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In un luogo del Doctor Faustus di Thomas Mann, si afferma
che l’essenza della musica è il silenzio. Ad una prima interpretazione, questo
quasi solenne enunciato di Mann parrebbe comunicarci una verità banale: prima
dei suoni, anche di quelli articolati in modo tale da costituire un preciso
tessuto musicale, non può che esserci la loro assenza, per l’appunto il
silenzio. In realtà, il senso di questa affermazione è decisamente più profondo:
il silenzio non è semplicemente l’assenza di qualsiasi elemento fonico,
disarmonico o armonico che sia. Al contrario, la sua natura è quella di un regno
di sconfinate possibilità: l’eventualità che il silenzio possa essere rotto da
rumori scomposti o da straordinarie melodie o dissonanze che, in modo diverso ma
con pari gradimento da parte dell’ascoltatore, diano vita a quello straordinario
evento che è la musica.
Fratello naturale del silenzio, quasi suo gemello, è
l’assoluto buio. Anche il buio, l’oscuro per antonomasia, non è declinabile in
termini di assenza: è semmai l’attesa, intensa sin quasi a essere avvertita con
sofferenza, dell’irruzione della luce, che può essere tanto abbagliante da
accecare o, per contro, volgersi in un sollievo per l’occhio, confortato dal
percepire i nitidi contorni delle cose e, sulla scorta delle loro immagini,
cogliere o produrre la bellezza.
Per molti versi, silenzio e buio, prima ancora di
presentarsi quali concrete dimensioni fisiche, sono due componenti dell’uomo
profondamente radicate nel suo inconscio, un radicamento che trae la propria
origine dall’avvertenza umana che la nascita scaturisce dal buio del grembo
materno, dall’assenza totale di suoni e immagini, dunque, paradossalmente, dalla
morte o, meglio, dal nulla. Non vi sono, per la verità, figure concettuali che
rendano bene il senso di questa realtà abissale se non il Tao, “la madre delle
diecimila creature” della tradizione sapienziale cinese e il Nicht-Etwas (il
“non qualcosa”) del quale fa parola Hegel nella sua Logica. Non possono, in
effetti, esserci, dato che, per definizione ed essenza, è impossibile chiudere
in parole quel che non è parola, così come è impossibile conferire forma e
figura a quel che è prima delle immagini.
Sembrerebbe perciò che il processo linguistico-conoscitivo,
così come la creazione della musica, derivino la loro genesi remota non già
dall’immersione del primo uomo in un mondo colmo di oggetti, suoni, colori e
immagini che attendono di essere messi in ordini, bensì dall’avvento della luce
e del suono.
Il dio innominabile degli ebrei
In quella regione del mondo che chiamiamo Medio Oriente,
questa duplice e angosciosa percezione trova la sua più antica forma
storico-culturale nella religione degli ebrei intorno alla metà del XIII secolo
a.C. È infatti questa l’epoca coincidente con l’esodo delle tribù ebraiche
dall’Egitto e con la messa a punto della Legge da parte di Mosè, in cui è
possibile individuare gli elementi cruciali e permanenti dell’ebraismo: la fede
in una divinità unica che, comunque, almeno nelle formulazioni originarie, non è
identificata non con il “solo Dio” dominante su tutti gli altri (ché tale è il
significato di Eli Eloim, dio degli dèi). Per cui il suo culto non si configura
tanto quale monoteismo, quanto, piuttosto quale “enoteismo”, vale a dire quale
religione “di un dio soltanto”. L’assoluta invisibilità di questo dio, che non
ha volto né nome o, meglio, se un nome ha, JHVH, questo non è pronunciabile se
non a rischio di morte; l’alleanza che Adonai (Il Signore) ha stretto con il suo
popolo, i cui termini sono codificati nel Decalogo; la rivelazione della volontà
divina unicamente per bocca dei profeti, a partire da Mosè, che possono
esprimerla in quanto hanno avuto “visioni” nel corso delle quali, tuttavia, non
hanno “visto” Dio, ma unicamente percepito fenomeni in cui si palesava la sua
natura come, ad esempio, il roveto ardente osservato da Mosè durante il ritiro
sulla montagna sacra.
In sintesi, il silenzio e il buio come tratti peculiari
della natura divina, una dimensione vertiginosa dalla quale irruppero la luce e
le cose all’alba della creazione, tale che questa può definirsi piuttosto come
una “irruzione” che come un “fare” (quasi una singolare consonanza con quel
contenuto scientifico, ormai così radicato nel senso comune dell’Occidente da
esser divenuto un elemento sapienziale dell’immaginario collettivo, che è il big
bang da cui sarebbe nato l’universo).
È vero che nel libro della Genesi si dice che l’uomo fu
creato da Dio a sua immagine e somiglianza, ma forse il senso di questa
affermazione andrebbe esplorato con attenzione. Infatti, leggendo più
attentamente l’Antico Testamento, si intuisce che quella dell’uomo non è tanto,
in accezione propria, l’immagine di Dio, quanto una delle tante immagini delle
cose; anche se, indubbiamente – ché altrimenti si smarrirebbe il significato
profondo dell’“alleanza” – l’uomo è una creatura privilegiata.
A decifrare con fedeltà il testo biblico ci aiuta il
termine somiglianza che ci dice che “simile” non vuol dire “identico”, ma
soltanto “approssimato (per difetto) a”; come dire che l’uomo si approssima
nelle sue fattezze a quelle del suo creatore, ma non può riprodurle esattamente,
allo stesso modo come gli altri elementi della creazione, dagli astri agli
animali, sono il segno dell’onnipotenza divina, ma non sono l’onnipotenza
divina. Se non fosse così, non si capirebbe perché mai gli ebrei considerassero
la religione astrale e le divinità teriomorfiche dei vicini popoli del Medio
Oriente come espressione di idolatria caricaturale e blasfema.
Se il nome di Dio non può essere pronunciato, ben possono
esserlo i nomi delle cose, animate e inanimate, e degli uomini. Poiché le une e
gli altri sono creature di Dio, anche la più banale delle frasi allude, in
definitiva, alla creazione. Ne consegue che il linguaggio, non soltanto quello
della Scrittura ma anche quello quotidiano, con il quale si declinano gli atti e
gli affetti del comune vissuto, finisce con il proporsi come una costellazione
di metafore dell’opera del creatore. L’invito a parlare con correttezza, la
condanna della menzogna e della falsa testimonianza, sono legate alla necessità
di non tradire la natura del linguaggio umano che è, per l’appunto, stante la
sua natura allusiva, una continuata preghiera del Signore. Ove il linguaggio
fosse menzognero o anche semplicemente scorretto e impreciso, la preghiera si
ribalterebbe nel suo contrario, cioè in imprecazione e bestemmia.
La musica come alternativa alle immagini
Quelle delle parole sono certamente immagini – potremmo
chiamarle immagini fonetiche – che rompono il silenzio o meglio declinano e
ricapitolano senza posa i momenti di quell’improvvisa rottura del silenzio che
fu la creazione. Ma sono le sole immagini consentite. Quelle delle arti
figurative, le pitture e le sculture di animali ed esseri umani, non sono
tollerate: proprio in quanto sono, per definizione ed essenza, riproduttive, è
costante il sospetto, nella cultura ebraica più antica, che siano – o almeno
possano esserlo nell’intenzione – un diabolico tentativo di rappresentare quel
che non può essere rappresentato, vale a dire il divino. Al più possono essere
tollerate le immagini musicali, i canti sacri e talune intonazioni, giacché la
musica è apparentata con il linguaggio, ne è in qualche modo la sorella soave.
Quando, assai più tardi, negli ultimi due secoli dell’età
moderna fioriranno i grandi pittori ebrei, la loro pittura oscillerà tra la
esaltazione dell’astratto (il figurativo irreale dei corpi allungati di
Modigliani, l’astratta purezza di Kandinskij e di Klee) e la ricorrenza di
simboli musicali (si pensi alla presenza del violino nella pittura di Chagall),
quasi un invito perentorio, non si sa quanto inconsaputo, ad accostarsi
all’opera pittorica senza pretendere di vedere in essa il momento della
riproducibilità – che sarebbe idolatrica imitazione dell’atto creativo di Dio –
ma semmai nutrendo la speranza di scorgervi la continuazione dell’opera
metaforica e allusiva del linguaggio e della musica.
Per molti versi, tuttavia, nei lunghi secoli che
precedettero la diaspora, il popolo di Israele pagò un prezzo assai elevato al
silenzio delle immagini plastiche imposto dalla Legge: l’abominio in cui erano
tenute le divinità astrali babilonesi, l’intreccio di teriomorfismo e di
astralità che contrassegnava il cielo stellato dell’Egitto antico, bloccò la
genesi delle osservazioni astronomiche e con esse delle conoscenze che portarono
altrove alla nascita delle scienze associate all’astronomia; la cautela
religiosa nella riproduzione del corpo umano impedì un reale sviluppo della
medicina ebraica. Per quasi tutto l’ultimo millennio dell’evo antico è
impossibile parlare di una scienza ebraica che raggiunga anche lontanamente il
livello della scienza egizia e greca. Ciò nonostante, fu proprio la magnifica
ossessione della metafora ad aprire la cultura ebraica alla scienza.
Maimonide: la rivoluzione delle metafore
La diaspora, che seguì, negli ultimi trent’anni del I
secolo d.C., alla fine politica di Israele, non fu soltanto una tragedia
politica e sociale. Fu anche e soprattutto un dramma religioso che (forse) non è
stato mai pienamente superato dal popolo eletto. Impressione netta degli ebrei
fu quella di essere stati traditi da Dio. Il Messia non era ancora arrivato e
tutte le speranze associate a questo avvento erano state disattese. Come dire
che la Scrittura aveva mentito e i profeti, che annunciavano la parola di Dio, o
erano stati falsi profeti o avevano prestato la loro voce a una divinità
menzognera.
Di qui una latente crisi della fede dei padri, una sorta di
perplessità a riguardo di Dio e della condizione umana che, nel XII secolo,
condusse un grande dotto, Maimonide, nativo di Cordova, ma attivo come medico al
Cairo, a riprendere l’attenta lettura della Bibbia allo scopo di decifrarne il
senso e così operare il recupero della certezza.
Nel grande libro che ricapitola le sue riflessioni, La
guida dei perplessi, Maimonide pervenne alle seguenti conclusioni: non è
possibile che Dio abbia mentito, è possibile piuttosto che sinora sia stato
frainteso il significato della Scrittura; l’interpretazione del testo è stata
troppo letterale; è probabile che il suo contenuto sia soltanto una metafora di
un discorso più veritiero che non è contenuto nelle pagine della Bibbia ma in un
altro libro, presente potenzialmente nella mente del Creatore, ma non ancora
passato in atto per bocca di nuovi profeti. Occorre, da un lato attendere,
dall’altro trovare le tracce della verità negli stessi libri degli infedeli,
giacché, se in essi c’è qualcosa di vero, c’è, per ciò stesso, traccia
dell’unico Dio.
L’approccio adottato da Maimonide, se è all’origine della
progressiva apertura della cultura ebraica alla tradizione speculativa greca e
latina, lo è altresì di un rinnovamento nella esegesi della Scrittura che
potremmo chiamare la “rivoluzione delle metafore”, che costituisce il punto di
partenza di un processo speculativo destinato a portare i grandi dotti
dell’ebraismo alla scoperta della matematica. Vediamo perché.
La Bibbia, anche quando ci si accontenti del suo
significato letterale, è già una metafora, perché metaforico è o comunque deve
essere il linguaggio. Tuttavia quelle bibliche non sono ancora, per molti versi,
metafore. Trasudano ancora troppo della corporeità che tanto intriga l’uomo e
sono sempre sul rischio di inclinare, per ciò stesso, alla blasfema
rappresentazione del non rappresentabile. Occorre che le loro immagini vengano
ricondotte su un piano in cui il tratto allusivo del lessico metaforico venga
salvaguardato e così consegnato con fedeltà il discorso del Signore.
I numeri, metafore della metafora
Ma quali sono, in definitiva, le “metafore delle metafore”?
Esiste un lessico umano che in qualche modo le contenga? Forse sì. È questo il
linguaggio della matematica. Esso è fatto di numeri e di figure, che, non
coincidenti con alcuna delle entità che popolano l’universo sensibile creato da
Dio, tuttavia vi alludono con forza, depurandolo di ogni elemento corporeo.
I numeri, il cui numero non è suscettibile di esser contato
altro che all’infinito, possono contare tutti gli oggetti possibili e
immaginabili, e, per ciò stesso, scandiscono l’illimitata possibilità della
creazione. Sul piano strettamente esegetico, la speculazione può prendere avvio
già dalla riflessione sul misterioso e impronunciabile tetragrammaton, cioè
sulle quattro lettere del nome di Dio, JHVH. Su quello più propriamente
matematico, si cominciano a individuare con precisione i tratti della verità: i
numeri sono l’esito dell’illimitata replica dell’unità, giacché tutte le
grandezze aritmetiche, o numeri, non sono altro che le potenze di 1
continuamente elevato a se stesso (1 elevato a n). Riportando la matematica
all’aritmetica, si scopre, a poco a poco, che le stesse figure geometriche sono
illustrazioni delle relazioni dei numeri con se medesimi o, il che è lo stesso,
dell’illimitata relazione di 1 (la prima rivelazione di Dio) con se stesso.
Le vere metafore della creazione sono dunque i numeri. Sono
essi che meglio (meglio, ma non totalmente) rispettano il silenzio di Dio prima
di intraprendere a creare il mondo. Poiché sono pur sempre immagini, devono,
tuttavia, rinviare ad altre grandezze che ulteriormente si approssimino al punto
iniziale in cui si ruppe il silenzio di Dio, come “identità”, “classe”,
“relazione”, “maggiore”, “minore”, “limite” e simili: di qui l’avvio di un
processo che, culminato, come è noto, nel corso del XX secolo, rappresenta
l’esito della trasformazione progressiva di una esigenza puramente religiosa in
un prodotto culturale: bandire le immagini, prima volgendole in metafore, poi,
attraverso le metafore delle metafore, pervenire ai numeri, poi depurare la
geometria, procedere sul versante dell’algebra e, infine, pervenire a quella
matematica pura, regno o metafora delle metafore che è, in definitiva, la
logica.
L’islam: dall’iconoclastia all’algebra e all’architettura
Sotto molti aspetti, il percorso culturale dell’islam fu
scandito dal medesimo silenzio delle immagini che contrassegnò la più antica
civiltà ebraica. Anche per l’islam Dio non è rappresentabile altro che per
allusioni e metafore. Queste, tuttavia, non sono contenute esclusivamente in Al
Quran (Corano), il grande libro dell’islamismo. Tra l’altro, esso non riporta
una rivelazione, come l’Antico e Nuovo Testamento. È, piuttosto, la “recensione”
di un libro celeste che all’uomo non è dato leggere. Seguire la parola del
profeta per antonomasia, Maometto, osservare la legge islamica è certamente
necessario se si vuol essere un buon muslimuna, ma ritenere che l’intera verità
sia esclusivamente contenuta nel Corano è, come pensano i grandi dotti fioriti
tra l’XI e il XIII secolo, in qualche modo improprio, se non sottilmente
blasfemo.
La grandezza di Dio non può essere racchiusa in una
“recensione”. Tracce delle sue verità si trovano nei testi della sapienzialità
orientale e nei grandi libri, soprattutto greci, degli infedeli: di qui la
maggiore apertura nei confronti dell’antichità classica, così come l’incessante
opera di traduzione e commento della scienza e della filosofia greca; di qui,
altresì, la ripresa delle osservazioni astronomiche, la prosecuzione della
tradizione scientifica alessandrina, dalla geometria alla medicina.
Resta, tuttavia, il fatto che anche il contenuto delle
grandi opere scientifiche e filosofiche è, sotto molti riguardi, l’impero di
metafore infedeli della divinità. Nonostante tutto, la “sacra, fedele, benefica
e fruttuosa recensione”, il Corano per l’appunto, resta un parametro essenziale,
una pietra di paragone con cui porre a cimento i testi pagani, allo scopo di
vedere quanto del loro contenuto collimi con la verità.
Nasce da questa circostanza un singolare paradosso: ogni
filosofo, ogni scienziato, che voglia mantenersi fedele al Dio dell’islam, deve
fare i conti con il Corano, pur sapendo che esso non è identificabile con il
libro celeste. A questa esigenza, così rigidamente religiosa, si associa,
tuttavia, nell’islam delle origini, non già il rigetto del sapere pratico in
nome e in pro della religiosità pura, ma tutto al contrario, un solerte impegno
nell’azione, che si esprime non soltanto nell’attività di conquista del mondo
allora conosciuto, ma anche nell’architettura, nella costruzione di grandi
monumenti e di nuove e bellissime città, nonché nei traffici. Proprio
sviluppando il commercio e valendosi delle matematiche per fini eminentemente
pratici, i musulmani pervengono a inventare una nuova disciplina matematica,
l’algebra che dischiuderà a essi, come per altre vie già accennate, agli ebrei
le porte dell’atrio che si apre sul silenzio di Dio.
L’algebra, dall’arabo al gebr (trasporto) – il nome indica
le operazioni di sostituzione dei termini di una equazione – nasce da
un’esigenza puramente pratica: trovare i valori incogniti nelle transazioni
commerciali. Si trasforma, tuttavia, progressivamente in altro. Da tecnica di
calcolo si volge, per via dei processi di sostituzione delle grandezze
aritmetiche, in un’arte logica delle relazioni che, una volta evidenziate, danno
ragione, nel contempo, a rapporti dei numeri tra loro, di questi con le figure
geometriche e di tutte le grandezze geometriche tra loro. In questa prospettiva,
la matematica pratica è, in tutte le sue espressioni, come nelle scienze a essa
associate, dall’astronomia alla geografia, una derivazione e applicazione della
matematica pura o algebra, ossia della scienza delle relazioni.
Ma c’è qualcosa di più e di più importante. Il Dio che non
vuol essere rappresentato, come non vuol esserlo per Israele, lascia che le
metafore infedeli siano sostituite da quelle a lui più vicine, per l’appunto
dalle “relazioni”. A questo punto l’algebra diventa, per di più a causa del
carattere arcano che l’accomuna a un’altra scienza segreta, l’alchimia, una
sorta di fervente omaggio nei confronti del Dio invisibile, per l’appunto una
sorta di privilegiata religione dei grandi dotti.
Quasi una conclusione
Il percorso della civiltà conoscitiva ebraica e islamica è
inverso rispetto a quello della tradizione greca, ellenistica ed
ellenistico-romana, come al cammino della tradizione egizia. In questo peculiare
settore della civiltà mediterranea, l’adorazione delle belle forme di cose,
uomini, animali, il culto delle immagini, espressione di una molteplicità di dèi
viventi, porta, attraverso l’astronomia e la geometria, alla scoperta della
matematica e di qui alla sua fondazione logica. I due percorsi, tanto diversi
l’uno dall’altro, conducono tuttavia, in fondo, allo stesso risultato.
Resta, tuttavia, un interrogativo: l’Occidente sarebbe
davvero pervenuto a scoprire la natura della regina delle scienze se per
avventura, per il tramite della mediazione ebraica e araba, non fosse stato
contaminato dalla benefica infezione di una speculatività astratta veicolata
dalla volontà di un dio invisibile? Se, in una parola, questa “infezione” non si
fosse espressa come iconoclastia?
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