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Come pensa un inglese? La risposta, scontata sino alla banalità, potrebbe essere questa: “come qualsiasi altro essere
umano sulla faccia della Terra”. È certamente così se per pensiero si intende l’attività delle funzioni mentali
superiori riassunte nel termine tecnico di “ideazione”. Ma il pensiero non è soltanto questo, perché ogni comunità
umana ha un suo modo di vedere la realtà e di conoscerla che varia da cultura a cultura, così come da cultura a cultura
varia la lingua e il suo uso. Supponiamo di porre due individui, un inglese e un italiano, di fronte allo stesso
oggetto: un albero in una piazza cittadina. Invitati a definirne il concetto, non potranno che darne la stessa
definizione. Ma, mentre dall’italiano l’albero sarà pensato come un elemento decorativo e magari utile “perché serve
a combattere l’inquinamento”, dall’inglese la pianta sarà amata di per sé perché, magari a livelli profondi, vi
avvertirà la presenza di uno spirito nascosto così come ne fantasticavano la presenza i suoi remoti antenati celti
o teutoni. Si dirà che la grande poesia latina e italiana, come in Virgilio e in Dante è piena di immagini suggestive
che riproducono il pathos di questo straordinario esempio di natura vivente. È vero, ma è vero soprattutto per i
nostri poeti. L’inglese medio, per contro, non ha bisogno di essere un poeta di professione per amare gli alberi, così
come non ha bisogno di esservi nato per amare appassionatamente la nostra Toscana, ben più, va detto, di quanto non
facciano i Toscani stessi.
Tutto ciò fa una differenza che in un inglese corre a diversi livelli. Il primo consiste nell’accostarsi alla realtà
esterna, sia questa costituita da oggetti naturali o da artefacta, cogliendone, al di là dell’apparenza sensibile, una
dimensione fatta di un intenso vissuto emozionale. Il secondo consiste nel prestare la massima attenzione all’incredibile, al
singolare, al bizzarro, di cui la natura è piena. Il terzo si risolve nel tentativo di non lasciarsi prendere la mano da
questa fascinazione, che si sospetta pericolosa, opponendovi un atteggiamento di incredulità. Ne consegue che l’inglese
in linea di principio non crede a nulla, ma ciò nonostante, o forse proprio per questo, è disposto a credere a
qualsiasi cosa, se non altro perché si pone questo preciso interrogativo: quali conseguenze concrete possono dedursi
dal condividere un certo credo?
Questo atteggiamento spiega la capacità che militari, missionari, uomini di affari, studiosi avevano, al tempo
dell’Inghilterra imperiale, di convivere senza traumi con i natives delle colonie senza contrastarne i credi e, soprattutto,
è all’origine dello spirito pragmatico che in Continente si attribuisce – e talora si rimprovera – agli inglesi.
In fondo si conosce per fare, ma non si può fare nulla se non si tiene conto del fatto che la realtà esterna, pronta a
essere manipolata dal singolo individuo, è chiusa entro un’immensa rete di credenze e di fantasie con cui è opportuno
fare i conti.
Ma, allora, l’homo britannicus sarebbe un irrazionale? Non è così. È, infatti, difficile rimproverare agli inglesi di
non essere convinti dell’universalità e oggettività della ragione, specie se si riflette che l’Illuminismo non sarebbe
mai nato in Europa se non fosse stato preceduto, sul finire del XVII secolo, dall’Enlightenment di Locke e di Newton.1
Solo che la ragione deve essere ragionevole e non può esserlo se non riconosce d’essere il frutto maturo
dell’immaginazione, l’esito di un’alchimia potente che lascia cadere le scorie e mantiene in vita l’essenza stessa
del ragionare, vale a dire la libertà dello spirito. Ma che cosa ha prodotto il way of thinking inglese?
Il ruolo fondamentale della lingua
Innanzitutto la lingua. L’inglese si è affermato sul finire dell’Alto Medioevo come la lingua franca dell’Inghilterra
propriamente detta (Anglia o England), del Galles, della Scozia e dell’Irlanda. Ciò le è stato possibile in forza di
un melting pot, costituito dalla struttura sintattica latina della frase, in cui venivano calate parole latine
(es.: day [giorno] da dies), sassoni (es: milch [latte], dal sassone Milk), danesi
(bird [uccello]), celtiche, ecc., vocaboli
che conservavano traccia del vissuto delle genti che le usavano ma che, in qualche modo, venivano irreggimentate nelle
ferree regole della sintassi che Cicerone – il Tully (Tullius) dei dotti dell’età elisabettiana e stuartiana – aveva
imposto al latino.
In pieno Rinascimento entrarono nel circuito della cultura alta parole italiane come approccio, influenza,
intelligenza, delle
quali approach, influenzy, intelligence sono un preciso calco, ma anche forme fraseologiche
proprie del linguaggio cancelleresco e diplomatico dell’Italia rinascimentale.
L’espressione italiana “avere intelligenza con il nemico” è all’origine del significato conferito da Cromwell – il primo
a istituire l’intelligence service – al vocabolo intelligence per indicare un’attività di spionaggio
o di controspionaggio.
Più tardi, nell’età imperiale, entrarono a far parte dell’uso corrente parole indiane, africane, eccetera. Rimase
tuttavia e resta ancora l’attitudine a chiudere nelle maglie della sintassi latina, valendosi del suo rigore logico, parole
tratte dalle lingue e dai dialetti dell’antica Gran Bretagna (si veda ad esempio l’espressione corrente I am afraid not, che
traduce il timeo ne ciceroniano).
Rigore, dunque, associato a lemmi di origine diversa e comunque lontanissimi dalla lingua e fraseologia latina, in una
parola barbari (aggettivo, questo, che qui non va inteso nella sua accezione negativa). Questa singolare combinazione di
aulico e popolare permise la conservazione di un vastissimo lessico onomatopeico (come nella parola squirrel [scoiattolo]
che riproduce lo squittio del roditore), della forte pregnanza di alcuni verbi (come di to grasp = afferrare) e modulò
potentemente lo stile inglese di pensiero: un’irripetibile e singolare mescolanza di controllo (selfcontrol) e di libertà
dell’immaginazione. A tutto ciò va aggiunta una curiosa capacità di cavalcare nel linguaggio le contraddizioni, come nella
preposizione without (senza) che combina with (con) con out (fuori).
A questo punto, non sembra azzardato più di tanto affermare che l’inglese è divenuto la lingua franca del pianeta non
perché è stata la lingua di un impero mondiale – che, d’altronde, in qualche modo persiste come “Commonweath of British Nations” – e
ora lo è dell’unica (per adesso) superpotenza mondiale, gli Stati Uniti d’America; ma perché questa lingua, già franca
per sua natura, dotò gli inglesi di uno strumento potente per comunicare con i più diversi popoli dell’area extraeuropea.
Il Vallo di Adriano
A scandire la formazione della lingua inglese, a garantirle l’acquisizione della natura di lingua franca è stata
ovviamente la peculiarità della storia delle isole britanniche. I romani iniziarono la penetrazione in Inghilterra
già con Giulio Cesare, come racconta lui stesso nel De bello gallico e, a partire dagli ultimi anni dell’età
repubblicana, si spinsero sempre più avanti – senza però neppure tentare l’invasione dell’Irlanda – sino a raggiungere
l’attuale confine dell’Inghilterra con la Scozia (II secolo d. C.).
Qui, tuttavia, si fermarono, in quanto, com’è noto, l’imperatore Adriano, interrompendo la spinta espansiva di
Traiano, suo predecessore, volle stabilire un’universale pax romana, fortificando il limes in Germania,
in Asia, in Africa.
Nella Britannia il limes fu fissato nei limiti sopra accennati con la costruzione del Vallo Adriano.
In buona sostanza, si trattò della prima enclosure nella storia della Gran Bretagna. Anticipando un criterio, che sarebbe
stato adottato un secolo più tardi dalla Cina con la costruzione della Grande Muraglia, Adriano costruì il vallo proprio
per impedire che i pitti, gli aborigeni scozzesi, dilagassero in Britannia.
Questa singolare enclosure permise una relativa stabilità che durò sino agli inizi del V secolo d. C., quando popolazioni
provenienti dall’Ovest della Germania, angli e sassoni, invasero l’Inghilterra. Seguirono nuove invasioni: i danesi
(a partire dal secolo VIII), che, tuttavia, non riuscirono a dominare mai interamente il paese e, più tardi (XII secolo)
i normanni.
Nonostante le intricate vicende di questo lungo periodo, le diverse etnie finirono con il convivere abbastanza
pacificamente e lo spazio chiuso, creato dalla lungimiranza di Adriano, consentì la costituzione del melting pot,
già accennato, in cui vennero ad amalgamarsi gli idiomi dei diversi popoli dell’Inghilterra. E in conseguenza della
fusione linguistica si creò un comune modo di pensare, un vero e proprio way of thinking già definitivamente emerso
prima ancora della conquista normanna e tale da contrassegnare in modo duraturo l’attività speculativa e scientifica.
Da san Francesco a Bacone
Sebbene sia possibile riscontrare i progressi di una grande cultura speculativa già durante la Rinascenza
carolingia (VIII-IX secolo) – basti pensare a un grande dotto e teologo come Scoto Eriugena (810- 877) – sta
di fatto che a determinare le condizioni per cui si formò in via definitiva l’abito mentale dello scienziato
inglese fu la diffusione e il consolidarsi in Inghilterra del francescanesimo durante la prima metà del XIII
secolo: un movimento che associava alla ricerca della semplicità evangelica un rinnovato interesse per la
natura, non più riguardata come il regno del male, ma amata e studiata in tutte le sue espressioni come l’immediata
manifestazione dello spirito divino.2
I dotti inglesi del tempo, entrando nell’Ordine dei Frati Minori di San Francesco, la cui regola era stata approvata
da Onorio III nel 1222, trassero dall’insegnamento del santo l’incoraggiamento allo studio dei fenomeni naturali e ne
fecero il cuore stesso delle dottrine e degli insegnamenti praticati nell’Università francescana di Oxford.
Qui insegnarono due grandi dotti, Roberto Grossatesta (Robert Greathead, 1175-1253) e Ruggero Bacone (1214-1290) – forse
il maggiore fisico del suo tempo – cui si devono alcune capitali ricerche sulla natura della luce.
Fu soprattutto Bacone a creare, sulla base di una rielaborazione della concezione francescana, l’approccio alla scienza
destinato a divenire proprio della tradizione inglese. Per rendercene conto può essere utile esaminare con qualche
dettaglio la teoria baconiana della conoscenza.
Secondo Bacone, la base della conoscenza è l’esperienza, che si divide in esterna (esperienza sensibile) e in interna
(illuminazione divina). Questa a sua volta si distingue in “primitiva”, (infusione da parte di Dio delle verità eterne);
“generale”, (intervento del creatore a sostegno della fragile intelligenza umana); “speciale”, (coincidente con la
concessione della grazia, che è chiamata speciale appunto perché l’uomo è in qualche modo invitato a partecipare
alla grande luce, fatta di amore e di superiore intelletto, che contrassegna Dio).
Interpretata alla lettera, questa teoria, che riprende una diffusa tesi medievale intorno all’identificazione della
conoscenza come momento della luce emanante da Dio,3 parrebbe essere un discorso che ha tutti i limiti della mera
edificazione. In realtà, messa in relazione con le ricerche scientifiche di Bacone, ha una portata che va ben al di là
di un’untuosa devozione.
In primo luogo, l’appello all’intervento diretto di Dio libera il dotto dall’impaccio al ricorso all’autorità degli
antichi – di solito riassunti in un Aristotele trasformato in un precursore del dogma – e lo sottrae ai ricatti
dell’oscurantismo della Chiesa.
In secondo luogo, l’accento posto sull’esperienza riconduce Bacone a quella che è la componente cruciale del modo
inglese di pensare, un’attenzione estrema, una disponibilità illimitata al fenomeno osservato, che, tuttavia, viene
conciliata con la trama di emozioni con cui si guarda la realtà esterna.
Se, infatti, ne diamo una traduzione per così dire “laica”, l’illuminazione divina che marca l’esperienza interna
assume un ben altro significato. Dio, interiorizzato, diventa, in questa prospettiva, la metafora dell’indole preliminare
della coscienza o, se si preferisce, del vissuto interno o psiche, rispetto a ciò che si osserva. Immergendosi
nell’esplorazione della natura, lo studioso lo fa con tutto se stesso e, in questo impegno, conferisce un ruolo essenziale
all’immaginazione.
A dispetto dell’apparente solitudine in cui opera, l’uomo di scienza divide un sentimento collettivo, per cui, quando
perviene a una qualche verità di cui possa essere profondamente convinto, sa che tutti la riconosceranno come tale proprio
perché possiede la forza e il conforto del senso comune.
L’uso originale del linguaggio
A questo punto è possibile formulare un’ipotesi sul modo con cui lo scienziato inglese procede nell’osservazione e
nella messa a punto teorica della scoperta.
È appena il caso di sottolineare che, comunque, lo scientist si attiene a regole condivise dalla comunità scientifica
internazionale, quali il rigoroso rispetto del metodo sperimentale, il vaglio delle ipotesi, l’uso corretto del
formalismo matematico, l’osservanza infine delle norme che consentano a un paper, che comunica una ricerca, di essere
accettato e pubblicato su una rivista scientifica. A questo riguardo, l’editorial board di riviste prestigiose come
Nature, Science, The Lancet, è estremamente severo. Un testo che non rispondesse a questi
criteri sarebbe giudicato shameful (vergognoso) e non verrebbe ospitato nelle pagine del periodico.
Detto questo, tuttavia, le procedure di osservazioni e di riflessione, proprie dello scientist, presentano un certo
numero di strumenti che o non trovano riscontro nel procedere dei ricercatori del “Continente” o americani o, se lo
trovano, ciò dipende dal fatto che nel XX secolo la scienza inglese, specie (ma non soltanto) nelle discipline
biologiche, ha esercitato, e continua a esercitare, un’enorme influenza. Questi mezzi possono essere riassunti
nell’uso del linguaggio, nell’immaginazione, nella serendipity.
Lo scienziato inglese non ha alcun timore di ricorrere al lessico e alla fraseologia del linguaggio comune e vi ricorre
tanto più volentieri quanto più viene a trovarsi di fronte a una situazione inedita.
Un esempio tipico è l’uso dell’aggettivo strange (strano) e del sostantivo strangeness (stranezza) in fisica atomica.
I fisici inglesi, agli inizi della seconda metà del XX secolo, avevano scoperto particelle elementari che non
presentavano le proprietà comuni e note delle consuete componenti atomiche. Senza lasciarsi intimidire dalla novità,
cominciarono a definirle strange particles (particelle strane) e, forti di questa definizione, cominciarono a
misurare di quanto ciascuna di queste particelle fosse più o meno “strana” delle altre.
Crearono così gli “indici di stranezza”, una complessa ed elegante quantificazione che portò il fisico americano
Gellman nel 1964 a mettere a punto il concetto di quark, la “più strana delle particelle strane”, un elemento che
non può essere nemmeno visualizzato ma che, ciò non di meno, anche se semplicemente supposto, è in grado di aiutarci
a risolvere complicati problemi della fisica atomica. Nel coniare il vocabolo, Gellman si ispirò al Finnegan’s Wake di
James Joyce, calcando le orme dei suoi colleghi inglesi, fisici, biologi, eccetera, che da sempre saccheggiano la grande
letteratura per trarne vocaboli suggestivi. Notissimo, al riguardo, il caso di Alice’s Adventures in Wonderland del
matematico di Oxford Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898, noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll), un capolavoro della
letteratura infantile cui i biologi continuano ad attingere.
Per certi versi, il ricorso al prodotto letterario, che desta nello studioso non inglese soprattutto una sorta di
divertita curiosità, è coerente con un credo comune in Inghilterra: la realtà, sempre complessa e singolare, è sufficientemente
incredibile e bizzarra per assomigliare a una sorta di magia costruita da una divinità burlona. Ma se è così, allora perché
non ispirarsi alla poesia per comprenderla appieno?
Il valore dell’immaginazione
Guida potente per osservare i fenomeni, l’immaginazione conduce a vedere cose che non sono afferrabili nell’esperienza
comune, appiattita, com’è, sul quotidiano e sul consueto. Questi veri e propri misteri possono però essere decifrati e
colti immaginando veri e propri phantastical ghosts in azione che producono i fenomeni oppure dimensioni, lands, che
non è dato di riscontrare ma che, comunque, nulla vieta di sognare.
Per molti aspetti, nel lasciarsi andare all’immaginazione, lo scienziato inglese continua a condividere il credo di
due grandi “continentali” del Rinascimento, Leonardo e Paracelso, per i quali l’immaginazione non è solo una delle
funzioni mentali superiori, ma anche e soprattutto vis imaginativa, cioè la capacità di produrre immagini.
Per spiegarmi meglio ricorrerò qui a due elementi cruciali dell’immaginario inglese, i goblins e le “terre incantate”.
I goblins sono genietti maligni che si divertono a fare brutti scherzi agli umani, come mandare a male il latte appena
munto, far perdere la strada al viandante e così via. Qualche volta, tuttavia, quando sono in buona, conducono qualcuno
a scoprire cose che, magari, sono, con qualche sforzo, alla portata della conoscenza di tutti, ma che solo il fortunato
prediletto dai goblins e da altri spiriti simili riesce a cogliere.
Il viandante può incontrarli, e talora intravederli per un brevissimo istante. Se è fortunato e se, ripeto, i goblins
attraversano uno dei loro rarissimi momenti di benevolenza, scoprirà un tesoro o, per lo meno, un sito del terreno
ricco d’acqua.
Nelle campagne inglesi, sul finire del Settecento, si moltiplicò il caso di gentiluomini che si davano a lunghissime
passeggiate per fare poi ritorno a casa con pietre, esemplari di piante e insetti rari, fossili di animali. Erano persone
che si dilettavano di geologia, di botanica, di fauna e che, ovviamente, non credevano ai goblins. Contadini e pastori
pensavano, tuttavia, che questi signori perditempo andassero a caccia di tesori nascosti e gli stessi interessati avevano
l’atteggiamento romantico di chi fantastica che, andando a ramengo per campi e monti, troverà qualcosa di interessante.
Detto per inciso, fu questo abbandonarsi alle fantasie di romantici promeneurs che contribuì, tra l’altro, ai progressi
della geologia in Inghilterra.4
Per quanto concerne le “terre incantate”, queste sono generalmente “regni” in cui può accadere di tutto e, di solito, il
contrario di quello che contrassegna la quotidianità. L’esempio classico è quello di Wonderland, il paese delle meraviglie
narrato da Carroll in cui si incontrano personaggi assurdi come il “cappellaio matto” e situazioni paradossali come
quella della “regina rossa” che corre di continuo per restare sempre allo stesso posto.
Quello della regina rossa è oggi usato come metafora del paradosso cruciale dell’evoluzione: come la “regina rossa”, gli
organismi si muovono continuamente, ossia vanno incontro a una modificazione incessante (sia pure per variazioni minime)
per conservare la struttura genetica originaria.
A volte il “regno” è inventato per risolvere un problema scientifico. È questo il caso dell’etere. Clerk Maxwell (1831-1879)
che riuscì a unificare i fenomeni elettrici e magnetici “inventando”, si può dire, l’etere, una superficie sufficientemente
liscia e compatta da consentire la distribuzione delle cariche elettriche e magnetiche. Fu questa l’origine dell’elettromagnetismo
che è incentrata sul principio, sperimentalmente verificabile, secondo cui ogni fenomeno elettrico produce un effetto magnetico
e il magnetismo è, a sua volta, produttore di elettricità.
La serendipity
La serendipity – il cui equivalente italiano, “serendipità” è raramente usato – ha un’illustre origine letteraria.
Fu coniato da Horace Walpole (1717-1791), scrittore e figlio del grande Robert (1676-1745), il celebre primo
ministro whig. Walpole, grande viaggiatore e affascinato da quanto al suo tempo si sapeva dell’Oriente, aveva letto
una favola persiana, I tre prìncipi di Serendip,5 i cui protagonisti trovano, durante un viaggio, cose che non avevano
cercato, aiutati in parte dalla fortuna, in parte dalla loro sagacia.
Lo scrittore cominciò a usare serendipity per caratterizzare l’atteggiamento di chi è disponibile ad affrontare situazioni
singolari e inconsuete senza timore, facendosi guidare piuttosto dalla curiosità che dallo sconcerto. A poco a poco, ma
soprattutto nel secolo scorso, finì con il connotare l’atteggiamento dello scienziato che, partito da precisi assunti di
base, è disposto a rifiutarli o comunque a riformularli quando venga a trovarsi di fronte a un fenomeno nuovo che sfida
tutta la sua formazione di base e lo invita a impostare in termini decisamente nuovi la ricerca.
Se oggi il termine viene usato anche da noi in epistemologia per contrassegnare lo scienziato di talento, la serendipity
costituisce da sempre la qualità speciale dello stile di pensiero dello scienziato inglese, una caratteristica che spesso
trasforma un insuccesso in successo, come nel caso prima ricordato delle “particelle strane”.
A supporto delle considerazioni precedenti vorrei parlare di due vicende scientifiche ampiamente esemplari dello stile di
pensiero del british scientist. La prima concerne uno dei giganti del pensiero moderno, Charles Darwin (1809-1882).
L’itinerario di Darwin
Darwin, appartenente a una famiglia della gentry, figlio di un medico di grande cultura e nipote di Erasmus
Darwin (1731-1802), autore di una delle prime teorie dell’evoluzione – le cui idee Erasmus espose in un
saggio, notissimo ai suoi tempi, dal titolo Zoonomia or the Laws of Organic Life (1794) – Darwin fu, in gioventù, un
inquieto e tipico gentiluomo di campagna che alternava la lettura di opere teologiche e scientifiche a lunghissime
passeggiate nei dintorni di Schrewsbury, sua cittadina natale, da cui ritornava carico di reperti di ogni tipo.
A Cambridge, alla cui Università si era iscritto per studiare medicina, come voleva il padre, o in alternativa, per
compiere la formazione necessaria a intraprendere la carriera ecclesiastica, si fece notare per la ricchezza dei suoi
interessi scientifici e per una sostanziale insofferenza verso un iter regolare di studi.
Frequentò soprattutto le lezioni del botanico John Stevens Henslow (1796-1861) e del geologo Adam Sedgwick (1785-1873),
due personalità scientifiche di grande valore e, tra l’altro, dotate di forti interessi per la teologia che, come era
stato per Newton, vedevano nella religione l’invito a occuparsi di filosofia della natura, essendo questa l’espressione
diretta della creazione divina.
Fu proprio Henslow a comprendere quale avrebbe potuto essere il destino del giovane Darwin: svolgere in modo sistematico
le sue osservazioni, trasformando quello che era un nobile diletto in una vera professione.
Fu così che, su suo consiglio, Darwin, in qualità di naturalista e di disegnatore, si imbarcò a Plymouth nel 1831 sul Beagle,
un brigantino che l’Ammiragliato inviava in missione scientifica nei Mari del Sud.
Al termine del lunghissimo viaggio (1836) era nata una personalità scientifica tra le maggiori del suo tempo e certamente
il protagonista del pensiero inglese dell’Ottocento. Darwin portava con sé, al suo arrivo in Inghilterra, una grande
quantità di materiale e una serie di taccuini ricchi di osservazioni che attendevano solo di essere sistemate.6 Per
farlo, da buon inglese, operò una sorta di umanizzazione della natura che può essere ricostruita a due livelli, l’ipotesi
di un’attività selettiva della natura (Principio della selezione naturale) e quello di una lotta
per la vita (Struggle for life).
Aveva osservato che gli agricoltori operavano su alcuni tipi di vegetali una serie di operazioni mirate a migliorarne
la qualità, come innesti e incroci, attuando la selezione di piante migliori. Allo stesso modo si comportavano gli
allevatori, specie in termini di selezione sessuale degli animali, nel preciso intento di produrre bestiame più
resistente alle malattie e di dar vita ad apprezzabili qualità di uova, di latte e di carne.
Allora, perché non immaginare che la natura, vincendo la pressione ambientale, non facesse lo stesso attivando così
una selezione “naturale” altrettanto efficace (se non addirittura di più) quanto quella “artificiale” praticata dall’uomo?
Si trattava però di cogliere il principio in base al quale veniva compiuta la selezione naturale e questo richiese
un impegno decisamente più forte in termini di immaginazione e di riflessione.
Secondo Darwin non c’era dubbio che la selezione naturale sembrava rispondere, come quella artificiale, a una
strategia di ottimizzazione. Solo che si trattava di rispondere a due interrogativi cruciali: in che cosa consiste
la strategia di ottimizzazione? Chi, precisamente, la opera? I due interrogativi erano strettamente legati al punto
che la risposta attendibile al secondo permetteva di rispondere ragionevolmente al primo. Vediamo perché.
L’influenza di Malthus
Sul filo dell’analogia con l’attività umana, Darwin aveva umanizzato la natura, facendone una contadina e
un’allevatrice. Si rendeva tuttavia conto che non esiste un essere vivente che si possa chiamare “natura”. La sua
esistenza può essere certamente fantasticata, ma non può essere dimostrata e, da questo punto di vista, non può essere
provata neppure l’esistenza delle specie che, a ben vedere, possono essere evidenziate in questo o quel singolo
componente che, nella classificazione scientifica (tassonomia), viene ricondotto convenzionalmente a questo o a
quel gruppo.
Ne consegue che a compiere la selezione sono gli individui, ma perché? Nessuna delle teorie biologiche del tempo
dava una risposta soddisfacente a questa domanda. Darwin volse allora la sua attenzione, ancora una volta, al mondo
umano e a quegli studiosi che, nell’Europa della Rivoluzione Industriale, si occupavano di philosophie de la
misère, ossia di economia. Se la sua sensibilità umana gli fece immediatamente cogliere la condizione di miseria
in cui versavano i lavoratori in Inghilterra, la sua curiosità di studioso lo condusse, come ebbe a riconoscere lui
stesso, a trarre ispirazione da un saggio, apparso nel 1798, Essay on Population, di Robert Thomas Malthus (1766- 1834).
Com’è noto Malthus, studiando lo stato delle classi lavoratrici in Inghilterra e in Europa e deciso a contribuire
alla soluzione del Problem of poverty, all’epoca il problema centrale della società inglese, aveva elaborato uno
schema che può riassumersi così: a) esiste un incremento naturale della popolazione che tende a raddoppiarsi, generazione
(25 anni) per generazione, secondo una progressione geometrica di ragione 2 (2, 4, 8, 16, 32); b) per contro,
l’incremento delle risorse alimentari (sussistenze) disponibili aumenta, nel caso più favorevole (nel caso, cioè,
di una buona disponibilità di terre fertili e di un costante miglioramento delle tecniche di produzione), in progressione
aritmetica di ragione 2 (2, 4, 6, 8, 10, 12); c) se nel passaggio dalla prima alla seconda generazione, incremento
demografico e incremento delle sussistenze si equivalgono, a partire dalla terza generazione il divario tra i due
incrementi si fa sempre più netto sino a comportare in prospettiva una penuria insostenibile delle risorse tale da
determinare un netto calo demografico (come quello che caratterizzò l’Italia nella seconda metà del XVII secolo).
Stando così le cose, occorrerebbe far appello al senso di responsabilità delle classi lavoratrici invitandole a una
diminuzione drastica dei rapporti sessuali (moral constraints), a contrarre matrimonio in età infeconda allo scopo
di portare a una netta limitazione delle nascite.7
In assenza di un’improbabile inclinazione delle classi inferiori a modificare lo stile di vita come di una altrettanto
improbabile disponibilità delle classi superiori a sacrificare una parte anche minima delle loro ricchezze, è inevitabile
che il corpo sociale sia animato da una forte tensione e da una conflittualità permanente, in una parola dalla lotta
per la vita (struggle for life).
La suggestione esercitata dalla lettura di Malthus condusse Darwin ad affermare che
La lotta per l’esistenza segue inevitabilmente dall’alto tasso di incremento cui tendono tutti gli esseri organici. Ogni
essere, il quale nel tempo naturale della sua esistenza produca una certa quantità di uova o di semi, va ineluttabilmente
incontro alla distruzione in un dato periodo della vita […]. Se non fosse così, in base al principio dell’incremento per
progressione geometrica, l’indice numerico della sua produzione finirebbe con l’essere incredibilmente elevato al punto
da non consentire ad alcun luogo, per ampio che fosse, di accoglierla.
Perciò, nella misura in cui sono prodotti quanti più individui possibili perché quanti più di essi possano
sopravvivere, deve comunque esserci una lotta per l’esistenza, una lotta cioè che cimenti ogni individuo con gli
altri della stessa specie o con le condizioni fisiche di vita.
È questa la dottrina di Malthus applicata all’intero regno animale e vegetale in modo assai più radicale, giacché in
questo caso non possono verificarsi né un aumento artefatto del cibo, né limitazioni cautelative della prole adottate
nel rapporto coniugale.8
In definitiva un individuo, riproducendosi, potrebbe lasciare una discendenza capace di occupare tutta
la Terra. Ciò sarebbe vero persino nel caso dell’elefante, un animale in grado di generare in età relativamente
tarda e contrassegnato da un modesto successo riproduttivo. Dopo circa 750 anni una coppia di elefanti potrebbe
aver dato origine a 19 milioni di individui tutti vivi.
In questa situazione, dunque, un individuo lotta per sopravvivere e sopravvivere significa lasciare il maggior
numero possibile di discendenti. Per farlo, il singolo adotta una strategia consistente nell’assumere nuovi
caratteri anche minimi che gli assicurino un certo vantaggio nell’acquisizione delle risorse e nel contrasto con gli
altri individui e con l’ambiente.
Questi caratteri (variazioni) vengono trasmessi ai discendenti che, per ciò stesso, non sono totalmente identici
all’individuo da cui traggono origine e del quale costituiscono così l’evoluzione, la quale può essere allora definita
come un cambiamento determinato dalla trasmissione per via ereditaria dei caratteri vantaggiosi.
Darwin fornisce così risposta ai due interrogativi prima formulati: il protagonista della strategia di ottimizzazione è
l’individuo; questa strategia (selezione naturale) è la trasmissione di un vantaggio dal quale necessariamente consegue
l’impossibilità per una specie di mantenersi assolutamente identica nel tempo.
Cade così il dogma della fissità delle specie. Naturalmente, poiché i cambiamenti evolutivi sono, in linea di
principio, minimi e i loro tempi lunghissimi, le specie appaiono fisse e permettono così di adottare la classificazione
dei regni animale e vegetali introdotta da Linneo nel XVIII secolo che, d’altronde, è certamente ben fruibile per la sua
semplicità ed eleganza.
Non è il caso di sottolineare più di tanto l’enorme portata che la teoria darwiniana (classica) dell’evoluzione ha avuto
nella cultura scientifica, e non solo scientifica, del nostro pianeta e neppure di accennare, sia pure sommariamente, alla
quantità di perplessità e problemi sollevati dalla teoria. Resta comunque il fatto che, a ben vedere, l’intera vicenda
della biologia moderna ha finito con l’essere la storia delle interpretazioni del pensiero di Darwin. Quello che qui
veramente importa è, tuttavia, altro. Darwin, da autentico gentleman della scienza, si attenne scrupolosamente alle
severe regole del fair play scientifico: adozione del metodo sperimentale, massima scrupolosità dell’osservazione, estrema
cautela nella messa a punto delle ipotesi e nella formulazione delle conclusioni. Tutto questo non gli impedì di far
ricorso a tutte le suggestioni del linguaggio ordinario, di sfruttare, da ricercatore di razza, la serendipity, di lasciar
parlare l’immaginazione e di muoversi, con la giovanile passione del viaggiatore, in un mondo incantato, in un
vero “Paese delle meraviglie”, ché tale è la natura vista da Darwin. A carico della natura operò un’elegante magia,
ne fece una società guardata con gli occhi del naturalista e seppe rintracciarne i protagonisti, facendo dell’individuo
di una specie un soggetto insieme egoista come il biblico cacciatore Nembroth e altruista come un padre sollecito e
affettuoso. Che altro è infatti chi, nella lotta per la vita, acquisisce variazioni vantaggiose per lasciarle in eredità
ai discendenti?
Dawkins e la genetica
Per tutto il corso del XX secolo l’evoluzionismo darwiniano ha dovuto fare i conti con la genetica, transitando così
attraverso un’innumerevole serie di rifiuti e di rivalutazioni da parte della comunità scientifica internazionale.9
In concreto, oggi, i biologi sono tutti genetisti. Tra questi, un posto particolare occupa Richard Dawkins, autore di
una singolare teoria, incentrata sull’egoismo dei geni.
In breve, le sue tesi possono essere riassunte così. A fondamento della teoria vi è un assunto di base: protagonisti
dell’evoluzione non sono né gli individui, né tanto meno le specie, ma i geni selezionati durante l’evoluzione.
Il gene è egoista, in quanto dispone di meccanismi che tendono a diffondere un singolo allele all’interno di una data
popolazione a discapito degli altri alleli.10
Il gene egoista, secondo Dawkins, è in grado di spiegare fenomeni complessi come i comportamenti sociali. Tra questi,
in particolare, l’altruismo.
Prendiamo il caso di un individuo che aiuta il fratello. A spingerlo ad agire così sta una precisa circostanza.
L’individuo in questione dispone della metà del patrimonio genetico del fratello. Aiutandolo, non fa che aumentare
la probabilità che i suoi propri geni si diffondano nella popolazione. Come dire che i suoi geni, proprio perché sono
egoisti, attivano l’altruismo.
Se si vuole, detto in altro modo l’altruismo non è che una modalità strategica dell’egoismo dei geni. Rispetto ad
essi, gli individui in carne e ossa sono, osserva Dawkins, “macchine di sopravvivenza dei geni”, talché “per ogni macchina
di sopravvivenza (dunque per ogni animale) ogni altra macchina di sopravvivenza è un ostacolo da vincere o
una risorsa da sfruttare”.11
La teoria di Dawkins spiega certamente molte cose, tra l’altro perché geni nocivi continuino a esprimersi in una
popolazione. È questo il caso del gene dell’obesità che oggigiorno affligge una parte davvero rilevante delle donne
e degli uomini occidentali. A suo tempo, il gene in questione venne selezionato per dotare gli esseri umani dell’Occidente
di riserve di grasso tali da controbilanciare la scarsità di cibo tipica della nostra preistoria. Allo stato attuale,
a fronte dell’abbondanza in Occidente di risorse alimentari e, in particolare, di carne e grassi, ricchi di proteine
nobili, il gene dell’obesità parrebbe davvero superfluo.
Ma qual è il tratto più apprezzabile della riflessione di Dawkins? A modo suo il genetista, che pure si dimostra,
per tanti aspetti, un antidarwiniano, per molti altri ha compiuto, nelle sue riflessioni teoriche, un’operazione
analoga a quella di Darwin. Ha cioè umanizzato il biologico, riscontrando in questo le stesse spinte contraddittorie
di un corpo sociale in cui molte cose si fanno per sopravvivere, altre per conservare, altre per cambiare, altre ancora
si spiegano con tentativi, ridondanze, errori.
Se sbagliamo noi, perché non dovrebbero sbagliare i nostri geni, veri e propri funny fellows? Qui Dawkins ha avvitato
un felice paradosso tornando, nella sua prospettiva sociobiologica, all’umano, spiegandone la follia con la follia di
quegli autentici goblins che sono spesso i nostri geni. A questo punto mi chiedo: l’avrebbe fatto se non fosse un tipico
biologo inglese?
1Ricordo qui il vertiginoso elogio tributato da Sir Alexander Pope a Newton: “La natura e le sue leggi
giaceavano avvolte nelle tenebre. Dio disse: ‘che Newton sia’ e tutto fu luce”.
2Com’è noto, San Francesco (1182 - 1226) ispirava la sua predicazione all’amore per tutti gli esseri,
animati e inanimati, della natura (Fratello Lupo, Fratello Sole, Sorella Luna) con una passione tanto intensa
da fare dell’amore per il prossimo un semplice corollario dell’amore universale.
3La fonte più antica e suggestiva di questa tesi è reperibile in un protagonista della filosofia araba
del secolo XI, il persiano (di Qorasan), al Gazali (1059 - 1111), autore della celebre Destructio philosophorum.
Secondo al Gazali l’uomo conosce perché il suo intelletto è illuminato da Dio, la cui essenza è quella stessa
della luce. A questa conclusione al Gazali arrivò tra l’altro attraverso il commento del versetto 35 della XXIV
sura (Luce su luce è Dio) del Corano.
4Com’è noto, il ruolo dell’immaginazione nella scienza è stata oggetto, da parte di Gerald Holton,
di un tentativo di ricostruzione del percorso in generale delle teorie scientifiche (cfr. di G. Holton:
L’immaginazione scientifica, trad. it. di G. Mamiani, Einaudi 1983 e L’intelligenza scientifica, trad. it. di
F. Voltaggio, Armando, 1984).
5Serendip è l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’attuale Srilanka.
6Purtroppo recava in sé anche le tracce di una brutta malattia dalla quale non riuscì mai a guarire
completamente. Aveva infatti contratto in Brasile un morbo infettivo, “la malattia di Chagas” – così chiamata dal nome
del medico brasiliano, Carlos Chagas (1879 - 1934), che la diagnosticò per primo – provocata dalla puntura di un insetto
vettore del parassita Tripanosoma cruzi. È una patologia che attacca il sistema nervoso autonomo, determinando una
serie di disturbi sistemici, il più grave dei quali è la disfunzionalità del sistema gastro-enterico, associati a un
drastico abbassamento del tono muscolare. Di qui una marcata spossatezza che afflisse Darwin per tutto il resto della
vita. Nonostante il continuo lavoro teorico che lo condusse, tra l’altro, a scrivere il suo capolavoro,
The Origin of the Species (1859), lo scienziato non riusciva a lavorare per più di due ore al giorno.
7A lungo la posizione assunta da Malthus venne biasimata come segno di insensibilità ed egoismo,
tanto più che Malthus stesso definiva parassitaria non la condizione degli abbienti, ma quella dei lavoratori.
“Che cosa mai farebbero – sosteneva – tanti contadini e operai, se non vi fossero i ricchi proprietari terrieri in
grado di dare lavoro ai poveri?” Si trattava di accuse tutt’altro che ingiustificate, tanto più che egli stesso più
tardi modificò le sue tesi in un’opera più matura del 1820, The Principles of Political Economy. In realtà, se si fa
il minimo sforzo di calarsi nella concezione del mondo della classe dirigente inglese dell’epoca, ci si avvede che le
intenzioni di Malthus erano sostanzialmente buone. Malthus, ministro della Chiesa Riformata, quando faceva appello ai
moral constraints non voleva ipocritamente censurare la moralità del popolo, ma mirare a migliorare la qualità della
vita dei lavoratori: prole scarsa o nulla avrebbero loro consentito di destinare il reddito ad alloggi migliori, a opportune
cure sanitarie, all’istruzione, ecc.
8Cfr. C. Darwin, The Origin of Species by means of Natural Selection (1859), Chicago, Benton, 1952, p. 32.
9A lungo dopo l’avvento della genetica – e comunque nei primi vent’anni del XX secolo – dopo averne messo a
nudo le contraddizioni, i genetisti confutarono tutte o quasi le tesi di Darwin. A poco a poco, tuttavia, ci si rese conto
che l’evoluzionismo di Darwin era pienamente compatibile con gli assunti di base della genetica. In effetti, ammesso che sia
l’individuo, come voleva Darwin, ad attivare l’evoluzione, che cosa cambia se strumenti della sua azione sono i suoi geni?
Nacque così nel 1926, presentata in forma sofisticata nel teorema di Haldane e Fisher, la teoria sintetica dell’evoluzione
che di fatto conciliava darwinismo e genetica.
10Un allele potrebbe esser definito “un gene antagonista”. È questa una definizione semplice che, tuttavia,
non è abbastanza precisa per mettere il lettore profano in condizione di comprendere come stiano realmente le cose.
Per capirci qualcosa, si deve, in primo luogo, rammentare che i geni non sono isolati ma in sequenza. Tra questi vi
sono geni che, pur essendo omologhi, hanno però una differente struttura molecolare, per cui esprimono manifestazioni
diverse di uno stesso carattere. Sono, questi, i geni allelomorfi o alleli.
11Cfr. R. Dawkins, The Selfish Gene, London, Oxford University Press, 1989 (trad. it.: Il gene egoista,
Mondadori, 1994) e inoltre B. Fantini, “Il dibattito sull’evoluzione”, in P. Rossi Monti (a cura di), Storia della scienza,
UTET, 1988, III, pp. 1187-1188.
FRANCO VOLTAGGIO
- La fine della vita, Alberto Perdisa Editore, 2002
- La medicina come scienza filosofica, Laterza, 1998
- L’ arte della guarigione nelle culture umane, Bollati Boringhieri, 1992
- “Il secolo della scienza”, Lettera Internazionale 59/60, 1999
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