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Sulla sua febbre per i viaggi, Freud ci ha lasciato lettere
e cartoline piene di aneddoti, redatte nella gran parte dei casi in stile
telegrafico: mangiare, bere, dormire, lavarsi, spendere, risparmiare, contare,
raccontare, descrivere i luoghi (città, paesaggi, musei), spostarsi, studiare
percorsi, consultare le guide (la famosa Baedeker). Dal più forte entusiasmo
alla delusione più viva, dalla descrizione più minuziosa allo slancio più
sensibile, questa corrispondenza ci consegna come prima cosa una magnifica
testimonianza sulla vita privata di un intellettuale europeo dell’inizio del XX
secolo: un Freud prima della pulsione di morte, un Freud prima del grande
di-sastro tra le due guerre, un Freud raggiante, poliglotta, cosmopolita,
impregnato d’ellenismo, di cultura classica, di egittologia, di mitologia, di
etnografia, un Freud mitteleuropeo che percorre con diletto le rive della
Divina Commedia e i luoghi prestigiosi del romanticismo di Goethe o dell’Aufklärung
oscuro. Insomma, un Freud abitato da un desiderio ardente di attraversamento
delle frontiere, un Freud che potrebbe essere Dante, Ulisse o Lord Jim.
Nessuno meglio di Stefan Zweig ha descritto questo “mondo di ieri” che potremmo
definire “freudo-europeo”, e che ci sembra oggi così vicino dal momento che, di
nuovo, l’Europa è entrata tra le nostre utopie possibili. Fiduciosi nei valori
del progresso e dell’Illuminismo liberale, gli abitanti di questo mondo antico
erano convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. E dunque guardavano
con disprezzo al passato, fatto di carestie, di guerre e di rivolte,
rifiutandosi di vedere come quelle stesse certezze arroganti fossero già il
segno premonitore di futuri cedimenti.
Roma, l’Italia, il Sud
In una lettera del settembre del 1900 indirizzata alla
moglie Martha, Freud scrive una frase che riassume il significato profondo della
sua passione per i viaggi: «Perché dunque lasciamo questo luogo ideale per
bellezza e tranquillità, e ricco di funghi? Perché ci resta ancora solo una
settimana e il nostro cuore, come abbiamo constatato, volge al Sud, verso i
fichi, i castani, l’alloro, i cipressi, le case ornate di balconi, gli antiquari
e così via».1
«Il nostro cuore volge al Sud (Unser Herz zeigt nach dem Süden)». Quando
Freud scrive queste parole, soggiorna a Lavarone, in compagnia di Minna Bernays,
sorella di Martha. Ha già pubblicato L’interpretazione dei sogni, senza
essere ancora riuscito a raggiungere Roma, città di tutti i suoi desideri e di
tutte le sue inibizioni, e di cui non smette di parlare nella sua opera. Roma –
la Roma antica, più che la Roma barocca – è presente in lui attraverso i sogni,
le letture. Ed è verso questa città, che gli aprirà in seguito la via verso il
Sud – la strada per Napoli, Pompei, Ravello, Paestum, Positano, la Costiera
Amalfitana fino a Palermo e Agrigento – che il suo sguardo si volge, come per
fondersi con l’ago calamitato di una bussola che intima a lui, viaggiatore
perduto nei suoi fantasmi, di prendere il cammino per una vera terra promessa:
una terra libera da ogni chiusura, senza frontiere né sciovinismo, una terra
simile all’immensa distesa dell’inconscio.
Roma è per Freud ciò che Israele è per Mosè. Quando contempla nel 1912 la famosa
statua di Michelangelo nella chiesa di San Pietro in Vincoli, scrive a Martha:
«Rendo visita tutti i giorni al Mosè di S. Pietro in Vincoli, sul quale forse un
giorno scriverò qualcosa». In una lettera precedente aveva annunciato il
desiderio di diventare romano: «Roma era certamente la cosa migliore per me. Mi
piace più che mai, probabilmente anche perché sono magnificamente alloggiato. Ho
deciso che il luogo dove trascorrerò la mia vecchiaia non sarà un cottage ma
Roma».
Nella storia dell’odissea freudiana, Roma occupa un posto centrale: «L’avido
viaggiatore che è Freud – scrive Carl Schorske – non riesce a recarsi nella
città che tuttavia agita i suoi sogni. Per raggiungerla, bisognerà esumare,
attraverso l’analisi dei sogni, la Roma che si trova in lui».2
Nell’Interpretazione dei sogni Freud racconta in effetti
che, in occasione del suo ultimo viaggio in Italia, un anno prima, mentre
passava per il Lago Trasimeno, a ottanta chilometri da Roma, aveva dovuto
tristemente fare marcia indietro. Data l’identificazione con Annibale, l’eroe
favorito dei suoi anni del ginnasio, si era impedito di realizzare il suo
desiderio più ardente: il generale cartaginese, come è noto, non era mai
riuscito a raggiungere la città imperiale.
Riandando con la memoria a questo periplo, Freud ricorda un episodio della sua
infanzia divenuto celebre. Un giorno suo padre Jacob gli aveva raccontato un
vecchio aneddoto a dimostrazione che i tempi presenti fossero migliori di quelli
passati: una volta, un cristiano gli aveva «gettato con un colpo il berretto nel
fango, gridando: “Giù dal marciapiede, ebreo!”» Freud aveva allora domandato al
padre quale fosse stata la sua reazione e Jacob gli aveva risposto: «Ho raccolto
il berretto». A questa scena, che gli era dispiaciuta, il figlio ne aveva
opposto un’altra, più conforme alle sue aspirazioni: quella, storica, in cui
Amilcare fa giurare al figlio Annibale che lo vendicherà dei romani e che
difenderà Cartagine fino alla morte.
Mito fondante dell’epopea psicoanalitica, questo aneddoto narra della debolezza
di un padre di fronte all’antisemitismo, descrivendo allo stesso tempo
l’itinerario di un figlio che si dà per missione quella di rivalutare la
funzione paterna attraverso un atto di ribellione “annibaliana”, un atto che
mette in causa l’attaccamento per il “mondo di ieri”, cioè per quell’idealismo
liberale e progressista professato dalla generazione dei padri. In questa
prospettiva, ogni figlio deve non solo sorpassare il padre per diventare un
eroe, un artista o un capo-scuola ma, se è ebreo, deve anche cambiare cultura
senza tradire il suo ebraismo.
E tale fu proprio il destino di questo figlio della borghesia ebraica, che
faceva commerci nell’Impero austro-ungarico. Costretti a “de-ebraicizzarsi” per
esistere, gli ebrei avrebbero adottato allora la cultura greca, latina e tedesca
– le sole capaci di esiliarli dal ghetto
La colpa dei padri
Prima di diventare la città di tutti i desideri, e di tutti
i passaggi di frontiera, Roma fu dunque per Freud un oggetto di odio, una
fortezza imperiale che bisognava espugnare per cancellare l’umiliazione paterna.
Quanto alla psicoanalisi, Freud le darà per compito, attraverso la rilettura
della tragedia di Edipo, di reinventare una funzione simbolica della paternità,
proprio nel periodo in cui la figura del vecchio pater familias era sul
punto di disfarsi nella società occidentale, e più ancora in quella Vienna
fin de siècle agonizzante sotto il peso di una monarchia di altri tempi.
Più era grande il potere del padre nella famiglia antica, afferma Freud, più il
figlio, suo successore naturale, doveva sentirsi suo nemico, e più forte doveva
essere la sua impazienza di vederlo morire. Al contrario, aggiunge, questo
desiderio è attenuato nella famiglia borghese moderna, perché il padre, avendo
perduto gli attributi della sua antica onnipotenza, non può impedire ai figli di
accedere alla loro indipendenza. E tuttavia, davanti a questa realtà, i padri
continuano a comportarsi come patriarchi morbosamente autoritari, favorendo così
la comparsa delle psiconevrosi.
Ma la Roma di Freud non è solo il simbolo di una rivincita da realizzare, è
anche un territorio archeologico, un luogo di incontro con le profondità
dell’inconscio, e ancor più una sorta di natura remota della femminilità. Per
Freud, Roma è un antidoto a Vienna, un rimedio, una droga, un frammento di
autoanalisi. Terra promessa, città gloriosa, regno dei papi e del cattolicesimo,
Roma restituisce Freud alla sua ricerca di un’alterità, di un altrove. Città
bisessuale, città amata, perfino adulata, tanto per la sua potenza maschile
quanto per il suo fascino femminile, ecco la Roma freudiana: «La sua concezione
di Roma – sottolinea Schorske – è ebraica, è quella di uno straniero, ma è anche
duplice. Da una parte, Roma è maschile, è la cittadella del potere cattolico, e
il sogno-desiderio di Freud – come liberale e come ebreo – è quello di
conquistarla. Dall’altra, allo stesso tempo la sogna come donna, Santa Madre
Chiesa, ricompensa promessa che si visita con amore».
«Arrivato a Roma dopo le due, mi sono cambiato alle tre, dopo il bagno, e sono
diventato romano. […] È incredibile che non siamo mai venuti qui prima.
Mezzogiorno davanti al Pantheon, ecco dunque ciò di cui ho avuto paura per anni.
Fa caldo in modo quasi delizioso, e ciò è in relazione al fatto che una luce
stupenda si diffonde ovunque, perfino nella Sistina. Per il resto si vive
divinamente, se non si è costretti a sfiancarsi per risparmiare. Acqua, caffè,
cibo, pane: eccellenti […]. Oggi ho infilato la mano nella Bocca della Verità
giurando che sarei tornato qui»: è con queste parole che Freud, accompagnato dal
fratello Alexander, prende infine possesso, nel settembre del 1901, della città
tante volte evitata, aggirata, rifiutata, desiderata.
Dentro le sue viscere e per le sue rovine, Freud si accosta alle dolcezze e alle
violenze di un sapere vietato. Nella sua topografia, scopre il segreto di
piaceri infiniti: piacere della bocca, dell’occhio, dell’udito, dell’anima. Come
Goethe prima di lui, Freud si sente trasformato dall’Italia romana. E, dopo
essersi finalmente impadronito di Roma, più scende verso Sud, e più si sente
penetrato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, dagli odori, dai profumi,
dai sapori di cui ignorava l’esistenza. Questo non gli impedisce tuttavia di
esprimere, appena può, il suo disprezzo per la religione: «Non posso sopportare
la menzogna della redenzione degli uomini – scrive a Fliess – che innalza così
orgogliosamente la testa verso il cielo».
Atene
Nel settembre del 1904, nel corso di una visita di cinque
giorni ad Atene, e dopo una lunga traversata per mare che lo conduce da Trieste
a Corfù, Freud visita finalmente l’Acropoli: «Ho messo la camicia più bella per
la visita all’Acropoli […]. Supera tutto quello che avevamo visto sin qui e ogni
immaginazione».
Arrivando ai piedi del Partenone, Freud ancora una volta pensa a suo padre. Ma,
nel paese degli dèi olimpici, non si tratta tanto di vendicarlo, come a Roma,
quanto di esprimere come la conoscenza della cultura greca gli abbia permesso di
superarlo. Sotto la pioggia, Freud sussurra all’orecchio di Alexander le parole
che Bonaparte aveva pronunciato il giorno della sua incoronazione rivolgendosi
al fratello: «Che cosa avrebbe detto nostro padre?»
E, nel momento stesso in cui si identifica con Napoleone, uno dei suoi eroi
preferiti, si sente attraversato, come in una narrazione proustiana, da un forte
senso di colpa. Aderendo con fervore alla cultura classica, non ha forse
rinunciato all’identità ebraica?
In realtà, nella grande querelle degli Antichi e dei Moderni propria
della Kultur tedesca, che ha opposto per un secolo intero, dal 1800 al
1900, gli avversari e i partigiani di un ritorno all’Antico, Freud occupa una
posizione mediana. Come gli Antichi, legati a una visione positivistica del
mondo, sottomette ogni pratica interpretativa – e dunque la psicoanalisi –
all’imperativo della scientificità. Ma, come i Moderni, plasmati di valori
estetici, si crede il conquistatore di un immaginario speculativo staccato dalle
piattezze del realismo.
Da qui la riattualizzazione operata da Freud della potenza fondante dei miti,
che lo condurrà verso l’Egitto, al di là di Roma, al di là di Atene, al di là
dei Titani e degli dèi dell’Olimpo.
Londra
Se Freud intrattiene con Roma una relazione ambivalente e
possessiva, e se Atene incarna la sua condizione colpevole e olimpica di ebreo
de-ebraicizzato, Londra esercita su Freud, sin dalla sua giovinezza, una vera
fascinazione, anche se per un breve periodo avrebbe preferito diventare romano
che abitare in un cottage.
Tutto ha inizio da un’attrazione per la lingua inglese: «Leggo di storia inglese
– scrive all’amico Eduard Silberstein, il 6 agosto 1873 – scrivo lettere in
inglese, declamo versi inglesi, ascolto descrizioni dell’Inghilterra e aspiro a
sguardi inglesi». Due anni più tardi, dopo aver fatto visita al fratellastro
Emanuel a Manchester, aggiunge: «Preferirei abitare in questo paese che a
Vienna, nonostante la nebbia e la pioggia, l’ubriachezza e il conservatorismo.
La conoscenza che ho acquisito delle opere scientifiche inglesi avrà la
conseguenza di tenermi sempre dalla parte degli inglesi, per ciò che riguarda i
miei studi».
L’Inghilterra incarna per Freud l’accesso a un’altra lingua: quella delle poesie
e delle tragedie di Shakespeare, quella della scienza e dell’empirismo. Ma
l’Inghilterra è ai suoi occhi soprattutto un modello di libertà soggettiva, una
sorta di Super-io indipendentista: «Aspiro dolorosamente all’indipendenza per
poter infine realizzare i miei desideri – scrive a Martha il 7 agosto 1882 –.
L’immagine dell’Inghilterra mi sorge davanti. Penso alla sua operosità, alla sua
generosa dedizione al bene pubblico, al sentimento di giustizia persistente e
ragionevole nutrito dai suoi abitanti, all’entusiasmo e all’interesse della
gente che fa scoccare mille scintille sui giornali. Ripenso alla storia
dell’isola, alle opere degli uomini che furono i miei veri maestri, inglesi e
scozzesi, e penso al periodo storico che è ai miei occhi il più interessante,
cioè il Regno dei Puritani e di Cromwell, o a un superbo monumento letterario
come il Paradiso perduto dove, ancora di recente, in un momento in cui
non mi sono sentito sicuro del tuo amore, ho trovato consolazione e conforto».
Freud ammira dunque la monarchia inglese sia per la sua tolleranza e onestà che
per ciò che ha prodotto di più violento: Cromwell e i puritani. Allo stesso
modo, rende omaggio all’espressione letteraria più forte prodotta in quell’epoca:
il Paradiso perduto, poema epico di John Milton, pubblicato nel 1667, che esalta
la libertà dell’uomo che prima sprofonda nel peccato e poi si redime. Caduta
all’inferno e apologia di una ribellione necessaria. Tale è la dialettica che
Freud prende in considerazione e che non manca di evocare quella dell’uccisione
necessaria del padre da parte dei figli.
Il 10 settembre 1908, Freud si reca per la prima volta a Londra, stavolta senza
alcun compagno di viaggio. Al suo arrivo si precipita al British Museum per
rimpinzarsi di antichità egizie. Pieno di meraviglia per la città, confida la
propria emozione in una lettera indirizzata alla moglie e ai bambini: «Non posso
darvi un’idea della magnificenza, pulizia ed eleganza, né di come qui la gente
renda facile ogni cosa. Gli inglesi sono gentili, anzi generosi. I sigari, poi,
sono eccellenti, e oggi mi comprerò una piccola pipa […]. Come città Londra è
una sfida troppo grande per pochi giorni, e dopo aver visto ciò che vi è di più
importante nella city, il resto lo posso trascurare».
Se il cuore di Freud volge verso il Sud, la ragione lo trasporta verso il Nord e
se Roma è odiata e temuta prima di essere gloriosamente posseduta, Londra deve
essere conquistata lentamente – per tappe – come una regina alla quale si
risponde urbanamente dopo una sfida a duello.
Costretto a lasciare Vienna il 3 giugno 1938, Freud, come è noto, si insedierà a
Londra il 6 giugno, dopo una breve sosta a Parigi. Non in un cottage, ma in una
bella casa del quartiere di Hampstead, sistemata dal figlio Ernst. Nei cinque
anni precedenti, in Europa continentale, aveva assistito alla distruzione
totale, da parte dei nazisti, del movimento psicoanalitico. Ecco perché, in una
lettera sconvolgente del marzo 1939, sei mesi prima della morte, confida a
Ernest Jones l’obiettivo di fare di Londra la nuova terra promessa della
psicoanalisi: «Quando, prima della guerra, lei ha partecipato alla creazione di
una società analitica a Londra, non potevo prevedere che un quarto di secolo più
tardi avrei vissuto così vicino a questa società e a lei. […] Gli eventi di
questi ultimi anni hanno voluto che Londra diventasse la capitale e il centro
del movimento psicoanalitico. Possa la Società compiere molto brillantemente la
funzione che così le tocca». E Jones risponde il 3 settembre: «L’ultima volta
che l’Inghilterra ha combattuto contro la Germania, venticinque anni or sono,
noi eravamo da una parte e dall’altra del fronte, ma abbiamo trovato il modo di
comunicare la nostra amicizia. Adesso siamo vicini e uniti nelle nostre simpatie
militari. Nessuno può dire se vedremo la fine di questa guerra ma, in ogni caso,
è stata una vita molto interessante e abbiamo entrambi contribuito all’esistenza
umana – anche se in modo molto diverso».
L’America
A causa della scarsa opinione che Freud si era fatto degli
Stati Uniti tra il 1920 e il 1939, si ha la tendenza a dimenticare che nel 1886
Freud aveva sognato di trasfercisi, come a Roma e a Londra. E così come si era
facilmente identificato con Annibale, al tempo stesso non cesserà di paragonarsi
a un conquistador, in particolare a Cristoforo Colombo, lo scopritore del
Nuovo Mondo. Se i viaggi in Europa sono per Freud l’occasione per immergersi
nella storia delle civiltà greco-latina ed ebraico-cristiana, con all’orizzonte
un grande desiderio di Egitto, la prospettiva di traversare l’Atlantico lo
proietta invece verso l’avvenire.
Nel 1909, all’età di cinquantatré anni, Freud è già celebre in Europa ma, per
via delle calunnie che si riversano sulla sua persona, sulla sua opera e sul suo
movimento, non si sente abbastanza riconosciuto e soffre del disprezzo che gli
viene manifestato. Così, al pari di molti altri intellettuali europei del XX
secolo, sogna l’America, nella speranza che su un continente vergine, e poco
incline a voltarsi continuamente verso il passato, troverà una nuova terra
promessa: una terra aperta a tutte le invenzioni del mondo antico, ma capace
anche di trasformarle in una promessa futura. Freud sogna l’America anche perché
ha la curiosità di ogni porcospino.3
È dunque con entusiasmo che risponde favorevolmente all’invito che
gli rivolge Stanley Granville Hall di recarsi alla Clark University di Worcester
nel Massachussetts per tenere cinque conferenze. Certo, si tratta di un invito
accademico. Ma Freud non ha altra scelta che quella di partire nel mese di
settembre, abitualmente riservato ai viaggi di piacere. Ecco perché si troverà
nella sua corrispondenza una sola menzione del grande evento che fu il suo
intervento a Worcester: «Successful», scrive nel telegramma alla sua
famiglia datato 11 settembre 1909.
Dopo aver lungamente riflettuto sul suo confronto con le élite delle
professioni liberali e universitarie della costa orientale, Freud decide di non
redigere alcun testo. Improvvisa e consegna in tedesco, a un uditorio
sbalordito, una luminosa sintesi della sua dottrina che, all’epoca, non è né
tanto complessa come lo sarà in seguito, né già centrata sulla questione della
pulsione di morte. A Worcester, Freud parla dell’interpretazione dei sogni,
dell’isteria, della tecnica della cura, della sessualità infantile, della
rimozione. Freud conquista il Nuovo Mondo. Qualche anno dopo la psicoanalisi
diventa la “cura mentale” più popolare nel continente americano: essa spazza via
le vecchie dottrine somatiche, s’insedia al posto della psichiatria, volge in
ridicolo i grandi princìpi della morale civile e suscita l’entusiasmo delle
classi medie. Si comprende così il furore che si scatenerà in seguito contro
quest’europeo pessimista, poco incline ad aderire all’asse del bene e del male
in materia di sessualità. Non ha forse Freud nel 1909 seminato lo scompiglio
nella coscienza perseguitata dei Puritani?
In realtà, la psicoanalisi non favorisce né la repressione della libido
né la fiducia nel suo carattere benefico. Ecco perché, nel contesto di
un’America divisa tra queste due aspirazioni estreme, essa è accolta per quello
che non è: una promessa di benessere, di espansione di sé e di sradicamento
definitivo dei conflitti psichici. Verso il 1960, al vertice del successo, sarà
allora denigrata, biasimata e di nuovo demonizzata per non aver mantenuto,
davanti al popolo americano, un impegno che non era il suo.
Freud si rende perfettamente conto della maniera in cui il suo messaggio è stato
diffuso oltre Atlantico. Ecco perché, tra le due guerre, man mano che la
peste bruna dà la caccia alla psicoanalisi per l’Europa, e i suoi terapeuti
sono costretti a rifugiarsi a Londra e poi in buon numero a guadagnare il
continente americano, Freud diventa sempre più ostile verso il modo in cui,
nella nuova terra promessa, si divora la sua dottrina per trasformarne il
contenuto. Si comprende allora perché, nel 1939, Freud fa di Londra la capitale
della psicoanalisi. In questa data, in realtà, solo la potente British
Psychoanalytic Society, guidata da Jones, è in grado, ai suoi occhi, di
resistere all’«orco» americano.
Traduzione di Maurizio Meloni
1 Per la traduzione della corrispondenza di
viaggio freudiana, ci si è basati anche sull’edizione italiana del carteggio: S.
Freud, Il nostro cuore volge al Sud, Bompiani, 2003.
2 C. Schorske, Vienna fin de siècle.La culla della cultura mitteleuropea, Bompiani, 2004.
3 Il riferimento è ai “porcospini” di Arthur Schopenhauer in Parerga e
Paralipomena, secondo il quale tanto più due esseri si avvicinano tra loro,
tanto più è probabile che si feriscano.
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