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I due testi che qui presentiamo, il Discorso del Premio Nobel per la Letteratura 2002,
Imre Kertész, autore di Essere senza destino, “grande romanzo” dell’Olocausto, e un
testo di Péter Esterházy, il cui penultimo romanzo, Harmonia caelestis, è oggi un
“caso letterario” in Europa, provengono dalla stessa realtà oggettiva: l’Ungheria, che vive la
transizione dal suo recente passato di socialismo sovietico al suo imminente futuro di paese
dell’Unione Europea. Anche sul piano “rigorosamente privato”, soggettivo, creativo, i due scritti
hanno un’origine comune: la letteratura ungherese che sta passando in rassegna, con rigore e arte,
le sue possibilità di essere (per chi? con quali obiettivi? con quali mezzi?) un reale momento nella
vita sociale, dopo l’esperienza (la sbornia?) che l’ha portata ad essere (nell’effettività testuale o
magari nel silenzio, nel rifiuto, ora non importa) fiction del totalitarismo (hard o
soft che fosse, di nuovo non importa).
Il Discorso di Imre Kertész chiarisce un punto essenziale della storia culturale europea del secondo
Novecento: la vicenda del socialismo sovietico smentisce l’idea adorniana secondo cui dopo l’Olocausto
non si sarebbero più potute scrivere poesie, non si sarebbe più potuto fare letteratura. La letteratura
del dopo Olocausto esiste e, cosa clamorosa, è esistita, anzi, è sopravvissuta, nel socialismo sovietico,
almeno in quello ungherese. Nella forma, però, avverte Kertész, del noir, del “romanzo d’appendice a
puntate”, in cui il tempo della narrazione è tutto al presente: lo richiede la struttura a puntate,
che necessariamente “ricorda” (“l’Olocausto nei miei scritti non è mai riuscito a comparire nella
forma del passato”).
Dire che la letteratura esiste permette a Kertész e a Esterházy di tentare, in fondo con tutta la loro
opera, le vie della “riunificazione” fra passato e presente, ma anche di cercare di risolvere l’aporia
dell’intellettuale (letterato) dell’Europa (dell’Est). L’aporia che vede una realtà effettuale
diventata astratta e un intellettuale che si sente “disperatamente estraneo” ad essa, e non soltanto
nel terrorismo dell’astratto che regnava nel mondo dei lager e dei gulag, nella società nazistizzata
e in quella del socialismo sovietico: l’Olocausto, dice Kertész, è “la situazione dell’essere umano, lo
stadio terminale della grande avventura, cui l’uomo europeo è giunto dopo duemila anni di cultura etica
e morale”, è (oggi), diciamo, una minacciosa forma mentis.
Ed ecco che, allora, la questione della memoria diventa essenziale, diventa essenziale come il reale
sta nella nostra immaginazione. È questo che collega intimamente i due testi qui presentati.
Su questo punto i due scrittori ungheresi ci forniscono importanti novità.
Nell’Ungheria letteraria si è giunti
a un momento di sintesi nell’elaborazione mentale di un fatto di vita tipico del mondo sovietico: vi
mancava l’“area di rispetto” per il singolo e la sua memoria, per il suo spazio-tempo soggettivo dove
elaborare la propria azione. La “cultura” dell’azione (ovunque nella vita sociale e quotidiana) nei
socialismi sovietici si fondava sul “verbale di polizia”, che da questi regimi veniva considerato vera
e propria forma di comunicazione sociale, in modo da imporre un “senso comune”, un sistema di valori
condivisi, un linguaggio comune.
Ricorrendo a questa strana forma di Verbo laico-terrorista, che registrava tutto, che statalizzava
completamente le parole e ne faceva controllare l’uso dalla polizia, essi ricoprirono tutta la vita
con una “quotidiana sovrapproduzione di parole e di simboli”, come ha detto un intellettuale bulgaro,
Vladiszlav Todorov. Ne nacque quella “ebbra voluttà di perdersi nella massa”, anche delle parole, degli
slogan, dei simboli, “quel seduttivo risucchio”, qui tematizzato da Kertész.
Voleva resistervi, ma gli è riuscito fino a un certo punto. Nel 1991 ha scritto un racconto dal titolo,
appunto, Verbale di polizia. È la storia palesemente autobiografica di un viaggio a Vienna (su invito
dell’editore di Wittgenstein, di cui il protagonista è traduttore). Si tratta di un viaggio, post 1989,
in treno (con biglietto di prima classe e utile prenotazione, per viaggiare “senza preoccupazioni”)
ma che passerebbe attraverso una famigerata cittadina di confine, per quarant’anni “muro di Berlino”
austro-ungherese. Il viaggio però non si compie, diventa invece simbolo della “guerra” che – ricorda
il protagonista – da sessant’anni l’Ungheria conduce contro la cultura “e, soprattutto, contro se
stessa”, tramite “leggi illegittime”. Il punto è che il traduttore di Wittgenstein porta con sé
valuta (per trovarsi nella condizione di un normale cittadino occidentale) in un importo superiore
al consentito. Ed ecco l’eredità, la memoria, “sovietica” nell’Ungheria ora libera (nel 1991): la
“legge”, il doganiere, lo costringe a “mentire”.
D’improvviso, senza dar tempo al suo lavoro di memorizzazione, di immaginazione, di coscienza,
riceve l’ordine di mostrare il contenuto delle proprie tasche. “Dietro la sua domanda perfida,
sleale e che a priori mi colpevolizzava, le mie orecchie sentivano marciare stivali, urlare canzoni
militanti, trillare campanelli di casa all’alba, i miei occhi vedevano inferriate carcerarie e recinti
di lager. Non fui io a rispondere a quella domanda, ma il cittadino, anzi, più il carcerato che il
cittadino, da decenni oppresso, indottrinato, ferito nella sua coscienza, nella sua persona, nel suo
sistema nervoso, talora addirittura nella sua incolumità... Semplicemente con il suo comportamento,
con il suo stile, mi costringeva a mentire…” Non gli dava il modo di ponderare, di riflettere, di far
prevalere, sulle emozioni istintive, il buon senso.
Avere a disposizione uno spazio (un’area di rispetto), una certa durata temporale, è per Kertész
una necessità assoluta affinché la stessa natura umana (che si esprime con emozioni istantanee)
non si rivolti “contro la vita di un essere umano”. Affinché il presente possa essere vissuto in
termini culturali alti, in termini di relazioni interpersonali che abbiano già elaborato il lutto
dell’Olocausto, tramutandolo in costanza della coscienza. Coscienza di un uomo compiutamente laico,
la cui azione non è spinta da pentimenti o compassioni, ma da “giudizi di valore vivi”, attuali,
concretamente operosi. Come ha rilevato Péter Esterházy parlando a Kertész (con una laudatio che, va
sottolineato, s’intitolava Del piacere), nel corso della Festa per il Premio Nobel, a Budapest,
nell’ottobre 2002.
Esterházy, cui è accaduto un vero e proprio noir post-sovietico, nel 2000 ha scoperto che dal
1957 al 1979 il padre – discendente e rappresentante della casata Esterházy, dal socialismo
sovietico prima confinato per anni in provincia e poi “declassato”, ma per lui amatissimo maestro
intellettuale – era stato semplicemente un “informatore” dei servizi segreti ungheresi. Nell’autunno
del 1999, come molti altri cittadini, anche Péter Esterházy aveva chiesto i materiali che lo
riguardavano all’Ufficio della Storia, istituito nel 1990 per custodire l’archivio del Ministero
degli Interni e metterlo a disposizione di chiunque intendesse conoscere il grado di “sorveglianza”
subita nel 1948-1989 da parte della polizia segreta.
La risposta dell’Ufficio rivelò la storia “vera” del padre allo scrittore, il quale di conseguenza
precipitò in una profonda “crisi creativa” e rimise in discussione l’intero suo operato letterario.
Il nucleo della crisi dipendeva anche dalla circostanza che stava per uscire il suo ultimo grande
romanzo, Harmonia caelestis, e che – essendo esso “un testo che, insaziabile e irrispettoso,
gioca (lavora) sul limite fra finzione e non-finzione” – egli aveva pensato di far riferimento al proprio
padre per “dare una grande figura-di-padre”. L’attesa dell’uscita in libreria del romanzo coincise
invece con la lettura dei quattro faldoni contenenti i “rapporti” del padre alla polizia su parenti
e amici aristocratici residenti o emigrati.
Dopo la scoperta, Esterházy si mette immediatamente a stendere “una specie di diario”, che poi
renderà pubblico, nonostante la “povertà d’immaginazione” con cui viene stilato, nonostante cioè
la “traiettoria obbligata” che la sua immaginazione deve seguire, a causa del dato oggettivo, per
produrre un “giudizio di valore vivo” sulla recente storia ungherese. Per farlo, come ricorderà
nella laudatio, si aiuterà con una delle sue “esperienze letterarie più eclatanti”, la lettura
del Verbale di polizia di Kertész, da cui egli trae il nocciolo, il modo cioè in cui l’autore ha
esemplarmente vissuto, il “senso della letteratura” nel post-Olocausto e quindi anche nel
post-sovietismo.
Oggi, dunque, quando tutta la società ma soprattutto le élites dirigenti hanno bisogno di
produrre un vivo giudizio di valore sulle proprie responsabilità. In questo ambiente e in
questo momento storico quel giudizio di valore operoso può nascere soltanto – e qui sta il
senso della letteratura, il suo contributo indispensabile – dalla capacità di (ri)valorizzare
la “linearità”, secondo Kertész metodo necessario per “presentare le situazioni con completezza”.
Già, dice Esterházy, “l’arte non parla mai del passato, al massimo lo prende come suo tema”.
La “vera storia” che la letteratura può raccontare non sarà dunque né passato, né futuro, ma
operoso giudizio presente. La letteratura come cultura del presente potrà, se vorrà, dice Kertész
“servire” il futuro.
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