di cui conservava il segreto, perché lo potessimo vedere il
giorno dopo; e che ne trovò cinque o sei, offerti come omaggi magici durante il nostro
soggiorno. Fu lui che ci fece gustare la foca cruda al riparo di un fiordo bordato doro
dalla luce perpetua dellestate; che condivise con noi il beluga fermentato
che poi non è nientaltro che balena putrida; la zuppa di caribù, la foca bollita;
ci raccontò ancestrali storie eschimesi aiutandosi con ossa sparse in un gioco singolare.
Ci fece vedere gli iceberg, gli hummock, le balene, banchi di foche groenlandesi
Poi diede a mio padre loccasione di comprendere che, se era
stato deluso perché tra il suo desiderio e la realtà di quel viaggio cera una
bella differenza, ebbene un altro viaggio sarebbe stato possibile in quel luogo, in
compagnia di Pauloosie: un viaggio più rude, più vero, più forte, un viaggio di
certezze mirabili e di ricordi sulla pelle, un viaggio immortale e duraturo quanto i suoi
testimoni. Dono regale, come sanno fare i Re e i Figli di Re.
La nebbia pesante caduta sullaccampamento allalba si
aprì su una scena memorabile. Pauloosie e i suoi due dipendenti Jonas il taciturno
dai buffi baffetti da foca, berretto e cuffia di walkman perennemente piantata sulle
orecchie, e Livi, che traduceva dallinuktitut allinglese erano riandati
a dormire dopo aver sentito le previsioni meteo: purea di palline bianche, impossibilità
di mettere il naso fuori, ritorno a letto. Da parte nostra, aspettavamo levolversi
degli eventi. Buona occasione per riprendere dove lavevo lasciato il De vita
solitaria di Petrarca
Alain, il mio amico fotografo, prendeva esempio dagli inuit e
dormiva nel kamak ghiacciato. Nel primo pomeriggio apparve Pauloosie. Caffè, chiacchiere,
atmosfera dolce, calma, serena.
Quando seppe che mio padre era voluto andare lì per festeggiare gli
ottantanni con il figlio che gli offriva questo regalo, fece un gesto
impercettibile, quasi per se stesso, senza rumore, senza movimento realmente visibile:
piegò la testa e batté le sue grosse mani come per applaudire. Poi si mise a raccontare
la sua vita: le qualità di cacciatore di un buon capovillaggio, londa creata dallesplosione
di un iceberg sul battello, avevamo assistito allaffondamento di un iceberg
che sommerse da parecchi chilometri di distanza ligloo in cui perse la vita
un suo fratello, la caccia allorso in unepoca in cui si rischiava la vita, le
piante allucinogene della Terra di Baffin utili allo sciamano, ma nascoste alle
giovani generazioni i rapporti con gli americani e i canadesi che distrussero la
loro civiltà rendendolo un popolo sedentario
Parlava la sua lingua e Livi
traduceva. Allimprovviso, nellintervallo necessario alla traduzione, Pauloosie
colpì il pugno sul tavolo. Poi, incredibilmente, impossibile a immaginare, quel saggio
indiscusso del villaggio, quella volontà riconosciuta da tutti, quellanziano che
portava tutta la verità di una civiltà fedele alla memoria, si mise a piangere. Intorno
al tavolo, tutti avevano un nodo alla gola.
Terrorizzato da ciò a cui assisteva, dondolandosi irrequieto sulla
sedia, Livi traduceva: le autorità degli Stati Uniti e del Canada, nel 1962, avevano
deportato quelle popolazioni, facendo loro intravvedere migliori condizioni di vita,
avevano incendiato i villaggi, concentrato popolazioni che non si conoscevano in baracche
in muratura le famose baracche attuali. Pauloosie aveva vissuto quella tragedia, e
sul suo conto erano state messe in giro calunnie sinistre che ne facevano un collaboratore
dei colonizzatori. E piangeva ricordando il massacro dei suoi cani: quarantanni
dopo, quel colosso inuit fabbricato dal ghiaccio, dal vento, dal freddo, dalla rudezza,
quel personaggio costruito dalla magia boreale, piangeva
Mio padre comprese di colpo: quel viaggio intrapreso per vedere ciò
che non aveva visto generava delusione e disappunto, certo; ma comprendeva anche che non
se la poteva prendere se passava accanto a ciò che non esisteva più. Comprendeva che
quel mondo sognato nellora dellinfanzia, desiderato in età adulta e raggiunto
da vecchio era stato distrutto dagli americani e dai canadesi ansiosi di fare piazza
pulita in vista di un eventuale conflitto atomico con i sovietici; scopriva nelle lacrime
di quellesquimese ferito nel profondo dellanima la prova delleccellenza
di quel viaggio che andava fatto per sapere, comprendere e raccontare, una volta
tornato in Francia, letnocidio di quella civiltà oggi scomparsa. Mio padre: È
un po come da noi, in Europa
Luniformità, è questo che non va bene,
mi disse scuotendo la testa, ricomponendosi poi in un silenzio di compassione nei
confronti di Pauloosie.
Per mio padre, il Polo Nord fu Pauloosie, la memoria e il verbo di
Pauloosie, le sue confidenze e i suoi gesti, le sue complicità eloquenti e la sua
vicinanza silenziosa.
In un accampamento dove cerano soltanto zanzare fastidiose,
freddo e umidità, mentre stavamo seduti su pietre o su ciocchi di legno, a mangiare il
salmerino cavaliere pescato con la rete nellacqua del fiordo e poi grigliato su un
fuoco di legna, Pauloosie arrivò con una sedia. Spettacolo surreale, quella sedia in
mezzo alla natura vasta, immensa, superba e austera: lui avanzava come un orso bianco,
possente e deciso, la sedia che gli ciondolava dal braccio. Dinanzi a un pubblico
stupefatto, posò a terra loggetto e invitò mio padre a sedersi. Lanziano
venerato, ammirato, rispettato dai suoi rendeva pubblicamente omaggio al più anziano di
lui
Ogni giorno, sul ponte del battello dove il freddo, il vento, la pioggia, la
nebbia, gli spruzzi, il rollio e il beccheggio rendevano il viaggio penoso, Pauloosie
invitava mio padre a raggiungerlo in cabina, al caldo, al riparo.
Un giorno, lesquimese tirò fuori una piccola macchina
fotografica usa e getta, poi gli disse di mettersi in posa. Scattò una foto. Silenzio,
sorriso, complicità, silenzio di nuovo
Fuori, mentre noi lottavamo contro lumidità,
fradici, congelati, mio padre, allasciutto, scaldato da una stufetta, compiva il suo
viaggio a fianco del suo complice taciturno come lui. Luomo della terra e quello dei
ghiacci riconciliati nellessenziale, al di là della barriere della lingua
quello che avevano da dirsi era troppo essenziale per passare per le parole.
Avemmo allora paesaggi sublimi, fiordi magnifici, orsi
impressionanti, balene furtive, foche misteriose, cieli straordinari, scogliere irreali,
colori stupefacenti, iceberg azzurri o verdi, ghiacciai minacciosi e immensi, pietre e
deserti di pietre, piante rare e segrete, uccelli venuti da chissà dove che bucavano la
nebbia e ripartivano verso linvisibile, sangue bevuto, la faccia imbrattata da un
pasto di foca cruda, le bocche piene del profumo di nocciola dei beluga fermentati, le
parole pronunciate dallo sciamano, di notte, per chiamare lorso bianco. Ci fu il
Grande Nord, certo. Ma ci fu soprattutto lincontro tra due silenziosi, due uomini
ancora radicati, fabbricati dalla natura, essenziali, veri e solidi come gli elementi di
cui fanno parte. Due esemplari in via di estinzione
Allaeroporto per la partenza, aspettando che laereo
bucasse la nebbia per ricondurci verso la civiltà, Pauloosie e mio padre si tenevano
vicini, silenziosi, immobili; comunicavano con i loro mutismi, più che con le parole o i
gesti. Laereo atterrò, noi prendemmo posto, e decollò. Mio padre si girò, guardò
il villaggio dalloblò, prendemmo quota e vedemmo la banchisa spaccata, le nevi
eterne, il movimento dei ghiacciai. Credo che nel silenzio che continuava mio padre
scoprisse di non aver visto quello che era venuto a vedere, ma di aver visto soprattutto
quello che non si sarebbe mai immaginato di trovare: il suo doppio boreale, il suo simile
polare un uomo costruito su verità essenziali, uno di quegli esseri con cui si
fabbricano i modelli di serenità, di virtù, di forza e di incorruttibilità. Padri...
Un libro manca che dico, un dizionario, una enciclopedia
monumentale che possa raccontare nel dettaglio con quale talento consumato le
civiltà occidentali, bianche, cristiane e mercantili abbiano consumato gli etnocidi.
Senza emozioni, senza lacrime, senza esitazioni e senza rimpianti, nel sangue, le armi in
pugno, a colpi di sciabola, di schioppo, di impiccagioni, di ascia, di stupri e di altre
delicatezze degne delle nostre culture raffinate, un numero considerevole di culture e di
popoli sono finiti nel dimenticatoio. Il conquistatore, il missionario e il mercante,
queste tre figure della negazione dellAltro, hanno imposto i loro feticci su tutti i
continenti. LOrdine, il Cristo e il Denaro, le tre divinità malvagie, esigevano la
sottomissione degli uomini e la rinuncia alle loro radiose soggettività. Pulsione di
morte contro pulsione di vita, peccato originale contro innocenza del divenire, lavoro
contro piacere, accumulazione di merci contro produzione di sussistenze, odio del corpo
contro voluttà senza complessi, vita come punizione e non come occasione di giubilo: ecco
ciò che i vincitori trascinavano nelle stive dei loro galeoni.
Tra i soprusi bianchi cè, letnocidio del popolo inuit in
America del Nord. La sedentarizzazione forzata di un popolo la cui essenza procedeva dal
nomadismo, limposizione di un alfabeto creato di sana pianta dai missionari e
imposto a una comunità che viveva di oralità e di trasmissione verbale: queste le
violenze principali per distruggere una cultura. Ciò che il viaggio, laccampamento,
la caccia presupponevano di saperi è scomparso; ciò che la comunità, il racconto, il
mito, la trasmissione della memoria dagli anziani ai giovani riuscivano a strutturare è
morto.
Resi stanziali, colpiti nei loro scambi verbali, gli inuit si
facevano ormai controllare, gestire, sorvegliare, dirigere, guidare, condurre. Accettando
le case offerte dai nordamericani, ammettendo un alfabeto inuktitut, il popolo artico
firmava la sua condanna a morte. Tanto che le arti associate a questa cultura
viaggiare in un cielo, decifrare una luce, interpretare la neve, leggere la superficie del
mare, comprendere un volo di uccelli, scoprire le tracce di un animale, cogliere la
lezione di una roccia, accedere allintelligenza di un cane, assimilare le abitudini
di un mammifero marino, conoscere il corpo della selvaggina per dirigere larpione o
la freccia senza far soffrire, riciclare gli avanzi della caccia per la fabbricazione di
utensili, di vestiti, di abitazioni (le finestre delligloo fatte dintestino di
foca), costruire unabitazione di ghiaccio
tutte queste tecniche e tutte
queste arti sono perdute, disciolte come neve al sole.
Al posto di questi saperi antichi si scopre oggi solo desolazione:
baracche prefabbricate in legno sormontate da antenne satellitari, ambienti surriscaldati
in cui vociferano serial americani che durano intere giornate, una misura artificiale del
tempo che ignora i cicli naturali, fucili, gatti delle nevi, benzina, veicoli quattro per
quattro, cani diventati pazzi, pericolosi, indomabili e, per questa ragione, parcheggiati
su unisola senza uomini, alcool, droga, colla da sniffare, prodotti cosmetici
avariati, stupri, delinquenza, pigrizia, alimenti conservati. La morte distillata nel
quotidiano
Qualche anima buona si è commossa e ha perfino (vagamente)
condannato letnocidio di questo popolo ingannato, spogliato. La passione cristiana
per la confessione, per il perdono, per la contrizione, ha generato un strana logica che,
fingendo di ripagare le colpe bianche, continua ad assicurare la dominazione dei bianchi
stessi. Sostenendo di voler cancellare il male coloniale passato, essa riformula un
neocolonialismo contemporaneo.
Se le buone coscienze occidentali avanzano contrite, sono dedite al
pentimento e propongono qualche forma di riparazione, al tempo stesso esse offrono veleni
che, lungi dal curare, accrescono il male che trionfa senza incontrare resistenza. Come?
Per esempio, accelerando il processo di acculturazione inuit sul modello delle civiltà
bianche, soprattutto americane, e proponendo agli eschimesi di diventare caricature degli
occidentali; lassistenza economica integrale permette ai giovani di comprarsi
berretti Nike, scarpe da ginnastica e capi di vestiario firmati, di avere il computer,
internet, mentre i loro genitori sbavano davanti allo spettacolo televisivo del mondo
consumistico senza alcuna speranza di poterne un giorno farne parte.
Lo stesso dicasi per la creazione del Nunavut, unentità
amministrativa che propina agli inuit un genere di micro-società a loro misura, ma che,
di fatto, serve da mediazione al potere canadese. La sopravvivenza del popolo esquimese
non passa dallintegrazione nel melting-pot nordamericano. Il processo è inconscio?
Succede ai popoli come agli individui? La loro psiche ubbidisce alle stesse leggi, alle
stesse regole? Probabilmente. Certo è che gli inuit possono legittimamente guardare il
tecnico che installa il computer, il magistrato che fa giustizia in un tribunale
falsamente locale ma in realtà americano, il funzionario che assicura lesistenza
amministrativa del Nunavut, il poliziotto tutti rigorosamente bianchi, sempre,
venuti da Montréal, dal Québec o da Ottawa come i veri discendenti dei marinai,
dei preti e dei mercanti che, due secoli fa, hanno affrettato la caduta della loro cultura
e assicurato la morte della loro civiltà.
Che fare? Bisogna accontentarsi di prendere atto? Bisogna scegliere
tra la rassegnazione, la rinuncia, il pessimismo, il disfattismo e lacquiescenza
beata a queste forme astute di neocolonialismo? O si può immaginare qualcosa di diverso?
Io sostengo unipotesi alternativa che presuppone che la smettiamo di pensare le
civiltà in termini di superiorità e di inferiorità il vecchio male razzista
o il suo doppio, il male moderno e recente; che la piantiamo di studiare la
soluzione del problema nei termini darwinisti di integrazione o di assimilazione
cioè a dire di scomparsa. Né assoggettati, né digeriti.
Le civiltà vincono se si fortificano le une con le altre. Gli amici
di André Breton aprirono la strada in questo senso, già nel 1929 in Variétés,
disegnando una carta del mondo che assegnava a ciascun paese un posto in proporzione al
volume simbolico delle sue promesse culturali innovative. Su questo mappamondo
surrealista, lAmerica del Nord non esiste affatto, ma lAlaska, il Labrador, la
Terra di Baffin, lArtico, la Siberia sì e sono paesi ipertrofici; lAfrica e lOceania
occupano un posto fondamentale; non lEuropa, se si esclude la Germania, lAustria
e Parigi, ridotta a un punto; lAfghanistan, le Antille e tutte le geografie ricche
di potenzialità liriche, poetiche, dionisiache occupano uno spazio considerevole.
Traendo spunto dallo spirito surrealista, facciamo a quelle culture
qualcosa di diverso dallelemosina di un riconoscimento etnologico o artistico nelle
nostre istituzioni; offriamo loro uno statuto diverso da quello di popoli primigeni,
attribuito con larroganza disinvolta di imbalsamatori che insistono a impartire
lezioni dallalto dei loro musei; pensiamole piuttosto come culture in grado di
infonderci uno spirito nuovo e di arricchirci spiritualmente. In quale maniera?
Ispirandoci alle loro forze e ai loro princìpi cardinali: stabilire una relazione non
aggressiva con la natura, ritrovare il senso di un paganesimo sciamanico, e costruire unintersoggettività
contrappuntistica tre lezioni in grado di permettere unecologia, una mistica
e unetica capaci di sconvolgere quei campi confiscati in Occidente dalla politica
mondana dei politicanti, dallesoterismo approssimativo new age e dalla morale
moralizzatrice. Lanelito glaciale, soffiando sul vecchio mondo che porta sulle
spalle la paccottiglia ereditata dalla Giudeo-Samaria, può vivificare la nostra epoca
postmoderna, nichilista e depressa.
Prima lezione: produrre una cosmogonia degna dei presocratici,
elaborare un pensiero autentico degli elementi, indurre una preoccupazione per il mondo e
per il pianeta che non sia soltanto il prurito di cittadini sradicati, ma una visione di
grande portata ecco che cosa manca ai
nostri tempi disorientati.
Nellimmaginario europeo, la cultura si schiera contro la natura
mentre potrebbe funzionare con questa, in complicità, nel rispetto di ciò che essa
insegna e delle certezze cui essa si inchina. Questa frattura degli uomini con la natura
li indispone alla vita e alla morte, alla loro sessualità, alla loro vitalità, alla loro
energia e alla loro libido. La civiltà si struttura falsamente contro la natura
peggio, essa si presenta ideologicamente come unanti-natura. La rivoluzione
industriale ha opposto il progresso delle città al conservatorismo delle campagne. E
questi luoghi comuni riveriti come verità evidenti hanno condotto a una civiltà
violenta, brutale, nevrotica e affascinata dalla catastrofe.
Quanto a loro, gli eschimesi sono nella natura. Non le si oppongono,
ma in essa vivono in maniera simbiotica. Non entità separate, non frammenti, perché, al
pari della pernice, dello scisto, del lichene, dellacqua, della foca, dellorso
o della balena, lesquimese si sa votato allo stesso destino del vento: di passaggio,
mai veramente nato, neanche mai veramente morto, ma sempre chiamato a trasformarsi.
Gli uomini dellArtico vivono da spinoziani senza aver mai letto
Spinoza. Natura naturans e natura naturata propongono due modi di esprimere la stessa
realtà, che può anche chiamarsi Dio se dessero retta alle chiacchiere degli
occidentali
Agli antipodi di unecologia mondana vissuta come uno snobismo da
cittadini nel rimpianto delle infanzie perdute le loro? questa ecologia
procede dal rapporto identico a quello che Empedocle, Democrito e Anassagora
intrattenevano con il reale e con il cosmo: una relazione in cui lindividuo non si
pone contro il mondo, con orgoglio e presunzione, ma in cui egli si considera
cristallizzazione temporanea di quella stessa materia di cui sono fatti i fulmini, le
stelle, i vulcani e le brume. Gli inuit pensano da contemporanei dei presocratici, quando
filosofi, poeti, matematici, astronomi, artisti erano ancora indistinti.
Seconda lezione, indotta dalla prima: celebrare un paganesimo
sciamanico per farla finita con i monoteismi intolleranti, violenti, castratori e
fornitori di leggi che sviliscono, con i malesseri che pervadono la civiltà. Le religioni
della salvezza forse salvano, ma in unaltra vita; in compenso, in questa, la sola esse condannano. Condannano a morire
mentre viviamo, a vivere sempre sotto locchio di un Dio vendicativo, geloso,
malvagio. I sacerdoti, loro ausiliari nella vita quotidiana, ci rendono la vita
impossibile, con il pretesto di prepararci alla vita eterna che esiste solo nella mente
degli stolti. La maschera da volpe e il tamburo in pelle di foca dello sciamano potrebbero
sostituire benissimo i paramenti sacri, lincensiere e lacqua benedetta del
prete che beve vino e dice che è sangue
Lo sciamanesimo definisce la mistica pagana delluomo che non si
è separato dalla natura e continua a volersi frammento della vitalità generale. Nelle
grotte preistoriche europee o sui ghiacci antartici, il linguaggio che gli uomini
rivolgono alla natura passa per il sonno ipnotico, presuppone lascolto delle forze
che percorrono la terra, lacqua e laria, caricando gli elementi di unenergia
che solo le sensibilità più acute, più straziate, più eccezionali gli artisti
sono capaci di immagazzinare e di restituire alla comunità sotto forma di legame
sociale e di comunità incarnate.
Noi non abbiamo gli sciamani e crolliamo sotto gli opportunisti, i
calcolatori, la gente che fa cifre e numeri, i matematici e gli informatici, i banchieri e
i commercianti. Tutti sacrificano ad Apollo e voltano le spalle a Dioniso, dio sciamanico
quanti altri mai, temperamento del pampino e della danza, dellebbrezza e del canto
capace di associare i Greci e gli Iperborei in una stessa danza bacchica. La negazione pura e semplice di Dioniso fomenta i malesseri che
saturano lEuropa.
Così come bisogna superare lecologia mondana, va anche
sconfitta la morale della New Age che fagocita lo sciamanesimo nelle sue imprese
irrazionali, settarie e folli: astrologia, neobuddismo, riciclaggio di induismo,
vegetarismo, orientalismo da bottegai, junghismi di tutti i generi e altri collages utili
ai guru che fanno fortuna sfruttando la miseria intellettuale, affettiva e sessuale di un
numero di individui sempre crescente.
Terza lezione: prospettare una intersoggettività contrappuntistica e
non agonica. Tendere a quellideale della ragione che vuole farla finita con la
guerra di tutti contro tutti. Allo stesso modo, risolvere quellaporia che vede lindividuo
e il gruppo come forze antinomiche. Gli inuit non pensano lindividuo nella sua
opposizione al gruppo, ma nel suo contributo alla totalità. In primo luogo, perché lindividualità
fabbricata dal cristianesimo, laicizzata dal Rinascimento, poi resa popolare da Montaigne
e da Cartesio, non esiste nelle società tradizionali. E anche perché il gruppo non è la
società, lo Stato, il continente, o una delle tante entità politiche fasulle, ma la
tribù che resta umanamente vitale.
Diversamente dai gruppi immensi creati dalla nostra postmodernità
nella prospettiva prevedibile di un governo del mondo utile a controllare linsieme
del pianeta, gli unit invitano a micro-società nelle quali letica e la politica si
confondono ancora a meraviglia. La tribù, laggregato costituito sul principio della
cooptazione, delladesione volontaria, del contratto, ecco la formula della
resistenza ai meccanismi mostruosi del nostro tempo. Le micro-società elettive contro le
macro-società anonime. In questa intersoggettività contrappuntistica, lindividuo
non è il nemico del gruppo, né linverso.
Lantinomia posta dagli occidentali costringe a concepire lindividuo
in maniera solipsistica, se non autistica, e comunque egocentrica, impossibile da
conciliare con gli altri; allo stesso modo, essa costringe a vedere il gruppo come un
insieme cieco che ingerisce e digerisce le singolarità. Gli inuit costituiscono gruppi
ristretti abbastanza da non far perdere la testa alle loro monadi. Meglio: esse vi trovano
la loro definizione, le une rendendo possibili le altre. Lindividuo non si rivela,
come in terra giudeocristiana, per la sua resistenza alla comunità, alla collettività,
ma per la sua capacità di apportarle unenergia capace di strutturare linsieme
e di permettere la sua continuità. Latomo non
contraddice la materia, piuttosto la crea, la rende possibile grazie alle modalità delle
sue relazioni con gli altri. Principio cosmico, naturale e genetico
Le filiazioni eschimesi, per esempio, non procedono dal sangue: non
si è figlio o figlia in virtù della genetica e dellatto sessuale, ma rispetto a
una lettura cosmogonica che integra la trasmigrazione delle anime, o quanto meno la
permanenza e limmortalità dellanelito che anima ogni essere vivente
tutti gli spiriti comunicano. Quando il nonno muore, non può che fare ritorno, e talvolta
riappare sotto forma di una bambina che ha tutte le parvenze della femminilità ma che in
realtà è il nonno al quale il gruppo si rivolge chiamandola con il nome del defunto.
I popoli artici non sono né selvaggi da respingere né primitivi da
indennizzare: letnocidio passa sia per la distruzione di massa organizzata di un
popolo, dei suoi costumi, della sua lingua e delle sue tradizioni, che per il processo di
imbalsamazione che suppone il museo, fosse anche di arte primitiva, e che scaturisce dalla
(buona) volontà dei bianchi a stringersi un po per fare posto ai selvaggi
autorizzati ad accedere alla loro cultura, accanto a Rembrandt, Leonardo e Michelangelo
Aprire il Louvre alle maschere Yupik, o inaugurare unistituzione
parigina che le espone, manifesta ipocritamente o inconsciamente la permanenza di un
complesso coloniale, nonostante le buone intenzioni dichiarate. Lunico omaggio che
si possa rendere a un popolo non è quello di rinchiudere le sue tracce in un museo, né
di dedicargli un culto (non parliamo del tragico culto mercantile), ma di rivendicare linfluenza,
di confessare con gioia lazione genetica dei suoi pensieri, delle sue visioni, delle
sue affermazioni, di volarizzare il ruolo motore dei suoi riferimenti nella nostra
concezione del mondo. Tra la fossa comune e il museo, esiste un luogo per lomaggio
effettivo, non verbale, ma efficace: chiediamo agli inuit ciò che abbiamo chiesto ai
greci e ai romani: di portare un po della loro luce nei nostri tempi oscuri.
Traduzione di Biancamaria Bruno
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