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Annata 2006 @ segnala a un amico


La nascita dell’etica politica
    di Quentin Skinner


In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, non meno che in Italia, la moralità politica di Machiavelli quasi mai sembra essere inattuale. Non molto tempo fa, l’ex-vicepresidente del partito conservatore britannico, Lord McAlpine, ha pubblicato un libro intitolato The New Machiavelli (Il nuovo Machiavelli), la cui chiara intenzione (come espresso nel sottotitolo) è di mettere a disposizione dei manager moderni le lezioni di Realpolitk rinascimentale.1 Più di recente, il noto neoconservatore americano (o, come preferisce essere chiamato, “rivoluzionario democratico”) Michael A. Ledeen ha dato alla luce uno studio intitolato Machiavelli and Modern Leadership (Machiavelli e la leader-ship moderna), in cui afferma che la sua aspirazione più alta è spiegare “perché le regole di ferro di Machiavelli sono tanto più opportune e importanti oggi di quanto non lo fossero cinque secoli fa”.2 Che cosa c’è nella visione politica di Machiavelli che lo fa apparire da sempre una figura di tale rilevanza?
A prima vista, la possibilità che le idee di Machiavelli possano ancora essere vitali può sembrare poco plausibile. Machiavelli era nato oltre cinquecento anni fa e tutta la carriera l’aveva spesa come funzionario minore della Repubblica Fiorentina, che ricopriva essa stessa un ruolo minore nei giochi di potere dell’Europa rinascimentale. Dopo che l’esercito spagnolo ebbe sconfitto la Repubblica nel 1512 e riportato i Medici al potere, bastò soltanto una generazione perché la repubblica di Firenze fosse definitivamente trasformata nel Granducato di Toscana. Nel frattempo Machiavelli, che aveva perduto la sua posizione nel colpo di Stato del 1512, fu costretto all’isolamento e morì da perfetto sconosciuto nel 1527.3 Ci parlava, in poche parole, da un mondo che già allora stava scomparendo.
Nei quindici anni di isolamento, Machiavelli si dedicò, comunque, a riflettere sia sui meriti del regime repubblicano che di quello principesco che aveva visto avvicendarsi nella sua nativa Italia. E sulla base della sua esperienza, produsse due lavori di teoria politica che da allora non hanno smesso di impegnare – per non dire sconvolgere – i suoi lettori. Non appena la repubblica cadde, iniziò a scrivere Il Principe, un trattato su come salire al potere e mantenerlo, che completò alla fine del 1513. In seguito, tra il 1514 e il 1519, si dedicò con più tranquillità alla redazione dei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, in cui rifletteva piuttosto sulle cause che portano le repubbliche alla grandezza e al collasso.
Molti aspetti di entrambi questi lavori restano degni di considerazione, ma le affermazioni che maggiormente hanno attratto l’attenzione sia degli oppositori che degli ammiratori di Machiavelli sono da ricercarsi soprattutto nel Principe, il libro che ha fatto sì che il suo autore fosse apostrofato, nell’espressione di Shakespeare, come “the murderous Machiavel”, “Machiavelli l’assassino”.

Gli attributi della virtù principesca

Machiavelli dedicò Il principe ai Medici, nuovi sovrani di Firenze; la forma è quella, molto usata nel Rinascimento, del trattato sugli obiettivi dei prìncipi e su come riuscire a conseguirli. Machiavelli accolse la visione convenzionale del tempo, secondo la quale i capi politici devono cercare non soltanto di mantenere i loro stati, ma anche di usare la loro posizione di potere per assicurarsi il rispetto per se stessi e la sicurezza per i sudditi. Le qualità necessarie per conseguire questi fini sono quelle riassunte dai trattatisti suoi contemporanei, e cioè gli attributi della virtù principesca.
Questi valori erano stati diffusi dai filosofi antichi, ben noti a Machiavelli e alla sua generazione, in particolare dai moralisti romani Cicerone e Seneca, che avevano scritto trattati di enorme influenza sulle cosiddette virtù principesche, concentrandosi in particolare sulla necessità che i sovrani fossero generosi piuttosto che parsimoniosi, clementi piuttosto che crudeli e soprattutto desiderosi di mantenere la giustizia e di onorare la propria parola. Machiavelli chiarisce brutalmente nel Principe che la sua analisi implicherà il rifiuto totale di questa linea di pensiero. Come dice ironicamente, “dubito […] non essere tenuto prosuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia [la virtù principesca], dalli ordini delli altri” (Il Principe, Mursia, 1969, cap. XV, p. 81). Il motivo, aggiunge, è che si tratta di discussioni irrealistiche, perciò ritiene migliore “andare drieto alla verità effettuale della cosa” (ivi) nella speranza di dire qualcosa che possa essere utile.
Andando a esaminare le cosiddette virtù principesche una alla volta, Machiavelli esprime due dubbi sostanzialmente diversi. In primo luogo, dimostra che alcuni degli attributi per cui i capi politici vengono elogiati sono buone qualità soltanto in apparenza. Spesso non siamo in grado di valutare quali linee d’azione siano veramente degne di ammirazione. Machiavelli insiste su questa possibilità soprattutto nel capitolo sul presunto vizio di crudeltà. Prende come spunto il comportamento dei suoi concittadini i quali, per evitare di essere accusati di crudeltà, si erano rifiutati di punire i capi delle fazioni coinvolte in un’insurrezione, con il risultato che da una piccola agitazione era scaturito un massacro generale. Sarebbero stati molto più clementi, sostiene Machiavelli, se avessero inflitto fin dall’inizio una punizione esemplare ai capibanda. Ciò avrebbe forse portato a un’accusa di crudeltà, ma avrebbe certo salvato molte vite umane. Un’azione può sembrare crudele mentre è in realtà un atto di clemenza (cap. XVII, pp. 85-86).
Ma il dubbio principale di Machiavelli sulle virtù convenzionali è un altro ed è più radicale. Ecco come lo introduce nel capitolo centrale del Principe, il XV, intitolato Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati. “E io so –  riconosce Machiavelli – che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa” se i dirigenti politici possedessero l’intera gamma delle qualità “che sono tenute buone”. “Perché – aggiunge – egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua”. I sovrani sono circondati da persone senza scrupoli e se agiscono sempre onorevolmente, la caduta è inevitabile. “Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità”.

Generosità, crudeltà, lealtà

I capitoli centrali del Principe sono dedicati all’esplorazione di questo tema, a partire dal XVI capitolo, dedicato alla cosiddetta virtù principesca della generosità. Sebbene questa sia una virtù, dichiara Machiavelli, essa può recare grave danno. Ecco perché i sovrani prudenti non si preoccupano di essere definiti avari. Riconoscono che con l’abitudine alla generosità si finisce per ottenere l’astio dei sudditi, poiché essi devono pagare, sotto forma di tasse supplementari, il mantenimento di tale reputazione. I capi assennati riconoscono che, sebbene l’avarizia sia un vizio, è uno di quei vizi senza i quali non si può sperare di governare.
Nel capitolo successivo, Machiavelli ritorna al vizio della crudeltà. L’analisi classica di questo male, vale a dire il De Clementia di Seneca, ha condannato la crudeltà come il vizio più caratteristico dei tiranni, e quindi come il male che un vero principe deve cercare di evitare quanto più possibile. Machiavelli prende atto che la clemenza è certamente una virtù e che “ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele” (cap. XVII, pp. 84-85). Tuttavia, continua, i prìncipi devono riconoscere che la crudeltà è spesso necessaria se vogliono tenere i loro sudditi uniti e leali. Così i prìncipi assennati non si preoccupano mai di essere ritenuti crudeli. Ancora una volta, si tratta di un vizio senza il quale non si può governare.
Più oltre, nello stesso capitolo, Machiavelli esamina la disputa che si solleva sulla questione se sia meglio per un sovrano essere temuto o amato. Qui allude direttamente al trattato principale sulle virtù morali di Cicerone, al De Officiis: “Tener lontano il timore e conservare la benevolenza”, dichiara Cicerone, sono i mezzi attraverso i quali “con grandissima facilità otterremo ciò che vorremo sia negli affari privati che nella vita pubblica” (Libro II, 7.24). Machiavelli risponde con una netta smentita: “È molto più sicuro essere temuto che amato”, replica, perché gli uomini sono troppo interessati e romperanno i legami di gratitudine non appena vedranno la possibilità di un proprio vantaggio, mentre il timore di una punizione li terrà saldamente legati al sovrano (cap. XVII, p. 85).
Machiavelli infine prende in considerazione – come recita il titolo del XVIII capitolo – In che modo e’ principi abbino a mantenere la fede. I moralisti classici avevano insistito, come si legge nel De Officiis di Cicerone, che “fondamento poi della giustizia è la lealtà, cioè la scrupolosa e sincera osservanza delle promesse e dei patti” (Libro I, 7.23) e avevano predicato che i sovrani, persino con i nemici, debbano sempre mantenere la parola data.
Machiavelli di nuovo non è affatto d’accordo. Poiché gli uomini sono sleali e non mantengono le loro promesse, “tu etiam non l’hai ad osservare a loro” (cap. XVIII, p. 89). Infatti, aggiunge, i sovrani prudenti non mantengono mai la parola quando intuiscono che andrebbero contro i loro stessi interessi.
Il sovrano dalla vera virtù principesca, suggerisce Machiavelli, è colui che sa quando seguire le virtù convenzionali e quando ignorarle. I sovrani devono naturalmente apparire virtuosi, e dovrebbero esserlo il più possibile. Ma non devono mai permettersi di essere guidati dai dettami della moralità convenzionale. Devono sempre tenere sott’occhio le linee d’azione necessarie a mantenere il potere, e, ancora, fare ciò che è richiesto dalla necessità e non dalla virtù.

Agire contro la morale

Ciò non vuol dire che i sovrani debbano soltanto sottomettersi alla necessità. Al contrario, le caratteristiche della virtù principesca più ammirate da Machiavelli sono essenzialmente quelle che attengono al dominio. La metafora sessuale latente si fa pienamente esplicita nelle pagine finali del Principe, quando Machiavelli afferma che “La Fortuna è donna”, e che lo scopo dei capi politici deve essere sempre di batterla e sottometterla – di dominare il proprio destino o, come si dice, fare la propria fortuna (cap. XXV, p. 115). Per spiegare la metafora, l’idea che Machiavelli vuole dare è che i capi politici di successo sono sempre quelli che, in circostanze incerte, hanno il coraggio di agire con decisione. Come scrive in una delle sue lettere in tipico stile epigrammatico, è sempre meglio agire e pentirsi che rimpiangere di non aver agito.
Vivendo come loro in un mondo oscuro e instabile fatto di rischi e inganni, i sovrani, secondo Machiavelli, hanno successo quando acquisiscono fino in fondo due grandi segreti dell’arte di governare. Prima di tutto devono sapere come, in una frase divenuta anch’essa proverbiale, fare di necessità virtù. Un principe realmente virtuoso, nelle parole di Machiavelli, sa come variare la sua condotta “secondo ch’e’ venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano” (cap. XVIII, p. 90). Ma il sovrano machiavelliano sa anche quando essere “gran simulatore e dissimulatore” (ivi). I prìncipi che hanno successo capiscono quanto sia essenziale mantenere l’apparenza di una linea di condotta morale anche quando – soprattutto quando – si trovano obbligati dalla necessità e dalla fortuna ad agire contro i dettami della morale.
Quest’ultimo suggerimento – che l’ipocrisia può essere indispensabile per un buon governo – rappresentava, ovviamente, un grave affronto agli ideali cristiani del principe devoto. Ma gli scrittori più religiosi di trattati per sovrani avevano sempre liquidato senza indugi tale cinismo non solo in quanto peccaminoso ma anche perché ingenuo. La Bibbia ci avverte esplicitamente “che il vostro peccato vi raggiungerà”. Ma nella visione di Machiavelli è lo scrupolo cristiano a essere ingenuo. Nel caso dei capi politici, la probabilità che il loro peccato li raggiunga è molto bassa. Spiega, infatti, che “ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li difenda” (ivi). Per i capi politici, ci sta dicendo Machiavelli, sapere come si mette in scena una buona commedia non è solo necessario, ma anche sufficiente. Tutto il mondo è un palcoscenico e nel caso dei capi politici ciò che veramente importa è l’apparenza, non la realtà.
Machiavelli mette deliberatamente in ridicolo l’immagine tipica, piuttosto zelante, del principe rinascimentale come capo onesto dalle virtù umane. Cicerone aveva stabilito nel De Officiis che i modi bestiali opposti a quelli umani devono sempre essere evitati, soprattutto l’uso della forza e dell’inganno, “la forza perché sembra appartenere soltanto al leone e la frode all’astuta volpe” (Libro I, 41). Machiavelli di nuovo risponde con un secco no. L’immagine appropriata per il principe, suggerisce invece, è quella classica del centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Il sovrano machiavelliano segue le virtù umane il più possibile; ma è pronto ad abbandonarle per i modi bestiali quando è necessario. Inoltre, aggiunge, poiché bisogna coltivare l’attitudine ad agire con bestialità, i capi politici devono sapere quale bestia imitare. La sua proposta arriva fino ad affermare – in replica diretta e satirica a Cicerone – che i capi politici saranno migliori se impareranno a imitare il leone e la volpe (cap. XVIII, p. 88). La forza bruta, ci sta dicendo Machiavelli, non può essere messa da parte, né l’astuzia può essere interamente sostituita da giustizia e trasparenza.
Come possiamo riassumere la critica machiavelliana alla filosofia morale classica e rinascimentale? Il suggerimento fondamentale di Machiavelli è che in politica non sempre è razionale essere morali. Non è vero, come recita un proverbio fin troppo ottimistico, che l’onestà è la miglior politica. Al contrario, tutti i grandi politici hanno dovuto prendere lo stesso toro per le corna: in politica a volte è necessario agire male affinché ne esca del bene. I buoni governanti, ovviamente, agiranno male solo quando è proprio necessario e solo quando è chiaro che ne verrà fuori del bene. Ma ciò che alla fine contraddistingue i buoni governanti, secondo Machiavelli, è la risoluta prontezza a fare qualsiasi cosa sia dettata dalla necessità della sopravvivenza dello Stato.

Moralità convenzionale e moralità politica

La lezione di Machiavelli è, dunque, che il giusto atteggiamento da avere in politica nei confronti delle cosiddette buone qualità è del tutto strumentale. Queste devono essere accolte, cioè, solo quando conducano ai fini più alti – soprattutto la mera sopravvivenza – che i capi politici si sono prefissati. Quanto si possa accettare, o autorizzare, o ripudiare questa affermazione, è naturalmente tutt’altro problema. Ma dopo la pubblicazione del Principe, non è stato più possibile ignorare la questione. Quello che Machiavelli ci spinge a considerare – con impareggiabile chiarezza e non senza un certo piacere – è se la moralità convenzionale e quella politica non siano di fatto due cose diverse.

Traduzione di Alessia Conti

 

1 Alistair McAlpine, The New Machiavelli: Renaissance Realpolitik for Modern Managers (London, 1997).
2 Michael A. Ledeen, Machiavelli and Modern Leadership: Why Machiavelli’s Iron Rules Are As Timely and Important Today As Five Centuries Ago (New York, 1999).
3 La biografia migliore resta quella di Roberto Ridolfi, La vita di Niccolò Machiavelli, Belardetti, 1954.

 

 

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