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Annata 2005 @ segnala a un amico


I molti primati degli inglesi
    di Voltaire

La religione anglicana


L’Inghilterra è il paese delle sètte. Un inglese, da uomo libero, va in cielo per la via che preferisce.
Tuttavia, sebbene ciascuno possa qui servire Dio a modo suo, la vera religione, quella con cui si fa fortuna, è la sètta degli episcopali, chiamata Chiesa Anglicana, o Chiesa per antonomasia. Non si può avere un impiego, né in Inghilterra né in Irlanda, senza far parte del numero dei fedeli anglicani; questa ragione ne è una prova eccellente e ha convertito tanti di quei nonconformisti che oggi neppure la ventesima parte della nazione è fuori della cerchia della Chiesa dominante.
Il clero anglicano ha mantenuto molte delle cerimonie cattoliche, soprattutto quella di riscuotere col più grande scrupolo le decime. I suoi membri hanno anche la pia ambizione di essere loro i padroni. Inoltre, fomentano quanto più possono nelle loro pecorelle un sacro zelo contro i nonconformisti. Tale zelo era assai vivo sotto il governo dei Tories, negli ultimi anni della regina Anna,1 ma non giungeva più in là del rompere talvolta i vetri delle cappelle eretiche. Il furore delle sètte, infatti, è finito in Inghilterra con le guerre civili, e sotto la regina Anna erano rimasti soltanto i sordi fragori d’un mare ancora agitato molto tempo dopo la tempesta. Quando i Whigs e i Tories dilaniavano il paese, come in altri tempi i Guelfi e i Ghibellini, era fatale che la religione entrasse nei partiti. I Tories erano per l’episcopato; i Whigs volevano abolirlo, ma, quando sono diventati i padroni, si sono contentati di umiliarlo.
[…]
In fatto di costumi il clero anglicano è più ligio alle regole di quello francese, ed eccone la ragione: tutti gli ecclesiastici vengono educati all’Università di Oxford o a quella di Cambridge, lontano dalla corruzione della capitale; non vengono chiamati alle dignità della Chiesa se non molto tardi, in un’età in cui gli uomini non hanno alcuna passione oltre all’avarizia e la loro ambizione manca di alimento. Le cariche sono qui la ricompensa di lunghi servigi prestati nella Chiesa o nell’esercito; non accade di vedere giovanotti fatti vescovi o colonnelli all’uscita dal collegio. Inoltre i preti sono quasi tutti sposati: la scontrosità contratta all’Università e lo scarso commercio che vi si pratica con le donne fanno sì che, di solito, un vescovo sia costretto ad accontentarsi della propria. I preti vanno talvolta all’osteria, perché l’usanza glielo consente, e, se vi si ubriacano, lo fanno con serietà e senza dare scandalo.
Quell’essere indefinibile che non è né un ecclesiastico né un laico, in una parola colui che si chiama abate, è una specie sconosciuta in Inghilterra, dove gli ecclesiastici son tutti riservati e quasi tutti pedanti. Quando apprendono che in Francia dei giovanotti noti per i loro stravizi ed elevati alla prelatura attraverso intrighi di bassa lega corteggiano pubblicamente le donne, si dilettano a comporre canzoncine galanti, offrono tutti i giorni cene raffinate e prolungate, e poi si recano a implorare i lumi dello Spirito Santo proclamandosi arditamente i successori degli Apostoli, essi ringraziano Iddio di essere protestanti.

I Presbiteriani

La religione anglicana non è diffusa solo in Inghilterra e in Irlanda. In Scozia, la religione dominante è il presbiterianesimo, che altro non è se non il calvinismo puro, quale era stato instaurato in Francia e che sussiste tuttora a Ginevra. Poiché i preti di questa sètta ricevono dalle loro chiese stipendi modesti, e di conseguenza non possono vivere nello stesso lusso dei vescovi, hanno preso ovviamente la decisione d’imprecare contro quegli onori che non possono raggiungere.
[…]
Questi signori, che hanno alcune chiese anche in Inghilterra, hanno fatto diventar di moda in questo paese i modi severi e pieni di gravità. È a loro che si deve la santificazione della domenica nei tre regni. È proibito in quel giorno lavorare e divagarsi, il che rappresenta il doppio della severità delle Chiese cattoliche: niente opera, niente commedie, niente concerti a Londra, la domenica; persino le carte da gioco sono così rigorosamente proibite che in quel giorno soltanto le persone di qualità e quelle chiamate perbene possono permettersi di usarle. Il resto della nazione ascolta le prediche, all’osteria e dalle ragazze di piacere.
Quantunque la sètta episcopale e quella presbiteriana siano le due sètte dominanti in Gran Bretagna, tutte le altre vi sono bene accette e convivono abbastanza bene, mentre la maggior parte dei loro predicatori si detestano reciprocamente quasi con la stessa cordialità con cui un giansenista condanna un gesuita.
Entrate nella Borsa di Londra, un luogo più rispettabile di tante Corti: vi vedrete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Là l’ebreo, il musulmano e il cristiano negoziano come se fossero della stessa religione, e non danno l’appellativo di infedeli se non a coloro che fanno bancarotta; là il presbiteriano si fida dell’anabattista e l’anglicano accetta la cambiale dal quacquero. Uscendo da queste pacifiche e libere assemblee, gli uni si recano in sinagoga, gli altri vanno a bere; l’uno va a farsi battezzare in una grande tinozza nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, l’altro fa tagliare il prepuzio a suo figlio e borbottare sul bambino parole ebraiche che non comprende; altri vanno nella loro chiesa, col cappello in testa, ad aspettare l’ispirazione divina; e tutti sono contenti.
Se in Inghilterra vi fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ve ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce ne sono trenta, e vivono felici e in pace.

Il Parlamento

Ai membri del Parlamento d’Inghilterra piace paragonarsi il più possibile agli antichi romani.
Non molto tempo fa, alla Camera dei Comuni, il signor Shipping2 iniziò il suo discorso con queste parole: “La Maestà del popolo inglese sarebbe offesa…”  La singolarità dell’espressione provocò un grande scoppio d’ilarità ma egli, senza scomporsi, ripeté in tono fermo le medesime parole, e nessuno rise più.
Confesso che non vedo nulla di comune tra la maestà del popolo inglese e quella del popolo romano, e ancor meno tra i loro governi. Vi è a Londra un senato di cui alcuni membri sono sospettati, sebbene certamente a torto, di vendere all’occasione i loro voti,3 come si faceva a Roma: ecco tutta la somiglianza. Per il resto le due nazioni mi sembrano assolutamente diverse, sia nel bene che nel male.
Roma non ha mai conosciuto l’orribile follia delle guerre di religione: questo abominio era riservato a devoti predicatori di umiltà e di pazienza
[…]
Tra Roma e l’Inghilterra c’è però una differenza essenziale, tutta a vantaggio di quest’ultima, ed è che a Roma il frutto delle guerre civili è stata la schiavitù, in Inghilterra la libertà. La nazione inglese è l’unica al mondo che sia riuscita a regolamentare il potere dei re, e che abbia infine faticosamente instaurato quel saggio governo in cui il principe, onnipotente per fare del bene, ha le mani legate per fare il male,4 in cui i signori sono grandi senza insolenza e senza vassalli, e il popolo prende parte al governo senza confusione.
La Camera dei Pari e quella dei Comuni sono gli arbitri della nazione, il re è il superarbitro. Questo equilibrio mancava ai romani: a Roma i grandi e il popolo erano sempre divisi, senza avere un potere intermedio che potesse metterli d’accordo. Il Senato di Roma, che aveva l’ingiusto e punibile orgoglio di non voler spartire nulla coi plebei, non conosceva altro espediente per allontanarli dal governo che tenerli sempre occupati in guerre lontane. Esso considerava il popolo come una bestia feroce da scagliare contro i vicini, per paura che divorasse i suoi padroni. Così, il maggior difetto del governo dei romani fece di loro dei conquistatori. Divennero padroni del mondo perché erano infelici a casa propria, fino a quando i loro contrasti non li resero schiavi.
Il governo d’Inghilterra non è fatto né per un così grande splendore, né per una fine così funesta; il suo scopo non è la brillante follia di fare conquiste, ma d’impedire che ne facciano i suoi vicini. Questo popolo è geloso non soltanto della propria libertà, ma anche di quella degli altri. Gli inglesi si accanirono contro Luigi XIV solo perché lo accusavano di ambizione. Gli hanno fatto la guerra a cuor leggero, sicuramente senza alcun interesse.
Senza dubbio, è costato molto instaurare la libertà in Inghilterra. In un bagno di sangue è annegato l’idolo del potere dispotico; ma gli Inglesi non ritengono affatto di aver pagato un prezzo troppo alto per acquistare delle buone leggi. Gli altri popoli non hanno avuto meno conflitti, non hanno versato meno sangue; ma il sangue da loro sparso per la causa della loro libertà non ha fatto che cementare la loro servitù.
Ciò che in Inghilterra diventa una rivoluzione, negli altri paesi non è che una sedizione. In Spagna, in Barberia, in Turchia,5 quando una città impugna le armi per difendere i suoi privilegi, subito i mercenari la soggiogano, i carnefici la puniscono, e il resto della nazione bacia le proprie catene.
I francesi pensano che il governo di quest’isola sia più tempestoso del mare che la circonda, ed è vero; ma è il re a provocare la tempesta, quando vuole impadronirsi del vascello di cui è soltanto il primo pilota. In Francia le guerre civili sono state più lunghe, più crudeli, più foriere di crimini che in Inghilterra; ma di tutte quelle guerre civili, nessuna ha avuto per oggetto una saggia libertà. […]

Il Commercio

Il commercio ha arricchito i cittadini inglesi, ha contribuito a renderli liberi, e questa libertà ha sviluppato a sua volta il commercio; così si è formata la grandezza dello Stato. È il commercio che, a poco a poco, ha costituito le forze navali grazie alle quali gli inglesi sono padroni dei mari. Essi possiedono oggi quasi duecento vascelli da guerra.
La posterità apprenderà forse con sorpresa che una piccola isola, che di suo possiede soltanto un po’ di piombo, stagno, argilla per la pulizia dei panni e lana grezza, è diventata col suo commercio tanto potente da inviare, nel 1723, tre flotte ai tre capi del mondo: una davanti a Gibilterra, conquistata e conservata con le armi, l’altra a Portobello, per togliere al re di Spagna lo sfruttamento dei tesori delle Indie, e la terza nel Mar Baltico, per impedire alle potenze nordiche di battersi.

Quando Luigi XIV faceva tremare l’Italia, e i suoi eserciti, già padroni della Savoia e del Piemonte, stavano per conquistare Torino, il principe Eugenio di Savoia dovette marciare dalla lontana Germania in soccorso del duca di Savoia. Egli non aveva denaro, senza il quale non si prendono né si difendono le città, perciò ricorse a dei mercanti inglesi, che nel giro di mezz’ora gli prestarono cinquanta milioni. Con questi, liberò Torino, batté i francesi e scrisse a coloro che gli avevano prestato quella somma il seguente bigliettino: “Signori, ho ricevuto il vostro denaro, e mi lusingo di averlo impiegato a vostra soddisfazione”.
Tutto ciò ispira a un mercante inglese un giusto orgoglio. Perciò il secondogenito di un Pari del regno non disdegna il commercio. Lord Townsend, ministro di Stato, ha un fratello che si contenta di fare il mercante nella City. Al tempo in cui lord Oxford governava l’Inghilterra, suo fratello minore era fattore ad Aleppo, da dove non volle più tornare e dove morì.
Questo costume, che tuttavia comincia a declinare, sembra mostruoso ai tedeschi, fissati con le loro caserme; per essi è inconcepibile che il figlio di un Pari d’Inghilterra sia soltanto un ricco e potente borghese mentre in Germania tutti sono principi: si son viste fino a trenta Altezze del medesimo nome, che non avevano altri beni se non stemmi e orgoglio. In Francia è marchese chiunque lo voglia; e chiunque giunga a Parigi dal fondo d’una provincia con denaro da spendere e un nome in ac o in ille, può dire “un uomo come me, un uomo della mia qualità”, e disprezzare sovranamente un commerciante. Questi a sua volta sente parlare così spesso della sua professione con disprezzo, ch’è tanto sciocco da arrossirne. Eppure io non so chi sia più utile a uno Stato, se un signore bene incipriato che sa con precisione a che ora il re si alza e a che ora si corica, e che si dà arie di grandezza facendo la parte dello schiavo nell’anticamera di un ministro, oppure un commerciante che arricchisce il proprio paese, impartisce dal proprio banco ordini a Surat e al Cairo, e contribuisce al benessere del mondo.

La Cultura

Vi fu un tempo, in Francia, in cui le belle arti erano coltivate dai primi cittadini dello Stato. Se ne occupavano soprattutto i cortigiani, malgrado la dissipazione, il gusto delle quisquilie, la passione per l’intrigo – tutte divinità del paese.
Attualmente, mi sembra che a Corte si abbia tutt’altro gusto che per le lettere. Forse tra poco la moda di pensare ritornerà: a un re basta volere, e di questa nazione si può fare ciò che si vuole.
In Inghilterra di solito si pensa, e le lettere godono di un maggior prestigio che in Francia. Questo vantaggio è una conseguenza necessaria della forma del suo governo.
Vi sono a Londra circa ottocento persone che hanno il diritto di parlare in pubblico e di sostenere gli interessi della nazione; circa cinque o seimila aspirano a loro volta al medesimo onore; tutti gli altri s’erigono a giudici di costoro, e ciascuno può far stampare ciò che pensa sugli affari pubblici.
Così, l’intera nazione si trova nella necessità d’istruirsi. Si discute ampiamente dei governi di Atene e di Roma; è necessario, si voglia o no, leggere gli autori che ne hanno trattato; e tale studio conduce naturalmente alle belle lettere.
In generale, gli uomini possiedono lo spirito della propria condizione sociale. Perché di solito i nostri magistrati, i nostri medici e molti ecclesiastici hanno più educazione letteraria, più gusto e spirito di tutti gli altri professionisti? Perché in realtà la loro condizione presuppone uno spirito colto, come quella di un mercante esige la conoscenza dei propri traffici.
Non molto tempo fa, un signore inglese6 molto giovane, tornato dall’Italia, venne a trovarmi a Parigi; aveva composto una descrizione in versi di quel paese. Eccola qua:

Che ho dunque visto in Italia?
Orgoglio, astuzia e povertà,
gran complimenti, poca bontà,
e molte cerimonie.
La stravagante commedia
che spesso  l’Inquisizione
vuole chiamare religione,
ma noi qui chiamiamo follia.
La natura, invano benefica,
vuole arricchire quei luoghi leggiadri;
i preti con mano devastante
ne soffocano i doni migliori.
I Monsignori, che si sentono grandi,
soli nei loro palazzi magnifici,
ci vivono da illustri poltroni,
senza denaro e senza domestici.
Quanto al popolo, senza libertà,
martire del giogo che lo domina,
vi ha fatto voto di povertà,
pregando Iddio per abitudine
e digiunando sempre per miseria.
Quei bei luoghi, benedetti dal Papa,
sembrano abitati dai diavoli,
e i miserabili abitanti
son dannati nel paradiso
.

Traduzione di Ada Felici

 

1 Anna Stuart (1665-1714), figlia di Giacomo II, succedette a Guglielmo III nel 1702. Tentò invano di rimettere sul trono inglese gli Stuart, ed ebbe come successore Giorgio I di Hannover.
2 Il nome esatto è William Shippen (1673-1743), deputato tory, uomo politico molto combattivo
3 Era l’accusa che si rivolgeva al governo whing di Walpole, allora in carica, contro il quale si batteva Shippen, nominato sopra.
4 Al termine di questo capoverso, nelle edizioni delle Lettere filosofiche dal 1739 al 1752, si trova la seguente nota, successivamente soppressa: “Occorre qui stabilire accuratamente i termini. La parola Re non ha dappertutto lo stesso significato. In Francia e in Spagna significa un uomo che è per diritto di sangue giudice supremo e inappellabile di tutta la nazione; in Inghilterra, in Svezia e in Polonia, il primo magistrato”.
5 Allusione alle rivolte di Catalogna (1714), d’Egitto (1726), di Tunisi e di Smirne (1728).
6 John Hervey (1696-1743), uomo politico e letterato inglese, autore di numerosi saggi e di memorie sul regno di Giorgio II. Il suo viaggio in Italia (sulla via del ritorno passò da Parigi) è del 1728.

 

 

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