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Annata 2006 @ segnala a un amico


Il ritorno di Satana
    di Amos Oz


Vorrei parlare di Goethe, e del diavolo, e di Carlotta, e di un’altra Carlotta, dell’albero del bene e del male e, infine, di un certo piacere segreto.
Quando ero bambino, a Gerusalemme frequentavo una scuola ebraica ortodossa e il nostro maestro ci spiegò il libro di Giobbe. Oggi tutti i bambini israeliani studiano il libro di Giobbe. Il nostro maestro ci raccontò di come il diavolo, partendo da quel libro, avesse percorso il cammino che porta fino al Nuovo Testamento, e poi fino al Faust di Goethe, e a molte altre opere letterarie. Sebbene ciascuno scrittore abbia fatto di Satana ogni volta qualcosa di nuovo, il diavolo, der Teufel, ha continuato a essere sempre lo stesso: imparziale, divertente, sarcastico, scettico. Un distruttore della fede, dell’amore e della speranza umana. Il Satana di Giobbe, così come quello del Faust, lancia una scommessa. La posta in gioco non è un tesoro nascosto, né il cuore di una bella donna, e neanche l’ascesa verso una posizione più alta nella gerarchia celeste. No: Satana lancia una sfida spinto da una sorta di “impulso didattico”. Mosso dal desiderio di esprimere qualcosa. Provare qualcosa e rifiutare qualcos’altro. Sostenendo con enorme entusiasmo le proprie ragioni, il Satana biblico e il satana illuminista cercano di dimostrare a Dio e ai suoi angeli che l’uomo, posto di fronte a una scelta, opterà sempre per il male. Coscientemente, e volontariamente, preferirà il male al bene.
Probabilmente è stato uno zelo didattico molto simile a determinare le scelte dello Iago di Shakespeare. Di fatto, in letteratura, succede la stessa cosa a quasi tutti i malvagi. Forse proprio per questo Satana è così ammaliante. Così seducente. Può darsi che John Milton avesse mal interpretato il diavolo chiamandolo “il serpente infernale”, mentre Heinrich Heine ha colto meglio la sua essenza quando ha scritto:

Chiamai il diavolo, e venne,
mi stupì scoprire la sua forma;
Non è brutto, né storpio
Un uomo bello e incantatore
Un uomo nel fiore degli anni
Attento, uomo di mondo, molto gentile.
Diplomatico, abile nel dibattito
Parla con padronanza della Chiesa e dello Stato

L’uomo e il diavolo si capiscono così bene perché, in vario modo, sono molto simili. Nel libro di Giobbe, Satana, l’educatore perverso, riesce a capire, dal profondo, come il dolore umano alimenti il male: “Stendi ora la tua mano, tocca tutto quello che egli possiede, e vedrai, se non inveirà contro il tuo viso”.
E le streghe di Shakespeare, in Macbeth, sentivano da lontano l’arrivo di un uomo malvagio: “Dal prurito che ai pollici sento, vien qui qualcosa di cruento...”. Goethe, da parte sua, ha osservato che il diavolo, così come molti esseri umani, è semplicemente un incantatore egoista. “Der Teufel ist ein egotist”. Il diavolo è un egoista. Aiuta il prossimo soltanto per perseguire i suoi scopi. Non per far del bene senza secondi fini, come avrebbe fatto Dio, o Kant.
È per questa ragione che, dal libro di Giobbe e fino a non molto tempo fa, Satana, l’uomo e Dio hanno vissuto sotto lo stesso tetto. I tre sembravano in grado di distinguere il bene dal male. Dio, l’uomo e il diavolo sapevano che il male era il male e il bene era il bene. Dio dava ordini precisi e il diavolo tramava affinché si facesse il contrario. Dio e Satana giocavano la stessa partita a scacchi. L’uomo era la loro pedina. Niente di più semplice. Da parte mia, io credo che l’essere umano, nel profondo, sia capace di distinguere il bene dal male. Anche quando finge di non riuscirci. Tutti abbiamo mangiato da quell’albero dell’Eden il cui nome completo è “albero della conoscenza del bene e del male”. Etz hada’at tov va-ra.
La stessa differenza si può applicare al concetto di verità e di menzogna: così come è molto arduo definire la verità mentre è molto facile avere sentore della menzogna, a volte può essere difficile definire il bene; ma il male possiede un odore inconfondibile: tutti i bambini sanno cos’è il dolore. Per cui, ogni volta che infliggiamo volontariamente un dolore a qualcuno, sappiamo bene che cosa stiamo facendo. Stiamo compiendo “il male”.

Il diavolo e la rivoluzione postmoderna

L’era moderna ha cambiato tutto. Ha cancellato quella netta separazione che l’umanità aveva tracciato fin dalla sua prima infanzia, a cominciare dal giardino dell’Eden.
A un certo punto, nel corso del XIX secolo, non molto tempo dopo la morte di Goethe, nella cultura occidentale si è insinuata una categoria di pensiero che ha messo da parte il male, che ha negato addirittura la sua esistenza. Questa rivoluzione dell’intelletto consiste in quelle che vengono chiamate scienze sociali. Per i nuovi scienziati, fiduciosi in se stessi, razionali fino all’eccesso, ottimisti, assidui praticanti della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e dell’economia, il male non era argomento di discussione. E riflettendoci, non lo era neanche il bene. Ancora oggi, alcuni scienziati sociali non parlano del bene e del male. Secondo loro, tutte le ragioni e le azioni umane derivano dalle circostanze, che spesso vanno oltre il controllo dell’individuo. “I demoni, così come gli dèi, non esistono, – disse Freud – essi sono soltanto il prodotto dell’attività psichica dell’uomo”. Siamo sorretti dai nostri precedenti sociali. Per circa cento anni ci hanno spiegato che quello che ci muove è soltanto il nostro interesse economico, che siamo meri prodotti delle nostre culture etniche, che non siamo altro che marionette del nostro subconscio.
In altre parole, le moderne scienze sociali hanno rappresentato il primo grande tentativo di eliminare dallo scenario umano sia il bene che il male. Per la prima volta nella loro lunga storia, il bene e il male sono stati negati per cedere il passo alla convinzione che le circostanze sono sempre responsabili delle decisioni e delle reazioni umane, ma soprattutto della sofferenza umana. La colpa è della società. La colpa è del dolore provato durante l’infanzia. La colpa è della politica. Colonialismo. Imperialismo. Sionismo. Globalizzazione. No. Così è cominciato il grande campionato mondiale dell’essere vittima di qualcosa. Per la prima volta dal libro di Giobbe, il diavolo si è trovato disoccupato. Non ha più potuto giocare con le menti umane. Satana è stato licenziato. Così è arrivata l’età moderna.
Forse oggi i tempi stanno di nuovo cambiando. Probabilmente Satana oggi è stato derubato, ma non è rimasto senza lavoro. Il XX secolo è stata la peggiore arena del male perpetrato a sangue freddo in tutta la storia della mente umana. Le scienze sociali non potevano prevedere, trovare, né tantomeno concepire il male moderno, altamente tecnologizzato. E questo male, nel XX secolo, si è spesso mascherato da riformatore del mondo, da idealismo, da qualcosa che rieduca le masse e “apre loro gli occhi”. Per alcuni il totalitarismo è stata una redenzione secolare, anche se ne hanno fatto le spese milioni di vite umane.
Oggi, riemersi dal male del governo totalitario, abbiamo un enorme rispetto per le culture. Per le diversità. Per il pluralismo. Conosco persone disposte a uccidere chiunque non sia pluralista. L’era postmoderna ha di nuovo assunto Satana. Però stavolta il suo lavoro è sull’orlo del kitsch: un gruppo piccolo e segreto di “forze oscure” è sempre colpevole di tutto, della povertà, della discriminazione, della guerra, del surriscaldamento del pianeta, persino dell’11 settembre e dello tsunami. La gente comune è sempre innocente. Non bisogna mai colpevolizzare le minoranze. Le vittime sono, per definizione, moralmente pure. Il diavolo oggi sembra non impadronirsi più di un singolo individuo. Non abbiamo più Faust. Secondo un discorso ormai di moda, il diavolo è un insieme di cose: i sistemi sono diabolici, i governi sono diabolici, istituzioni senza volto controllano il mondo per ottenere il loro diabolico tornaconto.
I singoli, uomini e donne, non possono essere “cattivi” nel significato che questa parola ha nel libro di Giobbe o in Macbeth, per Iago o per Faust. Tu e io siamo sempre persone molto perbene. Il male è sempre l’establishment. Questo, dal mio punto di vista, si chiama kitsch etico.
Consultiamo il nostro consigliere segreto, Johann Wolfgang von Goethe, nell’opera Divano occidentale-orientale, uno dei primi e più grandi tributi della cultura occidentale alla nostra curiosità e attrazione per l’Oriente. Possiamo affermare con Edward Said che Goethe era orientalista? O era piuttosto un multiculturalista come gli europei di oggi pieni di sensi di colpa che pagano pegno amando tutto ciò che è distante, differente e decisamente non europeo?
Credo che Goethe non sia stato né un orientalista né un multiculturalista. Non era tentato dall’esotismo estremo dell’Oriente, ma dalla sostanza fresca e forte che le culture, la poesia e l’arte d’Oriente davano alle verità e ai sentimenti umani universali. Il bene, e di fatto Dio, sono universali:

L’Oriente è di Dio;
L’Occidente è di Dio;
Le terre del Nord e del Sud
Riposano nella pace delle sue mani.

Cosa ancora più commovente, anche il dolore è universale. Goethe non si serve dell’Oriente per provare qualcosa. Prende seriamente gli esseri umani, tutti gli esseri umani. In Oriente o in Occidente, gli uomini buoni piangono.

Da Weimar a Buchenwald

La Weimar di Goethe non esiste più. Anche la Weimar di Thomas Mann non tornerà. Ciò non vuol dire che la Weimar di oggi non sia una cittadina piacevole e rimessa a nuovo. Ma la Weimar di oggi sorge nella stessa foresta di Buchenwald.
Possiamo rimpiangere la perdita della memoria, la scomparsa del paesaggio, la crescita e i cambiamenti dei vecchi paesi. Ma non è questo quello che rimpiangiamo della Weimar di Goethe. Non è stato il tempo, ma la malvagità estrema e totale dell’uomo ad allontanarci dalla Weimar di Goethe.
Thomas Mann, nel suo romanzo Carlotta a Weimar, immagina che Charlotte Kestner, ossia Lotte Buff, la donna amata nella vita reale dal giovane Werther, andasse a Weimar a trovare il vecchio e famoso Goethe. Carlotta a Weimar è uno splendido studio sul dissolversi lento del ricordo: nonostante Goethe stesso fosse ancora vivo, il suo tempo stava già scomparendo, trasformandosi in leggenda. Tutto questo è normale; questo è il modo in cui la vita e la memoria umane, le case e le strade umane, passano e si dissolvono di pari passo con il procedere della storia. Però Goethe e il suo antico amore potevano ancora camminare per il bosco nei dintorni di Weimar, e godere dello scenario tranquillo e felice della campagna della Turingia. Forse potevano inerpicarsi fino alla bellissima quercia, conosciuta poi come la quercia di Goethe. Gli anni passavano e le generazioni morivano, ma la quercia era sempre lì, viva e vegeta. Fin quando non la bombardarono gli alleati, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E Weimar si trasformò nella “città vicina al campo di sterminio di Buchenwald”.
Così i nazisti tedeschi non hanno ucciso solo le loro vittime, ma anche l’innocenza – che invecchiava lentamente – di Weimar, di Goethe e di Carlotta. Il sottotitolo di Carlotta a Weimar era “il ritorno dell’amata”. Ma l’amata non sarebbe più tornata. Mai più. Questo mi porta a pensare a un’altra Lotte, Lotte Wreschner, la madre di mio genero. Quest’ultima era nata a Francoforte 174 anni dopo Goethe, e non lontano da casa sua. Non per niente il nome Lotte era di famiglia: era cresciuta in un luogo pieno di libri, scaffali e scaffali di tesori spirituali tedeschi, ebraici ed ebraico-tedeschi. Schiller e il Talmud, Heine e Kant, Buber e Hölderlin. C’erano tutti. Un suo zio era rabbino, e un altro psicoanalista. Tutti conoscevano a memoria la poesia di Goethe.
La catturarono i nazisti, insieme con sua madre e sua sorella. Le mandarono a Ravensbrück, dove la madre morì a causa del tifo e dei lavori forzati. Lei e sua sorella Margrit furono trasferite a Theresienstadt. Vorrei poter dire che sono state liberate da Theresienstadt grazie ai manifestanti pacifisti con in mano cartelli inneggianti lo slogan Fate l’amore, non fate la guerra. La realtà è che non furono liberate da idealisti pacifisti ma da soldati con elmetto e mitragliatrice.
Noi, gli attivisti israeliani per la pace, non dimentichiamo tutto questo, anche se stiamo lottando contro l’atteggiamento del nostro Paese nei confronti dei palestinesi, anche se lavoriamo per giungere a un duraturo impegno di pace tra Israele e Palestina.
Lotte e Margrit Wreschner ritornarono a casa per ritrovare tutti i libri che le aspettavano, ma nessuno della loro famiglia. Nessun sopravvissuto. Margrit Wreschner è seduta qui con noi stasera e porta la testimonianza di tutto ciò che i sopravvissuti a quello sterminio di massa possono dire. Nel mondo c’è gente buona. Ma c’è anche gente cattiva.

Il potere terapeutico della letteratura

Il male non sempre può essere scacciato da esorcismi, manifestazioni, analisi sociali o psicoanalisi. A volte deve essere affrontato con la forza. Dal mio punto di vista, il male ultimo del mondo non è la guerra, ma l’aggressione, che è la madre di tutte le guerre. A volte l’aggressione deve essere respinta con la forza delle armi, prima che la pace prevalga.
Lotte Wreschner si è stabilita a Gerusalemme. È diventata una leader del movimento israeliano per i diritti civili ed è stata eletta sindaco di Gerusalemme dopo aver lavorato con Teddy Kollek. Suo figlio Eli e mia figlia Fania, anch’essi presenti tra il pubblico, sono entrambi attivisti per i diritti civili e per la pace, così come lo sono gli altri miei figli, Galia e Daniel.
Ma torniamo a Goethe, e ai miei sentimenti verso la Germania. Il Goethe del Faust ci ricorda una volta per tutte che il diavolo è individuale, non collettivo. Che il diavolo sottopone ciascuno di noi a un esame nel quale possiamo essere promossi o bocciati.
Ci ricorda che il diavolo è tentatore e seduttore. Che l’aggressione è in agguato in ciascuno di noi.
Il bene individuale e il male individuale non appartengono a nessuna religione. Non sono neanche necessariamente da considerare termini religiosi. La scelta è tra infliggere o non infliggere un dolore, tra guardarlo negli occhi o rivolgergli uno sguardo vuoto, tra impegnarsi personalmente nell’alleviare il dolore, come un devoto dottore di campagna, o farlo organizzando dimostrazioni inutili e firmando manifesti. Lo spettro di questa scelta è davanti a noi più volte al giorno.
Naturalmente, a volte può succedere di prendere la decisione sbagliata. Però, anche quando imbocchiamo la cattiva strada, sappiamo quello che stiamo facendo. Conosciamo la differenza tra bene e male. Tra infliggere dolore e curare. Tra Goethe e Goebbels. Tra Heine e Heydrich. Tra Weimar e Buchenwald. Tra la responsabilità individuale e il kitsch collettivo.
Quando ero molto nazionalista, un ragazzino sciovinista nella Gerusalemme degli anni Quaranta, giurai a me stesso che non avrei mai messo piede sul suolo tedesco, né avrei mai comprato un prodotto tedesco. L’unica cosa che non mi era possibile boicottare erano i libri tedeschi. Se boicotti i libri – dissi a me stesso –  diventerai un po’ come “loro”. Inizialmente mi limitai dunque a leggere la letteratura tedesca precedente alla guerra e tutti gli scrittori antifascisti. Ma dopo, negli anni Sessanta, cominciai a leggere le opere, tradotte in ebraico, di scrittori e poeti della generazione tedesca del dopoguerra. In particolare le opere degli scrittori del Gruppo 47. Questi mi permisero di immaginarmi in quei luoghi. Mi spiego: mi sedussero a tal punto da riuscire a trasportarmi fisicamente nella Germania degli anni bui, ma anche in quelli precedenti e successivi. Dopo aver letto questi autori, non sono più riuscito a odiare tutto ciò che è tedesco, passato presente e futuro.
Immaginare di essere l’altro è un potente antidoto contro il fanatismo e l’odio. I libri che riescono a farci immedesimare nell’altro possono renderci immuni dagli stratagemmi del diavolo, incluso il diavolo che è dentro di noi, il Mefisto del cuore. Così Günter Grass e Heinrich Böll, Ingeborg Bachmann e Uwe Johnson, ma soprattutto Siegfried Lenz, mi hanno aperto la porta d’ingresso della Germania. Loro, insieme a tanti amici tedeschi, mi hanno costretto a rompere i tabù e ad aprire la mente, ma anche il cuore. Mi hanno fatto riscoprire il potere terapeutico della letteratura.
Immaginare l’altro non è solo un trucco estetico. Dal mio punto di vista è un vero e proprio imperativo morale. Immaginare l’altro, se mi promettete di non rivelarlo, è anche un piacere umano profondo e molto sottile.

Traduzione di Linda Giannattasio

 

Discorso pronunciato dallo scrittore in occasione del conferimento del Premio Goethe 2005

 

 

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