|
Lettera Internazionale è socio CRIC
| |
Imparare a parlare è imparare a tradurre:
quando il bambino chiede alla madre il significato di questa o di quella parola, ciò che
le sta chiedendo realmente è di tradurre nel suo linguaggio il termine a lui sconosciuto.
In questo senso, la traduzione allinterno di una stessa lingua non differisce in
modo sostanziale dalla traduzione tra due lingue diverse e la storia di tutti i popoli
tende a ripetere lesperienza infantile: persino la tribù più isolata deve
confrontarsi, prima o poi, con il linguaggio di una popolazione straniera.
La valorizzazione della diversità
Lo stupore, la collera, lorrore, o
la perplessità divertita, che proviamo dinanzi ai suoni di una lingua che ignoriamo, non
tardano a trasformarsi in dubbio circa lidioma
che parliamo. Il linguaggio perde la sua universalità e si rivela una pluralità di
idiomi, tutti estranei e inintelligibili gli uni agli altri.
In passato la traduzione dissipava il
dubbio: se è vero che non esiste una lingua universale, è pur vero che le lingue formano
una società universale nella quale tutti, una volta vinte determinate difficoltà, si
intendono e si comprendono. E se si comprendono è perché, pur parlando lingue diverse,
gli uomini dicono sempre le stesse cose. Luniversalità dello spirito era la
risposta alla confusione babelica: vi sono molte lingue, ma il senso è uno solo. Pascal
rintracciava nella pluralità delle religioni una prova della verità del cristianesimo;
la traduzione rispondeva con lideale di unintelligibilità universale alla
diversità degli idiomi. Così, la traduzione rappresentava non solo una prova
supplementare, bensì una garanzia dellunità dello spirito.
Letà moderna ha distrutto questa
sicurezza. Nel riscoprire linfinita varietà dei temperamenti e delle passioni, e
dinanzi allo spettacolo della molteplicità dei costumi e delle istituzioni, luomo
cominciò a non riconoscersi più negli altri uomini. Fino ad allora, il selvaggio aveva
costituito uneccezione, che bisognava sopprimere attraverso gli strumenti della conversione o dello sterminio, del battesimo
o della spada: il selvaggio che fa la sua comparsa nei salotti del XVIII secolo è una
creatura nuova che, sebbene parli alla perfezione la lingua dei suoi ospiti, incarna una
singolarità irriducibile. Non è un soggetto da convertire, bensì un oggetto di
polemiche e di critiche: loriginalità delle sue opinioni, la semplicità dei suoi
costumi, persino la violenza delle sue passioni, costituiscono una prova della follia e
della vanità, quando non dellinfamia, dei battesimi e delle conversioni.
Inversione di rotta: alla ricerca
religiosa di unidentità universale, fa seguito una curiosità intellettuale
impegnata nella scoperta di diversità non meno universali. La stranezza cessa di essere
una devianza e diviene esemplare. La sua esemplarità è paradossale e rivelatrice: il
selvaggio rappresenta la nostalgia del civilizzato, il suo alter ego, la sua metà
perduta. La traduzione riflette questi cambiamenti: non è più unoperazione
finalizzata a mostrare lidentità ultima degli uomini, bensì il veicolo delle loro
singolarità. La sua funzione consisteva nel rivelare le somiglianze al di sopra delle
differenze: dora in poi, essa tenderà a rivelare la natura insormontabile di tali
diversità, sia che si tratti dellestraneità del selvaggio che di quella del nostro
vicino.
Una riflessione fatta dal Dott. Johnson
nel corso di un viaggio esprime molto bene questo nuovo atteggiamento: Un filo derba
è sempre un filo derba, in un paese o nellaltro ... Gli uomini e le donne
sono i soggetti della mia ricerca: vediamo come differiscono da quelli che ci siamo
lasciati alle spalle.
La frase del Dott. Johnson ha due significati; entrambi prefigurano la duplice strada che
avrebbe imboccato letà moderna. Il primo si riferisce alla separazione tra luomo
e la natura, separazione destinata a trasformarsi in opposizione e in lotta: la nuova
missione delluomo non è salvarsi, bensì dominare la natura. Il secondo significato
si riferisce alla separazione tra gli uomini. Il mondo cessa di essere un tutto
indivisibile e si scinde in natura e cultura e questultima si frammenta in diverse
culture.
Pluralità di lingue e società: ogni
lingua è una visione del mondo, ogni civiltà è un mondo. Il sole cantato dal poema
azteco è diverso dal sole dellinno egizio, anche se si tratta del medesimo astro.
Per più di due secoli, prima i filosofi e gli storici, ora gli antropologi e i linguisti
hanno continuato ad accumulare prove circa le irriducibili differenze tra gli individui,
le società e le epoche. La vera linea di demarcazione, appena poco meno profonda di
quella stabilita tra natura e cultura, è quella che separa i primitivi dai civilizzati;
immediatamente dopo vengono la varietà e leterogeneità delle civiltà.
Allinterno di ciascuna civiltà
rinascono le differenze: le lingue che ci servono per comunicare ci chiudono, al tempo
stesso, allinterno di una trama invisibile di suoni e di significati, di modo che le
nazioni divengono prigioniere delle lingue che parlano. Allinterno di ciascuna
lingua si riproducono le divisioni: epoche storiche, classi sociali, generazioni. Quanto
alle relazioni tra individui isolati, ancorché appartenti a una medesima comunità, è
come se ciascuno fosse murato vivo nel proprio io.
La traduzione letterale
Tutto ciò avrebbe dovuto scoraggiare i
traduttori. Così non è stato: per un moto contraddittorio e complementare, si tende a
tradurre sempre di più. La ragione di tale paradosso è la seguente: da un lato, la
traduzione sopprime le differenze tra una lingua e laltra; dallaltro, le
rivela più pienamente: grazie alla traduzione ci rendiamo conto del fatto che i nostri
vicini parlano e pensano diversamente da noi.
Da una parte, il mondo ci si presenta come
una collezione di eterogeneità; dallaltra, ci appare come una sovrapposizione di
testi, ciascuno leggermente diverso dal precedente: traduzioni di traduzioni di
traduzioni. Ogni testo è unico e, al tempo stesso, è la traduzione di un altro testo.
Nessun testo è pienamente originale, giacché il linguaggio stesso, nella sua essenza, è
già una traduzione: in una prima fase, dal mondo non-verbale e, in un secondo momento, in
quanto ciascun segno e ciascuna frase costituiscono la traduzione di un altro segno e di
unaltra frase. Ma è possibile ribaltare questo ragionamento, senza che esso perda
validità: tutti i testi sono originali, in quanto ogni traduzione è diversa. Ogni
traduzione è, fino a un certo punto, uninvenzione e, pertanto, costituisce unopera
a sé.
Le scoperte dellantropologia e della
linguistica non condannano la traduzione, bensì unidea ingenua della stessa, ovvero
la traduzione letterale, che in spagnolo chiamiamo, significativamente, traduzione
servile. Non dico che la traduzione letterale sia impossibile, dico che non è una
traduzione: si tratta piuttosto di un dispositivo, generalmente composto da una sequenza
di parole, finalizzato ad aiutarci a comprendere un testo in lingua originale: qualcosa
più simile al dizionario che alla traduzione vera e propria che, invece, è sempre unoperazione
letteraria.
In tutti i casi, compresi quelli in cui è
necessario unicamente tradurre il senso, come nelle opere di argomento scientifico, la
traduzione comporta una trasformazione delloriginale. Detta trasformazione non è,
né può essere, altro che letteraria, poiché ogni traduzione si serve delle due
modalità espressive cui, secondo Roman Jakobson, sono riconducibili tutti i procedimenti
letterari: la metonimia e la metafora.
Il testo originale non riappare mai
(sarebbe impossibile) nella lingua di arrivo: ciò nonostante, esso è sempre presente, in
quanto la traduzione, pur senza dirlo, lo menziona costantemente, o lo trasforma in un
oggetto verbale che, benché diverso, lo riproduce: metonimia o metafora. Entrambe, a
differenza delle traduzioni esplicative e della parafrasi, sono forme rigorose, non
incompatibili con lesattezza: la prima è una descrizione indiretta, la seconda è
unequazione verbale.
Il poeta come traduttore
La censura più severa a proposito dellimpossibilità
di tradurre è ricaduta sulla poesia. Si tratta di una condanna singolare se si considera
che molti dei migliori poemi scritti in ciascuna lingua dellOccidente sono in
realtà traduzioni, e che molte di queste traduzioni sono opera di grandi poeti.
Nel libro Problèmes théoriques de la
traduction che, anni or sono, il critico e linguista Georges Mounin ha dedicato alla
traduzione, lautore segnalava che, generalmente, si tende a concedere, seppur
controvoglia, che sia possibile tradurre i significati denotativi di un testo. Invece, è
pressoché unanime lopinione secondo cui la traduzione dei significati connotativi
risulterebbe impossibile. Fatta di echi, di riflessi, e di corrispondenze tra suono e
senso, la poesia è un tessuto di connotazioni ed è, pertanto, intraducibile. Confesso
che questa idea mi ripugna, non solo perché si oppone allimmagine che mi sono fatto
delluniversalità della poesia, ma perché si fonda su una concezione erronea di
ciò che è la traduzione. Non tutti condividono le mie idee e molti poeti moderni
sostengono che la poesia sia intraducibile. Probabilmente, sono mossi da un amore smodato
per la materia verbale, oppure si sono invischiati nella trappola della soggettività. Una
trappola mortale, come ci avverte Quevedo: las aguas del abismo / donde me enamoraba de mi
mismo1... Un esempio di questa fascinazione verbale ci
viene fornito da Unamuno, in uno dei suoi slanci lirico-patriottici:
Avila, Málaga, Cáceres,
Játiva, Mérida, Córdoba,
Ciudad Rodrigo, Sepúlveda,
Ubeda, Arévalo, Frómista,
Zumárraga, Salamanca,
Turénango, Zaragoza,
Lérida, Zamarramala,
sois nombres de cuerpo entero,
libres, propios, los de nómina,
el tuétano intraducible
de nuestra lengua española.2
Il midollo intraducibile della lingua
spagnola: si tratta di una metafora bizzarra (midollo e lingua?) eppure perfettamente
traducibile e che allude a unesperienza universale. Moltissimi poeti si sono serviti
del medesimo procedimento retorico, solo lo hanno fatto in altre lingue: gli elenchi di
parole sono diversi, ma il contesto, lemozione e il senso risultano analoghi. È
curioso, peraltro, che lessenza intraducibile della Spagna consista in una
successone di nomi romani, arabi, celtiberi e baschi. È altresì stravagante il fatto che
Unamuno decida di tradurre in castigliano il nome della città catalana di Lleida
(Lérida). La cosa ancora più strana è che, senza rendersi conto del fatto che, così
facendo, avrebbe smentito la presunta intraducibilità di questi nomi, egli citi i
seguenti versi di Victor Hugo, ponendoli come epigrafe al suo poema:
Et tout tremble, Irun, Coïmbre,
Santander, Almodovar,
sitôt quon entend le timbre
des
cymbals de Bivar.3
In spagnolo e in francese il senso e
lemozione sono gli stessi. Poiché i nomi propri, a rigore, non sono traducibili,
Hugo si limita a ripeterli in spagnolo, senza neppure tentare di francesizzarli. La
ripetizione è efficace, in quanto queste parole, prive di qualsivoglia significato
preciso e tramutate in una sorta di sonagli verbali, veri e propri mantra, risuonano nel
testo francese con unestraneità ancora maggiore che in castigliano... Tradurre è
molto difficile non meno difficile dello scrivere testi più o meno originali
ma non impossibile. I poemi di Hugo e di Unamuno dimostrano che i significati
connotativi possono essere conservati se il poeta-traduttore riesce a riprodurre la
situazione verbale, il contesto poetico, nel quale essi sono inseriti.
Le macchine che traducono
Negli ultimi anni, forse a causa
dellimperialismo della linguistica, si è sviluppata la tendenza a minimizzare la
natura eminentemente letteraria della traduzione. No, non cè, né può esistere,
una scienza della traduzione, sebbene la traduzione possa e debba essere studiata con
metodo scientifico. Così come la letteratura è una funzione specialistica del
linguaggio, la traduzione è una funzione specialistica della letteratura.
E le macchine che traducono? Quando questi
apparecchi riusciranno realmente a tradurre, allora realizzeranno unoperazione
letteraria; non faranno nulla di diverso da quello che attualmente fanno i traduttori:
letteratura. La traduzione è un lavoro in cui, dando per scontate le indispensabili
conoscenze linguistiche, lelemento decisivo è dato dalliniziativa del
traduttore, sia che si tratti di una macchina programmata da un uomo, o di un
uomo circondato da dizionari.
Per convincerci al riguardo, ascoltiamo
Arthur Waley: Uno studioso francese ha scritto recentemente a proposito dei
traduttori: Che si celino dietro ai testi e questi ultimi, se sono stati realmente
compresi, parleranno da soli. Salvo nel caso raro di frasi semplici e concrete come
Il gatto dà la caccia al topo, solo di rado è possibile confrontarsi con
frasi che abbiano un esatto equivalente, parola-per-parola, in unaltra lingua. Si
tratta allora di scegliere tra vari gradi di approssimazione ... Ho sempre ritenuto che
dovessi essere io, e non i testi, a parlare. Risulta difficile aggiungere qualcosa a
questa dichiarazione.
In teoria, solo i poeti dovrebbero
tradurre poesia: nella pratica, succede raramente che i poeti siano anche buoni
traduttori. Non lo sono, perché quasi sempre usano il poema altrui come punto di partenza
per scrivere un loro poema. Il buon traduttore si muove nella direzione opposta: il suo
punto di arrivo è un poema analogo, in quanto non identico, a quello originale. Egli non
si allontana dalloriginale se non per seguirlo più da vicino. Il buon traduttore di
poesia, oltre a essere tale, è anche un poeta come nel caso di Arthur Waley;
oppure è un poeta che è anche un buon traduttore come Nerval quando tradusse il
Primo Faust. In altri casi, Nerval produsse delle imitazioni, ammirevoli e effettivamente
originali, di Goethe, Jean-Paul, e di altri poeti tedeschi. Limitazione
è la sorella gemella della traduzione: si somigliano, ma non vanno confuse. Sono come
Justine e Juliette, le due sorelle dei romanzi di Sade ... La causa dellincapacità
di tradurre poesia che si riscontra in molti poeti non è di natura meramente psicologica,
sebbene legolatria giochi il suo ruolo, ancorché funzionale: la traduzione poetica,
secondo quanto mi accingo a dimostrare di seguito, è unoperazione analoga alla
creazione poetica, solo che si svolge in senso inverso.
Ogni parola racchiude in sé una
pluralità di significati virtuali; nel momento in cui viene associata ad altre parole per
formare una frase, uno di questi significati si aggiorna e diviene predominante. In prosa,
il senso tende a essere univoco mentre, come è stato detto frequentemente, una delle
caratteristiche della poesia, forse la sua caratteristica precipua, è quella di
preservare la pluralità dei significati. In verità, questa è una proprietà generale
del linguaggio: la poesia la accentua ma, seppur attenuata, essa si manifesta anche nel
linguaggio corrente e in prosa. (Questa circostanza conferma che la prosa, nel senso
stretto del termine, non ha unesistenza reale: è una necessità ideale del
pensiero.)
I critici si sono soffermati su questa
particolarità conturbante della poesia, senza riflettere sul fatto che, a questa sorta di
mobilità e indeterminatezza dei significati, corrisponde unaltra particolarità
ugualmente affascinante: limmobilità dei segni. La poesia trasforma radicalmente il
linguaggio, in direzione opposta a quella della prosa. In un caso, alla mobilità dei
segni corrisponde la tendenza a fissare un unico significato; nellaltro, alla
pluralità di significati corrisponde la fissità dei segni. Orbene, il linguaggio è un
sistema di segni mobili che, fino ad un certo punto, possono essere intercambiabili: una
parola può essere sostituita da unaltra frase e ogni frase può essere detta
(tradotta) da unaltra. Parodiando Peirce si potrebbe dire che il significato di una
parola è sempre unaltra parola. Per dimostrare questa affermazione, basti ricordare
che ogni volta che domandiamo che vuol dire questa frase? ci viene risposto
con unaltra frase. Ebbene, non appena ci addentriamo nel dominio della poesia, le
parole perdono la loro mobilità e la loro intercambiabilità. I significati del poema
sono molteplici e cangianti; le parole dello stesso poema sono uniche e insostituibili.
Cambiarle significherebbe distruggere il poema. La poesia, senza smettere di essere
linguaggio, è qualcosa che va oltre il linguaggio.
Il poeta, immerso nel movimento dellidioma,
nel continuo andirivieni verbale, sceglie alcune parole o è lui a essere scelto da
queste ultime. Combinandole insieme, egli costruisce il
suo poema: un oggetto verbale fatto di segni insostituibili e inamovibili. Il punto di
partenza del traduttore non è il linguaggio in movimento, materia prima del poeta, bensì
il linguaggio fisso del poema. Linguaggio congelato e, ciò nonostante, perfettamente
vivo. La sua operazione è inversa rispetto a quella del poeta: non si tratta di costruire
con segni mobili un testo inamovibile, quanto, piuttosto, di smontare gli elementi di quel
testo, di porre nuovamente in circolazione i segni e restituirli al linguaggio.
Fin qui, lattività del traduttore
è simile a quella del lettore e a quella del critico: ogni lettura è una traduzione, e
ogni critica è, o comincia con lessere, uninterpretazione. Ma la lettura è
una traduzione interna alla medesima lingua e la critica è una versione libera del poema
o, più esattamente, una sua trasposizione. Per il critico il poema è un punto di
partenza verso un altro testo, il suo, mentre il traduttore, in unaltra lingua, e
utilizzando segni diversi, deve comporre un poema analogo alloriginale. Pertanto,
nella sua seconda fase, lattività del traduttore è parallela a quella del poeta,
però con una differenza principale: nello scrivere, il poeta non sa come sarà il suo
poema; nel tradurre, il traduttore sa che il suo poema dovrà riprodurre il componimento
che ha sotto gli occhi. Nei suoi due momenti, la traduzione è unoperazione
parallela, sebbene inversa, alla creazione poetica. Lideale della traduzione
poetica, come è stato detto in modo insuperabile da Valéry, consiste nel produrre
effetti analoghi, utilizzando mezzi diversi.
DallEuropa allAmerica
Traduzione e creazione sono
operazioni gemelle. Da una parte, come dimostrano i casi di Baudelaire e di Pound, la
traduzione molto spesso non è distinguibile dalla creazione; dallaltra, tra la due
si stabilisce un riflusso incessante, una fecondazione continua e reciproca. I grandi
periodi creativi della poesia dellOccidente, dalla sua origine in Provenza fino ai
nostri giorni, sono stati preceduti, o accompagnati, da contaminazioni tra le diverse
tradizioni poetiche.
Talvolta, queste contaminazioni hanno
adottato la forma dellimitazione, in altri casi hanno preso la via della traduzione.
Da questo punto di vista, la storia della poesia europea potrebbe essere letta come la
storia delle congiunzioni delle diverse tradizioni che compongono ciò che viene
denominato letteratura occidentale, per non parlare della presenza araba nella lirica
provenzale, o di quella dellhaiku e della lirica cinese nella poesia moderna.
I critici studiano le influenze, ma si tratta di un termine equivoco: sarebbe
più prudente considerare la letteratura dellOccidente come un tutto unitario in cui
i personaggi centrali non sono le tradizioni nazionali la poesia inglese, francese,
portoghese, tedesca bensì gli stili e le tendenze. Nessuna tendenza e nessuno
stile sono stati nazionali, neppure il cosiddetto nazionalismo artistico.
Tutti gli stili sono stati translinguistici: Donne è più vicino a Quevedo che a
Wordsworth; esiste unevidente affinità tra Gongora e Marino, mentre nulla, al di
fuori della lingua comune, unisce Gongora allArciprete de Hita che, a sua volta, fa
pensare, a tratti, a Chaucer. Gli stili sono collettivi e passano da una lingua allaltra;
le opere, tutte radicate nel loro terreno verbale, sono uniche... Uniche, ma non isolate:
ciascuna nasce e vive in rapporto ad altre, scritte in lingue diverse. Pertanto, né la
pluralità delle lingue, né la singolarità delle opere, comportano uneterogeneità
irriducibile, o conducono alla confusione. Avviene piuttosto il contrario: un mondo di
relazioni fatto di contraddizioni e corrispondenze, di unioni e separazioni.
In ogni periodo, i poeti europei
ora anche quelli del continente americano, nelle sue due metà scrivono il medesimo
poema in lingue diverse. Ciascuna di queste versioni è, allo stesso tempo, un poema
originale e diverso. È vero, la sincronia non è perfetta, ma basta prendere un poco le
distanze per avvertire che stiamo ascoltando un concerto nel quale i musicisti,
utilizzando strumenti diversi, senza obbedire ad alcun direttore dorchestra, e senza
seguire alcuna partitura, compongono unopera collettiva in cui limprovvisazione
è inseparabile dalla traduzione, così come linvenzione lo è dallimitazione.
A volte, uno dei musicisti si lancia in un assolo ispirato; poco dopo, gli altri lo
seguono, non senza introdurre variazioni che rendono irriconoscibile il motivo originale.
Alla fine del secolo scorso, la poesia francese meravigliò e scandalizzò lEuropa
con lassolo iniziato da Baudelaire e concluso da Mallarmé. I poeti modernisti
ispanoamericani furono tra i primi a percepire questa nuova musica; nellimitarla, la
fecero propria, la cambiarono e la trasmisero alla Spagna che, a sua volta, la ricreò. Un
po più tardi i poeti di lingua inglese realizzarono qualcosa di simile, ma
utilizzando strumenti, tonalità e un tempo diversi. Una versione più sobria e critica in
cui è Laforgue, e non Verlaine, a occupare un posto centrale. La posizione singolare di
Laforgue allinterno del modernismo angloamericano contribuisce a spiegare il
carattere di questo movimento che fu, al tempo stesso, simbolista e antisimbolista. Pound
e Eliot, seguendo in ciò Laforgue, introducono allinterno del simbolismo la critica
del simbolismo, linganno di ciò che lo stesso Pound definiva i funny symbolist
trappings i buffi orpelli del simbolismo. Un siffatto atteggiamento critico li
preparò a scrivere, poco dopo, una poesia non modernista, bensì moderna, e a
iniziare così, con Wallace Stevens, William Carlos Williams, e altri, un nuovo assolo
lassolo della poesia angloamericana contemporanea.
[Cambridge, 15 luglio 1970]
Traduzione di Cristina Sabatini
1 Le acque dellabisso/dove miinnamoravo di me stesso (N.d.T).
2 I versi citati di M. de Unamuno si aprono, come è evidente, con un elenco di nomi di città
spagnole e così proseguono: (...) siete nomi dal corpo integro, liberi, propri, da
catalogo, il midollo intraducibile della nostra lingua spagnola (N.d.T.).
3 E tutto trema, Irun, Coimbre,
Santander, Almodóvar, non appena si sente il suono dei cimbali di Vivar (N.d.T).
|