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Annata 2003 @ segnala a un amico


Somalia: la parola ai poeti
    di Alexander Stille


Ad Hargeisa, la capitale dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, nella parte nord della Somalia, si trovano negozi di nastri audio e video a ogni angolo di strada. Cassette con le registrazioni dei poeti orali somali sono sistemate sugli scaffali insieme ai videotape degli ultimi film hollywoodiani, con Sylvester Stallone e Jean-Claude Van Damme. La poesia è trasmessa regolarmente alla radio e i programmi televisivi che ospitano i poeti arrivano via satellite dal vicino Djibouti. Uno dei videotape più attuali al momento del mio arrivo ad Hargeisa, la scorsa estate, era il filmato del matrimonio di Mohammed Ibrahim Warsame, un poeta somalo di spicco, noto con il nome d’arte di “Hadrawi”. Anche i funzionari somali dell’ufficio immigrazione si erano illuminati nel sentirlo menzionare e avevano iniziato a raccontarmi in dettaglio il suo recente matrimonio, una cerimonia nomade tradizionale con un banchetto a base di latte di cammella e datteri.

Tra analfabetismo e comunicazione elettronica

La Repubblica del Somaliland ha dichiarato la sua indipendenza dal resto della Somalia nel maggio del 1991, quattro mesi dopo la caduta del Presidente Siyad Barre, che aveva governato la Somalia dal 1969. La guerra civile che ne è seguita ha ridotto la Somalia alla carestia e al caos. L’opinione pubblica occidentale ricorda soprattutto l’immagine dei marines statunitensi che venivano trascinati nelle strade della capitale, Mogadiscio, nel 1993, e il ritiro delle truppe delle Nazioni Unite due anni più tardi.
La Somalia non ha più il seggio alle Nazioni Unite, né ha un governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Ma questo non significa che il paese non abbia un ruolo nella rete mediatica globale: esistono infatti cinque differenti società telefoniche in competizione per il predominio del mercato e un sistema telefonico cellulare che offre le tariffe più basse del continente africano. Le antenne satellitari svettano su molte case e sui negozi nei quali la popolazione può guardare le partite di calcio europee e la CNN.
Con un milione circa di rifugiati disseminati ai quattro angoli del mondo, i somali hanno formato una sorta di nazione virtuale, tenuta insieme da una peculiare combinazione di comunicazione elettronica e di legami tradizionali. Quasi tutti i loro media sono audiovisivi. I somali appartengono a una società fondamentalmente orale. La maggioranza della popolazione è composta da nomadi analfabeti che si muovono nel paese con greggi di cammelli, pecore e capre. Non esistono case editrici e l’unico giornale quotidiano in Somaliland, Jamhuriya, vende soltanto 2.000 copie. Ci sono scarsi annunci scritti sui cartelloni stradali e la maggior parte dei negozi illustra i propri beni e servizi tramite elaborati pannelli dipinti, piuttosto che con insegne scritte. Una pubblicità di una società di telefonia cellulare, ad esempio, mostra un cammello con una torretta di trasmissione sulla gobba.
Sebbene molti dei 250.000 abitanti di Hargeisa vivano in capanne provvisorie in campi occupati, la maggior parte possiede registratori e radio. Un somalo mi ha detto che se dovesse scegliere tra un registratore audio e un sacco di riso, sceglierebbe il registratore.

Un poeta al servizio del popolo

Fino a trent’anni fa, ovvero fino al momento in cui Siyad Barre ha introdotto una grafia ufficiale somala nel tentativo di imporre il controllo dello Stato sulla popolazione, la lingua somala non aveva forma scritta. Sfortunatamente per Barre, il registratore audio portatile è arrivato nello stesso momento e si è adattato molto bene alla cultura orale somala. Quando ha iniziato a formarsi l’opposizione al regime di Barre, la poesia dettata su cassette e circolante tra la popolazione è diventata una delle forme principali di dissenso. Barre ha fatto arrestare i poeti, ma la registrazione delle loro opere ha continuato a circolare.
Molti somali sono convinti che sia stato un particolare “duello poetico” (una forma popolare in Somalia consistente in una catena di poesie) tra Hadraawi e un altro poeta eminente, nel 1979, a marcare l’inizio della fine per Barre. La maggior parte di questi componimenti poetici criticavano il governo e davano l’avvio a dibattiti nazionali. Barre non riusciva in alcun modo a fermare il mercato clandestino di queste registrazioni. Era un segno inequivocabile che aveva perso il mandato popolare.
Hadraawi appartiene alla prima generazione di poeti che ha utilizzato un’ampia serie di tecnologie – scrittura, cassette audio, radio, televisione satellitare, video e trasporti aerei internazionali – per diffondere il suo lavoro. La prima volta l’ho incontrato negli Stati Uniti, a Chicago, dove rappresentava la Somalia alle celebrazioni per il millennio. Ora, dopo alcuni giorni ad Hargeisa, sono andato insieme a un interprete a trovarlo nella sua casa di famiglia a Burao, a circa 200 chilometri di distanza dalla città. Al nostro arrivo, lo abbiamo trovato ad aspettarci in piedi di fronte alla capanna nomade, che era stata costruita per le celebrazioni del suo matrimonio: un uomo di cinquantasette anni alto, distinto, con un’aria giovanile e una barba leggera. Il suo naso e i suoi lineamenti, più arabi che africani, testimoniavano dei lunghi contatti tra la Somalia e il Medio Oriente. Era vestito con uno shaal a colori vivaci, il telo tradizionale che gli uomini somali avvolgono intorno alla cintola e una maglietta di cotone di foggia occidentale.
Tra i somali, Hadraawi gode della considerazione di un profeta, di un intellettuale e di una rock star. Molte delle sue poesie sono musicate e interpretate da cantanti popolari. Molti somali – sia tra quelli che abitano in Occidente, sia tra quelli rimasti in Somalia – mi hanno detto che ciò che Hadraawi aveva scritto venti anni fa “si è avverato esattamente”. Hadraawi dal canto suo risponde di non aver fatto altro che mettere nero su bianco ciò che a quel tempo gli sembrava ovvio: che la corruzione e la repressione che formavano la dittatura di Barre sarebbero alla fine state la causa della sua stessa rovina.
Abbiamo parlato del suo matrimonio e delle centinaia di ospiti, invitati e non invitati, che si erano uniti alla celebrazione. Il presidente del Somaliland aveva donato 10.000 dollari per coprire i costi (una somma che Hadraawi ha dichiarato di voler devolvere in beneficenza); ha anche inviato una serie di agenti governativi come osservatori. “Giravano voci secondo le quali la festa di matrimonio era solo una copertura per un grande meeting politico, così ci siamo ritrovati con una grande quantità di agenti di sicurezza”, ha spiegato Hadraawi con un certo divertimento. E il mio interprete, Sayid, ha aggiunto: “I poeti in Somalia non sono soltanto ammirati, sono soprattutto temuti”.
Hadraawi non è associato a nessuna fazione politica particolare, ma il suo ritorno in Somaliland dopo anni di esilio è stato considerato come una conferma importante della legittimità del nuovo Stato. Hadraawi ha scritto in somalo ben prima dell’introduzione della grafia ufficiale della lingua. All’età di dieci anni era andato a vivere con uno zio nello Yemen per studiare. Ha imparato a leggere e a scrivere un arabo fluente e alla scuola superiore ha imparato anche l’inglese. Attraverso l’inglese ha appreso l’alfabeto latino e, quando ha iniziato a comporre la sua poesia, trascriveva foneticamente le parole utilizzando i caratteri latini.
Alcuni dei suoi contemporanei hanno fatto esperimenti simili, ma fino a quando non esisteva un’ortografia standardizzata era come se ognuno scrivesse in un proprio linguaggio privato. Hadraawi è tornato in Somalia nel 1967. Scriveva e rappresentava componimenti poetici, la sua fama si consolidava, fino a quando non venne chiamato a insegnare al National Teachers’ Education College, vicino a Mogadiscio, una delle nuove università sorte dopo l’indipendenza del paese.
Nel 1972, in collaborazione con altri tre giovani poeti, ha scritto un’opera teatrale intitolata Conoscenza e Comprensione, che chiedeva apertamente un’ortografia scritta per la lingua somala. L’opera è stata rappresentata pochi mesi prima del lancio ufficiale della campagna di alfabetizzazione del governo.

L’eredità del colonialismo

La sera del 20 ottobre 1972, nel terzo anniversario del colpo di Stato che aveva portato Barre e il suo Consiglio Supremo Rivoluzionario di impronta socialista al potere, la maggior parte della popolazione si era riversata per le strade dove sfilava la parata celebrativa. Improvvisamente un elicottero aveva cominciato a volteggiare sulla folla inondandola di migliaia di volantini colorati, una sorta di manna dal cielo. La gente aveva raccolto i foglietti e si era accorta che erano scritti in una lingua che nessuno conosceva: non erano in arabo, né in italiano, né in inglese. Più tardi il giornale governativo – redatto in lingua inglese – riferì che “le persone cercavano di pronunciare quei suoni strani, e dopo un primo momento di smarrimento, hanno capito che si trattava della lingua somala”.
Poiché soltanto una piccola percentuale della folla era in grado di leggere, il messaggio scritto era stato poi rilanciato da Radio Mogadiscio da canzoni che proclamavano la nuova lingua. Ecco le metafore usuali del verso nomade:

Nella storia del mondo,
la nostra Lingua non ha avuto posto.
Ma il sole è sorto
a far uscire la nostra Lingua dalle tenebre;
Il recinto è saltato e il gregge pascola liberamente.
Dammi la tua penna, scriverò le parole per te.
Non è una Lingua Straniera, la lingua non scivola,
può essere bevuta dolcemente come il latte.

Ci sono più di 1.000 lingue indigene africane, ma soltanto poche – lo swahili e l’amarico, per esempio – hanno forme scritte. In seguito alla colonizzazione le lingue europee, principalmente il portoghese, il francese e l’inglese, sono diventati i linguaggi comuni unificanti nei territori che avevano lingue differenti (lo Zaire soltanto ne ha circa 320). Ma la colonizzazione europea è arrivata tardi alle popolazioni nomadi e alla terra semi-arida della Somalia – nella metà del diciannovesimo secolo, quando gli italiani hanno occupato il sud del paese e gli inglesi il nord. Tali occupazioni sono state duramente contrastate e i coloni, soprattutto gli inglesi, si allontanavano raramente dalla costa.
L’alfabetizzazione iniziò quindi più tardi rispetto alle altre colonie africane e, al tempo dell’indipendenza somala nel 1960, meno del dieci per cento della popolazione era in grado di leggere – uno dei tassi di alfabetizzazione più bassi dell’Africa. Invece che unificare il paese, le lingue coloniali l’avevano diviso. Ancora a lungo, dopo l’indipendenza, i documenti ufficiali dovevano essere stilati sia in inglese che in italiano e, poiché poche persone parlavano le lingue straniere, il risultato era un disastro burocratico. La soluzione era ovvia.

Alla ricerca di un alfabeto comune

La Somalia era uno dei pochi paesi africani nei quali la popolazione parlava una stessa lingua; parlare somalo voleva dire essere somalo, un nazionalismo linguistico che ha contribuito alla formazione di uno Stato somalo indipendente, unificato. Una forma scritta avrebbe aperto il mondo del governo e del potere a tutti i cittadini. Ma quale forma avrebbe dovuto prendere la lingua scritta? Questo divenne un dilemma politico paralizzante.
La forma scritta araba, che alcuni somali apprendevano da bambini alle scuole coraniche, non aveva simboli vocalici e non era dunque adatta alla lingua somala, che ha ben ventidue suoni vocalici diversi, più vocali che consonanti. L’alfabeto latino sembrava la soluzione più pratica: le sue cinque vocali potevano essere usate in combinazioni differenti per avvicinarsi alle intonazioni della lingua orale somala. I somali istruiti che avevano studiato l’inglese o l’italiano conoscevano già i caratteri latini, e il governo avrebbe inoltre potuto continuare a utilizzare le scorte di macchine da scrivere con la tastiera europea.
Ma l’alfabeto latino incontrava una fiera opposizione politica. Gli sceicchi musulmani coniarono uno slogan efficace: “Latin=Laa Diin”, giocando sull’assonanza tra la parola “latino” e la parola somala che significa “senza Dio”. I nazionalisti somali vedevano l’alfabeto latino come un residuo della dominazione coloniale. Il tentativo del governo di collocare alcuni cartelli di segnaletica stradale in somalo con caratteri latini provocò una rivolta. Alcuni nazionalisti sostenevano che una lingua somala realmente indipendente dovesse avere i propri simboli, e molti intellettuali somali crearono nuove serie di simboli, proponendoli come grafia alternativa. Presto vi furono ventitré candidati diversi, ognuno dei quali sostenuto da un differente clan somalo. Di fronte a questa situazione babelica, il governo indipendente di recente formazione scelse la linea di minor resistenza, ossia di non prendere alcuna decisione.
La paralisi era emblematica dell’inefficienza, della corruzione e della lotta tra clan che aveva consentito l’ascesa di Siyad Barre, il quale, dopo un colpo di Stato non cruento, aveva promesso ordine, progresso, socialismo e la fine della divisione in clan. La sua ascesa al potere era stata accolta con entusiasmo dalla popolazione. Hadraawi stesso ammette di aver “accolto con gioia la rivoluzione come tutti gli altri”, e aggiunge: “eravamo nazionalisti”.
Questo entusiasmo per il nuovo corso politico si era però smorzato rapidamente. Volendo emulare Mao e Castro, Barre mandava gli studenti liceali e universitari nelle campagne per un anno a insegnare ai nomadi della savana a leggere e scrivere i testi che riguardavano la rivoluzione. Teneva sotto controllo ogni pubblicazione, ed era difficile perfino possedere una macchina da scrivere. Il giornale ufficiale, Stella di Ottobre, pubblicava una foto di Barre in prima pagina ogni giorno, ed era scritto nello stile agiografico di tutte le dittature socialiste.
Con questo materiale da leggere a disposizione, la maggior parte dei somali non erano motivati all’alfabetizzazione. Hadraawi diceva di Barre: “Avrebbe dovuto tradurre il patrimonio di sapere del mondo in lingua somala. Invece utilizzava la lingua scritta soltanto per la propaganda politica”. Barre cercava anche di controllare la circolazione della poesia. “Utilizzava la produzione poetica per aumentare il suo potere e la sua ricchezza – dice Hadraawi – e cercava di controllare tutti i poeti e qualsiasi cosa succedesse nell’ambito letterario. Tutti i mezzi di comunicazione somali – Radio Mogadiscio, Radio Hargeisa – erano sfruttati come amplificatori della propaganda del regime”.

La tradizione del duello poetico

È stato a quel punto che sono entrati in scena gli economici registratori audio portatili. Secondo Hadraawi questo ha costituito “l’inizio della letteratura underground”.
Il registratore audio amplificava una antica tradizione somala: il duello poetico. La poesia somala è basata sull’allitterazione di una particolare lettera o suono in un testo, piuttosto che sulla rima. In una catena poetica, o “duello”, un poeta scrive una poesia su un determinato tema, utilizzando un particolare schema di allitterazione e altri poeti gli rispondono sullo stesso tema e utilizzando la stessa allitterazione. La catena poetica ha un elemento di competizione, con i poeti in gara per trovare parole inusuali o neologismi fulminanti, ma le sue metafore consentono anche di evocare temi politici e sociali difficili senza provocare il conflitto. “L’allegoria raffredda il discorso” recita un antico proverbio somalo.
Era anche un ottimo espediente per evitare la censura governativa. Le immagini tipiche della poesia somala – “un’amara siccità” o “una tempesta che ripulisce” – possono contenere significati sovversivi oppure limitarsi a descrivere la realtà quotidiana. “Ai somali piace stare seduti nel pomeriggio ad ascoltare mentre masticano khat – dice Hadraawi – Così tutti avrebbero ascoltato i nastri, e poi confrontato le varie interpretazioni il giorno seguente”.
Hadraawi doveva la sua popolarità anche al fatto di essere uno dei pochi poeti che rifiutavano di utilizzare i propri scritti per osannare il regime di Barre. Molti dei suoi componimenti, messi in musica da uno dei cantanti somali più noti, divennero successi popolari. Uno di essi, “Saxarla”, (che si pronuncia Saharla), ha dato l’avvio a un duello poetico noto come la poesia della “sin-ley” (ossia “Catena poetica in S”, in lingua somala).
Al di là delle apparenze di canzone d’amore, si pensava che il suo personaggio principale, Saxarla, una donna cieca, rappresentasse la Somalia che brancolava nel buio, e il suo tono di impaziente attesa suggeriva paralleli politici nascosti. Il desiderio di liberare Saxarla era interpretato da alcuni come un desiderio di liberare la Somalia dalla dittatura, e da altri come richiamo alla liberazione dei territori di lingua somala nel Kenya, in Etiopia e nel Djibouti.
La poesia su audio-cassette si era diffusa rapidamente, trovando spunti e autori in varie parti del paese e presso i somali presenti in altri paesi. Venivano impiegati tutti i tipi di espedienti simbolici: cinque pecore, o cinque agnelli, rappresentavano le cinque regioni della Somalia; una lancia serviva per discutere sulla potenza militare del governo. Questo permetteva alla popolazione di discutere argomenti dei quali era impossibile parlare apertamente.

Il fallimento di Siyad Barre

Si dice che Siyad Barre avesse accumulato una formidabile collezione di questi nastri poetici. Nel 1973 egli convocò Hadraawi al palazzo presidenziale e gli offrì favori e lavori a condizione che il poeta smettesse di scrivere contro il regime. Hadraawi rispose componendo il suo poema teatrale più apertamente politico, intitolato La Cammella, nel quale descrive una macellazione di carne per una festa della quale godranno pochi privilegiati, mentre la moltitudine rimane a guardare da lontano: un chiaro riferimento alla corruzione del governo di Barre e una previsione della sua fine:

Alla notizia della cammella macellata
Tutti si precipitarono lì.
Il bello sarà vedere gli altri
Che videro il fumo dalle alte rocce
E arriveranno a precipizio giù per le alture.

Il testo venne rappresentato di fronte alla commissione di censura, al vice-presidente e a due ministri del governo. Essi richiesero numerose modifiche, ma Hadraawi rifiutò. Il lavoro non venne mai rappresentato in pubblico, e Hadraawi venne messo agli arresti domiciliari in isolamento, a circa 350 miglia da Mogadiscio. Nel frattempo La Cammella venne messa in musica e distribuita ampiamente tramite audio-cassette.
Durante la sua detenzione, tra il 1973 e il 1978, Hadraawi si astenne dal comporre poesia politica, sia per evitare problemi ulteriori, sia per proteggere la sua salute. Ma al momento del suo rilascio egli trovò una situazione politica che non poteva ignorare. Nel 1977 Siyad Barre aveva dichiarato guerra all’Etiopia per cercare di annettere la regione di Ogaden, dove vivevano molti somali. Nel 1978 gli etiopi contrattaccarono, spingendo centinaia di migliaia di somali oltre il confine con la Somalia, dando inizio a una crisi di rifugiati che sarebbe durata per quasi vent’anni.
Barre non aveva intenzione di risolvere questa crisi. La presenza di rifugiati era un’occasione d’oro per il suo regime, e il loro numero veniva deliberatamente gonfiato per incrementare gli aiuti internazionali. Dal momento che l’Etiopia era sostenuta dall’Unione Sovietica, Barre divenne l’uomo dell’Occidente, e ottenne armi e aiuti finanziari dagli Stati Uniti e dall’Europa. Ben presto, il padre del socialismo somalo si trasformò nel baluardo anti-comunista in Africa. La sua politica interna, tuttavia, si limitava una gestione sempre più brutale del potere e delle ricchezze.

Una catena poetica contro la corruzione

Poco tempo dopo il suo ritorno dalla detenzione, Hadraawi venne svegliato alle 5 del mattino dagli agenti di Barre e portato nel palazzo presidenziale. Barre, un insonne cronico che passava le nottate fumando una sigaretta dopo l’altra, aveva l’abitudine di tirar fuori le persone dal letto in questi modi sbrigativi. “Mi disse di portare vari scrittori con me, e cercò di convertirci alle sue idee”, ricorda Hadrawi. I convocati ascoltarono pazientemente il discorso di Barre, ma non si lasciarono convincere. In uno dei componimenti di questo periodo, Hadraawi rispose alla richiesta di sostegno di Siyad Barre con uno schiaffo diretto.

Come posso dire qualcosa di buono di te?
Da dove posso iniziare?
Non sei abbastanza coraggioso.
Non sei abbastanza gentile.
Non sei abbastanza saggio…
Sei fatto di cattiva argilla.

Nel dicembre del 1979 Hadraawi e un suo amico poeta, Mihamed Hashi Dhamac (noto con il nome di “Gaariye”) decisero di lanciare un duello poetico che avrebbe chiamato direttamente in causa il regime. Il duello era composto di poesie che iniziavano con la lettera “d”, e divenne noto con il nome di poesie “d-ley” (catena in d). I componimenti in “sin-ley” erano stati ambigui nei loro significati, ma ora i poeti si rivolgevano direttamente alla nuova realtà della Somalia, e alle persone che si erano arricchite accaparrandosi gli aiuti internazionali. Nella sua poesia Debatiel Hadraawi scrisse:

Da dove viene tutto questo denaro?
Non viene dal lavoro della gente.
Chi ha pagato per tutte queste belle case colorate?
Da dove vengono queste auto giapponesi
quando la maggior parte delle persone non ha nulla?
Non vengono certo dal cielo.
Queste persone ostentano le loro ricchezze
invece di nascondere la loro vergogna.
Non sanno che dovranno rispondere
un giorno dei loro crimini?
Che un giorno qualcuno farà loro i conti in tasca?

Una sessantina di altri poeti si unirono alla catena, producendo un totale di più di cento componimenti. Il regime cercò di mettere al bando i poeti, ma la gente continuò a registrare e ascoltare i nastri audio. Hadraawi ricorda: “Ci aspettavamo ogni notte di essere arrestati. Se Barre avesse avuto il sostegno della gente, ci avrebbe messi a tacere come aveva fatto nel 1973. Invece, questa volta le fondamenta dello Stato cominciarono a vacillare”.
Che la “catena poetica in D” sia stato un punto di svolta cruciale nella vita della Somalia è opinione condivisa anche da molti non-poeti. “La poesia è stata più importante per noi che le armi e i cannoni”, dichiarò Abdulrahman Yousseff, un combattente del Movimento Nazionale Somalo (SMN), uno dei primi gruppi armati a opporsi al regime. “Questi componimenti consentirono alle persone di discutere, di essere educate e informate. Si sedevano in gruppo ad ascoltare e a parlare. Ascoltavano insieme ad altre persone, e questi gruppi formavano i primi nuclei dei raggruppamenti politici. Siyad Barre non aveva torto ad aver paura dei poeti”.
Il Movimento Nazionale Somalo si formò nel gennaio del 1981, a circa un anno dall’inizio della “catena poetica in D”, e iniziò a operare da una base in Etiopia. La maggioranza dei suoi membri erano della Somalia del Nord, dove l’opposizione al regime di Barre era particolarmente forte. Hadraawi e Gaariye rimasero a Mogadiscio fino al 1° maggio 1982, quando, approfittando delle celebrazioni del 1° maggio, uscirono di nascosto dalla città, si fecero trasportare verso nord fino ad Hargeisa e da lì passarono il confine con l’Etiopia. Il giorno in cui essi partirono, venne annunciato alla radio indipendente del SNM che i poeti si erano uniti all’opposizione. Hadraawi ricorda: “Ho detto ‘Sveglia, Hargeisa!’ E la poesia armata ha avuto inizio”.
Il loro sostegno portò prestigio e rispettabilità alla resistenza armata e il SMN trasmetteva i loro componimenti poetici da una stazione radio di Addis Abeba, la capitale etiopica. Quando Barre si accordò per la pace con l’Etiopia nel 1988, per cercare di convincere questo paese a espellere i gruppi di resistenza somala, il SNM iniziò a utilizzare un trasmettitore radio mobile, che veniva trasportato sul dorso di un cammello.

Un paese dominato dai clan

Dopo la caduta di Barre nel 1991, il paese venne suddiviso in varie aree, ognuna controllata da un clan dominante. È convinzione diffusa tra molti studiosi africani che la mancanza di una tradizione solida di legge scritta avesse indotto molti paesi africani a tornare a un’organizzazione arcaica basata sui clan e che questo abbia contribuito ai massacri etnici in Ruanda, in Liberia e in Uganda, e anche nella stessa Somalia. (Il ricorso alle trasmissione radio non è sempre positivo: ha svolto un ruolo cruciale nel genocidio etnico del Ruanda). La Somalia si è rapidamente disintegrata in una nazione senza legge, senza Stato, con le infrastrutture pubbliche distrutte dalla guerra civile.
Nel Somaliland, tuttavia, la situazione è più rassicurante. Priva praticamente di aiuti internazionali, questa parte nord della Somalia è stata ricostruita con straordinaria rapidità. Hargeisa, che nel 1991 era un cumulo semideserto di macerie, con poche migliaia di residenti, è ora una città vivace. I rifugiati somali stanno ritornando dall’Occidente o continuano a spedire denaro dall’estero, che i loro parenti possono investire in nuovi commerci. Le scuole stanno riaprendo. Esiste un servizio di autobus funzionante. I postini consegnano la posta. Si sta costruendo un ospedale ostetrico.
Le culture orali e scritte in Somaliland si stanno mescolando in modi particolari e innovativi. I somali del nord hanno formato un “parlamento dei clan”, come mezzo per garantire la pace. Hanno anche trovato su Internet il testo di una legge nigeriana, da utilizzare come base per l’elaborazione di una costituzione che impedisca a uno dei clan di dominare il paese. Il Somaliland offre ai suoi cittadini una scelta di giustizia: essi possono osservare la giustizia classica del clan (nella quale il clan della vittima patteggia con il clan del colpevole), oppure le leggi scritte del sistema legale governativo.
Mentre mi preparavo a lasciare Burao, il proprietario di un negozio locale di video è arrivato in casa di Hadraawi per vendermi una delle prime copie del nastro di registrazione del matrimonio del poeta. “Sarà visto a Toronto, Minneapolis, Norvegia – ovunque ci siano somali!”, ci ha detto Hadraawi con un certo orgoglio. Il video del suo matrimonio è parte della sua attuale strategia poetica, che vuole combattere le pressioni dell’occidentalizzazione e sostenere il ritorno alla tradizione.
È consapevole della contraddizione insita nel fatto di usare la tecnologia occidentale per combattere la cultura occidentale, ma è convinto che bisogna combattere il fuoco con il fuoco. È preoccupato del fatto che la stessa tecnologia che lo ha aiutato a diventare famoso, e che continua ancora a utilizzare, spingerà sempre più i suoi concittadini nell’economia globale di consumo che sta trasformando la società somala.
Questa è diventata ora la tematica dominante della sua poesia. Il mondo in cui è cresciuto, una vita da pastori nomadi che si è sviluppata in secoli di isolamento, sta scomparendo. Hadraawi dice: “La poesia era il ricettacolo di tutto il nostro sapere. Era il nostro dizionario, la nostra enciclopedia, ti diceva tutto ciò che era necessario per vivere. In passato, c’era una specifica competizione per scoprire quanta conoscenza una persona potesse trasportare. Le persone conoscevano i nomi di tutte le piante e gli alberi e le loro proprietà.
Gli uomini si trovano a loro agio in questo habitat. Grand parte della conoscenza che è stata lentamente accumulata per centinaia e centinaia di anni sta ora scomparendo. Il mio lavoro rimarrà nei libri, ma le generazioni future non lo comprenderanno perché parleranno soltanto il linguaggio della tecnologia”.

Traduzione di Tiziana Colusso

 

 

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