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Che lo si chiami “integralismo islamico”, “fondamentalismo”,
“islamismo” o “islam radicale”, l’applicazione integrale dei dogmi e delle
pratiche dell’islam, anche in campo politico e sociale, ha l’obiettivo di
riportare la comunità musulmana, insieme al mondo intero, verso una condizione
armoniosa, ideale, riflesso della comunità musulmana primitiva e idealizzata,
quella della Medina del periodo compreso tra il 622 e il 632 dell’era cristiana.
Questa visione ricorda quella dell’ideologia laica
comunista, secondo la quale l’applicazione integrale degli stessi precetti
comunisti condurrà inevitabilmente a una società armoniosa, esente da
sfruttamento e oppressione. Nel cristianesimo non esiste un’ideologia del
genere: gli integralisti cristiani ritengono che l’applicazione integrale dei
precetti di Cristo renda tutti buoni e disponibili, ma non porti necessariamente
a un cambiamento della struttura della società.
Ciò dipende dalla profonda differenza che esiste tra la
genesi del cristianesimo e quella dell’islam. Alla nascita, i cristiani erano
una piccola setta, un gruppo ideologico raccolto intorno a una personalità
carismatica, sperduto in una provincia remota di un vasto impero, quello romano,
dotato di una straordinaria organizzazione amministrativa. Quella piccola setta
non aveva in partenza alcuna pretesa di formulare un programma politico e
sociale. Per i primi due o tre secoli, infatti, non è stata quella l’intenzione
né di Gesù né dei Padri della Chiesa.
Prima che l’imperatore Costantino dichiarasse nel 325
questa Chiesa religione di Stato, essa aveva avuto tutto il tempo di costruire
intorno a sé un apparato ideologico autonomo così ben congegnato che, anche dopo
Costantino, la distinzione tradizionale tra Stato e Chiesa si sarebbe
conservata; Stato e Chiesa sono stati, da allora in poi, in simbiosi o alleati
(vedi il cesaro-papismo), ma anche in conflitto (vedi Luigi XIV e Filippo
Augusto scomunicati). Nel mondo protestante, c’è stato qualche caso di
Stato-Chiesa (Ginevra nel XVI secolo, il Massachusetts nel XVII secolo), ma si
tratta di mere eccezioni nella storia del cristianesimo.
L’islam è nato in un’immensa penisola al di fuori della
zona d’influenza romana, nella quale vivevano alcune dozzine di tribù arabe
autonome, con solo qualche istituzione in comune: la lingua, alcuni culti, un
calendario, fiere e tornei di poesia. Per tutto il periodo medinese, Maometto
(dal 622 fino alla sua morte nel 632) fu considerato capo supremo, a un tempo
politico e religioso; capo religioso, in contatto con Dio, ma anche capo della
comunità non sottoposta alla legge romana. Maometto risolse controversie,
riappacificò tribù, si difese e, all’occorrenza, attaccò – secondo lo stile di
vita dominante in quel mondo senza Stato che era l’Arabia di allora.
Alle origini dell’islam, c’è dunque la coincidenza tra
sfera politica e sfera religiosa in uno stesso apparato – almeno in teoria
perché, con il consolidamento del grande impero islamico, la divisione delle
funzioni si sarebbe poi resa necessaria.
In via di principio, la separazione tra religione e Stato è
contraria all’ideale dell’islam, ma non alla sua pratica. Gli ulema, per
esempio, pur appartenendo al clero, sono giudici, con competenze diverse
rispetto ai giudici nel diritto romano occidentale. È grande, invece, l’affinità
col giudaismo, nel quale i rabbini non costituiscono un clero sacro, ma sono dei
dotti simili agli ulema.
Tuttavia, oggi, l’ideale medinese di un’autorità politica e
religiosa sussiste. È raro trovare al di fuori del mondo islamico una
commistione politico-religiosa più pura di quella dell’islam; forse, l’ha
conosciuta il comunismo successivo al 1917 in cui le autorità politiche
dettavano legge sia dal punto di vista pratico che da quello ideologico.
Peraltro, mentre il comunismo era un modello proiettato nel futuro,
l’integralismo islamico aderisce piuttosto a un modello reale, ma vecchio di
quattordici secoli. Dunque, è un ideale evanescente.
Quando si chiede agli integralisti musulmani: “Qual è per
voi la ricetta che supera il socialismo e il capitalismo?”, loro rispondono in
modo vago, farfugliando due o tre versetti del Corano o della Sunna,
generalmente male interpretati.
Di fatto, l’idea di una comunità sociale gerarchicamente
organizzata è presente nel Corano, ma all’epoca in cui esso venne redatto questa
era una cosa del tutto normale. Maometto si colloca all’interno della società,
mentre Gesù se ne tiene fuori. Mentre l’islam, come il confucianesimo,
s’interessa allo Stato, le dottrine di Gesù e di Buddha sono morali e mirano
alla salvezza personale degli individui.
L’integralismo islamico è un’ideologia passatista. I
movimenti integralisti musulmani non mirano a sconvolgere la struttura sociale
se non in modo del tutto secondario. Non hanno modificato i fondamenti della
società né in Arabia Saudita né in Iran. La “nuova” società che le “rivoluzioni
islamiche” instaurano assomiglia in modo sorprendente a quella che hanno appena
rovesciato. Mi ricordo di essere stato redarguito nel 1978 quando affermai,
peraltro in modo molto moderato, che il clericalismo iraniano non lasciava
presagire nulla di buono. Sostenevo che nella migliore delle ipotesi Khomeiny
sarebbe stato un nuovo Dupanloup, nella peggiore un nuovo Torquemada. Purtroppo,
è successo il peggio.
Quando la storia impone di prendere delle decisioni, allora
si formano le correnti politiche: sinistra, destra, centro. Dal mondo
occidentale, il mondo musulmano ha preso in prestito molte ricette politiche,
dal liberal-parlamentarismo al socialismo di stampo marxista. Tutto questo ha
provocato notevoli turbolenze: il parlamentarismo metteva al potere i
proprietari terrieri, il socialismo la classe dirigente militare. Si è voluto
allora tornare alla vecchia ideologia islamica. Ma l’influenza europea ha
lasciato tracce profonde, e tra queste l’idea che i governanti debbano trarre la
loro ispirazione dai governati, in genere attraverso il voto. Questa è un’idea
nuova nel mondo musulmano – la prima cosa che ha fatto Khomeiny è stata quella
di organizzare le elezioni e di preparare una nuova costituzione.
Quanto alle donne, l’islam offre un arsenale completo di
tradizioni a sostegno della superiorità maschile e, dunque, della segregazione
femminile. Una delle ragioni per cui l’integralismo islamico piace è che gli
uomini, che si vedono minacciati nei loro privilegi tradizionali dalle ideologie
moderniste, sanno che la società musulmana fornisce loro argomenti sacrosanti a
sostegno della superiorità maschile. È uno dei motivi – spesso misconosciuto, ma
profondamente radicato e a volte inconsapevole – per cui l’integralismo islamico
è così popolare: le esperienze modernizzanti vanno nella direzione del
riconoscimento di maggiori diritti alle donne, e ciò non è gradito al sesso
maschile.
Nel 1965 mi sono recato ad Algeri: era l’epoca in cui Ben
Bella faceva di tutto per promuovere la parità tra uomini e donne.
Un’associazione femminile teneva un congresso nella capitale. All’uscita, Ben
Bella andò a mettersi alla testa di un corteo di donne per le strade di Algeri.
Dai marciapiedi ai due lati del corteo, gli uomini fischiavano disgustati e
lanciavano battute. Sono certo che questo episodio abbia avuto un ruolo
determinante nel colpo di Stato di Boumediene, e abbia indotto molte persone a
considerarlo con simpatia.
L’integralismo islamico è un movimento temporaneo,
transitorio, ma potrebbe durare ancora trenta o cinquant’anni. Nei paesi in cui
non è al potere, esso sussisterà come ideale fino a quando rimarrà quella
frustrazione di base e quella insoddisfazione che spinge la gente verso
l’estremismo. È necessario sperimentare il clericalismo a lungo prima di esserne
disgustati, e in Europa, infatti, è stato necessario un bel po’ di tempo. Anche
il dominio degli integralisti musulmani durerà a lungo. Solo se un regime
integralista islamico fallisse clamorosamente e si trasformasse in una tirannia,
con una gerarchia abietta, o magari fallisse sul piano nazionalistico, solo
allora ci sarebbe spazio per un’alternativa, ma dovrebbe essere un’alternativa
credibile, entusiasmante e coinvolgente, e questo non sarà facile.
Traduzione di Rossana Simonetti
MAXIME RODINSON
- Maometto, Einaudi, 1995
- Il fascino dell’Islam, Dedalo, 1988
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