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Lo scienziato dissidente
di Joseph Rotblat
Lavorare al progetto Manhattan fu un’esperienza traumatica.
Non capita spesso a un uomo di partecipare alla nascita di una nuova era. Alcuni
vengono segnati per tutta la vita. Io sono uno di questi.
Un “puro” lavoro di ricerca
Al principio del 1939, quando ebbi notizia della scoperta
della fissione nucleare, lavoravo presso il laboratorio radiologico di Varsavia.
Lo dirigeva Ludwik Wertenstein, allievo di Marie Curie e pioniere dello studio
della radioattività in Polonia. La nostra fonte di radiazioni consisteva di 30
milligrammi di radio in soluzione; periodicamente, aspiravamo il radon
accumulato in un tubo pieno di polvere di berillio. Con questa minima fonte di
neutroni riuscivamo a condurre molti esperimenti, trovandoci addirittura a
competere con la famosa squadra di Enrico Fermi, che lavorava a Roma, per la
scoperta dei radionuclidi. Il nostro successo più eclatante fu la dimostrazione
della diffusione inelastica dei neutroni; la mia tesi di dottorato fu su questo
argomento.
Nei primi esperimenti sulla diffusione inelastica, avevamo
usato l’oro come diffusore. Per la fine del 1938, avevo iniziato a impiegare
l’uranio, e quando appresi della fissione dell’uranio, non tardai a verificare
sperimentalmente se i neutroni venissero emessi con la fissione. E scoprii che
così avviene – di fatto, il numero di neutroni emessi è maggiore di quelli che
producono fissione. Partendo da questa scoperta, era un esercizio intellettuale
piuttosto semplice immaginare una reazione a catena divergente che liberasse
grandi quantità di energia. Ne conseguiva logicamente che se quest’energia
veniva liberata in un tempo estremamente breve, il risultato sarebbe stato
un’esplosione di potenza inaudita. Parecchi scienziati di altri paesi, compiendo
ricerche analoghe, giunsero a ragionamenti simili, anche se non immaginarono
necessariamente la stessa reazione.
Personalmente, reagii rimuovendo l’intera questione, come
una persona che cercasse d’ignorare il primo sintomo di una malattia mortale,
nella speranza di farla svanire. Ma la paura ci tormentava comunque, e la mia
paura era che qualcuno potesse mettere in pratica questa idea. Il pensiero che
sarei stato io stesso a farlo non mi sfiorava nemmeno, perché mi era
completamente alieno. Sono stato educato secondo princìpi umanitari. A quel
tempo la mia vita era incentrata sul “puro” lavoro di ricerca, ma ho sempre
creduto che la scienza debba essere impiegata al servizio dell’umanità. L’idea
di usare le mie conoscenze per produrre una tremenda arma di distruzione mi
sembrava aberrante.
Nei timori che mi attanagliavano, il “qualcuno” che avrebbe
potuto mettere in pratica la teoria era definito con precisione: gli scienziati
tedeschi. Non dubitavo che i nazisti non avrebbero esitato ad impiegare
qualsiasi mezzo, per quanto disumano, pur di garantire il trionfo planetario
della loro dottrina. In questo caso, avremmo dovuto addentrarci nella teoria per
scoprire se la paura avesse fondamenti reali? Tentare di venire a capo di questo
dilemma era snervante, e perciò fui lieto quando un’altra questione pressante mi
diede una scusa per pensare ad altro.
Si trattava del mio trasferimento a Liverpool, in
Inghilterra, dove avrei dovuto passare un anno per una borsa di studio col
professor James Chadwick, lavorando sul ciclotrone che era in fase di
completamento. Era il mio primo viaggio all’estero, e il cambiamento mi tenne
occupato sia prima del viaggio, nell’aprile del 1939, che un po’ di tempo dopo
di questo, dato che parlavo pochissimo l’inglese, e mi ci volle parecchio per
ambientarmi.
Il tormento proseguì per tutta la primavera e l’estate. Si
intensificò mano a mano che diventava sempre più chiaro che la Germania si stava
preparando alla guerra. E divenne acuto quando, su Naturwissenschaften, lessi un
articolo di S. Flugge che menzionava la possibilità di esplosivi nucleari.
Gradualmente, escogitai una motivazione razionale per
studiare la fattibilità della bomba. Mi convinsi che il solo sistema per
impedire ai tedeschi di usarla contro di noi era di averla a nostra volta, e di
minacciare una rappresaglia. I miei progetti non prevedevano affatto di usarla,
nemmeno contro i tedeschi. Avevamo bisogno della bomba solo per assicurarci che
non l’avrebbero usata loro: lo stesso argomento che avanzano oggi i sostenitori
della strategia della deterrenza.
Col senno di poi, comprendo la stupidità della tesi della
deterrenza, oltre a notare un certo numero di falle nel mio ragionamento.
Innanzitutto non avrebbe funzionato con uno psicopatico come Hitler. Se avesse
avuto la bomba, è molto probabile che il suo ultimo ordine, dal bunker di
Berlino, sarebbe stato di distruggere Londra, anche se questo avesse comportato
una terribile ritorsione. L’avrebbe probabilmente percepito come un uscita di
scena eroica, una Götterdammerung.
Il mio pensiero di allora richiedeva di accertare la
fattibilità della bomba, in un modo o nell’altro, e con la più grande urgenza.
Eppure non riuscivo a superare i miei scrupoli. Sentivo il bisogno di parlarne
con qualcuno, ma il mio inglese era troppo approssimativo per discutere un
problema tanto delicato con i miei colleghi di Liverpool.
Nell’agosto del 1939, essendomi recato in Polonia per
motivi personali, colsi l’opportunità per incontrare Wertenstein e sottoporgli
il mio dilemma. L’idea di un’arma nucleare non gli era venuta in mente, ma
quando gli mostrai le bozze dei miei calcoli non vi trovò alcun errore
scientifico. Per quanto riguardava l’aspetto morale della questione, tuttavia,
non voleva darmi un parere. Personalmente, lui non avrebbe mai intrapreso quel
genere di ricerche, ma non avrebbe cercato di influenzarmi. La decisione doveva
essere lasciata alla mia coscienza.
La guerra scoppiò due giorni dopo il mio ritorno a
Liverpool. In poche settimane la Polonia fu occupata. L’idea che la forza
militare di Hitler fosse un bluff, e che i suoi carri armati fossero cartoni
dipinti, si rivelò una pia illusione. La potenza della Germania era ben
visibile, e la nostra intera civiltà correva un pericolo mortale. I miei
scrupoli erano finalmente stati vinti.
Los Alamos: un “luogo strano e meraviglioso”
Per il novembre del 1939, il mio inglese era abbastanza
buono da pemettermi di tenere una serie di lezioni di fisica nucleare presso la
Honors School dell’università di Liverpool. Ma i ricercatori anziani del
dipartimento erano spariti: erano andati a lavorare al radar e ad altri progetti
bellici. Dovetti quindi avvicinarmi direttamente a Chadwick, con un abbozzo del
mio progetto per la ricerca sulla fattibilità della bomba atomica. Com’era nel
suo stile, Chadwich rispose con un grugnito, e non lasciò trapelare se avesse
già preso in considerazione un progetto analogo. Più tardi seppi che altri
scienziati, nel Regno Unito, avevano avuto la stessa idea, e alcuni erano anche
spinti dalle mie stesse motivazioni.
Pochi giorni dopo, Chadwick mi disse di portare avanti il
progetto, e mi affidò due giovani assistenti. Uno di essi poneva però un
problema. Era un quacchero, e in quanto tale si era rifiutato di compiere
ricerca bellica. Era quindi stato inviato a Liverpool per svolgere compiti
accademici – ma fu assegnato a me, per lavorare alla bomba atomica! Non potevo
svelargli la reale natura delle nostre ricerche, e mi rimordeva la coscienza a
sfruttarlo in maniera così poco etica.<>
L’idea principale che sottoposi a Chadwick era che, in una
bomba atomica, la reazione avrebbe dovuto essere propagata da neutroni veloci,
oppure non sarebbe stata diversa da quella di un comune esplosivo chimico. Era
quindi importante misurare la sezione d’urto dei neutroni veloci, la
distribuzione dell’energia dei neutroni veloci, la loro diffusione inelastica, e
la proporzione dei neutroni catturati senza che scatenassero la reazione. Era
anche essenziale scoprire se neutroni vaganti avrebbero potuto provocare una
reazione prematura, il che equivaleva a determinare la probabilità di fissione
spontanea dell’uranio.
Formammo una piccola squadra di fisici giovani ma
appassionati e usammo il ciclotrone per venire a capo di alcuni di questi
problemi. Più tardi si unì a noi Otto Frisch, che misurò la sezione d’urto della
fissione nucleare veloce. Ebbi l’idea di usare il plutonio, ma non avevamo modo
di produrne. Il risultato di queste ricerche fu che riuscimmo a stabilire che la
bomba era fattibile, da un punto di vista scientifico. Tuttavia, divenne anche
chiaro che per produrla sarebbe stato necessario un ampio impegno umano e
tecnologico, ben oltre le capacità industriali della Gran Bretagna in guerra. Si
giunse alla decisione di collaborare con gli americani. E così mi ritrovai a Los
Alamos, un “luogo strano e meraviglioso”.
Nel marzo del 1944 ebbi una sorpresa piuttosto sgradevole.
Abitavo con i Chadwick, nella loro casa sulla Mesa, e solo più tardi mi
trasferii nella Big House, la residenza destinata ai ricercatori scapoli. Il
generale Leslie Groves, quando veniva a Los Alamos, si fermava spesso dai
Chadwick a cena e per fare quattro chiacchiere. Durante una di queste
conversazioni, il generale disse che, ovviamente, il vero scopo della bomba era
sottomettere i sovietici. (Quali che fossero i termini esatti che usò, il senso
era chiaro). Anche se non mi facevo illusioni riguardo al regime stalinista –
dopotutto, il suo patto con Hitler aveva permesso a quest’ultimo di invadere la
Polonia – sentii che stavamo, di fatto, tradendo un alleato. Disse queste cose
quando migliaia di russi morivano ogni giorno sul fronte orientale, per tenere
inchiodati i tedeschi e dare tempo agli alleati di preparare lo sbarco in
Europa. Fino ad allora avevo creduto che il nostro lavoro fosse quello di
contrastare la vittoria nazista, e adesso mi dicevano che l’arma che stavamo
approntando avrebbe dovuto essere usata contro un popolo che stava compiendo
enormi sacrifici per la nostra stessa causa.
Le mie preoccupazioni riguardo lo scopo della bomba
crebbero parlando con Niels Bohr. Aveva l’abitudine di venire in camera mia alle
otto del mattino, per ascoltare le notizie della BBC. Come me, non sopportava i
giornali radio statunitensi, che pubblicizzavano continuamente un certo
lassativo! Avevo una radio speciale, con la quale potevo ricevere il segnale
della BBC World Service. Talvolta Bohr si tratteneva e mi parlava delle
implicazioni sociali e politiche della scoperta dell’energia nucleare, e delle
sue preoccupazioni per le conseguenze della corsa agli armamenti nucleari da
parte dei due blocchi, Est e Ovest, che prevedeva. Questi fatti, oltre
all’impressione crescente che la guerra in Europa sarebbe finita prima che
potessimo portare a termine il nostro progetto, resero inutile la mia
partecipazione. Se agli americani ci voleva tutto quel tempo, la mia paura che i
tedeschi ci riuscissero per primi era priva di fondamento.
Quando, verso la fine del 1944, risultò evidente che i
tedeschi avevano abbandonato il progetto bomba, le ragioni che mi trattenevano a
Los Alamos cessarono di esistere, e chiesi il permesso di partire per tornare in
Gran Bretagna.
Dal fattore tedesco al fattore sovietico
Perché altri scienziati non presero la mia stessa
decisione? Non c’era da aspettarsi, ovviamente, che il generale Groves
sospendesse il progetto non appena la Germania fosse stata sconfitta, ma per
molti scienziati il fattore tedesco era la motivazione principale. Perché non si
fermarono, quando questo fattore venne a mancare?
Dopo che avevo dichiarato di voler lasciare Los Alamos, non
avevo il permesso di discutere di questo argomento con nessuno, ma alcune
conversazioni precedenti – e altre, di molto successive – misero in evidenza
alcune motivazioni.
Il motivo addotto più di frequente era la pura e semplice
curiosità scientifica – il desiderio di verificare se i calcoli, la teoria e le
previsioni si sarebbero tradotte in realtà. Questi scienziati ritenevano che
solo dopo il test di Alamogordo si sarebbe dovuto aprire il dibattito riguardo
all’uso della bomba.
Altri erano disposti a rimandare il problema ancora più a
lungo, convinti che molte vite americane si sarebbero salvate se la bomba avesse
messo rapidamente fine alla guerra con il Giappone. Solo quando la pace fosse
stata ristabilita, si sarebbero impegnati per assicurarsi che la bomba non fosse
mai più utilizzata.
Altri ancora, pur riconoscendo che il progetto si sarebbe
dovuto arrestare quando il fattore tedesco avesse smesso di essere determinante,
non erano disposti a prendere posizione personalmente, perché temevano che la
loro futura carriera ne avrebbe risentito.
I gruppi che ho descritto – scienziati dotati di una
coscienza sociale – erano una minoranza nella comunità scientifica. La maggior
parte non si curava di questioni morali: erano felici di lasciar decidere ad
altri in quale modo le loro ricerche avrebbero dovuto essere impiegate. Una
situazione analoga esiste anche oggi, in molti paesi, per quanto riguarda le
ricerche nel campo militare. È soprattutto la questione morale in situazione di
guerra a rendermi perplesso e a preoccuparmi.
Recentemente mi è capitato di leggere un documento
pubblicato grazie al Freedom of Information Act. È una lettera, datata 25 maggio
1943, scritta da Robert Oppenheimer a Enrico Fermi, sull’uso militare di
materiale radioattivo e, nello specifico sull’avvelenamento delle derrate
alimentari tramite stronzio radioattivo. Il rapporto Smyth allude a tale
ipotetica minaccia da parte dei tedeschi, ma apparentemente Oppenheimer ritenne
l’idea degna di essere presa in considerazione, e domandò a Fermi se avrebbe
potuto produrre lo stronzio senza mettere troppe persone a parte del segreto. E
prosegue: “Credo che non dovremmo provare a metterlo in pratica a meno di non
poter avvelenare cibo sufficiente a uccidere mezzo milione di persone”. Sono
certo che, in tempo di pace, questi stessi scienziati avrebbero giudicato babaro
un progetto del genere; non l’avrebbero formulato nemmeno per ipotesi. Eppure
durante la guerra fu preso in seria considerazione, e abbandonato, presumo, solo
perché tecnicamente irrealizzabile.
Dopo aver rivelato a Chadwick che desideravo lasciare il
progetto, lui mi riferì alcune notizie estremamente inquietanti. Quando aveva
trasmesso il mio desiderio al responsabile dell’intelligence di Los Alamos, gli
era stato mostrato un grosso dossier su di me, contenente prove schiaccianti. Il
succo della questione era che io ero una spia: avevo preso dei contatti a Santa
Fe per tornare in Inghilterra, ed essere successivamente paracadutato nei
territori polacchi controllati dai sovietici, per svelargli i segreti della
bomba atomica. Il problema era che in questo mucchio di menzogne vi era un
briciolo di verità. Avevo effettivamente incontrato una persona durante i miei
viaggi a Santa Fe, ed avevamo parlato. Era stato per un motivo puramente
altruistico, niente a che vedere con il progetto, ed avevo il permesso di
Chadwick. Nondimeno, avevo contravvenuto ad una delle disposizioni di sicurezza,
e ciò mi rendeva vulnerabile.
Fortunatamente per me, nel loro zelo gli agenti che mi
sorvegliavano avevano inserito nei loro rapporti dettagli delle conversazioni e
date che erano piuttosto facili da confutare, rivelando il tutto per ciò che era
realmente: una completa invenzione. Il capo dell’intelligence era molto
imbarazzato, e ammise che il dossier era privo di valore. Tuttavia insistette
affinché io non rivelassi a nessuno i motivi per cui abbandonavo il progetto. Ci
mettemmo d’accordo con Chadwick che la ragione ufficiale sarebbe stata del tutto
personale: ero preoccupato per mia moglie, che avevo lasciato in Polonia.
E così, la vigilia di Natale del 1944, mi imbarcai per il
Regno Unito, non senza un ultimo incidente. Prima di lasciare Los Alamos misi
tutti i miei documenti – appunti di ricerca, corrispondenza e altro – in uno
scatolone che aveva preparato il mio assistente. Strada facendo, feci tappa per
qualche giorno dai Chadwick a Washington. Lo stesso Chadwick mi aiutò a caricare
lo scatolone sul treno per New York. Ma quando giunsi, poche ore dopo, lo
scatolone era scomparso. Né, nonostante tutti i miei sforzi, fu mai ritrovato.
Prevenire la guerra nucleare
Come ho detto all’inizio, lavorare al Progetto Manhattan mi
ha segnato per tutta la vita. Di fatto, ha mutato radicalmente la mia carriera
scientifica e il modo in cui ho assolto ai miei doveri nei confronti della
società.
Lavorare alla bomba atomica mi aveva fatto capire che anche
la pura ricerca presto trova applicazione, in un modo o nell’altro. Se era così,
volevo essere io stesso a decidere come dovesse essere applicato il mio lavoro.
Scelsi una branca della fisica nucleare che sarebbe stato certamente d’aiuto
all’umanità: le applicazioni mediche. Di conseguenza cambiai completamente
l’orientamento della mia ricerca, e passai il resto della mia carriera
accademica lavorando in una facoltà di medicina e in un ospedale.
Se da una parte questo mi dava soddisfazioni personali, ero
d’altra parte sempre più preoccupato per gli aspetti politici dello sviluppo
delle armi atomiche, in particolare della bomba all’idrogeno, della quale avevo
avuto notizia a Los Alamos. Mi impegnai quindi sia per mettere in guardia la
comunità scientifica del pericolo, sia per informare il pubblico di questa
minaccia. Sono stato in prima fila nell’avviare l’Associazione degli Scienziati
Atomici in Gran Bretagna, e nel suo quadro ho organizzato il Treno Atomico,
un’esposizione itinerante che spiegava al pubblico gli aspetti positivi e
negativi dell’energia nucleare. Grazie a queste attività sono entrato in
contatto con Bertrand Russell. Questa collaborazione portò all’organizzazione
del convegno di Pugwash, in cui ebbi l’occasione di rivedere alcuni colleghi del
Progetto Manhattan, anch’essi preoccupati della minaccia universale che si
profilava anche per via delle loro ricerche.
Dopo quarant’anni una domanda continua ad assillarmi:
abbiamo appreso abbastanza da non ripetere gli errori commessi allora? Non sono
sicuro nemmeno di me stesso. Non essendo un pacifista assoluto, non posso
assicurare che non mi comporterei allo stesso modo, se si presentasse una
situazione analoga. Il nostro concetto di moralità sembra saltare, una volta che
inizia un’azione bellica. E’ quindi essenziale impedire che tale situazione si
sviluppi. Il nostro sforzo primario deve concentrarsi sulla prevenzione della
guerra nucleare, perché in una guerra del genere, non solo la nostra morale, ma
lo stesso tessuto della nostra civiltà svanirebbe. Il nostro scopo ultimo,
tuttavia, è l’eliminazione di tutte le guerre.
Traduzione di Giulia Tiradritti