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Annata 2003 @ segnala a un amico


La corruzione del potere, in Africa e altrove
    di Wole Soyinka


Voglio richiamarmi anzitutto alla nozione di banalità del potere enunciata da Hannah Arendt la quale, nel suo trattato sulla mostruosità dei crimini commessi contro l’umanità sotto il regime nazista, giunge alla conclusione controversa che l’aspetto essenziale del male è la sua stessa banalità, la volgarità con cui si manifesta.
Il correlativo è sufficientemente chiaro e intenzionale: il potere, a mio avviso, è intrinsecamente un male. E ha molto in comune con la teologia che si prefigge di attribuire la negazione del bene al regno del “male”. Paradossalmente, tuttavia, la teologia stessa è sovente, come avremo modo di vedere, al servizio del potere e, quindi, del male. Il potere è di per sé una quasi teologia, generalmente misconosciuta ma pur sempre tale, ovviamente la meno testuale delle numerose teologie che tuttora tengono aggiogata l’umanità. Un fenomeno i cui insopportabili gravami per l’individuo emergono da un confronto con le istanze più elementari del genere umano, la più fondamentale delle quali è, a mio parere, la libertà o l’esercizio del libero arbitrio. Ma il Potere, in fondo, che cos’è? Una ideologia? Una guida sociale? O non è che un mutare di ambizioni, che potrebbero o meno tradursi in una ideologia? Gli stolti, gli idioti e gli psicopatici di turno – compresi ovviamente i più psicopatici ed efficienti: Hitler, Pol Pot, Idi Amin, il sergente Doe, nonché l’ultimo della lista dei privi di coscienza, il recentemente scomparso generale Sanni Abachi, hanno tutti dimostrato che, nella misura in cui si è sufficientemente spietati, amorali e manipolatori , il Potere è a portata di mano anche degli imbecilli. Non guida o visione, quindi, ma semplicemente ambizione. Può anche darsi che la sua ricerca sia ispirata da una visione, ma il Potere di per sé non è Visione. Al contrario, la Visione, quella vera, può anche rifuggire dal potere, ripudiarlo totalmente, e tuttavia tentare di alimentarsi grazie a quel percorso arduo e autosacrificale che non richiede il suo sostegno.
In ogni settore dell’attività umana ci sono individui che hanno perseguito la propria visione in una molteplicità di settori, a beneficio di milioni e decine di milioni di persone, senza però attingere all’indiscriminata mediazione del Potere. Potere che, non dimentichiamolo, non deve necessariamente essere un’ambizione individuale, ma può configurarsi come brama collettiva, una variante che si manifesta come braccio macchinoso ed armato dell’ossessione egemonica di una parte del tutto.

Le dittature africane

Per quanto riguarda gli aspetti contemporanei del potere ossessivo, specie in riferimento al mio specifico territorio, vale a dire quel continente africano così tormentato, sono certo di non essere il solo ad essermi posto l’interrogativo: per quale motivo questa gente continua a credere di potere farla franca? Qual è il mistero? Che cosa induce costoro a ritenere di possedere il segreto di un successo negato ad altri?
Non è divertente scorrere l’elenco di quanti hanno ritenuto di essere più furbi, più abili e in grado di battere sull’anticipo e sulla distanza quanto di meglio la società civile avesse da offrire. Gente che per lo più si è limitata a sopraffare la volontà dell’opinione pubblica, a massacrare decine, centinaia, migliaia, molte migliaia, di persone, costringendo il resto alla sottomissione. Ma negli ultimi dieci anni – almeno così credevo – sembrava che per i dittatori fosse arrivato infine il momento della resa dei conti. Al potere, erano riusciti a seminare il caos, ad arricchire se stessi e i loro accoliti, al di là dei sogni dell’ultimo possessore della lampada di Aladino, riducendo alla fame i loro paesi e turlupinando le coscienze radicali di tutto il mondo con il ricorso ad una logora retorica ideologica. La Guerra Fredda era fatta su misura per le loro trame esotiche, che li vedevano girovagare per tutte le capitali del mondo minacciando ai danni reciproci, percorrendo i corridoi del potere orientale e occidentale avvolti in lunghe vesti svolazzanti, in tenute militari, in completi tre pezzi finto-capitalistici o nella classica divisa maoista. Nelle loro mani, l’inevitabile ciotola per la questua, ma porta aggressivamente: dateci, date, date e sostenete la nostra tirannia locale, appoggiatela, o passeremo dall’altra parte! Riconoscete in noi la cultura dell’”uomo forte” che è unicamente africano. Colui al quale bisogna obbedire. Tra i blocchi orientale e occidentale, l’umanità delle masse era stata annullata. E il loro surrogato, quella caricatura aliena alla sommità della piramide del potere, era stato l’unico beneficiario.
Per questi personaggi, il voto era anatema, la volontà del popolo impertinenza. Non restava quindi che truccare le elezioni, non di rado con immane brutalità; oppure, potendo accedere all’arsenale nazionale, conquistare il potere con le armi e i carri armati, vestendo i panni del Redentore e Salvatore Ultimo. In abiti civili o in uniforme, ciascuno di loro immaginava di essere l’Eletto, contro cui non può levarsi nessuna voce di dissenso.
Naturalmente, per qualche tempo, per alcuni decenni dopo l’indipendenza, costoro sono riusciti nei loro intenti. Nel continente africano, il vecchio adagio era stato stravolto, così che la gente li acclamava cantando “il diavolo nuovo non può essere peggiore di quello vecchio” Di tanto in tanto, la gente si abbandonava ad illusioni di speranza. Ma, infine, il lento processo di autoapprendimento ha cominciato a funzionare. E i castelli di carte hanno cominciato a crollare in tutto il continente. Uno dopo l’altro, gli “Imperatori” sono stati trascinati nudi per le strade, qualcuno in circostanze a dir poco drammatiche, mentre altri sono riusciti a salvare la pelle. Tra questi, qualcuno ha riscoperto la vita dopo il potere, ma nello stile a cui si era abituato, dare o prendere un milione di dollari o più, generalmente al riparo di protezioni straniere. Altri, come Idi Amin, vivono di elemosina, ma tutti, i signori e padroni della vita e della morte di un tempo, si trovano a fare i conti con la realpolitik di chi li ospita: siete i benvenuti, a patto di starvene zitti e buoni. Noi abbiamo i nostri interessi nazionali da tutelare.

La tragedia nella Costa D’Avorio

Quella dell’ultimo della serie, il generale Guei, è una sortita particolarmente sconcertante, specie in un paese come la Costa d’Avorio che, a differenza dei suoi vicini, era riuscito a scongiurare incursioni militari in un ordine civile più o meno democratico. Non c’è dubbio che Guei nutrisse la ferma convinzione che tutti i suoi predecessori fossero stolti, incompetenti. Pensando allo Scià dell’Iran, Monsieur Guei, generale in pensione dell’esercito ivoriano, giunto alla ribalta per presiedere una fase transitoria dopo una rottura del processo democratico, guardandosi allo specchio deve essersi detto: persino lo scià dell’Iran, ahilui, è stato abbandonato dagli americani. Più vicino a casa, guardando alla Nigeria, ha ritenuto che il povero Ibrahim Bagangida si era semplicemente perso d’animo e che il suo successore Sanni Abacha non era niente di più che uno stupido macellaio. Nella cosiddetta sinistra, il sedicente stalinista Mariam Mengistu deve essergli sembrato un ideologo maniacale, Macias Nguema una nullità superstiziosa, l’imperatore Bokassa un clown, Idi Amin un pagliaccio sanguinario. Quanto a Nicolae Ceansesen, può anche darsi che non lo avesse mai sentito nominare ed è altresì probabile che abbia pensato che i generali greci che sovvertirono la democrazia del loro paese fossero mere aberrazioni di qualche antico storico. Il generale Guei deve aver sorriso a se stesso: lo immagino mentre si friziona il viso con il dopobarba preferito: “Dimmi, mio specchio, chi è il più astuto di tutti?” E la risposta possibile era soltanto una… Ciò che Monsieur Guei, questo soldato in pensione non ricordava – e noi lo citiamo, il suo esempio, solo perché dovrebbe essere fresco nella memoria di molti – era il fatto di essere stato sollecitato a colmare un vuoto da soldati ribelli armati di sacrosanta indignazione di fronte alla consueta, scontata pagliacciata di un presidente che tentava di perpetuare il suo potere in un paese fino ad allora esente dai colpi di stato chiamato Costa d’Avorio. Scacciato il manipolatore,avevano chiesto a lui, l’ex soldato senza malizia, di difendere il forte per qualche tempo. Mi risulta che egli fosse effettivamente occupato a costruirsi la casetta di pensionato nel suo villaggio quando è stato avvicinato – grazie all’intervento di prammatica di un politico dell’opposizione privato del diritto di voto. Lasciata la sua residenza rurale, venne, vide e vinse – così pensava. Questa è la vita che mi si addice, deve essersi detto aprendo le finestre della sua residenza per far entrare aria fresca e accreditare la promessa di restare al suo posto il tempo necessario d’indire nuove elezioni.Guei ha indetto le elezioni dietro insistenza sia degli osservatori europei sia dei fratelli africani che avevano giurato: basta con i colpi di stato nel continente. Fedele soltanto alla lettera dell’accordo, il nostro uomo è sceso nell’agone politico nelle vesti di candidato, dopo aver escluso la gran parte degli sfidanti più potenti, per essere certo che gli elettori non si sentissero confusi da una lista elettorale eccessivamente affollata.
Ma né le esclusioni da una parte, né i boicottaggi dall’altra, e neppure le tangenti e le cariche generosamente distribuite nel breve periodo di potere sono valsi ad assicurargli il successo. Così, ha fatto ciò che altri avevano già variamente sperimentato prima di lui (per esempio Babangida in Nigeria ha aggirato il processo elettorale, proclamandosi vincitore). Dopo tutto, aveva l’esercito che lo copriva, no? No! Non questa volta. L’esercito aveva capito come stava mettendosi la faccenda. Può darsi che avesse saputo della Iugoslavia, può darsi di no. Ciò che conta è che la gente si è ribellata al furto, è scesa in strada e ha scacciato l’usurpatore. Prima ancora che la comunità internazionale avesse il tempo di lanciare i moniti abituali, il popolo aveva levato la sua voce, costringendo Guei a battere in ritirata, una ritirata precipitosa ma con molto spargimento di sangue.
Nel mio continente, s’impara a celebrare gli avvenimenti in fretta e fino in fondo, perché quando ci si sveglia, il mattino dopo, potrebbe essere tempo di lutto. E così è stato. Quando, dieci ore dopo, mi sono sintonizzato sulla Skynews della BBC, le strade di Abidjan erano ancora in fiamme e l’emorragia della città si era ulteriormente aggravata. Il sangue dei vincitori scorreva per le strade, ma, questa volta, non si trattava di Guei contro il resto, ma di un vincitore contro l’altro. Al vincitore nominale di una contesa elettorale inesistente non era bastata neppure la lezione della fine ingloriosa di Guei. Nossignore, contrariamente a quanto ingenuamente mi aspettavo, non solo io ma, come ho appreso con sollievo, anche un buon numero di governi africani, costui non aveva ritenuto di convocare i suoi rivali ingiustamente esclusi per mettere insieme un governo di transizione in attesa di nuove elezioni, no, sarebbe stato troppo complicato. La sua, proclamava, era una vittoria indiscussa, una vittoria che non prendeva in considerazione la nullità da cui era nata.
Il nostro “vincitore” aveva dimenticato che il suo successo era il frutto della resistenza dell’intera opposizione, compresi coloro i cui nominativi non apparivano sulla lista elettorale, e che i brogli di Guei avevano trasformato le elezioni in una farsa. No, questo nuovo “vincitore” non ha condannato l’intera vicenda: il concetto di nuove elezioni, condotte nel rispetto delle regole, continuava ad essere impensabile! Neanche gli eventi della Liberia, del paese confinante sprofondato in un bagno di sangue, o quelli, ancora più recenti, della Sierra Leone servivano di lezione al signor Gbagbo. Quarantott’ore dopo e con circa duecento ivoriani morti alle spalle, compreso l’evidente massacro a sangue freddo di una quarantina di uomini in un campo isolato, ho visto il nostro “vincitore” abbracciare tiepidamente il suo principale avversario, Monsieur Quatarra. Entrambi avevano compiuto il passo dovuto di chiedere ai rispettivi sostenitori di fermare la carneficina. Ma intanto la capitale, Abidjan, è devastata. Le famiglie sono in lutto e una nuova moltitudine di mutilati cura le sue ferite. Laddove il costo di nuove elezioni, condotte nel rispetto delle regole, sarebbe stato incommensurabilmente più modesto di quello necessario per ricostruire la capitale e sanare le fratture sociali.
I passi di Gbagbo in direzione di una riconciliazione offrono un filo di speranza, ma una domanda ci tormenta: ancora oggi, all’indomani dell’insediamento formale e del “silenzio” degli sconfitti, davvero Gbagbo ritiene di aver ricevuto il suo mandato dal popolo?

Il potere contro natura

Per quale motivo il potere rende gli uomini ciechi? Sovente ho espresso l’idea che di tutti i fenomeni sperimentati dall’uomo ai danni della sua dignità, nessuno è più angoscioso e insidioso del fenomeno del potere. La natura si manifesta talora come pura espressione di potere: lo vediamo nei cicloni, nei terremoti, nelle inondazioni, nel moto stesso del vento o del mare, ed è forse nulla di più di una suggestione antropomorfica a far pensare che l’uomo, osservato in quelle attività che lo portano all’esercizio del dominio, stia soltanto cercando di fare proprio quell’attributo elementare, espressione delle stesse forze che lo circondano. Il potere esercitato dalla natura non umilia, comunque. Neanche le abitazioni messe ogni giorno a repentaglio dall’eruzione di un vulcano, come nel caso dell’Etna che recentemente ha costretto gli abitanti a cercare precipitosamente scampo, o la vita lungo la Faglia di S. Andrea in California mettono alla prova la disponibilità dell’individuo a sottoporsi al controllo arbitrario di forze a lui estranee.
Si potrebbe perfino affermare che il californiano che vive in prossimità della faglia di S. Andrea, goda di un certo brivido compensativo, una sorta di sfida alla natura. Alla catastrofe seguono perdite e devastazione, anche la morte, ma mai l’umiliazione.
Viceversa, la vittima di un sergente Doe o del defunto Nicolae Ceancesin o il detenuto di colore di una prigione del Sudafrica dell’apartheid confermeranno la sensazione di una totale disumanizzazione provata sotto la morsa del potere. La categoria delle vittime della forze della natura non sperimenta mai l’abietta condizione della perdita della dignità. Peraltro, sarebbe forse giusto differenziare l’essenza dei due termini, e riservare la parola “forza” alle manifestazioni della natura nell’esercizio di un’autorità pura ed elementare, e la parola “potere” alla sua corruzione da parte dell’uomo. Alla parodia di quella potenza proteiforme che è la natura, che prescinde dalle emozioni umane e che, a mio parere, fa dell’esercizio del potere nelle relazioni umane una manifestazione banale delle potenzialità dell’uomo.

Libertà e responsabilità

Il Potere esiste in una relazione cannibalistica con la Libertà; si nutre di ciò che gli è concesso dalla totalità dell’essere della vittima o che è estorto con la forza. La condizione, o meglio l’ontologia del Potere coincide con l’assenza, spesso in stadi decrescenti, dell’essere stesso del suo corollario: la Libertà, il Libero arbitrio, l’Autodestinazione; assenza che si manifesta nella vita concreta della comunità, a titolo sia collettivo che individuale. A livello criminale, che nella mia filosofia è quello che gli spetta, questa relazione tra Potere e Libertà trova la sua esemplificazione più ovvia nel rapporto tra ricattatore e ricattato, il quale ultimo viene progressivamente o istantaneamente fagocitato sul piano materiale e spirituale. Non c’è creatura più abietta di quella che finisce nella stretta mortale di un ricattatore, la cosiddetta estorsione non è uno dei crimini più banali della terra? Metterla in pratica non richiede intelligenza, ma soltanto una conoscenza furtiva di ciò che è ragione di difficoltà o di potenziale umiliazione per l’altro, e la capacità di trarne profitto senza coscienza. “Rinunciare alla libertà”, dichiarava Jean-Jacques Rousseau è rinunciare alla propria umanità, ai propri diritti di uomo e anche ai propri doveri… perché se si toglie ogni libertà alla volontà, le azioni dell’uomo perdono qualsiasi significato morale”.
Attribuire il dovere all’ambito della libertà è un valido correttivo a gran parte del dibattito in materia, considerata la facile e fin troppo frequente contrapposizione tra la nozione di libertà e quella di dovere e responsabilità, che si basa sull’equazione tra libertà e individualismo sfrenato,con conseguente frammentazione della società e incoraggiamento dell’alienazione sociale. Il dovere conferisce dignità e responsabilità. Rousseau dimostra tuttavia che la libertà rende l’adempimento del dovere non soltanto possibile, ma coerente con la condizione data. Per estensione, giungiamo a prendere atto che il Potere elimina qualsiasi concetto di dovere dal momento che, dietro costrizione, il soggetto viene a trovarsi in uno stato di totale assenza di scelta, un vuoto morale in cui il giudizio, la capacità di valutare scelte etiche e la volontà di agire di conseguenza gli vengono tolti, facendo di lui una creazione robotica, incapace finanche di elaborare gli imperativi del dovere e della responsabilità come attributi innati del suo stesso essere. Il dovere è percepito come un riflesso pavloviano ad uno stimolo esterno, in genere di violenza o di paura, non più come aspetto complementare della Libertà, insieme alla quale concorre a coronare la personalità umana.

Il fattore religioso e quello ideologico

Sulle lusinghe del potere non esistono dubbi, perché esso sa come assecondare la tendenza dell’uomo a sottrarsi al rigore del Dovere. Che cosa potrebbe essere più facile, più allettante che abbracciare, ad esempio, il concetto un tempo irrefutabile del Diritto Divino dei Re – di questi tempi ai “re” potremmo sostituire il Dittatore – militare, civile o teocratico, l’ultimo dei quali si è recentemente trasformato in uno spietato aspirante al dominio della mente, tanto da non essere esagerato affermare che oggi un certo numero di paesi è governato ai sensi del Diritto Assoluto dei Sacerdoti.
Fiaccato dalla mera tensione della sopravvivenza sociale, l’individuo rinuncia sia alla libertà di pensiero sia ai tormenti dell’intuizione e, di conseguenza, alla libertà di agire. E trova sollievo – anzi sguazza in una sensazione di vera e propria liberazione – nel consegnare la sua volizione a un’autorità che gli assicura cibo, riparo, certezze spirituali e rivendica persino di poter garantire protezione e sicurezza. Nel lavoro egli smette di ravvisare quelle funzioni mentali e quelle capacità creative che sono il fondamento e la garanzia delle sua stessa esistenza, e quindi la base del suo ruolo sociale, che vengono propinate a lui, e agli altri come lui, alla stregua di un Dovere. Una condizione di sopravvivenza remissiva in cui è sempre più facile imbattersi negli stati teocratici. Incompatibile con l’appagamento delle proprie aspirazioni che solo conferisce dignità all’esistenza dell’uomo, bene che è stato svenduto per assicurarsi il regno del pietismo, una panacea che dispensa un conforto risibile sublimando tutte le incertezze di questo mondo al beneficio divino e alla promessa paradisiaca di un’altra vita.
Anche gli Imperi apparentemente atei, come la Russia stalinista, lo avevano capito. Che cosa è, dopotutto, il Paradiso se non Utopia? L’Utopia comunista di Stalin, in nome della quale milioni di donne e di uomini furono eliminati in tempo di pace, non era diversa dal paradiso promesso dei talebani in Afghanistan o delle loro controparti sanguinarie – anche se prive del potere di governo – in Algeria. Con sagacia, Josip Stalin sostituì se stesso e L’IDEA – messa in atto da una feroce banda di apostoli ideologici (destinati, di volta in volta, a una periodica decimazione) – all’inutile Zar e al Sacro Impero russo appoggiati dalla nobiltà e dai soldati teologici dell’onnipotente Chiesa ortodossa.
Entrambi erano accomunati dal progetto di una astratta Superrealtà – niente a che vedere con la retorica intellettualmente seducente del materialismo dialettico che si proponeva di sostituirsi all’effimero regno della religione, o con l’idealismo di Hegel. Entrambi disprezzavano il genere umano e ne manipolavano la coscienza con uno scopo preciso: eliminare la volontà individuale e far si che la capacità di scelta venisse confidata a un ricettacolo del potere – il tutto in nome di una Utopia ultima.
La storia ha ripetutamente dimostrato che l’impresa non è difficile. L’aspirazione all’infinito che l’uomo custodisce dentro di sé può essere evocata da un esperto psicologo delle masse che solleciti emozioni viscerali o ricorra ad argomentazioni persuasive – vale a dire alla semplice manipolazione della facoltà stessa di ragionare – ma più verosimilmente, delle facoltà razionali. Un castello di carte può essere convincente sia come realizzazione estetica sia come tecnica di precisione. Il test definitivo si avrà quando la brezza aumenta, spostandosi nella sua direzione.
Il re o il sacerdote – un’alternanza sacrilega – diventa il solo intermediario tra l’uomo e la divinità, dovunque questa risieda, e i suoi comandamenti ai lavoratori e all’umanità sottomessa. Un legame, questo, tutt’altro che insolito, come anche la storia conferma. I fascisti più insigni di questo secolo sono stati uomini di Dio, un accoppiamento indecente che aveva le sue ragioni, “Per Dio e per il Paese” era il motto che invariabilmente appariva sulle insegne dei dittatori, tanto più brutali quanto più ispirati dal Dio. Cooptare un’autorità che vada oltre il sé secolare, e aderire passivamente alle istanze spirituali dei fedeli per poi trasformarle in orrori metafisici – è il sistema verificato nel tempo di rafforzare, rendere inattaccabili le rivendicazioni del Dominatore Massimo.

Dalla Cecenia alla Spagna

Anche le scuole di rivoluzione, o i movimenti di liberazione, legittimi e giustificabili, o presumibilmente tali, sanno come funziona il gioco. Consentitemi di ricordare un incidente della guerra con la Cecenia che potrebbe essere stato dimenticato, essendo stato incluso da tempo nella cultura orrifica delle atrocità competitive che ha contrassegnato la guerra tra i nazionalisti ceceni e lo stato russo. Condividevo, e condivido tuttora, l’aspirazione della Cecenia a una qualche forma di autodeterminazione, ma non ho potuto fare a meno di notare questo episodio minore, così emblematico di quei condizionamenti che si accompagnano a certe guerre di liberazione le cui dichiarazioni mettono in guardia in anticipo in merito alla trasformazione oppressiva che farà inevitabilmente seguito alla fine della guerra di liberazione. Rubando qualche minuto alla sua guerra d’insurrezione, una guerra che cercava di strappare altre parti del territorio russo, il Dagestan, e di annetterle alla Cecenia per creare una Grande Repubblica Islamica, il guerriero Bayadev dichiarava: “Quando la gente mi chiede chi beneficerà (della guerra con i suoi massacri e le sue sofferenze), io rispondo Dio. Allah avrà una nuova parte del mondo”. Non Bayadev, non la Cecenia, non il Dagestan.
Il nostro rivoluzionario signore della guerra sapeva molto bene – quanto meno al tempo di quella dichiarazione – che l’appoggio del Dagestan, a differenza di quello della Cecenia, era, nella migliore delle ipotesi, tiepido. Per cui lo sconvolgimento della vita, i sequestri di persona, il caos generale, gli stupri e gli spargimenti di sangue dovevano essere accettati come sofferenze in nome di Dio! E quali argomenti può opporre un comune mortale a un leader che in tutta evidenza è in comunicazione satellitare diretta con il suo Signore? Un Dio irraggiungibile che, a questo punto, può contare su una proprietà immobiliare, ma che cosa riserva, questa, al suo rappresentante sulla terra? Il potere, naturalmente! L’estasi del Potere. Lo spazio di Dominio.
La risposta di Bayadev sarebbe stata degna del generale Franco o di Mussolini o di Pinochet. Tutti grandi frequentatori della chiesa, che, a quanto risulta, non hanno mai perso una messa domenicale o trascurato la pompa della cattedrale nelle grandi occasioni. Il che – oseremo chiamarla giustizia divina? – ha giocato anche troppo a favore dell’ETA, dei nazionalisti baschi che ad un certo punto hanno deciso di rivolgere la propria attenzione ad uno dei più famosi generali di Franco con la famosa esplosione partita da un pozzetto stradale. Costoro conoscevano a menadito le sue abitudini domenicali e non hanno avuto problemi a piazzare l’esplosivo che, insieme all’auto blindata e a tutto il resto, lo ha spedito direttamente al suo Creatore.
Va da sé che la brutale intransigenza dell’ETA, che ha provocato la morte di innocenti, è ancora un’altra faccia del misterioso fascino del potere che non di rado informa le scelte dei rivoluzionari o di quanti combattono per la libertà. Se posso accusarti in segreto, condannarti, osservarti furtivamente e decidere il momento della tua esecuzione, arrivo a dominare la tua stessa esistenza e a godere del potere segreto che esercito nei tuoi confronti. Sono convinto che l’assassino, a prescindere dalla bontà della sua causa, assapori il brivido di piacere di un potere noto soltanto a lui. Ancora una volta, ci addentriamo nel terreno delle relazioni banali che si stabiliscono tra gli esseri umani.
L’evocazione emotiva di “per Dio e per il Paese” sancisce l’alleanza fatale delle usurpazioni secolari e divine della volontà popolare – alleanza che attinge al bisogno superstizioso del cittadino di sentirsi parte di una sfera spirituale di Onnipotenza. E il despota, o aspirante tale, essendo un accorto psicologo, è perfettamente consapevole di questa brama e si consacra portavoce o rappresentante di tale Onnipotenza. Per molti, ahimé, questa operazione conferisce un senso illusorio di comunione – sia pure mediata – con le grazie misteriose della natura divina che promettono ricompense nell’altra vita in cambio di una sottomissione assoluta nel presente. E se il Supremo Rappresentante sulla terra decreta che è volontà di Dio che i cittadini lavorino diciotto ore al giorno, per sette giorni alla settimana, o taglia la gola di qualche “miscredente” apparentemente per glorificare il Dio che è nei cieli, ma in realtà per consolidare il potere del suo rappresentante sulla terra, l’impressione è quella di un contratto che parla solo il linguaggio della pietà, di un’assicurazione che sublima tutte le incertezze secolari nell’ambito del beneficio divino.

Da Hitler a Mobuku

Le vie per strappare la rinuncia alle capacità di verificare oggettivamente le proposte sociali sono molteplici: alcuni operano sui sentimenti viscerali, altri sulla presunzione, la vanità intellettuale. Hitler era un manipolatore viscerale, Lenin un razionalista per eccellenza. Entrambi veri e propri bruti, come i Pinochet, gli Idi Amin, i Mobutu Sese Soko, i Milosevic e via dicendo, i più narcisistici dei quali, come Mobutu Sese Seko, sovrappongono le loro persone al timore viscerale della realtà divina. Basti pensare alle immagini televisive utilizzate da Mobutu per fondere la sua persona con un Dio immaginario, la sua figura che si staglia con il sole che occhieggia dietro le nuvole a dominare lo schermo. Si è mai verificato un fenomeno di appropriazione in grado di ammantarsi così completamente dei panni dell’imperatore di divino afflato? Gli esperti di semeiotica non avranno problemi a riconoscere l’appropriazione di espressioni teologiche da parte di sedicenti rivoluzionari: Consiglio Nazionale di Redenzione, Comitato Rivoluzionario di Salvezza Nazionale, Consiglio Nazionale Supremo, eccetera.
A quanti non ravvisassero l’appropriazione deliberata degli attributi divini nella corsa al potere da parte di questi redentori dell’ultima ora, vorrei ricordare che i loro rivali teologici in Nigeria – almeno in uno dei tanti colpi di stato del nostro paese – non si sono mostrati dello stesso avviso. Sono stati loro, infatti, a costringere la giunta militare golpista – desiderosa di non perdere l’appoggio dei teologi – ad assumere il nome di Consiglio di Governo delle forze Armate in luogo di quello precedente di Consiglio di Governo Supremo – una vera empietà, questo il monito rivolto a chi cercava d’invadere la sfera del sacro. Soltanto Dio è supremo, e Dio – o, più precisamente, i custodi gelosi del suo imperativo territoriale, non tollererebbero violazioni.
Nulla vieta a una società di schiavi di essere produttiva. La ricchezza e il progresso, la forza economica competitiva, persino lo sviluppo culturale – le belle arti, l’architettura, i monumenti pubblici, le conquiste scientifiche al suo interno possono costituire un modello di comunità umana allettante. I greci, dopo tutto, disponevano di schiavi e di strutture democratiche e non trovavano contraddizione alcuna in questo binomio apparentemente antitetico. A questo proposito, non possiamo esimerci da un interrogativo: quale, ammesso che esista, la differenza effettiva tra una società di schiavi e una dittatura?

La dichiarazione dei diritti contro la minaccia teocratica

Simili proposizioni hanno naturalmente un senso solo per quanti ritengono che l’uomo sia nato in una condizione di libertà. In questa fase dello sviluppo umano, non credo sia utile considerare alternative che furono, o sono tuttora, sostenute dalla società feudale o schiavista, salvo volersi cimentare in sterili dibattiti, considerato che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che ha visto la luce sessant’anni fa, stabilisce che, una condizione pacifica e stabile dei rapporti umani all’interno delle nazioni e tra le stesse ha il suo fondamento nel libero arbitrio e nella libertà di scelta individuale, i soli in grado di garantire una esistenza civile. Questo fondamento è specificatamente iscritto tra gli insiemi d’interesse sociale definiti come “libertà dalla paura e dal bisogno”, “libertà dalla discriminazione sessuale o razziale”, “libertà di pensiero, di coscienza e di culto”. “libertà di ricevere o dare informazioni”… fino alla “libertà dalla schiavitù o servitù”.
La Dichiarazione ha attinto al pensiero di filosofi e saggi di tutti i tempi e operato una distinzione tra quelli le cui riflessioni sulla società, o le mere professioni di fede nella stessa – si sono rivelate utili all’umanità, e quelli che hanno eternamente generato tensioni e ridotto la sensibilità dell’uomo al rango di quella delle bestie. E per non lasciar spazio alle consuete rivendicazioni di quei blasfemi secondo i quali questi sono concetti occidentali, che non hanno attinenza con le società non europee, invitiamo costoro a leggere il Libro sacro di Ifa, un testo antico che illustra la visione del mondo degli yoruba, e in cui, come ho accennato in una conferenza intitolata “Democrazia come Idea Universale”, diversi odu rivelano una identità di giudizi. Quello che è incontestabile è che gli estensori della Dichiarazione abbiano guardato attentamente alla Storia e cercato una ricetta in grado di umanizzare il futuro della comunità planetaria. Il procedimento è reso esplicito in alcune sezioni del preambolo come queste. “Laddove indifferenza e disprezzo per i diritti umani si sono tradotti in atti di barbarie che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità…”
Ammissione, storicamente inconfutabile, dei precedenti barbarici della nostra aspirazione mondiale a una comunità dell’uomo. Ma anche un monito, non campato in aria, bensì basato sulla storia passata e in fieri: “Se non vogliamo che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultimo espediente, alla ribellione contro tirannia ed oppressione…”
Sono queste lezioni di storia, al di là delle seduzioni di quelle filosofie alleate al potere e ai loro accurati schematismi gerarchici, a legittimare gli estensori della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo a superare Platone, Hobbes, Hegel e quanti altri, e a condividere la loro sorte con il positivismo umanista che si ricava dalla scuola di John Locke, Montesquieu o Jean-Jacques Rousseau.
Oggi, l’espressione più brutale di potere è senza dubbio teocratica. Che si manifesti talora in modi assurdi – si veda la distruzione delle statue di Buddha in Afghanistan – non deve impedirci di prendere atto che i nemici di questa follia sono esseri umani, i più creativi e i più vulnerabili, come lo scrittore Tahar Djaout, accoltellato a morte dai fondamentalisti di Algeria. Il fondamentalismo assume naturalmente molte forme e alligna in tutte le religioni e in tutte le sette. E tutte hanno a che fare con la contrapposizione tra potere irrazionale e ragione, il bisogno viscerale di dominio che si esprime con atti d’intolleranza, con il rifiuto di una visione alternativa del mondo. I nemici più ambiziosi dell’umanità sono quindi gli interpreti assoluti della Volontà Divina, che siano Sikh, Hindu, Ebrei, Cristiani, Musulmani o i seguaci più recenti di qualsiasi fede.
Negli Stati Uniti, ad esempio, soltanto dopo circa tre anni, una persona autonominatasi “spada di Dio”, brandita contro i sostenitori del diritto di aborto, è stata arrestata. Dagli incendi appiccati alle cliniche che praticavano aborti, il nostro era passato ad esecuzioni vere e proprie dei medici nelle loro abitazioni. Acclamato apertamente dai correligionari, costui godeva della protezione di molti. Questi esempi servono a ricordarci che il fanatismo non è un fenomeno sempre legato e alla storia, bensì una vocazione volta a indottrinare e a fare proseliti, specie quando il processo d’indottrinamento può far leva su ingiustizie sociali o storiche vere o presunte.

Il dovere dell’artista

Le complesse condizioni che presiedono all’esercizio del potere – negli individui, nelle istituzioni, nello stato o in quello che stato ancora non è, possono anche assumere contorni tragici, come testimonia la grande poesia di Shakespeare. Per quanto riguarda i nostri tempi, dalla Iugoslavia al Ruanda o alla Sierra Leone, la realtà ha ripetutamente dimostrato che il potere non è che un impostore ripugnante che si appropria, insudiciandolo, del manto della volontà collettiva.
Il dovere dell’artista di oggi, specie se ha una vena satirica, è di riportare il fenomeno alle sue giuste proporzioni ovvero nei limiti del grottesco. Lo aveva capito Alfred Jarry il cui Ubu Roi, rivisitazione del Macbeth in chiave farsesca, è un esempio paradigmatico di vendetta creativa contro la banalità del potere. Il mio King Baabu, è invece il tentativo d’inserire questa banalità essenziale nel contesto della nostra esperienza contemporanea e ancora in corso, tentativo che si giova di un ambiente specifico e di eventi riconoscibili ma che trascende – per chi sia in grado di discernere – qualsiasi fede politica, ideologica o religiosa.

Traduzione di Elisabetta Rispoli

 

 

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