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In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, non meno che in
Italia, la moralità politica di Machiavelli quasi mai sembra essere inattuale.
Non molto tempo fa, l’ex-vicepresidente del partito conservatore britannico,
Lord McAlpine, ha pubblicato un libro intitolato The New Machiavelli (Il
nuovo Machiavelli), la cui chiara intenzione (come espresso nel sottotitolo) è
di mettere a disposizione dei manager moderni le lezioni di Realpolitk
rinascimentale.1 Più di recente, il noto
neoconservatore americano (o, come preferisce essere chiamato, “rivoluzionario
democratico”) Michael A. Ledeen ha dato alla luce uno studio intitolato
Machiavelli and Modern Leadership (Machiavelli e la leader-ship moderna), in
cui afferma che la sua aspirazione più alta è spiegare “perché le regole di
ferro di Machiavelli sono tanto più opportune e importanti oggi di quanto non lo
fossero cinque secoli fa”.2 Che cosa c’è nella
visione politica di Machiavelli che lo fa apparire da sempre una figura di tale
rilevanza?
A prima vista, la possibilità che le idee di Machiavelli possano ancora essere
vitali può sembrare poco plausibile. Machiavelli era nato oltre cinquecento anni
fa e tutta la carriera l’aveva spesa come funzionario minore della Repubblica
Fiorentina, che ricopriva essa stessa un ruolo minore nei giochi di potere
dell’Europa rinascimentale. Dopo che l’esercito spagnolo ebbe sconfitto la
Repubblica nel 1512 e riportato i Medici al potere, bastò soltanto una
generazione perché la repubblica di Firenze fosse definitivamente trasformata
nel Granducato di Toscana. Nel frattempo Machiavelli, che aveva perduto la sua
posizione nel colpo di Stato del 1512, fu costretto all’isolamento e morì da
perfetto sconosciuto nel 1527.3 Ci parlava, in
poche parole, da un mondo che già allora stava scomparendo.
Nei quindici anni di isolamento, Machiavelli si dedicò, comunque, a riflettere
sia sui meriti del regime repubblicano che di quello principesco che aveva visto
avvicendarsi nella sua nativa Italia. E sulla base della sua esperienza,
produsse due lavori di teoria politica che da allora non hanno smesso di
impegnare – per non dire sconvolgere – i suoi lettori. Non appena la repubblica
cadde, iniziò a scrivere Il Principe, un trattato su come salire al
potere e mantenerlo, che completò alla fine del 1513. In seguito, tra il 1514 e
il 1519, si dedicò con più tranquillità alla redazione dei Discorsi sulla
prima Deca di Tito Livio, in cui rifletteva piuttosto sulle cause che
portano le repubbliche alla grandezza e al collasso.
Molti aspetti di entrambi questi lavori restano degni di considerazione, ma le
affermazioni che maggiormente hanno attratto l’attenzione sia degli oppositori
che degli ammiratori di Machiavelli sono da ricercarsi soprattutto nel
Principe, il libro che ha fatto sì che il suo autore fosse apostrofato,
nell’espressione di Shakespeare, come “the murderous Machiavel”, “Machiavelli
l’assassino”.
Gli attributi della virtù principesca
Machiavelli dedicò Il principe ai Medici, nuovi
sovrani di Firenze; la forma è quella, molto usata nel Rinascimento, del
trattato sugli obiettivi dei prìncipi e su come riuscire a conseguirli.
Machiavelli accolse la visione convenzionale del tempo, secondo la quale i capi
politici devono cercare non soltanto di mantenere i loro stati, ma anche di
usare la loro posizione di potere per assicurarsi il rispetto per se stessi e la
sicurezza per i sudditi. Le qualità necessarie per conseguire questi fini sono
quelle riassunte dai trattatisti suoi contemporanei, e cioè gli attributi della
virtù principesca.
Questi valori erano stati diffusi dai filosofi antichi, ben noti a Machiavelli e
alla sua generazione, in particolare dai moralisti romani Cicerone e Seneca, che
avevano scritto trattati di enorme influenza sulle cosiddette virtù
principesche, concentrandosi in particolare sulla necessità che i sovrani
fossero generosi piuttosto che parsimoniosi, clementi piuttosto che crudeli e
soprattutto desiderosi di mantenere la giustizia e di onorare la propria parola.
Machiavelli chiarisce brutalmente nel Principe che la sua analisi
implicherà il rifiuto totale di questa linea di pensiero. Come dice
ironicamente, “dubito […] non essere tenuto prosuntuoso, partendomi, massime nel
disputare questa materia [la virtù principesca], dalli ordini delli altri” (Il
Principe, Mursia, 1969, cap. XV, p. 81). Il motivo, aggiunge, è che si
tratta di discussioni irrealistiche, perciò ritiene migliore “andare drieto alla
verità effettuale della cosa” (ivi) nella speranza di dire qualcosa che possa
essere utile.
Andando a esaminare le cosiddette virtù principesche una alla volta, Machiavelli
esprime due dubbi sostanzialmente diversi. In primo luogo, dimostra che alcuni
degli attributi per cui i capi politici vengono elogiati sono buone qualità
soltanto in apparenza. Spesso non siamo in grado di valutare quali linee
d’azione siano veramente degne di ammirazione. Machiavelli insiste su questa
possibilità soprattutto nel capitolo sul presunto vizio di crudeltà. Prende come
spunto il comportamento dei suoi concittadini i quali, per evitare di essere
accusati di crudeltà, si erano rifiutati di punire i capi delle fazioni
coinvolte in un’insurrezione, con il risultato che da una piccola agitazione era
scaturito un massacro generale. Sarebbero stati molto più clementi, sostiene
Machiavelli, se avessero inflitto fin dall’inizio una punizione esemplare ai
capibanda. Ciò avrebbe forse portato a un’accusa di crudeltà, ma avrebbe certo
salvato molte vite umane. Un’azione può sembrare crudele mentre è in realtà un
atto di clemenza (cap. XVII, pp. 85-86).
Ma il dubbio principale di Machiavelli sulle virtù convenzionali è un altro ed è
più radicale. Ecco come lo introduce nel capitolo centrale del Principe, il XV,
intitolato Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi,
sono laudati o vituperati. “E io so – riconosce Machiavelli – che ciascuno
confesserà che sarebbe laudabilissima cosa” se i dirigenti politici possedessero
l’intera gamma delle qualità “che sono tenute buone”. “Perché – aggiunge – egli
è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che
lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la
ruina che la perservazione sua”. I sovrani sono circondati da persone senza
scrupoli e se agiscono sempre onorevolmente, la caduta è inevitabile. “Onde è
necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non
buono, et usarlo e non usare secondo la necessità”.
Generosità, crudeltà, lealtà
I capitoli centrali del Principe sono dedicati
all’esplorazione di questo tema, a partire dal XVI capitolo, dedicato alla
cosiddetta virtù principesca della generosità. Sebbene questa sia una virtù,
dichiara Machiavelli, essa può recare grave danno. Ecco perché i sovrani
prudenti non si preoccupano di essere definiti avari. Riconoscono che con
l’abitudine alla generosità si finisce per ottenere l’astio dei sudditi, poiché
essi devono pagare, sotto forma di tasse supplementari, il mantenimento di tale
reputazione. I capi assennati riconoscono che, sebbene l’avarizia sia un vizio,
è uno di quei vizi senza i quali non si può sperare di governare.
Nel capitolo successivo, Machiavelli ritorna al vizio della crudeltà. L’analisi
classica di questo male, vale a dire il De Clementia di Seneca, ha
condannato la crudeltà come il vizio più caratteristico dei tiranni, e quindi
come il male che un vero principe deve cercare di evitare quanto più possibile.
Machiavelli prende atto che la clemenza è certamente una virtù e che “ciascuno
principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele” (cap. XVII,
pp. 84-85). Tuttavia, continua, i prìncipi devono riconoscere che la crudeltà è
spesso necessaria se vogliono tenere i loro sudditi uniti e leali. Così i
prìncipi assennati non si preoccupano mai di essere ritenuti crudeli. Ancora una
volta, si tratta di un vizio senza il quale non si può governare.
Più oltre, nello stesso capitolo, Machiavelli esamina la disputa che si solleva
sulla questione se sia meglio per un sovrano essere temuto o amato. Qui allude
direttamente al trattato principale sulle virtù morali di Cicerone, al De
Officiis: “Tener lontano il timore e conservare la benevolenza”, dichiara
Cicerone, sono i mezzi attraverso i quali “con grandissima facilità otterremo
ciò che vorremo sia negli affari privati che nella vita pubblica” (Libro II,
7.24). Machiavelli risponde con una netta smentita: “È molto più sicuro essere
temuto che amato”, replica, perché gli uomini sono troppo interessati e
romperanno i legami di gratitudine non appena vedranno la possibilità di un
proprio vantaggio, mentre il timore di una punizione li terrà saldamente legati
al sovrano (cap. XVII, p. 85).
Machiavelli infine prende in considerazione – come recita il titolo del XVIII
capitolo – In che modo e’ principi abbino a mantenere la fede. I
moralisti classici avevano insistito, come si legge nel De Officiis di
Cicerone, che “fondamento poi della giustizia è la lealtà, cioè la scrupolosa e
sincera osservanza delle promesse e dei patti” (Libro I, 7.23) e avevano
predicato che i sovrani, persino con i nemici, debbano sempre mantenere la
parola data.
Machiavelli di nuovo non è affatto d’accordo. Poiché gli uomini sono sleali e
non mantengono le loro promesse, “tu etiam non l’hai ad osservare a loro” (cap.
XVIII, p. 89). Infatti, aggiunge, i sovrani prudenti non mantengono mai la
parola quando intuiscono che andrebbero contro i loro stessi interessi.
Il sovrano dalla vera virtù principesca, suggerisce Machiavelli, è colui che sa
quando seguire le virtù convenzionali e quando ignorarle. I sovrani devono
naturalmente apparire virtuosi, e dovrebbero esserlo il più possibile. Ma non
devono mai permettersi di essere guidati dai dettami della moralità
convenzionale. Devono sempre tenere sott’occhio le linee d’azione necessarie a
mantenere il potere, e, ancora, fare ciò che è richiesto dalla necessità e non
dalla virtù.
Agire contro la morale
Ciò non vuol dire che i sovrani debbano soltanto
sottomettersi alla necessità. Al contrario, le caratteristiche della virtù
principesca più ammirate da Machiavelli sono essenzialmente quelle che attengono
al dominio. La metafora sessuale latente si fa pienamente esplicita nelle pagine
finali del Principe, quando Machiavelli afferma che “La Fortuna è donna”,
e che lo scopo dei capi politici deve essere sempre di batterla e sottometterla
– di dominare il proprio destino o, come si dice, fare la propria fortuna (cap.
XXV, p. 115). Per spiegare la metafora, l’idea che Machiavelli vuole dare è che
i capi politici di successo sono sempre quelli che, in circostanze incerte,
hanno il coraggio di agire con decisione. Come scrive in una delle sue lettere
in tipico stile epigrammatico, è sempre meglio agire e pentirsi che rimpiangere
di non aver agito.
Vivendo come loro in un mondo oscuro e instabile fatto di rischi e inganni, i
sovrani, secondo Machiavelli, hanno successo quando acquisiscono fino in fondo
due grandi segreti dell’arte di governare. Prima di tutto devono sapere come, in
una frase divenuta anch’essa proverbiale, fare di necessità virtù. Un principe
realmente virtuoso, nelle parole di Machiavelli, sa come variare la sua
condotta “secondo ch’e’ venti della fortuna e le variazioni delle cose li
comandano” (cap. XVIII, p. 90). Ma il sovrano machiavelliano sa anche quando
essere “gran simulatore e dissimulatore” (ivi). I prìncipi che hanno
successo capiscono quanto sia essenziale mantenere l’apparenza di una linea di
condotta morale anche quando – soprattutto quando – si trovano obbligati dalla
necessità e dalla fortuna ad agire contro i dettami della morale.
Quest’ultimo suggerimento – che l’ipocrisia può essere indispensabile per un
buon governo – rappresentava, ovviamente, un grave affronto agli ideali
cristiani del principe devoto. Ma gli scrittori più religiosi di trattati per
sovrani avevano sempre liquidato senza indugi tale cinismo non solo in quanto
peccaminoso ma anche perché ingenuo. La Bibbia ci avverte esplicitamente “che il
vostro peccato vi raggiungerà”. Ma nella visione di Machiavelli è lo scrupolo
cristiano a essere ingenuo. Nel caso dei capi politici, la probabilità che il
loro peccato li raggiunga è molto bassa. Spiega, infatti, che “ognuno vede
quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non
ardiscano opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li
difenda” (ivi). Per i capi politici, ci sta dicendo Machiavelli, sapere
come si mette in scena una buona commedia non è solo necessario, ma anche
sufficiente. Tutto il mondo è un palcoscenico e nel caso dei capi politici ciò
che veramente importa è l’apparenza, non la realtà.
Machiavelli mette deliberatamente in ridicolo l’immagine tipica, piuttosto
zelante, del principe rinascimentale come capo onesto dalle virtù umane.
Cicerone aveva stabilito nel De Officiis che i modi bestiali opposti a
quelli umani devono sempre essere evitati, soprattutto l’uso della forza e
dell’inganno, “la forza perché sembra appartenere soltanto al leone e la frode
all’astuta volpe” (Libro I, 41). Machiavelli di nuovo risponde con un secco no.
L’immagine appropriata per il principe, suggerisce invece, è quella classica del
centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Il sovrano machiavelliano segue le virtù
umane il più possibile; ma è pronto ad abbandonarle per i modi bestiali quando è
necessario. Inoltre, aggiunge, poiché bisogna coltivare l’attitudine ad agire
con bestialità, i capi politici devono sapere quale bestia imitare. La sua
proposta arriva fino ad affermare – in replica diretta e satirica a Cicerone –
che i capi politici saranno migliori se impareranno a imitare il leone e la
volpe (cap. XVIII, p. 88). La forza bruta, ci sta dicendo Machiavelli, non può
essere messa da parte, né l’astuzia può essere interamente sostituita da
giustizia e trasparenza.
Come possiamo riassumere la critica machiavelliana alla filosofia morale
classica e rinascimentale? Il suggerimento fondamentale di Machiavelli è che in
politica non sempre è razionale essere morali. Non è vero, come recita un
proverbio fin troppo ottimistico, che l’onestà è la miglior politica. Al
contrario, tutti i grandi politici hanno dovuto prendere lo stesso toro per le
corna: in politica a volte è necessario agire male affinché ne esca del bene. I
buoni governanti, ovviamente, agiranno male solo quando è proprio necessario e
solo quando è chiaro che ne verrà fuori del bene. Ma ciò che alla fine
contraddistingue i buoni governanti, secondo Machiavelli, è la risoluta
prontezza a fare qualsiasi cosa sia dettata dalla necessità della sopravvivenza
dello Stato.
Moralità convenzionale e moralità politica
La lezione di Machiavelli è, dunque, che il giusto
atteggiamento da avere in politica nei confronti delle cosiddette buone qualità
è del tutto strumentale. Queste devono essere accolte, cioè, solo quando
conducano ai fini più alti – soprattutto la mera sopravvivenza – che i capi
politici si sono prefissati. Quanto si possa accettare, o autorizzare, o
ripudiare questa affermazione, è naturalmente tutt’altro problema. Ma dopo la
pubblicazione del Principe, non è stato più possibile ignorare la
questione. Quello che Machiavelli ci spinge a considerare – con impareggiabile
chiarezza e non senza un certo piacere – è se la moralità convenzionale e quella
politica non siano di fatto due cose diverse.
Traduzione di Alessia Conti
1 Alistair McAlpine, The New Machiavelli: Renaissance Realpolitik for Modern Managers (London, 1997).
2 Michael A. Ledeen, Machiavelli and Modern Leadership: Why Machiavelli’s
Iron Rules Are As Timely and Important Today As Five Centuries Ago (New
York, 1999).
3 La biografia migliore resta quella di Roberto Ridolfi, La vita di Niccolò Machiavelli, Belardetti, 1954.
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