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La religione anglicana
L’Inghilterra è il paese delle sètte. Un inglese, da uomo
libero, va in cielo per la via che preferisce.
Tuttavia, sebbene ciascuno possa qui servire Dio a modo
suo, la vera religione, quella con cui si fa fortuna, è la sètta degli
episcopali, chiamata Chiesa Anglicana, o Chiesa per antonomasia. Non si può
avere un impiego, né in Inghilterra né in Irlanda, senza far parte del numero
dei fedeli anglicani; questa ragione ne è una prova eccellente e ha convertito
tanti di quei nonconformisti che oggi neppure la ventesima parte della nazione è
fuori della cerchia della Chiesa dominante.
Il clero anglicano ha mantenuto molte delle cerimonie
cattoliche, soprattutto quella di riscuotere col più grande scrupolo le decime.
I suoi membri hanno anche la pia ambizione di essere loro i padroni. Inoltre,
fomentano quanto più possono nelle loro pecorelle un sacro zelo contro i
nonconformisti. Tale zelo era assai vivo sotto il governo dei Tories,
negli ultimi anni della regina Anna,1 ma non
giungeva più in là del rompere talvolta i vetri delle cappelle eretiche. Il
furore delle sètte, infatti, è finito in Inghilterra con le guerre civili, e
sotto la regina Anna erano rimasti soltanto i sordi fragori d’un mare ancora
agitato molto tempo dopo la tempesta. Quando i Whigs e i Tories
dilaniavano il paese, come in altri tempi i Guelfi e i Ghibellini, era fatale
che la religione entrasse nei partiti. I Tories erano per l’episcopato; i
Whigs volevano abolirlo, ma, quando sono diventati i padroni, si sono
contentati di umiliarlo.
[…]
In fatto di costumi il clero anglicano è più ligio alle
regole di quello francese, ed eccone la ragione: tutti gli ecclesiastici vengono
educati all’Università di Oxford o a quella di Cambridge, lontano dalla
corruzione della capitale; non vengono chiamati alle dignità della Chiesa se non
molto tardi, in un’età in cui gli uomini non hanno alcuna passione oltre
all’avarizia e la loro ambizione manca di alimento. Le cariche sono qui la
ricompensa di lunghi servigi prestati nella Chiesa o nell’esercito; non accade
di vedere giovanotti fatti vescovi o colonnelli all’uscita dal collegio. Inoltre
i preti sono quasi tutti sposati: la scontrosità contratta all’Università e lo
scarso commercio che vi si pratica con le donne fanno sì che, di solito, un
vescovo sia costretto ad accontentarsi della propria. I preti vanno talvolta
all’osteria, perché l’usanza glielo consente, e, se vi si ubriacano, lo fanno
con serietà e senza dare scandalo.
Quell’essere indefinibile che non è né un ecclesiastico né
un laico, in una parola colui che si chiama abate, è una specie sconosciuta in
Inghilterra, dove gli ecclesiastici son tutti riservati e quasi tutti pedanti.
Quando apprendono che in Francia dei giovanotti noti per i loro stravizi ed
elevati alla prelatura attraverso intrighi di bassa lega corteggiano
pubblicamente le donne, si dilettano a comporre canzoncine galanti, offrono
tutti i giorni cene raffinate e prolungate, e poi si recano a implorare i lumi
dello Spirito Santo proclamandosi arditamente i successori degli Apostoli, essi
ringraziano Iddio di essere protestanti.
I Presbiteriani
La religione anglicana non è diffusa solo in Inghilterra e
in Irlanda. In Scozia, la religione dominante è il presbiterianesimo, che altro
non è se non il calvinismo puro, quale era stato instaurato in Francia e che
sussiste tuttora a Ginevra. Poiché i preti di questa sètta ricevono dalle loro
chiese stipendi modesti, e di conseguenza non possono vivere nello stesso lusso
dei vescovi, hanno preso ovviamente la decisione d’imprecare contro quegli onori
che non possono raggiungere.
[…]
Questi signori, che hanno alcune chiese anche in
Inghilterra, hanno fatto diventar di moda in questo paese i modi severi e pieni
di gravità. È a loro che si deve la santificazione della domenica nei tre regni.
È proibito in quel giorno lavorare e divagarsi, il che rappresenta il doppio
della severità delle Chiese cattoliche: niente opera, niente commedie, niente
concerti a Londra, la domenica; persino le carte da gioco sono così
rigorosamente proibite che in quel giorno soltanto le persone di qualità e
quelle chiamate perbene possono permettersi di usarle. Il resto della nazione
ascolta le prediche, all’osteria e dalle ragazze di piacere.
Quantunque la sètta episcopale e quella presbiteriana siano
le due sètte dominanti in Gran Bretagna, tutte le altre vi sono bene accette e
convivono abbastanza bene, mentre la maggior parte dei loro predicatori si
detestano reciprocamente quasi con la stessa cordialità con cui un giansenista
condanna un gesuita.
Entrate nella Borsa di Londra, un luogo più rispettabile di
tante Corti: vi vedrete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità
degli uomini. Là l’ebreo, il musulmano e il cristiano negoziano come se fossero
della stessa religione, e non danno l’appellativo di infedeli se non a coloro
che fanno bancarotta; là il presbiteriano si fida dell’anabattista e l’anglicano
accetta la cambiale dal quacquero. Uscendo da queste pacifiche e libere
assemblee, gli uni si recano in sinagoga, gli altri vanno a bere; l’uno va a
farsi battezzare in una grande tinozza nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo, l’altro fa tagliare il prepuzio a suo figlio e borbottare sul
bambino parole ebraiche che non comprende; altri vanno nella loro chiesa, col
cappello in testa, ad aspettare l’ispirazione divina; e tutti sono contenti.
Se in Inghilterra vi fosse una sola religione, ci sarebbe
da temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce
ne sono trenta, e vivono felici e in pace.
Il Parlamento
Ai membri del Parlamento d’Inghilterra piace paragonarsi il
più possibile agli antichi romani.
Non molto tempo fa, alla Camera dei Comuni, il signor
Shipping2 iniziò il suo discorso con queste
parole: “La Maestà del popolo inglese sarebbe offesa…” La singolarità
dell’espressione provocò un grande scoppio d’ilarità ma egli, senza scomporsi,
ripeté in tono fermo le medesime parole, e nessuno rise più.
Confesso che non vedo nulla di comune tra la maestà del
popolo inglese e quella del popolo romano, e ancor meno tra i loro governi. Vi è
a Londra un senato di cui alcuni membri sono sospettati, sebbene certamente a
torto, di vendere all’occasione i loro voti,3
come si faceva a Roma: ecco tutta la somiglianza. Per il resto le due nazioni mi
sembrano assolutamente diverse, sia nel bene che nel male.
Roma non ha mai conosciuto l’orribile follia delle guerre
di religione: questo abominio era riservato a devoti predicatori di umiltà e di
pazienza
[…]
Tra Roma e l’Inghilterra c’è però una differenza
essenziale, tutta a vantaggio di quest’ultima, ed è che a Roma il frutto delle
guerre civili è stata la schiavitù, in Inghilterra la libertà. La nazione
inglese è l’unica al mondo che sia riuscita a regolamentare il potere dei re, e
che abbia infine faticosamente instaurato quel saggio governo in cui il
principe, onnipotente per fare del bene, ha le mani legate per fare il male,4
in cui i signori sono grandi senza insolenza e senza vassalli, e il popolo
prende parte al governo senza confusione.
La Camera dei Pari e quella dei Comuni sono gli arbitri
della nazione, il re è il superarbitro. Questo equilibrio mancava ai romani: a
Roma i grandi e il popolo erano sempre divisi, senza avere un potere intermedio
che potesse metterli d’accordo. Il Senato di Roma, che aveva l’ingiusto e
punibile orgoglio di non voler spartire nulla coi plebei, non conosceva altro
espediente per allontanarli dal governo che tenerli sempre occupati in guerre
lontane. Esso considerava il popolo come una bestia feroce da scagliare contro i
vicini, per paura che divorasse i suoi padroni. Così, il maggior difetto del
governo dei romani fece di loro dei conquistatori. Divennero padroni del mondo
perché erano infelici a casa propria, fino a quando i loro contrasti non li
resero schiavi.
Il governo d’Inghilterra non è fatto né per un così grande
splendore, né per una fine così funesta; il suo scopo non è la brillante follia
di fare conquiste, ma d’impedire che ne facciano i suoi vicini. Questo popolo è
geloso non soltanto della propria libertà, ma anche di quella degli altri. Gli
inglesi si accanirono contro Luigi XIV solo perché lo accusavano di ambizione.
Gli hanno fatto la guerra a cuor leggero, sicuramente senza alcun interesse.
Senza dubbio, è costato molto instaurare la libertà in
Inghilterra. In un bagno di sangue è annegato l’idolo del potere dispotico; ma
gli Inglesi non ritengono affatto di aver pagato un prezzo troppo alto per
acquistare delle buone leggi. Gli altri popoli non hanno avuto meno conflitti,
non hanno versato meno sangue; ma il sangue da loro sparso per la causa della
loro libertà non ha fatto che cementare la loro servitù.
Ciò che in Inghilterra diventa una rivoluzione, negli altri
paesi non è che una sedizione. In Spagna, in Barberia, in Turchia,5
quando una città impugna le armi per difendere i suoi privilegi, subito i
mercenari la soggiogano, i carnefici la puniscono, e il resto della nazione
bacia le proprie catene.
I francesi pensano che il governo di quest’isola sia più
tempestoso del mare che la circonda, ed è vero; ma è il re a provocare la
tempesta, quando vuole impadronirsi del vascello di cui è soltanto il primo
pilota. In Francia le guerre civili sono state più lunghe, più crudeli, più
foriere di crimini che in Inghilterra; ma di tutte quelle guerre civili, nessuna
ha avuto per oggetto una saggia libertà. […]
Il Commercio
Il commercio ha arricchito i cittadini inglesi, ha
contribuito a renderli liberi, e questa libertà ha sviluppato a sua volta il
commercio; così si è formata la grandezza dello Stato. È il commercio che, a
poco a poco, ha costituito le forze navali grazie alle quali gli inglesi sono
padroni dei mari. Essi possiedono oggi quasi duecento vascelli da guerra.
La posterità apprenderà forse con sorpresa che una piccola
isola, che di suo possiede soltanto un po’ di piombo, stagno, argilla per la
pulizia dei panni e lana grezza, è diventata col suo commercio tanto potente da
inviare, nel 1723, tre flotte ai tre capi del mondo: una davanti a Gibilterra,
conquistata e conservata con le armi, l’altra a Portobello, per togliere al re
di Spagna lo sfruttamento dei tesori delle Indie, e la terza nel Mar Baltico,
per impedire alle potenze nordiche di battersi.
Quando Luigi XIV faceva tremare l’Italia, e i suoi
eserciti, già padroni della Savoia e del Piemonte, stavano per conquistare
Torino, il principe Eugenio di Savoia dovette marciare dalla lontana Germania in
soccorso del duca di Savoia. Egli non aveva denaro, senza il quale non si
prendono né si difendono le città, perciò ricorse a dei mercanti inglesi, che
nel giro di mezz’ora gli prestarono cinquanta milioni. Con questi, liberò
Torino, batté i francesi e scrisse a coloro che gli avevano prestato quella
somma il seguente bigliettino: “Signori, ho ricevuto il vostro denaro, e mi
lusingo di averlo impiegato a vostra soddisfazione”.
Tutto ciò ispira a un mercante inglese un giusto orgoglio.
Perciò il secondogenito di un Pari del regno non disdegna il commercio. Lord
Townsend, ministro di Stato, ha un fratello che si contenta di fare il mercante
nella City. Al tempo in cui lord Oxford governava l’Inghilterra, suo fratello
minore era fattore ad Aleppo, da dove non volle più tornare e dove morì.
Questo costume, che tuttavia comincia a declinare, sembra
mostruoso ai tedeschi, fissati con le loro caserme; per essi è inconcepibile che
il figlio di un Pari d’Inghilterra sia soltanto un ricco e potente borghese
mentre in Germania tutti sono principi: si son viste fino a trenta Altezze del
medesimo nome, che non avevano altri beni se non stemmi e orgoglio. In Francia è
marchese chiunque lo voglia; e chiunque giunga a Parigi dal fondo d’una
provincia con denaro da spendere e un nome in ac o in ille, può
dire “un uomo come me, un uomo della mia qualità”, e disprezzare sovranamente un
commerciante. Questi a sua volta sente parlare così spesso della sua professione
con disprezzo, ch’è tanto sciocco da arrossirne. Eppure io non so chi sia più
utile a uno Stato, se un signore bene incipriato che sa con precisione a che ora
il re si alza e a che ora si corica, e che si dà arie di grandezza facendo la
parte dello schiavo nell’anticamera di un ministro, oppure un commerciante che
arricchisce il proprio paese, impartisce dal proprio banco ordini a Surat e al
Cairo, e contribuisce al benessere del mondo.
La Cultura
Vi fu un tempo, in Francia, in cui le belle arti erano
coltivate dai primi cittadini dello Stato. Se ne occupavano soprattutto i
cortigiani, malgrado la dissipazione, il gusto delle quisquilie, la passione per
l’intrigo – tutte divinità del paese.
Attualmente, mi sembra che a Corte si abbia tutt’altro
gusto che per le lettere. Forse tra poco la moda di pensare ritornerà: a un re
basta volere, e di questa nazione si può fare ciò che si vuole.
In Inghilterra di solito si pensa, e le lettere godono di
un maggior prestigio che in Francia. Questo vantaggio è una conseguenza
necessaria della forma del suo governo.
Vi sono a Londra circa ottocento persone che hanno il
diritto di parlare in pubblico e di sostenere gli interessi della nazione; circa
cinque o seimila aspirano a loro volta al medesimo onore; tutti gli altri
s’erigono a giudici di costoro, e ciascuno può far stampare ciò che pensa sugli
affari pubblici.
Così, l’intera nazione si trova nella necessità
d’istruirsi. Si discute ampiamente dei governi di Atene e di Roma; è necessario,
si voglia o no, leggere gli autori che ne hanno trattato; e tale studio conduce
naturalmente alle belle lettere.
In generale, gli uomini possiedono lo spirito della propria
condizione sociale. Perché di solito i nostri magistrati, i nostri medici e
molti ecclesiastici hanno più educazione letteraria, più gusto e spirito di
tutti gli altri professionisti? Perché in realtà la loro condizione presuppone
uno spirito colto, come quella di un mercante esige la conoscenza dei propri
traffici.
Non molto tempo fa, un signore inglese6
molto giovane, tornato dall’Italia, venne a trovarmi a Parigi; aveva composto
una descrizione in versi di quel paese. Eccola qua:
Che ho dunque visto in Italia?
Orgoglio, astuzia e povertà,
gran complimenti, poca bontà,
e molte cerimonie.
La stravagante commedia
che spesso l’Inquisizione
vuole chiamare religione,
ma noi qui chiamiamo follia.
La natura, invano benefica,
vuole arricchire quei luoghi leggiadri;
i preti con mano devastante
ne soffocano i doni migliori.
I Monsignori, che si sentono grandi,
soli nei loro palazzi magnifici,
ci vivono da illustri poltroni,
senza denaro e senza domestici.
Quanto al popolo, senza libertà,
martire del giogo che lo domina,
vi ha fatto voto di povertà,
pregando Iddio per abitudine
e digiunando sempre per miseria.
Quei bei luoghi, benedetti dal Papa,
sembrano abitati dai diavoli,
e i miserabili abitanti
son dannati nel paradiso.
Traduzione di Ada Felici
1 Anna Stuart (1665-1714), figlia di Giacomo II, succedette a Guglielmo III nel 1702. Tentò invano di
rimettere sul trono inglese gli Stuart, ed ebbe come successore Giorgio I di Hannover.
2 Il nome esatto è William Shippen (1673-1743), deputato tory, uomo politico molto combattivo
3 Era l’accusa che si rivolgeva al governo whing di Walpole, allora in carica, contro il quale
si batteva Shippen, nominato sopra.
4 Al termine di questo capoverso, nelle edizioni delle Lettere filosofiche dal 1739 al 1752, si
trova la seguente nota, successivamente soppressa: “Occorre qui stabilire
accuratamente i termini. La parola Re non ha dappertutto lo stesso significato.
In Francia e in Spagna significa un uomo che è per diritto di sangue giudice
supremo e inappellabile di tutta la nazione; in Inghilterra, in Svezia e in
Polonia, il primo magistrato”.
5 Allusione alle rivolte di Catalogna (1714), d’Egitto (1726), di Tunisi e di Smirne (1728).
6 John Hervey (1696-1743), uomo politico e letterato inglese, autore di numerosi saggi e di memorie sul
regno di Giorgio II. Il suo viaggio in Italia (sulla via del ritorno passò da Parigi) è del 1728.
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