Panem et circenses: il modello italiano

Di Sergio Benvenuto

Quando io, italiano, parlo con amici che vivono in quelle che ancora si chiamano “grandi democrazie”, mi sento avvolto da un sentimento di deplorante commiserazione: “poveretti, voi in Italia avete Berlusconi!” Un atteggiamento comune non solo agli amici di sinistra, ma anche a quelli conservatori. Quando chiedo a conoscenti stranieri che cosa pensino di Berlusconi, molti non vanno molto per il sottile nel rispondermi “Berlusconi è il vostro nuovo Mussolini”. Penso di approfittare di questa compassione per chiedere ai miei amici più potenti di aiutarmi a emigrare come rifugiato politico in paesi dove la cultura filosofica è più remunerata. Ma talvolta, forse punto segretamente nell’orgoglio patriottico, ritorco: “Mi dispiace per voi, ma temo che il berlusconismo diventerà un modello influente anche da voi!”

Non sarebbe la prima volta che l’Italia esporta un modello politico. Il Risorgimento italiano non fece un po’ da modello all’unificazione bismarckiana della Germania? Il fascismo venne importato dall’Italia da parte di paesi di grande civiltà come Germania, Spagna, Portogallo e Ungheria. E il terrorismo politico oggi così diffuso non fece le sue grandi prove proprio in Italia negli anni Settanta? L’Italia spesso è politicamente esemplare – anche se spesso dà l’esempio nelle cose peggiori.

Ma che cosa mi autorizza a questa spericolata profezia, che anche Berlusconi è italico modello da esportazione? Il fatto che io abbia passato la mia infanzia a Napoli.

Nel mondo si conosce Achille Lauro solo come nome della nave che nel 1985 divenne oggetto di una straordinaria pirateria politica. Achille Lauro (1887-1982) era il proprietario della maggiore flotta mercantile italiana nel Dopoguerra – l’uomo più ricco di Napoli per molto tempo. Self-made man già compromesso col fascismo e finito al confino per questo, nel Dopoguerra creò a Napoli un partito monarchico tutto suo, partenopeo, approfittando della nostalgia per i Savoia diffusa all’epoca tra il Lumpenproletariat di Napoli. Candidatosi sindaco, stravinse le elezioni e dal 1951 al 1958 fu sindaco di Napoli; poi fu deputato e senatore del piccolo partito monarchico italiano. Sul “fenomeno Lauro” molto si chiosò e si ironizzò all’epoca. Come tipico “metodo laurino” se ne cita uno rimasto famoso: a molte persone prima delle elezioni il monarchico offriva una scarpa sinistra e diceva loro “se vinco le elezioni avrai anche la scarpa destra”; un metodo geniale per accaparrarsi non solo voti, ma anche per trasformare molti “scalzi” in galoppini elettorali.

Ricordo bene, da bambino, la frenesia laurina. La gente diceva “siccome Lauro è già ricco di suo, non deruberà i concittadini come fanno i politici”; inoltre “se è riuscito a portare avanti così bene i suoi affari, porterà avanti bene anche quelli della città”.  Il fatto che ab origine fosse un imprenditore e non un politico di professione contribuiva al suo carisma. Ma la popolarità di Lauro veniva soprattutto dai circenses: era proprietario della squadra di calcio del Napoli. Si dice che i napoletani siano per l’Italia quel che gli italiani sono per l’Europa, il non plus ultra dell’italianità (così come gli italiani sarebbero il non plus ultra dell’europeità): questo è sicuramente vero per il calcio, uno sport che fanatizza i napoletani anche più di quanto non fanatizzi gli italiani. All’epoca Lauro possedeva uno dei due grandi quotidiani di Napoli, Roma. Insomma, egli era già quel che chiamerei un mediocrate, un padrone di media e spettacoli – insomma, un affarista che ammannisce informazioni e spettacoli mediocri (il calcio non è uno sport mediocre, ma sono mediocri quelli che si ispirano ad esso per le scelte politiche). Inoltre il suo partito divenne un sindacato di costruttori e speculatori edili, che costruivano spesso illegalmente: quello scempio urbanistico fu illustrato da Francesco Rosi in un film famoso, Le mani sulla città (1963).

Insomma, la ricetta del successo di Lauro comprende gli stessi ingredienti che, quarant’anni dopo, Berlusconi utilizzerà per costruire le sue fortune politiche: self-made man + ingente patrimonio personale + mediocrazia + demagogia per i mediocri + direzione sportiva + ideologia conservatrice. Mescolate e scuotete, e il piatto è pronto.

La scala della mediocrità di Berlusconi è ben diversa da quella di Lauro, ma la formula è la stessa. Le differenze sono che Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia e non solo di Napoli, che la sua proprietà investe non qualche quotidiano ma la metà del sistema televisivo italiano, e che dirige una squadra di calcio ben più forte del Napoli, il Milan. Mentre Lauro si alleò con il partito fascista locale, Berlusconi si alleerà invece con il partito post-fascista nazionale.

I sillogismi che la gente ha fatto per votare Berlusconi sono stati dello stesso tipo di quelli che portarono i napoletani a plebiscitare Lauro. Mentre Lauro si pose come capo della nuova imprenditoria selvaggia napoletana, Berlusconi si pone come leader della nuova imprenditoria del Nord su base familiare e medio-piccola, di una borghesia adusa a evadere le tasse ed estranea alle tradizionali Grandi Famiglie (come quelle di Fiat, Pirelli, Mediobanca, eccetera) del capitalismo italiano.  Tutti sanno del disprezzo che gli imprenditori italiani di antica araldica nutrono per il parvenu Berlusconi: “non è un imprenditore, è un impresario”. Ma questa è l’epoca in cui gli impresari conquistano il potere.

Berlusconi non offre la scarpa sinistra ai suoi elettori ma qualcosa di più: dà svago gratis. Questo punto è capitale: il fatto che le reti Mediaset offrano spettacoli senza chiedere in cambio un canone – il fatto insomma che la festa sia tutta gratuita – appare a molti italiani una specie di magia, la realizzazione di un racconto di fate. Berlusconi è un evergete che con un colpo di bacchetta magica moltiplica non i pani e i pesci, ma film, quiz e musical.

All’epoca, il “fenomeno Lauro” fu visto come una curiosità folkloristica di una città povera e arretrata, trasudante popolino e scugnizzi: come un variopinto, buffo colpo di coda del sottosviluppo. Il “fenomeno” venne paragonato alle forme di calciocrazia politica in Brasile, paese dove un tempo bisognava vincere le partite di calcio per vincere le elezioni locali. Chi avrebbe mai immaginato che la Napoli stracciona, monarchica e plebea avrebbe fatto scuola in tutta Italia? La ricetta culinaria del successo illustrata più sopra è passata da quella che Vittorio Gassmann chiamò “la più nordica delle città africane” (Napoli) alla capitale industriale d’Italia (Milano). Il Sud povero ha fatto scuola al Nord prospero.

Ma gli altri paesi europei sono davvero al riparo da questo “vento del Sud”? Dopo tutto, è un caso che il più popolare presidente americano degli ultimi trent’anni, Reagan, fosse un attore di cinema? Non possedeva certo metà del sistema televisivo americano, ma comunque proveniva dal mondo scintillante dello spettacolo. E Schwartzenegger sarebbe mai stato eletto governatore della California se non fosse stato una star del cinema popolare? La società dello spettacolo di cui parlava Guy Debord non sta prendendo il sopravvento nelle democrazie capitaliste? Persino in Gran Bretagna non si può far nulla senza il beneplacito di Rupert Murdoch. Si dice che Blair abbia dovuto indire un referendum sull’Europa – che poi ha frettolosamente cancellato dopo le votazioni anti-europee di Francia e Olanda – perché era la condizione che Murdoch gli aveva posto per non scatenargli contro la valanga dei suoi canali televisivi. Murdoch difatti è anti-europeista. Ma cosa avverrebbe se un bel giorno Murdoch, come Berlusconi, si decidesse a scendere lui stesso, in flesh, in politica? Il precedente italiano gli illuminerebbe sicuramente la strada.

Un tempo le democrazie funzionavano grazie a una divisione del campo tra imprenditoria, classe politica e mediocrati: ovviamente tra questi tre “regni” i legami sono sempre stati fitti, intricati, spesso canaglieschi. Eppure i “regni” restavano in qualche modo distinti. Oggi questi regni tendono a sovrapporsi, spesso a identificarsi: è l’era dell’imprenditore-mediocrate-politico. Ma perché proprio ora questa mutazione?

In attesa che i sociologi me la spieghino, dirò la mia. La maggioranza della gente chiamata a votare non capisce nulla di politica e per lo più non vuole capirne nulla. Quando a fine Ottocento in Francia il suffragio fu esteso, migliaia di persone scrissero ad Anatole France, allora il romanziere più popolare, per avere lumi su chi votare. Mi pare che in una prima fase della democrazia la gente comune – che non si interessa di politica – abbia votato intellettuali di spicco, seguendo in questo il modello marxista: Lenin e Gramsci, a un tempo filosofi e leader politici. La gente ha affidato a queste teste d’uovo la gestione della cosa pubblica. In altri casi si è affidata a generali che avevano vinto delle guerre – Eisenhower, de Gaulle. In Italia nel 1948 si affidarono a un mezzo santo come De Gasperi, il più illustre politico italiano del dopoguerra. Oggi invece al politico-intellettuale viene dato sempre meno questo assegno in bianco: la gente tende sempre più a votare per star mediatiche e per mediocri mediocrati che vendono mediocrità. Il modello travalica la separazione destra-sinistra – per esempio, nelle ultime elezioni europee è stata eletta a Roma, con una valanga di voti di sinistra, una signora che per anni è stata annunciatrice del più seguito telegiornale italiano, Lilli Gruber. Insomma, si è votati se si è già una star televisiva, oppure se da politico si appare spesso in televisione e si diventa quindi una star televisiva. Oppure, come nel caso di Berlusconi, quando è una star perché crea le star. L’importante è che uno, come diceva Heine di un critico, “sia conosciuto per la sua notorietà”.

Così la democrazia moderna tende ad assomigliare sempre più al tipo di legame che univa il popolo di Roma antica all’imperatore: panem et circenses, pane e spettacoli. Un imperatore, anche se raffinato come Marco Aurelio, non poteva mancare agli orrendi spettacoli del circo, duelli di gladiatori inclusi, se voleva assicurarsi il sostegno della plebe. Il panis di oggi sono le varie forme di welfare state o assistenzialismo che i governanti, di qualsiasi tendenza, devono instaurare e incrementare; i circenses sono radio, giornali, cinema e soprattutto televisioni. I popoli, in tutto l’Occidente, si fidano sempre meno dei saggi specialisti e sempre più di chi li fa divertire. Chi si arricchisce distribuendo svaghi è all’apice della popolarità, anche politica. Vedo già sorgere, in Europa e altrove, una schiera allegra di Berlusconi, gettati all’arrembaggio del consenso delle di-stratte, atterrite e obliose masse d’Occidente.

SERGIO BENVENUTO

– Perversioni. Sessualità, etica e psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 2005

– Un cannibale alla nostra mensa. Gli argomenti del relativismo nell’epoca della globalizzazione, Dedalo, 2000

– Dicerie e pettegolezzi. Perché crediamo in quello che ci raccontano, Il Mulino, 2000

– La strategia freudiana. Le teorie freudiane della sessualità rilette attraverso Wittgenstein e Lacan, Liguori, 1984

– “Italiani, brava gente”, L.I. 80, 2004

– “L’Italia di Berlusconi, e non solo”, L.I. 77, 2003

– “Il mito e il fascino di Pinocchio”, L.I. 75, 2003

– “Ammirare e odiare l’America”, L.I. 75, 2003

– “Caos e mode culturali”, L.I. 73/74, 2002